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Ginger il gatto

Jenny conobbe Ginger il Gatto in una noiosa estate di qualche anno fa, quando in ufficio c’era poco lavoro e lei uscì a fumare la sigaretta delle dieci e trenta. Era solita fumare appoggiata alla vetrata, con la mano sinistra incastrata sotto il braccio con cui reggeva la sigaretta. Stava in piedi, con un piede incrociato sull’altro a guardare il caldo poggiarsi sulla strada. La visuale era sempre la stessa: la casa della signora Lelli, il magazzino di attrezzi edili e, più a destra, spostando lo sguardo, il nulla: una strada grigia, spoglia, vuota. Quando Jenny conobbe Ginger il Gatto, il nulla si tinse di arancione. Lo trovò seduto a guardarla da lontano, impassibile. La guardava fumare senza muovere un baffo.
“Finalmente una faccia amica” pensò Jenny spegnendo il mozzicone, ma quando fece qualche passo verso di lui per provare ad accarezzarlo, il gatto fuggì tra le auto parcheggiate. Pareva scomparso, dissolto nell’aria. “Accidenti”.
Il giorno seguente, alle dieci e trenta, Ginger il Gatto la aspettò, seduto nel suo angolo sul ciglio della strada.
«Perché non ti fai accarezzare?» chiese la ragazza, ma lui non rispose. Rimase al suo posto, pronto a scappare quando lei tentò per la seconda volta di avvicinarlo. «Va bene, ho capito, mi allontano. Ma non te ne andare».
Jenny e Ginger il Gatto, da quel momento, si diedero appuntamento ogni giorno, alla stessa ora. Chiacchieravano, chiacchieravano di tutto, così intensamente che Jenny perse la presunzione di invadere i suoi spazi. Il fatto di sapere che l’avrebbe trovato lì ad aspettarla la convinse che non avrebbe dovuto possederlo per gioire della sua presenza. Jenny lasciava libero Ginger il Gatto, e lui si sentiva libero di farsi trovare davanti all’ufficio, ogni giorno un poco più vicino.
Jenny gli lasciava una ciotola di cibo e una vaschetta con dell’acqua, sotto una tettoia di fianco all’entrata, felice di trovarla sempre vuota il giorno seguente.
Durante le rare mattine piovose, lei era molto triste. Usciva fuori a fumare con l’ombrello, ma Ginger il Gatto non andava a farle visita, e allora soffriva pensandolo tutto solo là fuori.
Provava a immaginarlo, seduto con la coda dondolante e gli occhi di un miele intenso. Non sapeva niente di quel gatto, eppure aveva come l’impressione che lui avesse le idee chiare su di lei.
Ci fu una mattina in cui Jenny ebbe dannatamente bisogno di Ginger il Gatto. Aveva piovuto per tre giorni consecutivi e non c’era stato modo nemmeno di salutarlo in lontananza. Ma quella mattina il sole era alto in cielo e Jenny scese in fretta dall’auto per correre in ufficio. Si fermò di fronte all’ingresso, impietrita, a cercare di scorgere l’amico all’orizzonte. Ma di Ginger il Gatto, nemmeno un’impronta.
Preoccupata, consumò le labbra in un richiamo felino, allungandosi fino al magazzino di fianco. La ciotola era ancora piena e i pensieri si fecero cupi. Non sapeva se soffrire di ansia o di delusione, indecisa tra le possibili spiegazioni della sua scomparsa. Accese una sigaretta, seduta sullo scalino all’entrata: in solitudine per la prima volta dopo molto tempo. “Si insomma, è solo uno stupido gatto” provò a dire il cervello al cuore, ma il cuore aveva tratto di già le sue conclusioni. Da quando l’aveva conosciuto, Ginger il Gatto non era mai stato in ritardo. Doveva essere successo qualcosa. Oppure semplicemente aveva deciso che non sarebbero piò stati amici. Era abituata agli addii, eppure le sarebbe mancato. Le sarebbe mancato come manca la speranza di possedere ciò che non hai, come manca la cioccolata quando sei a dieta stretta oppure come manca il sole quando piove da troppo. Con la differenza che il sole, prima o poi, torna sempre.
Spense la sigaretta a metà e così anche il flusso dei pensieri, fece un cartoccio e lo gettò lontano. I suoi colleghi forse si stavano chiedendo dove fosse finita. Entrò in ufficio e Stefano le parlò senza guardarla.
«Finalmente sei arrivata» le disse
Lei lo interruppe «Scusa, lo so ho fatto tardi. È che…»
«Finalmente sei arrivata» riprese lui «c’è qualcuno che ti sta aspettando da un’ora. Credo abbia fame!»

Ginger il Gatto dormiva, arancione, sulla sedia della sua scrivania.

Jenny lo lasciò sempre libero di andarsene, ma Ginger il Gatto ancora oggi si sente libero di restare.

 

Tratto da una storia vera.

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Non guardarmi così

C’è un uomo che mi fissa mentre sto facendo la doccia. Ha il volto di profilo, ma io so che, con la coda dell’occhio, mi fissa. Che imbarazzo. Non so però se ha capito che mi sono accorta dei suoi sguardi, il vetro non è del tutto nitido, per fortuna. Mi copro con la schiuma, per quanto posso, e fisso il pavimento cercando di scomparire. Mi riesce bene la cosa, scomparire intendo, ma questa volta è di una doccia che stiamo parlando: dentro la confezione del bagnoschiuma non ci sto. Sparire dai ricordi delle persone, sì, questo lo so fare, però davvero ora non so come potermi togliere dalla visuale di quel tizio. Ma chi è?
Odio essere fissata. Le persone, quando ti fissano, è perché ti studiano. Osservano i tuoi movimenti, cercando di capire qualcosa di te, ti mettono alla prova. E io ora, nuda di ogni filtro, devo sorreggere lo sguardo di uno sconosciuto – un attimo che gli correggo un po’ il naso, non mi piace così, troppo aquilino – che per la prima volta mi guarda e vuole farsi un’idea di me. Come può nel tempo di una doccia, se nemmeno io, in tanti anni, ho finito di conoscermi?
L’acqua bollente mi riga la faccia di un color paonazzo, la sento andare a fuoco, ma la lascio fare. Il vapore sbatte sul soffitto, fa caldo qui dentro e lui non molla. Mi guarda con la puzza sotto al naso – ora molto meglio di prima – e mi domando cosa mai potrà passargli per la mente. Mi troverà ridicola? In effetti, potrei esserlo, con l’alone di mascara che cola dagli occhi, per la poca voglia di togliermi il trucco.
Mi risciacquo con cura i capelli mentre penso a come liberarmi di lui. Ho l’impressione che, se glielo chiedessi, seppur con gentilezza, non servirebbe a nulla. Mi fissa spavaldo, mi rimprovera.
“Lo so che sono in ritardo, la smetta” gli dico, o penso; mi viene il dubbio.
Devo in qualche modo uscire dalla doccia e liberarmi di lui, o finirò per sciogliermi con tutto questo caldo. Mi guarda come io mi guarderei, con lo stesso fare severo di chi non trova interessante quel che ha davanti. «Scusi» ora glielo dico: «Se permette, preferirei dirmelo da sola che devo perdere qualche chilo. E per la cronaca, può anche girarsi dall’altra parte».
Ma che fa, ride? Questo è troppo.
Prendo la cornetta della doccia e gliela punto contro. Addio: l’acqua, offesa quanto me, porta via il capello appiccicato sul vetro e così anche la sagoma di quell’uomo.

Ti è piaciuta questa storia?

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
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Cosmogonia

Un braccio di fronte a uno specchio regge con eleganza la sua mano: ferma gli impulsi del movimento all’altezza del polso, in modo da lasciarla libera di dar voce alle dita con spontaneità. Quella stessa mano e le sue dita incontrano poi un’altra mano e altrettante dita, in un coro di spinte, un gioco di intese: pura armonia. Così un uomo e una donna si uniscono, di fronte a uno specchio, senza dir nulla, intingendosi l’uno del profumo dell’altra, dopo essersi dati il permesso di invadere gli spazi altrui. Gli sguardi si intrecciano, così come i passi che, senza sovrapporsi, si accompagnano con intuizione. Si sfiorano, ma non si toccano. Un piede lascia passare l’altro con cortesia e i corpi volteggiano, leggeri, mentre si lasciano raccontare dalla musica. Lui la porta a spasso per la sala, la accarezza, ma non la tocca. Si disseta della fragranza dei suoi capelli.

Pausa.

Il respiro di lei si fa via via più intenso e i suoi occhi, fiduciosi, si chiudono. Lui la fa volteggiare e per un attimo le lascia la presa -la lascia sola, al buio- tempo di un battito…

“Prendimi”.

Le mani di uomo le avvolgono i fianchi, mentre la coreografia li assorbe.
Sono di nuovo uno, in due -lei e lui-.
Sono di nuovo in tre -lei, lui e la musica- in sala stasera.

Il ritmo aumenta, lei affonda le dita sotto al colletto della giacca, si stringe a lui, mentre i muscoli sono sempre più contratti. Il sudore annebbia la vista. Gli odori si mescolano. Lui la sostiene per vederla volare tra le ultime note della canzone. Un urlo spontaneo muore dentro di loro, poi la musica li lascia soli.

Fermi, al centro della pista, una nelle braccia dell’altro.

“Solitudine, condivisione, rabbia, sudore, gioia, tristezza, crampi, porte sbattute, dolore, soddisfazione, amore, rimpianto, cadute, nottate, sbagli, rimproveri, vittorie, lividi, pianti, applausi”.

Si tengono.

Quanta vita, per un minuto di ballo.

Serena Menghi

Redattrice
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Essere e non essere

Non ho niente da dire questa sera, assolutamente niente. È solo una sera qualunque, di un anno qualunque, e in qualunque modo io decida di riempire il mio tempo, nulla sarà in grado di darmi pace.

Ditemelo voi, cosa dite che io debba dire.

La maggior parte dei testi scritti narra di periodi bui, di sofferenze, di disgrazie, di drammi. Poi si cambia  scaffale e si legge d’amore, di grandi imprese, di eroi, di vicende che hanno cambiato per sempre il mondo. Ma ditemi un po’, cari lettori, chi mai parla del tempo vuoto? Chi si prende la briga di farci sentire “normali”, di tanto in tanto? Scrivere non è mai semplice, ma di certo viene molto più naturale raccontare di un qualcosa che accade, che sia dentro o fuori all’immaginazione, prima o dopo una intensa sbornia. Le azioni si rincorrono tra loro, si mettono in fila; non si deve far altro che chiudere gli occhi, disegnarle col naso sulla parete e lasciare che prendano vita, per poi svilupparle sul foglio.

E io che questa sera non ho né idee, né sogni, né guai, né vicende interessanti da dirvi, sono forse spacciata? Dovrei segregare la penna dentro al cassetto, ma di certo farei peggio. Chiudere il rubinetto delle emozioni potrebbe funzionare, ma di quelle mi nutro, e sarebbe come mettere me stessa dentro a quel maledetto cassetto. Così parlo a vanvera, o dovrei dire scrivo a vanvera – posso dirlo? – solo per il gusto di scrivere. La penna corre più forte della mia coscienza, l’anticipa, tant’è che spesso devo tornare indietro di qualche riga per leggere ciò che penso. E così il foglio non è più bianco, e così una serata non è più vuota, e così qualcosa è successo, nell’insuccesso di un noioso lunedì. Qualche punto rimane a penzolare dalla punta della penna, perché non sono abbastanza ubriaca di sonno per lasciarmi andare del tutto. I flussi di coscienza sono pericolosi a quest’ora della notte, e lei lo sa – la mia coscienza.

Sarei curiosa di sapere in quanti sono ancora qui a leggermi, in quanti se ne sono andati e poi in quanti mi invieranno una mail con il numero “di uno bravo” come dicono i simpatici. Sì, insomma, ho già riempito due pagine di quaderno senza poi dire nulla. Che sacrilegio tacere, ai giorni nostri. Non avere un’idea, una teoria, un progetto in ballo, non è concepibile. È necessario fare, fare, fare, disfare, ma poi rifare, rifare e poi disfare di nuovo, ma hai fatto! Ed è l’unica cosa che conta.

Essere non basta più.

Be’, Signori, io ho smesso.

Ho smesso di lottare per essere qualcuno: sono comunque qualcuno anche se sono nessuno. Ho smesso di scolpirmi dentro, storie di cui non mi interessa fare parte, ho smesso di portarmi dietro un copione da sbattere in faccia – nella maniera quanto più credibile – a chi vuole sapere, senza volerlo davvero, chi sono.

“Io sono, e fattelo bastare” urlerei. La prossima volta lo farò.

Io sono, anche senza fare troppo, e faccio, anche senza essere troppo.

Essere è tanto, è tutto. Non servono grandi imprese. “Hai sentito, Coscienza?”

Questa sera sono, io sono. Sono seduta sulla poltrona verde a scrivere di niente.

Vi ho annoiati? Mi dispiace.

 

No, non è vero.

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
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Slegami

Il matrimonio, che gran parola. Come si decida di regalare la propria esistenza a qualcun altro è ancora un mistero per me. Ho sentito parlare di tizi che ai giorni nostri organizzano vere e proprie cerimonie per dichiarare amore eterno a loro stessi, “perché nessuno mi amerà mai come mi amo io”. Non hanno tutti i torti. Sempre mi sono domandata come alcuni legami riescano a resistere così a lungo e come – nell’intrigata intimità di una persona – si possa infilare qualcuno dentro al cuore, non letteralmente parlando. Come puoi prenderti un pezzo di me e portartelo via per il mondo? E se lo rivolessi indietro poi un giorno?

«Lil mi hai sentita?»
I pensieri si riaggomitolarono risucchiati da una voragine.
«Terra chiama Lil, terra chiama Lil».
Mi resi conto che c’era bisogno di me, la sposa stava aspettando il suo velo. Non saprei quantificare il tempo in cui restai a ciondolare dentro la mia testa.
«Sì, eccomi» scesi dalle nuvole «arrivo Effe».

Francesca – per me e solo per me Effe – da che ho ricordi, è sempre stata amica mia. La conobbi ad un corso in palestra quando eravamo due pazze venticinquenni e finimmo per parlare della vita su uno scoglio vicino al faro là al porto. Anche lei è per me un porto sicuro, una certezza. Qui non si parla di anni o di numeri, ma di una quotidianità che va avanti da un pezzo. Un bel legame direi, tanto per restare in tema.
Raggiunsi la sua stanza e la vidi fissare lo specchio, seduta sulla poltrona verde. Giocherellava con un boccolo di capelli bruni che morbido cadeva sul pizzo avorio del vestito. Mi avvicinai e fu come se non se ne fosse accorta.
«Effe?»
«Camilla siediti, devo dirti una cosa».
Non provai a dirle che era tardi e che mancava poco all’inizio della cerimonia. Mi aveva chiamata con il mio nome, aveva detto “Camilla” e questo non era mai un buon segno.
«Devo raccontarti una storia. Voglio che la tenga tu. Non può più essere mia, ma se non la racconto a qualcuno ho paura che vada persa. Ho deciso di raccontarla a te, posso fidarmi?»
Non risposi.
«Non sono mai stata solo di Lucas».
“Deve essersi scolata qualche litro di birra” pensai. La lasciai proseguire.
«Lil è tutta una questione di legami. I legami, mannaggia, sono la rovina delle persone».
Guardò fuori dalla finestra.

«Lo incontrai alla facoltà di farmacia, frequentava la mia stessa classe. Piaceva a tutte le ragazze del corso, per me era uno qualunque. In un primo momento non lo notai, anzi a dire il vero, per tutto il primo anno. Poi un giorno a laboratorio me lo trovai a fianco, non mi ero mai accorta che quegli occhi fossero così tanto blu. “Comunque piacere” mi disse “io sono Dan”. Non so spiegarti come quelle parole mi entrarono e non uscirono più. All’epoca ero fidanzata con un ragazzo più grande di me, un ballerino di free style che mi aveva fatto perdere la testa. Dan era semplicemente il mio migliore amico, non che compagno fidato di laboratorio. Tuttora non so dirti chi tra noi due fosse la mente e chi il braccio, forse eravamo semplicemente tutto, tutti e due».
Si voltò verso di me, sorrise di tristezza.

«E poi?» dissi.
«Durante l’ultimo anno di liceo, le cose tra me e il mio ragazzo iniziarono a non funzionare più tanto bene, ci lasciammo un sabato sera in cui lui aveva bevuto. Era arrabbiatissimo per essere arrivato secondo in una competizione di hip hop che era sicuro di vincere. Lo vidi sbraitare, barcollare con il bicchiere in mano, buttandosi addosso a qualsiasi ragazza carina gli si presentasse davanti. Lo lasciai con un messaggio il mattino seguente. Non lo vidi più».

Le domandai con gli occhi.

«Vuoi sapere di Dan? Ci sto arrivando Lil. Dan il giorno seguente mi disse che ci aveva iscritti a una lezione di ballo»
Iniziò a ridere fino alle lacrime.
«Si. Sempre gli avevo detto che avrei voluto tanto ballare e lui mi ci portò. Sai come andò a finire?»
Non ci fu bisogno che rispondessi.
«Si innamorò del ballo più di quanto lo amavo io, il ballo intendo» danzò per la stanza «il ballo è un modo per amarsi in silenzio, capisci? Andavamo a lezione tre volte a settimana. Mi disse che sarei stata l’unica donna della sua vita, durante un giro di valzer. Non risposi».

«Tu lo amavi?» mi permisi di interrompere.

«Ma sì che lo amavo, per quanto può amare una ragazzina di diciannove anni. Ma lui era il mio migliore amico, non potevo. Certe cose si capiscono solo quando ormai è tardi. Eravamo una coppia perfetta sul palco, due amici altrove. Mi bastava».

«Ma quando noi due ci conoscemmo, tu eri fidanzata con Lucas» pensai a voce alta «e poi che vuoi dire con “troppo tardi”? Troppo tardi per cosa?»

«Dan si fidanzò con una ragazza, molto carina. Lei ovviamente mi odiava, classiche scene tra fidanzata e migliore amica. Ma a me non importava. Andava bene così. Il nostro rapporto rimase lo stesso, lui me l’aveva detto: l’unica donna della sua vita… » si spense.

“Roba da film”, pensai.

«Nel frattempo conobbi altri ragazzi, che lasciai e ripresi più volte. Confessai a mia sorella che non mi importava realmente di nessuno, sapevo che Dan sarebbe stato il mio destino. Glielo dissi seduta fuori dalla gelateria lì all’angolo, la stessa dove piansi a dirotto circa un mese dopo».

Eravamo sedute per terra come due bambine all’ora del tè. Io con in mano il cuscino e lei il cuore.

«Te lo prometto» le dissi «terrò questa storia per sempre».

«Un giorno arrivai a lezione di ballo puntuale. Ero in ritardo: ci davamo tutti appuntamento sempre almeno dieci minuti prima per prenderci un caffè e fare due moine davanti allo specchio. Quel giorno ero arrivata tardi e mi catapultai dentro la sala, con ancora una scarpa a metà piede. “Eccomi”. Ma lui non c’era. Dove mai poteva essersi cacciato? L’insegnante mi ordinò di mettermi in fila con le altre ragazze e lo cercai di nuovo con lo sguardo mentre i piedi seguivano la musica».

«Arrivò?»

«Arrivò. In ritardo, come mai era successo. Arrivò e faticò a guardarmi in faccia, mi salutò con gli occhi lucidi. Rideva. Non era lui, doveva essere successo qualcosa» storse il naso.
«Ballammo senza mai fermarci per due ore. Lo guardavo dal basso – nonostante le scarpe col tacco – mentre mi guidava per la pista, lo strinsi un po’ di più. A fine lezione, dopo aver salutato tutti lo rincorsi all’uscita per chiedere spiegazioni. “Che hai fatto?” continuavo a chiedere. Poi me lo disse, come gli uomini dicono le cose. Mi disse che la sua fidanzata aspettava un figlio da lui; me lo disse come si comunica il risultato di una partita».

Venne da piangere anche a me.

«Piansi per giorni, Lil. Il resto lo porto dentro di me, se non ti dispiace. Ti basti sapere che i legami ti logorano dentro, se non sono quelli giusti. Mi telefona spesso, anche dopo anni, sempre quando ne ho bisogno; non so come faccia a saperlo. L’altro ieri è venuto in negozio solo per dirmi che aveva il colesterolo alle stelle. Ti sembra normale?»

«E Lucas?»

«Lucas lo conobbi in un giorno di sole. Mi promise che non mi avrebbe mai lasciata e io non avevo bisogno di altro. Lo amo da impazzire, è l’uomo della mia vita».

La accompagnai tra le braccia di suo padre e piansi un po’ vedendola percorrere la navata.

 

“I legami, Lil, i legami vanno oltre ogni cosa”.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

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Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
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Destinatario senza tempo

3 Settembre, di quando vuoi tu.

Ti ho sentita, sai?

Ho sentito anche la rupestre lista di nomacci che hai detto, credendo forse di essere sola.
Non sono affatto adatti a una signorina!

Ad ogni modo ti scrivo per dirti che mi dispiace, mi dispiace tanto piccola mia.
Ma devo ammettere che in fondo sono felice, sono grato alla vita perché ha fatto in modo che ti accorgessi di me. È da tanto che ti guardo crescere nella speranza che un giorno saresti stata consapevole.
Consapevolezza, piccola mia, è questa la malattia di cui soffri.
Colpisce tutti prima o poi e purtroppo devo confessarti che non ti abbandonerà mai più.
Potrai dimenticarla sul tavolo della cucina uscendo per una cena con amici, durante le corse in moto o nelle risate più vere, ma non ci sarà occasione in cui non si farà trovare a casa ad aspettarti al tuo ritorno.
Ci saranno giorni in cui ne sopporterai i sintomi, in altri ti contorcerai stringendo un cuscino, lottando con la paura, la preoccupazione, le domande. Tutto apparirà grigio come mai non mai. Poi passa.

La vita è questa, piccola mia. Un faro al porto. Un’altalena. E la luce e il buio e su e giù.

Ma ora che ci siamo conosciuti e non puoi accettare che ciò ti uccida. Non preoccuparti.
Fai di questa malattia un tesoro, sii consapevole.
I giorni sono troppo pochi per lasciarsi perdere nel buio, per star fermi.
Il mondo in cui vivi non è dei migliori, ma non lasciare che ti schiacci. Non smettere di ballare per strada perché gli altri non lo fanno e mangia quel bombolone alla crema. Non guardare il telegiornale se non vuoi, i cartoni animati sono molto meglio. I giorni non saranno mai abbastanza quindi perché sprecarli?
Con questo non ti sto dicendo di non fermarti mai, ma solo di cazzeggiare con gusto.
Piantala di  voler programmare ogni cosa, non puoi.
Ogni tanto siediti e guarda quel che il futuro può regalarti, il resto va’ a prendertelo.

Arriverà il giorno in cui ti perderai per il cosmo e quello in cui ti smarrirai dentro di te. Non preoccuparti. A un tratto quella che sei stata fino a quel momento ti sembrerà di non averla mai conosciuta e il nome che porti sarà tuo solo perché anche la patente che hai in tasca appartiene a te. Il cielo sarà sempre cupo anche nei giorni più limpidi di luglio, ma tu non preoccuparti. L’universo è così dannatamente profondo a volte, così grande, da farti rimanere senza fiato. “E adesso dove vado? Che faccio?”, non preoccuparti.
Stai solo crescendo.
Non è mai tardi per ricominciare da capo e sappi che ogni sbaglio è un pezzo di casa tua.

Sii consapevole di quello che hai e che puoi fare. Cercati ovunque, trovati. Non smettere di cercarti.
Fai in modo di trovarti esattamente nel luogo in cui vorresti essere, quando ci vorresti essere e con chi. Ricordati sempre, però, che nessuno è come te.
Se vai al buio nel bosco, fatti accompagnare solo da chi ha la tua fiducia. Nel tuo inconscio potrebbero esserci percorsi che è meglio fare per mano con qualcuno.
Ringrazia sempre le tue paure, ti danno modo di salvare il sistema prima che esploda. Accoglile e chiedi se vogliono fermarsi per due chiacchiere, magari davanti a una tazza di tè. Ascoltale e poi riempi loro la bocca col tuo essere, così da non farle parlare più. Non ti appartengono.

Non esistono “gli anni più belli”, piccola mia. Diglielo, alla gente, che non esistono.
Gli anni più belli sono quelli felici, decidi tu quali. Tutti, è il mio consiglio.
Trovati, trova casa tua. Solo nella Te più vera sarai felice.
Chiuderai la porta a chiave e uscirai solo quando vorrai. Il mondo potrà solo arricchirti, non cambiarti.

Non schiacciarti.

Sii consapevole, ma con leggerezza.

Io sarò qui per ricordare che niente dura all’infinito, ed è questo che rende il viaggio interessante.
Se ci pensi, tutto quel che ha una fine, è prezioso. Guarda la vita.
Trovati.
Impiega  gli anni che servono, senza oziare troppo però!

Spero potrai dimenticare le brutte parole e far tesoro di quel sono, ora che sai che ci sono.

 

Firmato
Tuo
(ma non per sempre)

Il Tempo.

 

P.S. L’hai mangiato il bombolone?

 
A Ottobre i nuovi corsi.

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Serena Menghi

Redattrice
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Il cielo in concerto

Nella frenesia dell’esistenza, ci sono momenti che muovono qualcosa dentro, zittiscono.
Limpidi nella notte – con la luna che fa da spettatrice – si tuffano leggeri, i fuochi d’artificio.
Passano attraverso la felpa e danno ritmo al cuore, dimostrando ai fulmini chi comanda davvero.

Poi il silenzio, un respiro.
Arrivano puntuali ogni anno, dopo la tempesta, e la gente – la stessa, un po’ diversa – è lì ad attenderli, in apnea.
Prendimi la mano, stringimi di più. Stai con me per sempre.

Fiori di campo disegnati sull’aria, cascate di diamanti e galassie di colori cancellano il contorno: il presente trionfa.
Il fiato mi manca, gli occhi brillano di un brillante brio. “Brrr, che freddo!”
La forza del suono stordisce la mente e nel buio della spiaggia – come astronauti – viaggiamo.
Spazio e tempo si fanno da parte. Gli occhi perdono l’orientamento in un caleidoscopio di stelle, alberi, fiocchi di neve che sembrano venire verso di noi, ci investono. I piedi affondano dentro sabbia umida, sono tanto piccola, il cielo mi mangia.
Migliaia di nasi fermi all’insù sperano che ogni spiraglio di luce non sia l’ultimo, che non finisca, che non arrivi mai domani. Fermo immagine e sul palco il cielo.

Di più, stringimi di più.

Le strade, i gelatai, i camerieri, i turisti, i bambini. Silenzio.
Le biciclette, gli uccelli, gli alberi, il mare.
E poi ancora i terrazzi, la musica.
Il tempo. Finalmente – anche se per poco – non ha nulla da dire.
Le parole mi mancano, non so che dire nemmeno io, ho detto tutto. Che devo scrivere ancora? Il senno mi ha lasciata e posso permettermi di non pensare – anche se per poco –.
Lancio il foglio, la penna, i vestiti. Lancio un grido, tanto nessuno mi sente. Libera.
Il soffitto è un affresco che crolla e io mi tuffo, mi intingo, mi lascio divorare.

All’improvviso, un mazzo di denti di leone illumina di giallo il mare, tramutandosi presto in una miriade di soffioni. Viene d’istinto soffiarci sopra, se pur da lontano.
Esprimo un desiderio, ma non ve lo dirò.
Ancora di più. Ovunque tu sia, qui sotto, trovami e stringimi di più.

Sei pronto per l’inizio dei corsi di scrittura creativa del Grafema ad Ottobre?

Che aspetti? Scrivici per saperne di più, oppure clicca qui. 🙂

Serena Menghi

Redattrice
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Fermoimmagine

«Si apre?»

Il sudore mi percorreva la schiena, anche lui zitto.

«Oddio Cate non dirmi che si apre».
La serratura sembrò non porre troppa resistenza, la fortuna ci aveva consigliato la chiave giusta.
La porta si aprì e Cate con la maniglia tra le mani si voltò a guardarmi con la stessa emozione di uno scassinatore alla sua prima serratura. Entrammo.

La storia di una persona parte ancora prima della sua nascita. Alberi genealogici con più radici di un’intera foresta danno forma ai suoi occhi, alla voce, alla rotondità delle narici.

La tua risata da chi l’hai ereditata? Te lo sei chiesto?

La storia di una persona è scritta sui muri in cui si è avvolta, nei campi che ha coltivato e nelle foto appese in cucina. Il fascino del bianco che abbraccia il nero, il color seppia del passato, l’odore di vissuto chiuso dentro le credenze. Un tempo le foto erano cosa ben rara, amo la spontaneità del ‘’buona la prima’’ – unica – e la pessima qualità di stampa che le rende così perfettamente imperfette, vive. Da un primo piano venuto male provi con la mente a disegnare un sorriso, chiedendoti se i pensieri di un tempo – le preoccupazioni – erano gli stessi che ora spengono il tuo. La carta tinta dal tempo che giallo lascia segni su ogni cosa, prende vita in mezzo alla stanza e racconta di amori, vittorie, quotidianità. La meraviglia della storia di una persona non andrebbe mai dimenticata. Scatoloni pieni di questo noi andavamo cercando.

Entrammo in casa e dentro di loro.
La casa dei nonni era disabitata da tempo. Il via vai di persone che ogni giorno entrava e usciva dalla veranda si era spento, spento era il lampione in giardino e così tutto il resto, da quando non c’erano più. Ognuno aveva portato con sè un pezzo di quella casa insieme al ricordo di un amore grande, lasciando però che un fermo immagine di quotidianità regnasse nel tempo in ogni angolo.
«Iniziamo da qui sotto» disse lei, aprendo il primo sportello del mobile in sala da pranzo.
«Bene» tossii fuori un po’ di polvere «cominciamo».
La nonna ci raccontava spesso di un posto segreto, un nascondiglio in cui custodiva e proteggeva un tesoro al quale mai eravamo riuscite a dare una forma. «Un giorno sarà per voi» aveva detto «tenetelo voi».
Così in quella sera d’estate avevamo deciso di scoprire quale altra meraviglia avevano conservato per noi.

Gli scaffali e i cassetti della sala da pranzo non contenevano nulla di nuovo.
«Guarda Cate» rimbombai da dentro il mobile «c’è una scatola».
«Leggi, svelta».
«SCUOLA ELEMENTARE… ANNO 1972…»
Ridemmo a lungo dei commenti delle maestre sul retro delle pagelle dei nostri padri e asciugandoci le lacrime tutto tornò come l’avevamo trovato.
«Ora capisco da chi ho preso il pessimo rapporto con la geografia».

Scene del passato dipinsero la cucina riflesse su bicchieri, sedie e cuscini, gli stessi su cui da piccole avevamo lasciato i sonni più innocenti.
Ci spostammo presto al piano di sopra dove ci accolsero i fiori della carta da parati in salotto. Guardai Cate per domandare al suo sguardo se anche lei stesse provando la mia stessa sensazione. Vidi presto mio padre e il suo seduti sul divano accanto ai nonni, che in silenzio ascoltavano alla radio il notiziario. Mi domandai come fosse stato abitare lì ogni giorno e come la luce avesse illuminato l’aria la domenica mattina. Quante parole le pareti avevano sentito. Tutto lì intorno raccontava una storia, una storia reale, inconsapevolmente anche nostra.
Sulla credenza di fianco al tavolo, un orologio da polso segnava – fermo – le sei e trenta, sei del mattino o della sera non ce lo disse mai.
Una delle pareti era tappezzata di foto, riconoscemmo i nostri occhi in due giovanotti spettinati.
«Qui non c’è nulla».

Sportelli e cassetti si lasciarono aprire, contenti della nostra visita.
In camera da letto taceva ogni cosa. I lenzuoli dormivano distesi all’ombra dell’imponente armadio color antico.
Ci immergemmo tra il profumo della nostra famiglia, assalite dall’inspiegabile emozione di chi scopre che c’è qualcuno che la gioventù l’ha già vissuta.
Chiesi a me stessa quante volte la nonna si fosse fatta bella aprendo l’anta dell’armadio e quante il nonno le avesse detto “lo sei’’.
Mi domandai quanto di non detto era rimasto impregnato nel cotone delle tende, “per quante notti il soffitto li avrà guardati aspettare il sonno?”

Se n’erano andati e qui tutto parlava di loro.

Ci scoprimmo a contemplare la stanza, tutte e due, dimenticando quello per cui eravamo venute.

Poi mi chinai.
«Cavolo, eccola» dissi senza respirare «forse l’ho trovato Cate, il tesoro!»
Posai la valigetta sul comò, liberandola da una gabbia di polvere. Riposava da anni sotto al letto.
«Aprila tu» fece lei.
«Serve la combinazione, accidenti».

Schiacciai tutti i pulsanti, tirai a caso ogni levetta e  – con la consapevolezza di non riuscire forse a farlo una seconda volta – la aprii, ma senza aprirla.
Avevamo tra le mani probabilmente lo scrigno della nostra famiglia, chissà quale cimelio, quale documento, gioiello. Chissà quale grandiosa scoperta avremmo posseduto per sempre.
«Apro?»
«Apri».

Sentivo il cuore di Cate battere insieme al mio, anche se in realtà – senza dircelo – il vero tesoro era ciò che ogni giorno quella casa aveva raccolto. Erano le impronte di una parte di noi, un libro di storia solo nostro, da studiare senza temere un’interrogazione.

Aprii la valigetta e sbirciai piano. Avrei voluto che il comodino scattasse una foto di noi e dei nostri volti increduli, impietriti di fronte al contenuto.
La chiusi e la riaprii di nuovo, nulla cambiò.

«Coltelli?» sbiascicai.
«Coltelli».

Ridendo di gusto ci buttammo sul letto, piene.
E Loro, lì sul muro a ridere di noi, vivi.

Sei pronto per l’inizio dei corsi di scrittura creativa del Grafema ad Ottobre?

Che aspetti? Scrivici per saperne di più, oppure clicca qui. 🙂

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Giallo

Le primule ne sapevano una più del diavolo, sempre in terrazzo a guardare in giù.
Non successe mai che qualcuno le annaffiasse un poco di troppo.
Quel giorno, ne conobbero una nuova da raccontare.
Per molto tempo aveva aperto gli occhi nell’ombra del suo angolo in quella cucina color d’inverno.
Il caffè, il pane tostato, i calzini sul termosifone.
Piatti e bicchieri dormivano fino a tardi. Solo le tazze erano già sveglie all’alba e dal lavello a testa in giù gli rivolgevano i più caldi dei saluti, ma non scaldavano granché.
Tendeva l’orecchio per ascoltare le ruote delle auto calpestare le pozzanghere lungo la via, prima quelle davanti, poi quelle dietro. “Ha piovuto anche questa notte”.
Il vetro piangeva per lui, lacrime di rugiada. Alle sue spalle sempre pronto a sbattergli in faccia la verità, lo specchio gli mostrava il grigiore del suo volto.
Lui lo fissava e gli pareva per un attimo di nuotare in mezzo al riflesso del cielo, anche esso grigio.
“Il grigio è il colore peggiore” pensò.
Grigio non è bianco, ma non è abbastanza per essere nero.
Grigio è il colore dei capelli quando ti accorgi che la vita non è infinita.
Grigio è fumo negli occhi, se piangi e non lo vuoi dire.
Grigio è la roccia della salita più dura.
Grigio è tristezza, apatia.
“Grigio sono io che ho perso la purezza. Ho perso il bianco dei miei sogni. Mi sono perso nei ricordi, e non trovo più la via. Grigio sono io chiuso dentro queste quattro mura, chiuso dentro la paura di non essere mai più.”

Passava il tempo a vivere i rumori in quel mondo chiamato “Là Fuori”. Incantato, ascoltava la notte litigare con il giorno e poi ecco il rimprovero del cielo. “PO-PO-POOOM” e il silenzio. Le primule lo avevano chiamato ‘fulmine’. Così era arrivato il grigio, come un fulmine in una giornata felice.
E poi ci furono solo grandine e temporali. La pioggia suonava sulla tettoia, senza tregua, sinfonie di angoscia e il vento partecipava percuotendo i rami spogli degli alberi.
A parte questo, non c’era vita. Non più.

Né dentro, né fuori.

Ma poi arrivò, come tutto arriva, la parte bella della storia.
Un giorno poi cambiò, come tutto cambia, lo sfondo freddo dell’inverno.
Aprì gli occhi, stropicciandoli bene.
La luce colpì presto quella mattina.
La bella stagione finalmente aveva sciolto la neve sul davanzale della finestra. Le nuvole erano tornate a danzare in bianco là fuori, su una melodia diversa, gioiosa, quanto l’umore del cielo. Le salutò in lontananza, incredulo, dal suo angolo non più tanto cupo. Passavano leggiadre da un lato all’altro della finestra, così come le scene di un film in televisione.

E poi ecco che entrò, limpido, il Giallo.
Lo vide entrare con una prepotenza splendida, curandosi di abbracciare ogni centimetro.
“È così che arrivano le cose belle? Senza bussare?”
Si voltò per mostrare allo specchio la sua contentezza, quando invece vide se stesso di nuovo, e nuovo. La luce riflessa sullo specchio gli aveva disegnato addosso un abito giallo incantevole e di colpo si sentì capace di ogni cosa.
Il Giallo tornava sempre, anzi, non se ne sarebbe andato più. Ora poteva indossarlo, anche nella più spaventosa delle tempeste.

Sia dentro che fuori.

«Novità?» chiese la rondine alle primule.
«Questa è la storia» disse la più anziana «di un Tulipano bianco che un giorno scoprì di portare il colore del sole».

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
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Tra la mente e le labbra, abita il segreto

Fu in un Natale di un ‘’C’era una volta’’ che imparai la dura legge dei segreti.
Dunque tu mi dici una cosa che non va detta. Ma se tu me la dici, non l’hai forse detta?

Ad ogni modo mi esercitai a lungo davanti allo specchio, quando mentivo la mamma lo scopriva sempre. A detta sua, la linea rossa delle bugie sfrecciava potente sulla mia fronte, spessa tanto quanto la pinzellacchera che avevo detto – pinzellacchera: strano modo del maestro Attilio di chiamare le sciocchezze – anche se francamente non la vidi mai. Negli anni studiai diverse tecniche per riuscire a vederla prima della sua scomparsa, ma decisi di rinunciare quella volta in cui, tentando di tenerla stretta con le mani sul volto, corsi allo specchio in soggiorno e vidi tatuato sulla fronte solo lo spigolo del tavolo.
Io sapevo.
Un segreto va protetto, custodito.
«A volte si è costretti a mentire per una buona causa» mi aveva spiegato Papà quando avevo domandato se saremmo andati dritti all’inferno non dicendo alla Mamma cosa le avevamo comprato per Natale.
Sapevo, ma dovevo fingere di non sapere.
Uscimmo dal negozio il sabato della Vigilia – in fila indiana – io, il pacco e dietro Papà, color rosso carta. Effettivamente la pelata paonazza luccicava più del regalo, ma questa storia dei segreti cominciava a piacermi e dunque non glielo dissi. Caricammo in macchina il bottino, pronti per tornare a casa. Ripassammo un’ultima volta la lezione.
«Dove siamo stati?»
«Al parco» dissi ammiccando.
«Perfetto».
Mi allacciò le cinture e salendo in macchina mi sorrise dallo specchietto un’ultima volta. Ricambiai e mi infilai la berretta. “Stavolta ti frego, linea rossa”.
Morivo dalla voglia di spifferare tutto, ma ero diventata grande e i grandi si sa, sanno mentire bene. Lo fanno sempre. Per esempio lo Zio che tutti conoscono per Piero in realtà si chiama Agostino, Papà detesta la crostata di Mamma, anche se davanti a lei dice che è buonissima, la Zia per sette giorni al mese porta il pannolino, ma mi ha detto di non dirlo a nessuno.

Le strade luccicavano a ritmo del Natale e io mi domandavo quale segreto si nascondesse dietro i cappotti, i baffi, gli occhiali dei passanti che rimanevano indietro. Li guardavo scomparire dal finestrino man mano che la macchina avanzava e pensai che dopotutto non aveva importanza, io avevo il mio e bastava. Così rigirai il collo come un gufo e mi accorsi con stupore che stavamo per svoltare nella via di casa, di già.
Papà spense il motore e restò fermo per qualche secondo. Mi guardò. «AL PAAAARCO» dissi.
Entrammo dalla porta dell’ingresso in silenzio – il pacco, Papà e io – e facemmo capolino in cucina per scoprire con entusiasmo che la Mamma non era ancora rientrata dal lavoro.
Quando aprì la porta, ci trovò seduti a tavola con tre grissini per uno in mano. Il pacco era sotto l’albero, fiero di noi.
«Dove siete stati questa mattina?» fu la seconda domanda dopo «Perché la tavola non è ancora apparecchiata?»
Toccava a me. Il cuore voleva mandarmi fuori di senno, in comunella con la gocciolina di sudore che mi solleticava la guancia – uscendo dalla berretta che avevo deciso di non togliere –. Potevo farcela, dovevo. Dopotutto mi ero esercitata per tutta la mattina. Papà, sfidando la legge della natura, mi guardava con la coda dell’occhio sinistro in attesa della mia battuta e con l’altro intratteneva la Mamma.
Guardai la Mamma, guardai Papà col pensiero, e poi di nuovo la Mamma.
«AL PARCO» disse la mia mente «Al…Al…Al parco» biascicai.
«Ah, bene» disse lei, e fece per andare a togliersi il cappotto in camera.
Papà e io soffocammo un urlo di vittoria. Lancia grissini e berretta. Bicchieri, pentole e stoviglie intonarono una Ola dagli scaffali mentre mi rigiravo la maglia sulla testa, in ginocchio come fa Papà quando segna il Milan – ai tempi potevo permettermi di non portare il reggiseno –.
«Eccola che arriva!»
Ricomponemmo la scena iniziale in mezzo secondo – solo i miei capelli erano rimasti in piedi – e la Mamma ci trovò come ci aveva lasciati, sorridenti e con la tavola sparecchiata. Pranzammo con un sottofondo di Natale, mi riempii con due scucchiaiate di pasta e un bicchiere di emozione. Tra un’occhiata di intesa e qualche risatina da sotto i baffi, sparecchiammo la tavola e confabulando – sempre Papà e io – andammo in salotto.
«SORPRESAAAAA!!» urlammo, quando anche Lei – la Mamma – ci raggiunse «Questo è per te».
«Per me?» chiese stupita «davvero?»
In cerchio seduti di fronte al camino scrutavamo il grande pacco rosso.
Sapevo, ma dovevo non sapere.
Mi tenevo stretta la bocca per essere sicura che niente, nemmeno una vocale, potesse scapparmi.
La tensione piano piano si allentò, eravamo fuori pericolo. La sorpresa era riuscita e mancavano poche ore a Natale.
«Dai dimmi cos’è».
«No».
«Dai. Un indizio».
Guardai Papà che mi fece gli occhiacci e dunque tornai sui miei passi.
«HO DETTO NO».
«E va bene» disse lei alzandosi e imbucando la porta «se proprio non me lo dici me ne vado in cucina».
Quando ormai era sparita nel corridoio:
«Sarà sicuramente qualcosa di buono».
Risi.
«Ma dai Mamma, che dici? I vasi non si mangiano mica».

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Serena Menghi

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