Un altro viaggio in treno

Questa mattina, come mi capita in realtà sempre meno spesso, ho preso un treno. Un regionale ad alta frequentazione e a due piani, un certo Vivalto: il nome ricorda il compositore e in fondo anche le 4 stagioni, che passano come i paesaggi che passano. Il Vivalto è uno di quei treni dove chiunque ti si siede di fianco sarà il tuo competitor per pochi, preziosi centimetri di spazio per le gambe. Il treno era abbastanza affollato. Poco prima della stazione di Bologna, succede puntualmente ciò che accade prima di ogni stazione grandicella dove il treno si svuota e si riempie di nuovo: quasi tutti si preparano con grande anticipo. “Avrai preso il treno altre volte, per dio?”, verrebbe da dir loro. Ma questi niente, con sonoro frusciare di sciarpe e giubbotti si vestono fieri pronunciando la formula magica “siamo arrivati” ancora prima del tunnel e dei murales e dei palazzi che segnalano che la stazione può considerarsi abbastanza vicina. Quindi eccoli, sudare nei cappotti dopo essersi – ahiloro! – riseduti, per forza maggiore perché il Vivalto si chiama così per un curioso ossimoro, dato che il soffitto di ogni piano è clamorosamente basso e stare in piedi significa assieparsi nel corridoio. Mi viene in mente la scena di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” in cui Accorsi sale sull’autobus. O forse mi servirebbe soltanto un Martini dry. Il treno è così basso pur essendo seduto al piano superiore e le rotaie fuori dalla finestra sono così prossime che non penserei mai ci sia gente sotto di me. Tanto che, appena entrato, centro la cappelliera con la nuca. Una scena per nulla insolita se ripenso agli anni bolognesi! Mi scende una lacrima di dolore, ma simulo tranquillità, e alla domanda “Ti sei fatto male?”, gentilmente offertami da pendolare di cui non conosco nulla, rispondo candidamente: “No, piango perché sto attraversando un periodo difficile”. Un’affermazione questa che, poiché vado a Bologna in treno per seguire dei corsi a 33 anni, non è troppo lontana dalla realtà.

Eppure, io amo i treni. In generale amo i viaggi, ma se devo scegliere, il mio mezzo di trasporto di elezione è il treno. Viaggi lenti, misurati, entrare per qualche ora nelle vite degli altri, osservare ancora una volta il profilo delle campagne e dei colli. Essere come la pianura padana, come il lungomare, come l’Appennino. Il treno è dolce e porta alla meta facendo apprezzare le tappe, le persone che salgono e scendono, le storie: è perfetto per un narratore. Perciò il mio invito a chi sia in cerca di vite da raccontare, di storie da inventare è di lasciare stare il telefono, il libro, gli appunti per un po’ e di vivere i volti, le voci, le storie che sul treno accadono e restano. Ricchezza ovunque.

Luca Severi

Redattore

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura, racconti e recensioni.
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