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Vite rubate

Nel distributore a metano, tutte le luci si spensero, l’incasso della giornata venne chiuso in cassaforte e il cancello scorrevole bloccato col lucchetto. Anche se l’intera procedura era stata rispettata come da manuale, Amedeo ricontrollò tutto due volte per essere sicuro di non aver dimenticato nulla. Si attardò per recuperare Milù, la gatta bianca che gli si era affezionata e che lo seguiva dappertutto. Era troppo freddo in quella notte di febbraio per lasciarla nella rimessa degli attrezzi. Così, la prese in braccio delicatamente e la depose nel cestino della bici per portarla a casa con sé. Non c’era nessuno ad aspettarlo nel suo monolocale e lui aveva voglia di un po’ di compagnia, dopo quella giornata piena di problemi. Amedeo lavorava al distributore da cinque anni ormai e conosceva gran parte dei clienti, quasi tutti residenti nelle vicinanze. Ma i suoi modi gentili e gli ampi sorrisi venivano elargiti senza riserve anche a quelli di passaggio, che non dimenticava mai di salutare e ringraziare. Era un quarantenne alto e robusto, dalle spalle larghe e l’andatura dinoccolata e centellinava le frasi come si fa con un buon vino che va assaporato lentamente. Per esperienza sapeva quanta violenza poteva annidarsi in una singola parola e lui usava solo quelle strettamente necessarie. “Oggi sarebbero stati otto anni” pensò, mentre inforcava la bici e puntava verso casa. Quel periodo dell’anno era sempre molto triste per lui perché il male tornava a tormentarlo, come un alito di vento che ravviva la fiamma soffiando sulle braci quasi spente. “Domani passo dal Signor Antonio per il solito regalo. Gigli e camelie bianche, i suoi preferiti. Come quella sera”. La scena era ancora talmente viva nella mente che gli sembrava perfino di sentire il profumo di quei fiori. Un mazzo enorme che aveva fatto consegnare direttamente a casa poco prima di andare a cena nel loro ristorantino preferito, un romantico locale sulla Darsena. Aveva prenotato con un mese d’anticipo il solito tavolo, quello nell’angolo più buio, sufficientemente appartato dal resto della sala ma non troppo lontano dalle ampie vetrate che, ogni sera, mettevano in scena lo spettacolo del mare illuminato dalla luna. Era lì che, nonostante avesse un groppo in gola per la paura di non essere corrisposto, si era dichiarato la prima volta ed era sempre lì che aveva pensato di tornare per festeggiare San Valentino. Avrebbe dovuto essere una serata speciale e invece, trascorse due settimane da quel momento, Amedeo lasciò il lavoro e i vecchi amici, si trasferì in un’altra città e si buttò il passato alle spalle. Qualcosa si era spezzato per sempre dentro di lui e una velata malinconia persisteva nel suo sguardo, anche quando il resto del volto sorrideva.

Il benzinaio scese dalla bici, afferrò premurosamente Milù e salì le scale. Nell’appartamento l’attendevano un piacevole tepore e una cena semplice ma gustosa. Si divisero un filetto comprato per l’occasione e, una volta sistemati i piatti, si accomodarono sull’ampio divano del salotto. Mentre la gatta gli si acciambellava sulle gambe per farsi coccolare, Amedeo si versò dell’altro vino rosso. «Alla tua salute. Anzi, alla nostra» disse alzando il calice verso l’alto, in direzione di una vecchia fotografia. «Quanto ti piaceva questo vino. Quella sera hai praticamente scolato l’intera bottiglia, senza lasciarmene che un misero bicchiere. Egoista!» Sorrise mesto al pensiero di quanto avevano riso e di quanto si erano divertiti fino al momento di rientrare. «Ho bevuto troppo, credo di aver bisogno di un po’ d’aria fresca. Facciamo una passeggiata, ti prego. È una serata così bella. Così mi hai detto, ti ricordi? Io, stupido, ti ho accontentato. Avrei dovuto caricarti di peso in macchina. Ma non l’ho fatto. Perdonami». Chiuse gli occhi e fu di nuovo assalito da cupi pensieri. Scene raccapriccianti, interminabili attimi di tensione e orrore. Quei ragazzi erano sbucati all’improvviso e senza motivo si erano scagliati su di loro agitando manganelli, tondini di ferro e catene. Nessuno sentì le grida, nessuno li soccorse. Nel vicolo buio ogni colpo venne inferto con ferocia, spezzando ossa, spargendo sangue. Quando quella furia cieca finalmente si placò, gli aggressori se ne andarono credendo di averli uccisi entrambi.

Ancora una volta le lacrime si liberarono dalla morsa in cui tentava di imprigionarle, scivolando scomposte lungo le guance e il mento. Sulle labbra ne avvertì il sapore pungente e gli sembrò che, sotto tutto quel sale, le vecchie ferite tornassero a bruciare come allora, quando tentò di raggiungere il compagno nonostante avesse le gambe fratturate in più punti. Nel momento in cui capì che le sue suppliche non ricevevano risposta perché Sandro era già morto, un’ondata di disperazione lo sommerse e tutto si fece silenzio per sempre. Solo una frase continuava a perseguitarlo nelle notti come quella «Vi ammazziamo, froci di merda!»

 

Romina Marzi

 
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