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Chi sei tu, per firmare al posto mio?

Dormono tutti e la lancetta dell’orologio mi pugnala a ogni secondo – sono qui da più o meno settemila duecento coltellate – e ancora resisto.
I dottori dicono che non c’è molto altro da fare per Nonna D., ma io le parlo lo stesso anche se in risposta ho solo il suo respiro affannoso che stringe la gola pure a me.
Nonna D. è una macchina da guerra, proprio come il mio Papà, ma lei non sa di esserlo perché nessuno deve averglielo mai detto. «Sei una forza Nonna D.» le sussurro all’orecchio «mi senti?»
CI piaceva prendere il tram e andare al mercato qualche giovedì mattina d’estate. Al ritorno riservavamo un posto libero per la sporta di vestiti nuovi che lei mi comprava. Inizialmente Papà appena vedeva arrivare quella montagna di panni con le gambe si arrabbiava moltissimo – cose tipo “cosa te ne fai di tutta quella roba” – ma col tempo poi si era arreso, limitandosi a scuotere un poco la testa. Un mio sorriso al sapore di caramella gommosa – le facevo sparire prima di arrivare a casa ma l’alito non mentiva – era in grado di sciogliere Papà in zero virgola due secondi, e così anche Nonna D.
Lui la guardava come lei doveva averlo guardato tanti anni prima quando ne combinava una delle sue. Lei abbassava lo sguardo come lui ancora fa quando finisce tutta la cioccolata e io mi arrabbio.
Di colpo mi arrivano al cuore tante coltellate quanti i secondi che riempiono tredici anni, mi alzo e apro la finestra.
Nonna D. ha il viso girato verso quel quadro gigante in camera. Mi piace pensare che passi lì le sue giornate quando noi non veniamo in ospedale a trovarla. Mi saluta da un casolare in mezzo a due distese di grano color del sole con il suo grembiule preferito sporco di farina. «Ti aspetto per mangiare gli strozzapreti».
L’estate è alta in cielo e risplende sulla fronte del Nonno che alle 12 fa ritirata dal campo sul suo destriero, ancora in vita da più di mezzo secolo. Oscar. A sua detta, se l’era sudato quel trattore. Era del nonno del nonno di qualche altro nonno del quale ho dimenticato la storia.
Il vino è già in tavola e io chiamo a casa per dire che resto a mangiare qui. Nonna D. sa come comprarmi facile, l’odore delle patate fritte trapassa anche i muri, nitido come il flash dell’autovelox – come lo dico che ho preso l’ennesima multa stasera? – e io non so resistere. Dopo il riposino sul divano, si parte all’avventura.
Il cortile del casolare ogni giorno regala uno scenario diverso, una nuova partita da giocare. Una volta presi un secchiello e lo fissai per un po’. Lo riempii di legnetti e di qualche pezzo di candela, che con fatica avevo rubato tra i rimasugli dentro casa. Trovai un vecchio sgabello di ferro – mi correggo: trovai un mucchio di ruggine con le sembianze di uno sgabello – e lo posizionai sul secchio dentro al quale nel frattempo avevo acceso un fuoco. La cera delle candele teneva viva la fiamma e cucinai per tutto il pomeriggio fichi e foglie di menta; tornai dentro casa con 32 becchi di zanzara per gamba, nera quanto uno spazzacamino a fine giornata, ma piena. Piena di vita, di soddisfazione… di prurito. E Nonna D. rideva e rideva.
Mi infilò nella vasca da bagno e tornai a profumare di muschio.

L’infermiera mi chiede di uscire ed esco dal quadro.
Mi allontano, si sporca di grigio, di bianco, di nero.
Chi mai può aver avuto il coraggio di rovinare una così meravigliosa opera d’arte?
Chi ha scalfito le rughe sul viso di Nonna D.?
Il mio respiro è strano e il pavimento sotto questi piedi viene a meno.
Sento solo l’orologio che urla e corro. Corro indietro, ma vado avanti.
I fiori nel vaso sul pianerottolo appassiscono un poco a ogni rintocco di ciglia.
D’un tratto ci sono io intrappolata nella branda di Nonna D.
Non posso muovermi e il dipinto mi guarda, incompleto.
“Datemi altro colore”. Non posso urlare.
Chi sei tu per mettere la firma sul quadro al posto mio?
“Non ho finito!!!”.
Apro gli occhi e ringrazio il muro per avermi tenuta in piedi.
Mi lancio di fretta giù per le scale e riassaporo l’aria fresca di giugno, ha un gusto nuovo.
La stagione delle ciliegie è appena finita e io già voglio che arrivi l’autunno.
Finiti sono i tramonti delle lucciole mentre bramo quel messaggio che da mesi non arriva.
La scuola è finita la settimana scorsa… di 5 anni fa, così come i sorrisi di Nonna D.

Finita sono io, se non la smetto di aspettare.
Finito sarai tu, Tempo, se non inizio a Vivere.

Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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