The Idiot – I parte

Ispirato a una storia vera

Incontri ravvicinati

Il più bel ricordo della mia vita? Non è stato quando è nato mio figlio, come sento dire a tanti padri, per quanto carico di emozioni e soddisfazione. Il mio più bel ricordo risale a quando avevo 17 anni. In quel periodo avevo una sola cosa in testa. Non il gruppo di amici o lo sport e nemmeno le ragazze. La musica, ecco quel che avevo in testa.

Il mio più bel ricordo è legato a due personaggi, oserei dire, strabilianti. A distanza di decenni il solo pensare a quella meravigliosa esperienza mi fa battere il cuore all’impazzata. Ancora mi pervade la stessa eccitazione, quella che allora liberavo facendo correre le dita sulla chitarra, quella che si dipanava in riff taglienti e spontanei, quella che provi solo quando sai che qualcosa di immenso sta per accadere.

17 marzo 1976
Ho avuto la fortuna di assistere a una tappa dello Station to Station tour, al Boston Garden. A fine concerto riesco a intrufolarmi nel camerino di David Bowie con la mia chitarra. La mia rocambolesca entrata cattura a tal punto l’attenzione di Bowie che mi chiede «Be’ che fai? Non suoni?». Le mani sudate e tremolanti danno alla mia performance un insolito ritmo. Non è esattamente come lo immagino ogni notte nella mia camera, è mille volte più intenso. Davanti al vero e tangibile Duca Bianco mi sembra che i miei organi diventino polvere e, a ogni nota, sento perdere il controllo. Però suono raccogliendo tutto quello che è rimasto intatto, Sweet Jane.

Al fianco di David Bowie, su di un divanetto di stoffa marrone a quadri arancioni, c’è anche James Newell Ostemberg Jr, in arte Iggy Pop. Non so di cosa si fossero fatti quella sera ma dicono di aver percepito un sound piacevole e primitivo, poi aggiungono «Vogliamo portarti con noi». Non so dove, non so perché, non so cosa mi sarebbe successo ma accetto senza esitazioni.

Dopo avermi invitato a sedere sul divanetto mi offrono un po’ di cose e con grande spontaneità Bowie racconta.
«All’inizio del ‘76 sia io che James cercavamo disperatamente un modo per abbandonare lo stile di vita, fatto di pusher e strozzini, che non ci avrebbe fatto salutare il nuovo anno. Io stavo male, ragazzo, sia fisicamente che psicologicamente, James anche».
Risvegliatosi da un apparente coma Pop ci tiene a precisare: «Almeno tu riuscivi a portare avanti con successo la tua carriera di musicista, di attore e di produttore…»
«Sì, questo è vero, ma molti avvenimenti che ho vissuto in prima persona sono per me solo nuvole di fumo».
«Comunque ragazzino, ti chiami?»
«Mi chiamo Lukas, signor James».
«Signor James? Ma come ti è venuto?!»
Pop ride a crepapelle, una risata crescente che contagia anche Bowie.
«Signor James, suona ancora qualcosa, così David forse riesce a finire il racconto».
Timidamente accenno una base alla quale stavo lavorando qualche giorno prima.
«Buona idea! Adoro parlare seguendo la musica. Cosa stavo raccontando?»
«Digli di Los Angeles».
«Los Angeles, il cesso più nauseabondo del mondo. Sai, sono molti mesi che ho in testa una collaborazione con James, ma lui ha rifiutato quasi tutte le mie proposte, in un modo o nell’altro».
«Ho capito, te lo dico io. Los Angeles, Englewood Forum. Subito dopo la seconda data abbiamo deciso di iniziare un percorso insieme. David mi chiese di unirmi a lui per tutte le tappe del tour, come corista. Ci voleva tanto?»
«Molte delle quali si terranno anche in Europa» ci tiene a sottolineare Bowie, rivolgendosi a me «e, rullo di tamburi, dopo il tour realizzeremo anche il mio primo album da solista».
«Un cammino artistico e catartico, credo».
«Forse, David, forse. Io sono appena uscito da un manicomio!»

Sono un ragazzino di provincia che continua a darsi pizzicotti sulle gambe per accertarsi di essere sveglio. È tutto reale. Sto ascoltando dal vivo le voci dei miei idoli, due pezzi grossi del rock che insieme non arriveranno a ottanta chili. Bowie è davvero sottile, l’appellativo di “sottile Duca Bianco” gli calza a pennello. I suoi movimenti sono pervasi da una nobile raffinatezza accentuata forse da quella sua fragilità fisica, al limite dell’anoressia. Le sue parole sono essenziali e ironiche e il suo sguardo profondo. Sulla mia destra invece c’è una persona all’apparenza totalmente differente, Iggy Pop. Il fisico asciutto e nervoso, l’atteggiamento randagio e i gesti da cowboy di periferia. Lo scruto con perplessità perché quegli occhi dolci e malinconici non sembrano appartenere al personaggio descritto dai media. Dov’è nascosto il suo aspetto più rozzo ed estremo? Rispetto a Bowie, Iggy Pop è sicuramente più grezzo, nel senso di genuino, nel senso che il suo animo è più esposto alla voracità di giornalisti e fan che lo incitano all’esagerazione.

Non che Bowie non sia esposto, una star del suo calibro lo è per natura, ma ne ha maggior consapevolezza. Entrambi sono stati vittime del loro successo. Schiavi della droga posseduti dalla paranoia, schiacciati dal successo salvati dalla musica.

Ancora oggi c’è chi definisce David Bowie una crocerossina, confondendo la sua capacità di riconoscere il talento e il desiderio di sperimentare, con qualcosa di più frivolo e facile al gossip. Prima di Iggy Pop aveva riportato sulla retta via un’altra leggenda del rock, Lou Reed.

Alle quattro di notte Bowie mi fa un’altra richiesta, quella di suonare una ballata. Lascio scorrere le dita sulle corde senza pensare a cosa sto proponendo ai miei ascoltatori, che un’ora dopo si addormentano. Non mi resta che tornare alla mia vita, non prima di lasciare un biglietto con i miei recapiti e firmato “Signor James”.

È difficile riprendere il ritmo della quotidianità, un banale pop non potrà mai competere con del graffiante rock’n’roll. La noia della scuola, le chiacchiere tra amici, le prove con la band, le raccomandazioni della mamma. Dall’altra parte Iggy Pop e David Bowie. Nulla mi dà la certezza che vivrò davvero un’esperienza del genere, ho solo le parole strafatte di due rock star che mi considerano una sorta di amuleto scaccia spiriti maligni. Ma non riesco a trattenermi e lo annuncio.
“Entro a far parte dello Station to Station tour”.
I miei compagni di scuola sono increduli, mia madre è disperata, la mia band piange di gioia. Io penso sia solo un’illusione.

Rochester, New York 20 marzo 1976
Tornato da scuola mia madre mi informa di aver ricevuto una strana telefonata e di essersi segnata numero e nome della persona che mi cercava. Richiamo immediatamente. Dall’altra parte del filo, l’agente di Bowie che mi chiede di raggiungerli per il concerto al Rochester Community War Memorial, quella stessa sera. Mi precipito da Turbo, l’unico comune mortale che avrebbe potuto attraversare lo stato del Connecticut in meno di quattro ore.

Arrivo in tempo per il sound check, durante il quale mi vengono consegnati degli spartiti, i pezzi che dovrò suonare per il concerto.
Non riesco a smettere di guardarlo. Il Duca Bianco all’opera è ammaliante. Indossa camicia bianca e panciotto su pantaloni neri a pieghe, oltre alle sue infinite identità. È un aristocratico genio dagli eccentrici capelli rosso-biondo. Oppure, come si definirà qualche anno dopo durante un’intervista “Il Duca Bianco era un orco, ma in fondo il miglior modo di combattere una forza malefica e ridurla a caricatura”.

A fine concerto mi invitano a festeggiare nella camera di Bowie al Rochester Hotel. Definirla camera è un insulto, è più grande di casa mia! Non ho mai visto tanti tipi di persona riuniti in un’unica stanza. Travestiti in abiti succinti e scoordinati fanno a gara a chi si dimena di più. Modelle di tutte le razze cercano ispirazione nell’alcol per esprimere una frase di senso compiuto. Pseudoartisti improvvisano numeri da circo coinvolgendo qualche giornalista alla disperata ricerca di uno scoop. Ogni ospite è impegnato a catturare l’attenzione del Duca Bianco che si diverte, ma non troppo, a rilasciare commenti inverosimili. Improvvisamente, da moderno baccanale, la stanza si trasforma in un gelido mattatoio. Irrompe la polizia che ordina a tutti di uscire. Bowie mi si avvicina e, con insolita apprensione, farnetica «Ragazzo, vai sul balcone, scavalca e infilati nella stanza del vicino, poi tornatene a casa. Subito!»
Bowie sarà arrestato per possesso di Cannabis e in seguito mi confiderà: «quella roba non era mia, forse di qualche coglione con noi nella stanza. Io fermato per l’erba. La cosa mi urta parecchio. Non tocco quella roba da un decennio».

Francesca Renzetti

Redattrice

Nella vita di tutti i giorni sono una mamma, mi occupo di copywriting e ho a che fare con spazi vuoti, parole e immagini, ma anche con la palestra e il supermercato.
La mia rubrica è Taca la Musica!
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