The 100

È estate, fuori fa caldo e buona parte della nuova programmazione partirà solo a settembre. Trono di spade escluso, ovviamente, ma non si vive di soli sbudellamenti. O comunque ne servono di più, che al massimo GOT regala un’oretta a settimana. Quindi siamo nel momento ideale per recuperare vecchie serie.

Quella che vi presento oggi ha persino il pregio di non essere finita. Le prime quattro stagioni sono andate e la quinta, che vedremo dall’anno prossimo, è in lavorazione.

The 100 è una serie post-apocalittica che racconta la storia di Clarke (interpretata da Eliza Taylor) e dei suoi amici che vagano allegramente per un mondo distrutto da una guerra atomica.

Scampati alla guerra sulle stazioni spaziali orbitali, i resti della razza umana devono fare i conti con il deteriorarsi delle strutture e decidono di mandare cento ragazzi, i più turbolenti e sacrificabili, sulla terra per verificare se sia tornata abitabile.

La storia parte da qui e si configura apparentemente come un teen drama abbastanza banale. Anche l’ambientazione non è certo originale, così come la storia delle prime puntate. All’inizio si guarda perciò con un po’ di scetticismo, anche se le ambientazioni e i grandi mezzi impiegati da HBO nel produrla aiutano molto: un po’ Mad Max, un po’ Hunger Games.

L’evoluzione della trama è però in agguato. La serie abbandona gradualmente la forte connotazione adolescenziale (anche in modo intelligente: la narrazione si indurisce, mentre i protagonisti vengono temprati dall’ambiente ostile) e comincia a trattare le tematiche più varie, dai rapporti tra popolazioni diverse e diverse ideologie alla sessualità, dalla ferocia che si raggiunge per proteggersi alla perversione della tecnologia.

Al centro di tutto troviamo un nucleo di personaggi estremamente efficace, interpretati da ottimi attori. La già citata Clarke che, nel corso delle serie, diventa la temuta e rispettata guerriera Wanheda. Bellamy, Raven e Octavia, le sue spalle ideali e soprattutto Lincoln, espressione di quelli sopravvissuti sulla terra (interpratato da Ricky Little che rivediamo, bravissimo, in American Gods).

Al netto degli inevitabili cali di tensione in alcuni punti delle prime quattro serie e di alcuni twist narrativi un po’ forzati, le vicende dei cento tengono incollati alla poltrona. Certo, quella sensazione costante di “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” a volte diventa eccessiva, a volte verrebbe voglia di picchiare questi protagonisti che sembrano fare scelte appositamente per continuare a farsi ammazzare, dare la caccia, essere catturati, fritti nell’olio e conditi col prezzemolo e sì, a volte tutto questo sembra molto gratuito. Per il resto del tempo la metafora però regge: come trattiamo i nostri giovani? Che mondo gli stiamo lasciando? L’occhio degli sceneggiatori in questo non è pietoso per nulla, ma cinico e disincantato. La risposta è che si dovranno arrangiare, gli adulti non li aiuteranno, anzi, faranno di tutto per ostacolarli in una sorta di orgiastico suicidio razziale. Certo, forse l’attuale situazione USA-Nord Corea non instilla la stessa paura dell’apocalisse che c’era durante la Guerra Fredda, ma intorno a noi la situazione è abbastanza calda da apprezzare il messaggio di una serie tv che ha comunque il pregio di lanciarlo senza prendersi eccessivamente sul serio. Vi consiglio quindi di recuperare le puntate già trasmesse, in attesa della quinta (e forse ultima anche se la sesta è allo studio, dipenderà dai risultati) stagione.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva:

  – Non credo che sappiano cosa sia la pace.

  – Il comandante lo sa.

  – È una ragazzina. Sono guidati da una ragazzina.

  – … anche noi.

A chi lo consiglio: sorprendentemente, per una serie che mantiene nette connotazioni teen, agli adulti. Ha un messaggio soprattutto per loro.
Abbinamento suggerito: Mi prepari un po’ d’alcol medicinale allungato con acqua piovana, e lei beva quello che desidera. (Il Dottor Stranamore)

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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