What went down: l’evoluzione dei Foals

Rubrica: Taca la musica!

Ho iniziato ad ascoltare The Foals seguendo il suggerimento di un amico. Ho iniziato ad ascoltarli dall’ultimo lavoro pubblicato al primo. Un percorso strano, ma che mi ha comunque permesso di comprendere la loro evoluzione, non ancora terminata. L’insicurezza degli esordi, infatti, li aveva confinati in suoni più da mainstream mentre l’esperienza, acquisita sul palco durante i numerosi tour, ha tirato fuori una natura più heavy e, a mio parere, molto più personale e coinvolgente.

In What Went Down c’è lo zampino del produttore James Ford (Florence and the Machine, Depeche Mode, Arctic Monkeys). Non è dato sapere quanto abbia influenzato il carattere di questo album, ma di certo ha lanciato l’idea per qualche arrangiamento. Se ne sentono tanti di arrangiamenti, talvolta anche piuttosto ricercati, ma non risultano mai pesanti e offrono completezza ai brani.

Le collaborazioni importanti non finiscono. Il quarto lavoro della band di Oxford è stato registrato in Francia, a Saint-Rémy-de-Provence, il paese in cui Van Gogh, ricoverato in manicomio, realizzò la Notte Stellata. Il fantasma del grande pittore deve aver ispirato il mood ansiogeno di alcuni passaggi musicali e il significato racchiuso in certe liriche.

L’adrenalinica What Went Down apre l’album e conferma l’evoluzione della band verso un sound più definito, diretto e acceso. Title track utilizzata anche come primo pezzo per lanciare l’album e che per la sua intensità è stata considerata una delle migliori uscite rock del 2015.

“Mountain at my Gates”, il secondo brano dell’album, abbraccia ritmi e sonorità già ascoltate nei Foals ma è accattivante, ti prende e non perde di intensità, forse il pezzo più radiofonico. Da apprezzare anche il crescendo in chiusura.

Quasi tutti i brani hanno una durata maggiore ai quattro minuti. I Foals hanno bisogno di spazio affinché la loro maturità artistica possa esplodere all’interno di ogni canzone. Ne sono un esempio lampante i sette minuti di A Knife Into The Ocean nella quale tra rumori, orchestrazioni emozionali e psichedelia sembra di immergersi in territori pinkfloydiani.

Protagoniste di Snake Oil sono le graffianti chitarre di Yannis Philippakis e di Jimmy Smith, qui si viaggia su assoli rock più sperimentali. What Went Down è un saliscendi di umori e ritmi che si appoggiano perfettamente alla voce sofferente, un po’ monocorde, del frontman. Si raggiungono momenti oscuri e malinconici con London Thunder e Lonely Hunter. Oppure si attende il riff di chitarra accompagnato al drum beat di Jack Bevan in Night Swimmers per buttarsi in un ballo scatenato.

Nel quarto lavoro dei Foals si toccano anche le corde del cuore e ci si abbandona ai toni morbidi della ballata Give It All.

In ogni caso il mio consiglio è di ascoltarli dal vivo, hanno fatto parte di line-up di festival piuttosto importanti ricevendo apprezzamenti da critica e pubblico. Purtroppo al momento non sono previsti concerti. Chissà, saranno al lavoro per sorprenderci con una nuova evoluzione?

Tracklist

  1. What Went Down
  2. Mountain At My Gates
  3. Birch Tree
  4. Give It All
  5. Albatross
  6. Snake Oil
  7. Night Swimmers
  8. London Thunder
  9. Lonely Hunter
  10. A Knife In The Ocean

The Foals

Yannis Philippakis – voce e chitarra
Jimmy Smith – chitarra
Walter Gervers – basso
Edwin Congreave – tastiere
Jack Bevan – batteria

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

A chi lo consiglio: a chi ama le band che dal vivo spaccano

Abbinamento suggerito: punch caldo, in attesa dei pezzi più movimentati…

Francesca Renzetti

Redattrice
Nella vita di tutti i giorni sono una mamma, mi occupo di web marketing, social network. Il Buongiorno a casa mia profuma di caffè e ha la carica del Rock. Naturalmente inizia alle sei della mattina con il sorriso di mia figlia.
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