Tu dirai che da folle io mi comporto, ma forse di follia m’accusa un folle

Editoriale: Grafemi e Nuvole

È arrivata l’estate. Tempo di sole, caldo, vacanze, tempo di abitini leggeri e di occhiali da sole. Tempo di selfie e di panorami e di profili Instagram che friggono di hashtag entusiasti. Tempo di libri sotto l’ombrellone e di disimpegno, che:

  • Almeno d’estate ‘sta cosa che la cultura deve essere sempre militante lasciamola da parte
  • Parliamo di cose un po’ più leggere
  • Ecco che non riescono a trattenersi e devono fare i professoroni
  • Se si parla di libri non si dovrebbe parlare di politica
  • Bisogna rispettare le opinioni di tutti in quanto tali

Ecco, no, mi dispiace. Davvero, sono terribilmente dispiaciuto dal dover essere quello che se ne sta lì, pensoso, a fissare il mare e poi si scopre che non sto decidendo tra un mojito e una caipiroska, ma sto cercando le parole per farvi capire quanto ci sia da preoccuparsi, senza passare da millenarista fuori di testa. Parole che già esistono, peraltro. Nemmeno scritte ieri, di fretta, nemmeno affastellate una sull’altra sull’onda dell’emozione degli ultimi avvenimenti. Hanno più di duemila quattrocento anni.

Non Giove a me lanciò simile bando,
né la Giustizia, che dimora insieme
coi Demoni d’Averno, onde altre leggi
furono imposte agli uomini; e i tuoi bandi
io non credei che tanta forza avessero
da far sì che le leggi dei Celesti,
non scritte, ed incrollabili, potesse
soverchiare un mortal: ché non adesso
furon sancite, o ieri: eterne vivono
esse; e niuno conosce il dì che nacquero.
E violarle e renderne ragione
ai Numi, non potevo io, per timore
d’alcun superbo. Ch’io morir dovessi,
ben lo sapevo, e come no, pur senza
l’annuncio tuo. Ma se prima del tempo
morrò, guadagno questo io lo considero:
per chi vive, com’io vivo, fra tante
pene, un guadagno non sarà la morte?
Per me, dunque, affrontar tale destino,
doglia è da nulla. Ma se l’uomo nato
dalla mia madre abbandonato avessi,
salma insepolta, allor sì, mi sarei
accorata: del resto non m’accoro.
Tu dirai che da folle io mi comporto;
ma forse di follia m’accusa un folle.

Sofocle – Antigone

Penserete che mi stia riferendo alla Sea Watch e alla sua comandante, al centro dello scontro con l’attuale governo italiano. E sì, non avreste torto, ma nemmeno ragione. Così come non avreste torto o ragione se vi dovesse capitare di pensare che le mie parole abbiano come obiettivo i tagli alla scuola, lo sperpero in pensioni e in regimi fiscali che premiano lo status quo, il clima generale di intolleranza di un Paese che si è svegliato incattivito e ignorante. Parlo di tutte queste cose, certamente, ma questi sono solo sintomi, che andranno analizzati in contesti più adatti di questo.
Io parlo di voi, di noi tutti in realtà. Inutile nascondersi dietro a un dito: in Italia la lotta a favore dell’analfabetismo (no, non è un refuso) procede a grandi e vittoriosi passi, molto più rapidamente che quella inversa affrontata solo pochi decenni fa. Non è solo questione di non leggere, è proprio la scelta (perché oggi l’ignoranza è una scelta, non esistono giustificazioni) di rinunciare agli strumenti basilari per comprendere la realtà, per sostituirli con dei surrogati precotti e opportunamente orientati da chi sa farsi ascoltare dalle trippe delle masse. Non è questione di fare cultura, non è nemmeno questione di chiamarvi alla mobilitazione: chi legge queste pagine già ha fatto quel percorso, non certo per noi, per un proprio desiderio di accrescimento.
Non avete bisogno che vi dia una (ennesima) interpretazione di questa pessima realtà. L’editoriale di questo mese felice ha il solo scopo di riprendere quello che urlava Sofocle con l’Antigone.
Schieratevi.
Schieratevi, maledizione, non voltate lo sguardo, non fate finta che la cosa non vi riguardi. Vi riguarda, ci riguarda forse più che agli altri. A noi che siamo artisti, intellettuali, creativi, lettori appassionati, amanti delle cose belle create dall’infinito ingegno dell’uomo, riguarda più che agli altri quello che invece di brutto sbrodoliamo, quel sottoprodotto acre e feroce dell’ignoranza. Dobbiamo lasciare da parte il quieto vivere e accettare le offese e le durezze dello scontro, anche nelle normali chiacchierate di tutti i giorni, anche in quelle social.
No, non è più tollerabile accettare gli auguri di morte ad altri esseri umani, la mercificazione di drammi umani per uno zero virgola di gradimento politico al sondaggio del giorno, le offese violente e sessiste a chi ha l’ardire di opporsi alla bestialità. Non è più tempo di fare finta di niente, di “ignorare che non si dà loro importanza”. Queste sono le frasi che si aggirano come bestie feroci nei social, appena al di fuori delle oasi sempre più ristrette di chi cerca di coltivare ancora un po’ di umana bellezza:

  • Spero che ti stuprino, quei negri
  • Sei una cogliona, pensa a cantare
  • Affogassero tutti, bevano acqua, io intanto bevo vino

Porti chiusi, cuori chiusi ma soprattutto menti chiuse. Non è più tollerabile voltarsi dall’altra parte e lasciare che queste oscenità siano le ultime ad aleggiare nelle stanze, reali o virtuali che siano.

Schieriamoci, altrimenti a cosa si saranno servite tutte queste letture, tutta questa bellezza che abbiamo accumulato? A cosa saranno mai serviti gli avvertimenti di Dante nei confronti degli ignavi o della Arendt a proposito della banalità del male? A cosa ci serve tutta questa cultura se non può essere scudo per chi ne ha bisogno, se non può essere spada per pungolare questa massa di asini raglianti?
Certo che la cultura è politica, ne è uno degli aspetti più alti. Fare cultura senza fare politica è una contraddizione in termini. Capite però che a questo punto non si tratta di orientamento politico o, peggio ancora, di orientamento partitico. Non si tratta in ultima analisi nemmeno di spirito umanitario o solidale nei confronti degli ultimi, dei deboli, delle minoranze, delle donne, degli orientamenti invisi all’ala più tradizionalista attualmente al potere.
Si tratta, semplicemente, di bellezza. Della bellezza che abbiamo incamerato viaggiando in mille posti reali e immaginari, con il corpo o con la fantasia, che abbiamo distillato conoscendo stuoli infiniti di personaggi e popoli meravigliosi o terribili, che abbiamo messo da parte sfogliando gli intrecci più seducenti che menti aperte, felici o tormentate che fossero, hanno annodato pazientemente per noi.
Si tratta di bellezza, prima ancora che di sapere. È un qualcosa di potente, su cui vale la pena scommettere.
Si tratta di bellezza, prima ancora che di insegnare. Per molti è ormai troppo tardi, altri ci arriveranno forse grazie alla malia, più che per imposizione.
Si tratta di cultura, di bellezza ed è l’arma più efficace che abbiamo, che nei crogioli della paura e del rifiuto manca. Usatela, usiamola senza pietà: è buio, è tardi. Ma non è ancora troppo buio, non è ancora troppo tardi.
Schieriamoci.

“Chi è pietoso contro i crudeli finisce con l’essere crudele contro i pietosi”.
Torah Talmud

Giorgio Arcari

Direttore editoriale

Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole, scrivo racconti e recensioni di film e serie tv.
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