Twin Peaks. La terza stagione. 25 anni dopo.

Nella famosa visione del nano che balla, Laura Palmer lo pur disse all’agente Cooper: “Ci rivedremo tra venticinque anni”. Da allora in poi tutti ci siamo chiesti come cavolo fosse finita la serie, perché in realtà non l’aveva mica capito nessuno.

Diavolo di un Lynch, aveva programmato già tutto. Passati venticinque anni ecco che, dopo aver dato l’addio al cinema con lo sconcertante Inland Empire, tira fuori dal cassetto la sua serie di culto.

Panico tra i fan o, per meglio dire, tra gli adepti del regista del Montana. Scene di isteria di massa, apparizioni a caso del gigante che parla al contrario, cani e gatti che vivono insieme. Le vecchie serie di Twin Peaks in loop continuo come neanche le puntate del Tenente Colombo nei più desolati pomeriggi di luglio su Rete 4. Tutti a fare i saputi, gli esperti, tutti a nascondere il tremendo segreto che le sgranate immagini di inizio anni ’90 riportavano a galla.

Amatissimo. Amatissimo sì, ma alla fine non si era capito niente.

La nuova serie riparte da lì. Naturalmente avrei ucciso chiunque altro avesse provato a soffiarmi questa recensione e sono cosciente di rischiare la stessa fine se dovessi rivelare qualcosa, quindi leggete tranquilli. Ho visto le prime quattro puntate e quello che segue è 100% spoiler free.

Ricominciamo da dove avevamo finito. Colonna sonora di Angelo Badalamenti, l’agente Cooper nella Loggia Nera e Laura, insieme ad altri inquietanti personaggi, che gli parlano nel consueto linguaggio da incubo. No, il nano non c’è.

Ed è subito pelle di cappone.

Cominciamo col dire che la nuova stagione di Twin Peaks si distacca enormemente da quelle precedenti. L’azione non è più circoscritta alla virtuale cittadina ai confini con il Canada, che divide ora la scena con New York e Buckhorn, Sud Dakota. Lynch non è stato certo ammorbidito dagli anni. Non spiega nulla, non introduce nulla. Getta sulla scena un mix di personaggi nuovi, senza presentarceli, e vecchi. Vecchi in tutti i sensi.

Già, perché non c’è niente di gioviale in quello che vediamo. Lynch si concentra su ogni ruga, ogni capello bianco, ogni pancia e difetto che gli anni hanno portato agli attori. Sono quasi tutti invecchiati male (almeno i personaggi, se non magari gli attori) e il regista sembra bearsene, sembra usarli per dare a tutto quanto un’aria di decadenza. Il male è libero, sembra dire, e gli effetti si vedono. Addirittura la signora Ceppo (la cui interprete, malata da tempo, è scomparsa alla fine delle riprese) ci viene mostrata con i capelli cortissimi e l’ossigeno al naso. Anche l’ambientazione è straniante. Tranne qualche eccezione accuratamente studiata, tutto sembra vecchio, decrepito. Arredamenti e materiali che sembrano presi di peso da venticinque anni fa vengono raramente interrotti da minuscoli elementi di modernità. Un monitor piatto qui, un cellulare lì. Lynch ci catapulta in una storia che, nell’ultimo quarto di secolo, è progredita nel bene e nel male trascinando con sé i ruderi di quanto non risolto. Soprattutto nel male.

La dimensione che ci viene presentata è quella propria dell’incubo, un incubo surreale e lisergico, al contempo incredibilmente reale e pervaso di quel paranormale che, se nelle serie precedenti si svelava poco a poco, qui è vivo, feroce e dichiarato fin dalle prime battute. Un uomo è seduto da solo in un magazzino di New York, intento a osservare una scatola di vetro circondata da telecamere. Una bibliotecaria viene trovata morta in Sud Dakota, ma si scopre che solo la testa è la sua, il corpo è di un uomo non identificato. L’agente Cooper è, come detto, nella Loggia Nera. Sospeso nel tempo e nello spazio, comincia a sentire la pressione che lo rivuole nella realtà. È nella Loggia Nera e, allo stesso tempo, non lo è. È ancora lo stesso che avevamo incontrato e, allo stesso tempo, non lo è. E qui mi fermo, che ci tengo alla pelle.

Alla regia la mano di Lynch si vede. Tanto. È quasi una presenza palpabile. La quantità di scene riprese a telecamera fissa ti trascinano immediatamente nella vecchia e tanto nota sensazione di pathos. Qualcosa sta inevitabilmente per succedere e tu aspetti, già in ansia.

Che poi succeda o meno, non è importante.

Insomma, il genio è tornato. Più duro, più cupo, più cinico, più assurdo che mai. Inevitabilmente il dubbio che ti stia prendendo in giro ti viene, più e più volte, ma non fai in tempo a razionalizzarlo che qualcosa di nuovo ti piomba addosso e tu ti chiedi come sia possibile questo precipitare degli eventi, quando apparentemente tutto sembra svolgersi come se fosse racchiuso in un barattolo di melassa.

Inutile dire che, alla fine delle prime quattro puntate, ne so esattamente quanto chi ancora deve cominciare. “Ognuno ci vedrà quello che vuole, nella nuova serie” è stato detto qualche mese fa. Ma noi no. Noi vogliamo capire. Noi vogliamo sapere. Dove diavolo ci stai portando? Diccelo!

Ma soprattutto: che fine ha fatto Bob?

È già una droga.

Dannato David Lynch, ci hai fregati ancora.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
Hel-looooooooooooooooooo! (Vedrete…)
A chi lo consiglio: a tutti. Twin Peaks non si giudica. Si ama incondizionatamente.
Abbinamento suggerito: acqua fresca, al limite una tisana leggera. Agli aspetti psicotropi ci pensa già Lynch.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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