The Idiot – II parte

Ispirato a una storia vera

A volte i sogni si avverano

27 marzo 1977
Il 26 marzo si era concluso l’ultimo concerto dello Station to Station tour nel continente americano. Non avevo più ricevuto notizie dai miei idoli e avevo perso le speranze. Ma il 27 marzo ricevo un’altra telefonata. È Corinne “Coco” Schwab, la tuttofare di Bowie, sintetica e dura. «Lukas, si parte per Monaco il 4 aprile. In nave, naturalmente» Bowie non ama volare «sarà un viaggio piuttosto lungo, si ricordi di portare tutti i documenti necessari. Arrivederci».
La mia invece sarà una breve ed eccitante preparazione all’avventura più incredibile della mia vita.

Dal 7 aprile al 19 maggio 1976
Da Monaco a Rotterdam passando per Oslo, Helsinki, Londra e tante altre città europee. Lo Station to Station tour miete successi in ogni dove. Gli spettatori restano esterrefatti. Ogni palco è spogliato del superfluo e si riveste di riferimenti brechtiani. Fredde luci al neon appiattiscono ancor più ogni forma, lasciando spazio solo a musica e voce. Il tutto accompagnato dalle controverse scene del film Chien Adalou.

Dietro le quinte una squadra di professionisti si muove con abilità e decisione. Nulla è messo in atto se non ha il benestare di Bowie. Scopro inoltre un Iggy Pop alquanto singolare. Spesso solitario. A volte lo sorprendo appartato in un angolo a leggere quotidiani finanziari, tranquillo e silenzioso. Altre invece a rimirare a bocca aperta il suo amico Bowie intento a dirigere tutte le operazioni che riguardano il tour.

Si contemplano da lontano e si ispirano a vicenda. Nei taccuini che lasciano incustoditi nei posti più impensati, che devo ritrovare e riconsegnare quasi fosse una caccia al tesoro, intravedo parole e idee abbozzate che non so ricollegare. Oggi posso affermare con certezza che riguardassero The Idiot.

Il momento della giornata che preferisco è intorno alle quattro e alle cinque del mattino. Alla fine di tutto, del concerto, del riposo, dello svago, inizio a suonare per David Bowie e Iggy Pop. Talvolta commentano, mi danno consigli o semplicemente accettano la mia musica come gradevole sottofondo alle loro intime conversazioni.

Parigi. Ultima tappa del tour. Pop e Bowie vorrebbero intrattenersi per un po’ e vivere le magiche notti della capitale francese. Orde di fan invasati, che sbucano in ogni angolo della città, non glielo permettono. Così Coco Schwab dispone i mezzi in direzione Val d’Oise, non lontano da Parigi, dove si trova il famoso studio di registrazione, lo Châteaux d’Hérouville.

Giugno – luglio 1976, lo Châteaux d’Hérouville
Per un musicista, lo Châteaux d’Hérouville è il castello delle favole. Non sono tanto i dipinti di Van Gogh a renderlo tale, quanto la strumentazione tecnica di cui è dotato. Non ne ho mai neppure immaginata di così sofisticata.
In questa meraviglia di posto Iggy Pop inciderà il suo primo album da solista, in due mesi. Così ha deciso Bowie. Non facciamo in tempo a sistemarci che il Duca Bianco esige da Thibault, il proprietario dello Châteaux ed ex bassista dei Magma, di scovare un batterista. Giunge così a castello Michel Santangeli, batterista con precedenti di revival celtico. In sala con Santangeli, Bowie esprime le sue intenzioni. «Seguimi con la batteria» mentre lui suona al piano elettrico degli arrangiamenti che aveva precedentemente abbozzato. Continuano così per due giorni finché Bowie non sente che le canzoni assumono una forma decisa. Dopo che Santangeli abbandona il Castello, sconvolto e abbattuto, Bowie inizia ad aggiungere anche la chitarra, il sintetizzatore, il sassofono e la drum machine. In poco tempo si completano tutte le parti ritmiche.
«Ma James è d’accordo con tutte le scelte di Bowie? In fondo l’album è suo».
A questa mia domanda Coco Schwab risponde con grande naturalità: «l’album non avrebbe senso di esistere senza l’uno o senza l’altro».
Infatti, ponendo attenzione alle azioni di entrambi, noto che si influenzano e si ispirano a vicenda, si sostengono e si completano. Bowie è affascinato dal modo così improvvisato di Pop di realizzare i testi che si caricano di emozioni. Accenna parole e concetti ascoltando le musiche create da Bowie, ma le liriche si materializzano davanti al microfono, in una sorta di trance. Un metodo, se così si può definire, che Bowie riutilizzerà in uno dei suoi massimi capolavori, “Heroes”. Dopo la frase di Coco, noto sempre più spesso questo scambio di creatività artistica.
Come il suggerimento di Bowie “e degli Stooges? Non hai ancora scritto nulla?” che ha acceso la scintilla per le liriche dell’ironica Dum Dum Boys. La canzone parla del periodo in cui Pop era il leader degli Stooges, è quasi una cronica delle vicende del gruppo. Se non avessi vissuto a stretto contatto con loro, avrei giurato che fosse stata interamente partorita da Pop.

La canzone di The Idiot che più amo nasce da un incontro proprio allo Châteaux d’Hérouville. Dopo l’uscita di scena di Santangeli viene a rifugiarsi al castello Jacque Higelin, attore e cantante francese, con la sua fidanzata, Kuelen Nguyen. Per quanto vasto e labirintico, Kuelen e James riescono ad incrociarsi in una delle sue sale.
«Non ho mai percepito in nessuna donna un odore come il suo» mi rivela subito dopo l’incontro. Poche ore dopo sboccia tra i due una passione sfrenata che supera i limiti del linguaggio e si consuma in un’ala dimenticata del castello, per diversi giorni. Iggy Pop malinconico e straziato si abbandona alla scrittura.

“I could escape this feeling
with my China Girl
I feel a wreck
without my little China Girl
I hear her heart beating
loud as thunder
Saw the stars crashing”.

Monaco, Musicland
The Idiot ha una doppia anima, è viscerale e algido allo stesso tempo. È come il rapporto con una ragazza. Lei all’inizio sembra fredda e distante, non ti coinvolge e improvvisamente ti accorgi che bruci per lei. Questo è l’effetto che fa The Idiot.

Il Musicland di Monaco è praticamente un bunker. Uno studio sotterrato dalla civiltà che ha suggerito le atmosfere cupe e post-apocalittiche che pervadono tutto l’album.
«Dobbiamo campionare la sirena di una fabbrica». Questa la richiesta che precede l’entrata di Bowie al Musicland. Infatti, oltre a registrare le voci di Bowie e Pop, ci siamo ingegnati a realizzare un nastro enorme mandato in loop per far sì che richiamasse la sirena di una fabbrica, il suono assillante che si insinua nei paesaggi surreali di Mass Production.
Scoppiettanti di idee e felici come bambini, per essere rinchiusi sottoterra, Bowie e Pop in pochi giorni trasferiscono il senso di inquieta staticità del Musicland nella narcotica Nightclubbing.

Ascolto tutte le tracce dell’album, in completa solitudine. Il punk, figlio di Iggy Pop, e le sue sonorità ben definite si dilatano e si amalgamano ad altri generi. La voce di Pop invece assume le profondità, quelle più buie e abissali, di un crooner.
Soddisfatti delle registrazioni di The Idiot è giunto il momento di muoversi verso l’Hansa Studios di Berlino.

Berlino, Hansa Studios
Nelle celebri sale dell’Hansa Studios il primo album da solista di Iggy Pop prende forma con un mixaggio di elevato spessore.

È la città stessa a dare il ritmo a ogni brano dell’intero album, per quel suo carattere nostalgico e ribelle. E soprattutto perché “Era come un luogo fatato, una città completamente desolata e così alcolica. Qualcuno barcollava sempre nelle strade. Agli abitanti non importava nulla del traffico di stupefacenti, o piuttosto non importava nulla delle persone che si divertivano”.

Le prime due settimane Iggy, David ed io ci siamo stabiliti in un appartamento con due stanze, una per me e una per loro. Poi Coco Schwab si è prodigata nel cercare un nuovo nido a Iggy.

David aveva imparato a farsi la spesa da solo ed era molto geloso delle prelibatezze che sistemava in dispensa.
«Lukas, ieri ho acquistato in un negozietto qui all’angolo un profumatissimo Prosciutto di Vestfalia, sai per caso dov’è?»
«Prosciutto di Vestfalia… forse in frigo, David?»
«Forse è il primo posto nel quale ho controllato, non c’è».
«Non lo so, mi dispiace David».
«È stato ancora lui! Non è possibile, non ha alcun rispetto. Non se lo sarà nemmeno gustato, lo avrà divorato come un animale!»
Ecco perché Iggy è passato da un appartamento al quarto a uno al secondo piano.

Il divertimento ha accompagnato tutto il soggiorno berlinese, insieme a bizzarre conoscenze.
Per la cena scegliamo i più insoliti ristoranti della città, in realtà niente in confronto a ciò che offre la notte. Per Bowie le vere star sono gli strani personaggi che incrocia per strada. Li osserva in modo discreto e rispettoso, non gli interessa ridere alle loro spalle, ne è totalmente affascinato. È probabile che da qualcuno di loro prenda spunto e ispirazione. Una sera, appena usciti da una trattoria tipica, ci imbattiamo in una ragazza che tiene un topo su una spalla legato a una catena. David la osserva da tutte le angolazioni, come fosse il David di Michelangelo, fino a quando Iggy non lo prende per un braccio riportandolo alla realtà. Tappa fissa lo Lutzover Lampe Cabaret, gestito dal transessuale olandese Romy Haag. Da qui solitamente ne usciamo stravolti e strafatti. David e Iggy accompagnano spesso alle loro serate alcol e cocaina, anche se non erano questi i patti. Nonostante lo stato di confusione a volte raggiunga limiti elevati, alle quattro del mattino ci riuniamo tutti insieme perché io possa esprimere le mie idee in musica. A parte quella pazza domenica che, dopo averli cercati per ore in tutti gli angoli e i locali della città, li ritrovo sfasciati in una sudicia bettola.

«Hey, Stue» chiedo a Stuart Mackenzie, un nostro nuovo amico «dove sono David e Jim?»
«Sono persi, ragazzo. Jim stava tirando coca da un grosso recipiente mentre David, dopo aver vomitato lo stomaco, si è disteso per terra e non vuole più rialzarsi».
Naturalmente chiamo Coco Schwab, l’unica che può risolvere la situazione.
Dopo aver quasi raggiunto gli estremi della vita di Los Angeles, nuove attività entrano in agenda. Dipingere e visitare musei, mixare un album.
“Il periodo berlinese rappresentò per me la prima volta in molti anni in cui provai la gioia di vivere” spiega David “ed una grande sensazione di liberazione e di benessere. È una città grande otto volte Parigi, ricordatevi, ed è così facile perdersi e, contemporaneamente, ritrovarsi”.

Non so se esista un’altra creatura sulla terra che abbia avuto la mia stessa fortuna. Me lo chiedo ogni volta che ascolto della buona musica. Io ho preso parte a uno dei tour più importanti della storia del rock, sono stato sul palco, nel backstage, nei casini e nelle risoluzioni di quel tour. Allo stesso tempo ho vissuto la realizzazione di un capolavoro della storia del rock che, come mi confessarono David e Iggy prima del mio rientro a casa, racchiude molti spunti della mia musica, quella che ascoltavano dalle quattro alle cinque.

Francesca Renzetti

Redattrice

Nella vita di tutti i giorni sono una mamma, mi occupo di copywriting e ho a che fare con spazi vuoti, parole e immagini, ma anche con la palestra e il supermercato.
La mia rubrica è Taca la Musica!
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