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Villaneta, un “rifugio” di natura e iniziative culturali

C’è un posto, sulle montagne sopra Forlì, che non è molto conosciuto, poco più di un piccolo punto sulla mappa.

Per ora.

Ci si arriva, rigorosamente a piedi, per un sentiero nel bosco, partendo da Campigna, nel parco delle foreste Casentinesi, solo un’oretta di viaggio dalla riviera romagnola in piena esplosione estiva, eppure sembra di entrare in un altro mondo, in luoghi che forse associamo ad altre realtà più alpine.

Un posto meraviglioso che si sta preparando ad aprire le sue porte grazie all’Associazione di Promozione Sociale “Anime Casentinesi”, che si è presentata con una due giorni di iniziative, laboratori artistici, incontri, chiacchierate sotto le stelle e tanta natura.

Noi siamo andati a trovarli e ce ne siamo innamorati, quindi abbiamo intervistato i ragazzi dell’associazione per far scoprire anche a voi questa splendida realtà.

Questo puntolino sulla mappa, presto rifugio, presto molto di più, è Villaneta.

Perché vi è venuto in mente di buttarvi in una impresa del genere, di trasformare Villaneta in un rifugio?

Davide – Già tre, quattro anni fa sia io che Stefano lavoravamo con il parco (il parco delle foreste casentinesi) ed era già tempo che ci guardavamo intorno perché sapevamo che c’erano dei bandi della regione per queste case dismesse. A me ha sempre attirato l’idea di realizzare un rifugio escursionistico che fosse anche uno spazio per organizzare attività ed eventi. Quindi tutto è nato in base a una passione, anche un po’ casualmente.

Quando avete progettato questa iniziativa, qual era la visione, cosa avevate in mente?

Davide – Subito abbiamo pensato al rifugio.

Stefano – Con Davide e Nicola (che ora non fa più parte dell’associazione) abbiamo messo le prime basi. All’inizio non eravamo troppo informati su cosa servisse, su quali lavori fossero necessari a questa casa per poter aprire. Abbiamo pensato di partire e l’abbiamo fatto, poi in corso d’opera abbiamo scoperto che era un po’ più complicato di così.

Quanto tempo è servito per arrivare a questo punto e a che punto siete?

Davide – Siamo al punto che non abbiamo ancora aperto il rifugio, ma possiamo organizzare eventi in questi spazi, come Associazione. Ogni anno facciamo i lavori necessari per mettere a norma tutto quello che serve per poter aprire il rifugio. E siamo abbastanza vicini (mancano gli ultimi lavori, in corso in questi giorni, gli scarichi, la cucina e un po’ di burocrazia).

L’idea di realizzare progetti culturali era già presente all’origine o è arrivata in corso d’opera?

Stefano – All’inizio pensavo che nel giro di un anno si potesse venire qui e lavorarci e tenere aperto il rifugio. I progetti paralleli non erano una priorità, almeno per me. Poi, rendendoci conto che questo era un progetto a lungo termine, con anche degli anni di preparazione e lavori necessari, si è pensato a qualcosa di alternativo, soprattutto quando il gruppo si è allargato dopo la fase iniziale. Tante idee ed energie diverse hanno portato in modo naturale a nuovi progetti.

Agnese – Infatti poi, nel nostro stesso statuto, abbiamo scritto che questa associazione non nasce solo per aprire il rifugio, ma per rendere questo spazio fruibile da persone che normalmente non lo utilizzerebbero, per rivitalizzare questo territorio. Quindi, per fare questo, anche aprirlo agli altri, dando loro la possibilità di conoscere il territorio, gli animali. Abbiamo la fortuna di avere Davide e Stefano (Stefano è una guida escursionistica e anche Davide conosce profondamente il territorio). La cosa che ci accomuna un po’ tutti è la passione per la montagna, che vorremmo poi condividere con le persone che passano di qui.

Pensando anche a questa due giorni, all’apparente isolamento del luogo, alla mancanza di connessioni e comunque lontani dal modo di vivere cui ci siamo abituati, la vostra iniziativa sembra quasi una manifestazione di resistenza culturale, un modello di socialità da ricreare. Vuole essere questo anche Villaneta?

Agnese – Secondo me non è nata per questo, ma poi la somma delle nostre personalità ha portato a questo. Nel senso che questa resistenza culturale ce l’abbiamo un po’ tutti dentro come un semino, che è germogliato facendo quello che abbiamo fatto in questi giorni e anche in tanti eventi passati, magari anche con meno gente, senza porci il problema.

Davide – Penso che trovarsi qui porti in maniera spontanea questa resistenza. Di sicuro c’è il nostro modo di vivere le cose, ma in un posto come questo viene tutto più naturale.

Che vita facevate prima dell’associazione, o che vita fate tuttora in parallelo, e come vi siete conosciuti?

Agnese – Stefano l’ho conosciuto così, con l’associazione. Con gli altri eravamo già amici da tempo. Fuori dall’Associazione sono una pedagogista, mi occupo in particolare di minori autistici.

Marco – Sono entrato perché i nostri genitori sono dell’appennino, un ritorno alle origini, all’infanzia. I miei erano della montagna, poi si sono spostati a Lugo, nella Bassa. Faccio il programmatore, un lavoro esattamente opposto ma che in qualche modo si ricollega alla voglia di evasione, di natura.

Roberto – Una casa qui, nel mezzo del parco, è unica. Io faccio il pensionato e prima lavoravo la terra. Quando mi è stato chiesto di partecipare ho accettato subito con grande entusiasmo.

Stefano – Io vivo qui, faccio la guida nel parco.

Matteo – Io faccio l’infermiere a Forlimpopoli. Sono arrivato anche io qui per amicizia e per l’amore che mi lega a questi posti.

Davide – Lavoro a Santa Sofia negli uffici del parco.

Questa è una domanda apparentemente banale, ma mi piacerebbe proprio la vostra risposta di pancia. Io vengo da Milano, la natura per noi è Parco Sempione o poco più. Come diceva poco fa Agnese, quello che volete fare è rivitalizzare questo posto. La domanda è: “Perché?”

Davide – Considera che queste erano case abitate fino agli anni ’50, ’60 e poi sono state abbandonate, via via che le persone migravano nella bassa o in altri luoghi. È un luogo selvaggio di ritorno. Molte di queste case sono ormai ruderi. Di quelle che restano, molte sono pubbliche e le altre sono adibite a case vacanza o seconde case. Non hanno obiettivi o scopi di socialità e associazionismo. A me sembrava spontaneo o scontato, se dobbiamo prendere una casa qui, non prenderla per “me”, mi sembrava egoistico farlo o tenerla per noi 6, 7 o quanti saremo, ma era bello aprire le porte, far venire altra gente.

Stefano – La domanda che fai è molto inerente al mio lavoro, soprattutto la premessa. Io ho l’ambizione di far capire alla gente la differenza che ci può essere tra il Parco Sempione o il bosco che c’è a Forlì e le prime colline e la foresta che abbiamo qui. Sono realtà che le persone che non hanno mai visto (anche se vivono qui vicino, al mare o nelle prime colline forlivesi), non hanno idea di come siano e della loro ricchezza naturalistica. Quello che abbiamo qui è un esempio quasi unico in Italia e raro in Europa di foresta matura, con caratteristiche che non si trovano in pratica da nessun’altra parte, nemmeno a pochi chilometri da qui.

Matteo – Penso che siamo estremamente fortunati a poter vivere questa cosa e avere le forze, la passione, la voglia per poter andare fino in fondo perché, anche se è stata e sarà dura arrivare al momento in cui sopra Villaneta ci sarà scritto “rifugio”, la soddisfazione è enorme. Tutti noi siamo camminatori da anni, abbiamo dormito ovunque e in qualunque situazione e anche l’idea di poter dare un punto d’appoggio a persone che come noi camminano e si accontentano anche di poco è bello, anche la sensazione di poter ospitare. Qualche giorno fa, per esempio, sono passati due escursionisti toscani che non sapevano dove andare a dormire. Alla fine gli abbiamo detto di stare qui e loro erano incredibilmente felici. La casa ormai è abbastanza a posto, gli abbiamo lasciato un po’ di provviste e di vino, loro erano distrutti… penso che, se io fossi in giro, vorrei trovare un gruppo di ragazzi che mi dà un mazzo di chiavi e mi dice “stai a casa mia stasera, non devi camminare più”. Questo è lo spirito che a me muove di più l’avventura di Villaneta, di continuare a spingere a rivitalizzare questo posto.

Agnese – Rivitalizzare per me significa quello che stiamo creando: non so se ti sei guardato intorno. Ci sono bambini, adulti, gente che probabilmente qui non sarebbe mai venuta. Villaneta sulla cartina c’è, ma non è un punto di riferimento per niente. Rivitalizzare questo posto è renderlo vivo con tutte le persone che possono venire, dai bambini agli anziani.

La casa si vede che ha richiesto e richiede tanto per il mantenimento. Richiede molto sacrificio e ogni sacrificio vuole una ricompensa. Qui, almeno per ora, non si parla di ricompensa economica ma morale. Quindi, in questi anni, Villaneta cosa vi ha dato?

Stefano – Cosa mi ha dato Villaneta? È una palestra! Ho imparato a fare intonaci, a ricostruire pareti a riparare i gabinetti (ridono). Poi le tante serate, in pochi, in tanti, in due, da solo, a veder le lucciole, a leggere le poesie fuori, davanti al bosco…

Matteo – Noi abbiamo una fortuna incredibile, oltre alla passione, perché possiamo arrivare qui, magari anche alle dieci, e mi sembra di venire a casa, anche se vivo a Forlì. Quindi oltre alla palestra, quello che mi dà Villaneta è tutto lì fuori, nel bosco.

Davide – Faccio una piccola premessa: quello che stiamo facendo non ha fini di lucro e tutto quello che stiamo facendo non è per crearci un lavoro, ma solo per passione. Poi certo che, essendo un punto molto frequentato, potrà portare del reddito a qualcuno, ma quello che vedo io è una persona che venga qui a rimborso, non una occasione di lavoro per me. Dal punto di vista umano, siamo partiti in pochi e a me ha sorpreso molto che in poco tempo siamo cresciuti e l’iniziativa ha assunto molti caratteri dell’associazionismo. Noi abbiamo fatto l’associazione per partecipare al bando, non perché era in progetto. Cosa volesse dire non lo sapevamo. Però quello che vedo intorno è un gruppo bellissimo che si è creato, che ama questo posto. Una socialità che ti scalda davvero.

Domanda spinosa: per i nove decimi dell’universo la Romagna è Rimini, Cesenatico, Cervia, magari Cesena e San Marino se proprio va bene. Questo noi lo sappiamo che non è così, ma la maggior parte della gente non lo sa. Come pensate di fare per far cambiare idea alle persone?

Stefano – Torniamo sotto la Toscana come prima del fascismo (risate). In realtà parecchia gente lo sta già vedendo. Arrivano qui, magari un po’ per caso, si innamorano del luogo e tornano.

Agnese – Un po’ questi open day che stiamo organizzando servono a questo. Lo facciamo sicuramente per farci conoscere e magari per dei piccoli autofinanziamenti, ma molto è anche perché le persone vengono, stanno un giorno o due al massimo ma poi si appassionano al progetto, si offrono di partecipare e contribuire.

Un’anima alla volta, quindi. È una cosa forse anche più grande di quanto pensiate o di quanto vi aspettavate. Una cosa che ha bisogno di richiamare chi non se l’aspetta, una realtà così.

Roberto – Vale anche per i romagnoli, non solo per gli “stranieri”.

Stefano – Qua è Toscana! La gente quassù si è sempre sentita non parte di entrambe le regioni, questa è un po’ una zona a sé. Qui di gente ne viene, anche tanta, soprattutto quando fa caldo. Secondo me, un posto del genere è importante perché, al contrario magari dell’arrivare e del piazzarsi con la sdraio lungo la strada, qui a Villaneta puoi godere del fresco, del bosco e nel frattempo imparare a conoscere e ad amare un territorio, cosa che per esempio non puoi fare a Cesenatico o Rimini, dove certo, usufruisci di servizi, ma non vivi una realtà come questa, del parco.

Come vedete questo posto tra dieci anni?

Davide – Sarà più bello, più curato, aperto da giugno a settembre tutti i giorni.

Matteo – Penso che Villaneta diventi, man mano che passa il tempo, come un ciclone che tira dentro gente, forze, voglia di fare cose, quindi tra dieci anni saremo un esercito!

Il prossimo appuntamento con gli open day dell’Associazione Anime Casentinesi e con il rifugio Villaneta è per l’1 e 2 settembre. Noi ci saremo, siateci anche voi. Credeteci, vale davvero ogni secondo trascorso lì.

 

Grazie a Esserci per la collaborazione.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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