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Mjöllnir, il martello di Thor

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Inizio autunno 1993. A Bologna, partecipo ad un progetto dell'Alma Mater. Una specie di Erasmus intensivo di un mese con studenti delle maggiori università d'Europa. Studi teatrali. All'epoca c'era un'idea d'Europa più invitante, presente?
Giovani uomini e donne impegnati in un mese di lezioni, laboratori, conferenze, studi, prove. Una figata.
Una sera organizziamo una cena a casa di Giò: cibo, alcol, eccetera. Bella atmosfera, personalmente ero preso bene; mi muovevo, farfallone amoroso, ora qui, ora là a cercar di impollinare, mantenendo comunque una certa verve, un certo savoir faire, un determinato aplombe, senza scivolare nella molestia libidinosa che sovente mi ha contraddistinto negli anni bohemien.
Scivolavo leggero fra una conversazione in tedesco, due chiacchiere in inglese, qualche motto di spirito in spagnolo, profonde considerazioni francofone, sostenuto dal potere del Dizionario Etilico, secondo cui puoi risultare comprensibile a chiunque con l'adeguato supporto del giusto grado alcolico.
Come da copione, verso una certa ora, le cose iniziano a quagliare: mentre i primi cominciano ad andare per non perdere l'ultimo autobus, vanno a formarsi le coppie per il post soirée. Giò, il padrone di casa, si congeda verso le sue stanze accompagnandosi ad una bretone straordinariamente popputa. Efrem (nome di fantasia – nda), mio amico belga, si fa fitto fitto fitto con una uruguagia studentessa in quel di Parigi. Alcuni escono. Io rimango lì ancora un po', sparo altre due cazzate ma sono preso bene; una volta tanto non mi trasformo in “The Thing That Wouldn’t Leave”. Saluto, sto per andare, quando mi blocca Brunilde (nome di fantasia – nda) e mi dice: «Scusami Gianni, non ho voglia di prendere l'autobus per tornare. Ti scoccia se vengo a dormire da te?»
Ella è una fanciulla svizzera italiana, secca, fisico nervoso, occhio azzurrissimo, faccia da matta. Ottimo.
«Tranquilla, non c'è problema, anzi, mi fa piacere, aspetta, prima di andare beviamo il bicchiere della staffa...» (ok, calma, te l'ha chiesto lei. Evidentemente ne vuole a pacchi... calmino... adesso beviamo e poi si va a casa... e... va be', siamo adulti...)
Salutiamo tutti. Cominciamo a scendere le scale mentre comincia a salirmi l'ansia da prestazione ed ecco che al pianerottolo del secondo piano, nella penombra, c'è Pierglebio (nome di fantasia – nda), un amico pugliese che sta dando gli ultimi potenti tiri a una Diana Rossa. Egli è un aitante giovincello dotato di fascino biondo svevo ed occhio ceruleo, grandi mani ondeggianti e ipnotiche, eloquio indolente e persuasivo, manierato e cortese pur non perdendo mai di vista il risultato finale, ossia pinzare più donzelle possibile. A tal proposito, fra noi amici, s'era guadagnato il nomignollo di Mjöllnir, il martello di Thor.
Mi fa, col suo malcelato accento del Tavoliere:
«Scusa Gianni, noi si pensava di andare via assieme, ma sai, lei è fidanzata e i suoi amici lo sanno. Sarebbe stato brutto se l'avessero vista uscire con me. Quindi abbiamo pensato di dire che veniva a dormire da te. Ti scoccia? Ciao». ...e se ne vanno. Li guardo, lei gioviale e garrula in attesa di sperimentare la possanza dei lombi garganici e lui gesticolante, come sempre. E io lì... da per me. Non che sia una novità, ma mi chiedo: com'è che se lei viene via con me, tutti son tranquilli e l'onore è salvo, mentre se esce con lui è logico che partono le trivelle?
Meglio non farsi troppe domande e portarsi verso casa. Nei 4,3 km che separano Via Dell'Oro da Via Massarenti mi sembra di vedere gli abitanti di Bologna, TUTTI, accostarsi alle finestre, scostare le tende, alzare le tapparelle e accompagnare lo sconforto dei miei passi suonando arpe e liuti. Mi fermo per un Fernet d'incontro al Bar Bamby poi piego verso casa e verso l'autunno del mio scontento.
E all'altezza del Sant'Orsola comincia a piovere.
Per dire.

 
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Gianni-Bardi

Gianni Bardi

Redattore
Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

Sotto attacco

Era una soleggiata mattina di settembre e Donald si apprestava a tagliare l’erba in giardino. Da settimane la moglie lo tormentava perché si decidesse a farlo, ma lui era sempre riuscito a propinarle un’ottima scusa. Ormai, però, l’erba gli arrivava a metà gamba e non era più possibile rimandare. Stava per spegnere la radio e avviare il tagliaerba, quando urtò accidentalmente un tasto e cambiò stazione. Le note di “Fly me to the moon” di Sinatra furono sostituite dallo speaker della CNN che riportava gli sconvolgenti avvenimenti delle ultime ore. Due Boeing 767 si erano schiantati contro le Twin Towers di New York e i due edifici, invasi dalle fiamme, minacciavano di crollare. Sul posto erano accorsi forze dell’ordine e vigili del fuoco, ma la città era nel panico e le telecamere registravano scene apocalittiche. Sotto lo sguardo inorridito dei passanti, le persone che non erano riuscite a lasciare le Torri, si stavano gettando nel vuoto dai piani più alti, consapevoli di non avere alcuna via di scampo. Ben presto, poi, polvere e detriti avevano invaso le strade costringendo tutti a scappare per non respirare quel mix tossico e rendendo più difficili i soccorsi. Per un attimo Donald pensò di aver capito male, ma la radio continuava a fornire dettagli sempre più raccapriccianti e il suo cuore, non più tanto giovane, gli giocò un brutto scherzo. Improvvisamente si sentì mancare e, nel tentativo di trovare un sostegno, si aggrappò alla leva del tagliaerba mettendolo in funzione. Un movimento brusco, l’impossibilità di fermare la caduta, l’urlo straziante. Il macchinario gli staccò quasi completamente due dita del piede, prima di incastrarsi sotto le assi del portico. Donald non vide nemmeno arrivare il fiotto di sangue che gli inzuppò pantaloni e camicia, tanto era sopraffatto dal dolore. Per alcuni interminabili minuti credette di non riuscire a trattenere il vomito, ma poi, lentamente, si impose di calmarsi e di riprendere il controllo del suo corpo. Non si accorse che il suo vicino di casa aveva assistito alla scena e stava correndo verso di lui.

«Cristo Santo! Si è quasi amputato un piede signor Sterling! Aspetti che l’aiuto. Cerchi di resistere e non si muova mentre glielo bendo». Senza aspettare alcuna conferma, Hanry Deluca si strappò la manica della camicia e la avvolse attorno alla ferita cercando di fare la massima attenzione, ma Donald urlò di nuovo.

«Mi spiace. Immagino quanto le faccia male ma la fasciatura deve essere abbastanza stretta. Sta perdendo troppo sangue».

«Invece non se lo può immaginare quanto il dolore mi stia penetrando il cervello, glielo garantisco io!»

«D’accordo. Magari più tardi mi fa un grafico. Ora dobbiamo andare di corsa all’ospedale, se non vuole morire dissanguato. Coraggio, si appoggi a me e provi ad alzarsi».

«Aaaah! No, non ce la faccio. Ascolti, lei è molto gentile ma non è necessario che si dia tanto disturbo. Devo solo chiamare il 911. Ci penseranno loro a me».

«Ma scherza? Non ha sentito la radio? Alle Torri. Sembra sia stato un attentato terroristico. Nessuno sa quanti siano i superstiti e in che condizioni si trovino. È un vero disastro e c’è bisogno di trasfusioni, mezzi di trasporto, medici e paramedici. Insomma, tutto l’aiuto possibile. Non troverà un’ambulanza in tutta New York. Ogni unità a disposizione si sta recando sul posto per dare una mano. No, la porto io con la mia macchina. È l’unica soluzione, mi creda.»

A malincuore, Donald dovette dargli ragione. Improvvisamente si ricordò di non aver visto una pattuglia da ore e comprese il perché di quella calma innaturale in tutto il quartiere, quasi come se tutti trattenessero il fiato e il tempo si fosse congelato. Mentre il suo zelante vicino lo aiutava a salire su una Ford Mustang blu elettrico, Donald si augurò che quel curioso italo-americano dall’aria preoccupata sapesse guidare meglio di come teneva la sua casa. Gliel’aveva ripetuto fino allo noia che i rami delle querce sconfinavano nel suo giardino e andavano potati, che le pattumiere non potevano occupare tutto il marciapiede e che doveva aggiustare la staccionata prima che qualcuno si ferisse con un asse scheggiata. Ma niente. Deluca non l’aveva mai ascoltato. Per anni si erano rinfacciati reciproche manchevolezze e ogni occasione era buona per stuzzicarsi e farsi saltare i nervi a vicenda. Donald non si sarebbe mai aspettato tanto altruismo da un tizio che sei giorni alla settimana gli bloccava il vialetto d’ingresso con quella scassatissima Mustang, solamente per fargli un dispetto. Ironia della sorte, proprio la Mustang lo stava portando verso la salvezza.

Filò come una scheggia per le vie deserte della periferia, finché non cominciarono ad avvicinarsi al centro. «Accidenti! Anche questa strada è bloccata. Dobbiamo rifare il giro». Deluca faticava a destreggiarsi nel caos generale, impegnato com’era a eludere gli ingorghi. La polizia aveva transennato Wall Street e deviato il traffico, facendo confluire le auto in zone meno a rischio. Intanto, alla radio continuavano gli aggiornamenti in tempo reale «… voci non confermate sostengono che gli aerei dirottati siano più di due e che potrebbero venire colpiti altri punti strategici del Paese…» A quelle parole, Deluca impallidì e prese una buca in pieno, sbandando pericolosamente. «E stia attento! Così ci ammazziamo! Se aveva queste intenzioni, poteva lasciarmi dov’ero!» Donald era stremato. Il piede gli faceva un male cane e forse aveva perso i sensi per qualche secondo visto che, girandosi di nuovo verso il suo vicino, restò di stucco nello scoprire che stava piangendo.

«Ma cos’ha? Guardi che sono io quello con le dita tranciate, eh». Donald cominciava a pensare che quell’uomo non avesse tutte le rotelle a posto. Certo, la situazione era tragica e anomala ma, dopo aver dimostrato tanta prontezza di spirito nel prestargli soccorso, ora quel pianto immotivato lo spiazzava. Ripensando ai fatti di quella mattina, però, doveva ammettere che il vicino aveva un’espressione indecifrabile fin dall’inizio, come se la sua mente fosse sempre stata da tutt’altra parte. Decise di rivolgersi a lui con un tono più rassicurante. «Senta, mi sembra evidente che in queste condizioni non posso guidare io. Quindi, forse è il caso che accosti e si calmi».

«Mio figlio» riuscì a dire l’anziano vicino, dopo parecchi minuti e dopo aver abbondantemente rallentato. «Mi ha telefonato poco prima che lei avesse il suo incidente col tagliaerba. Joseph è su uno degli aerei dirottati. Doveva andare a San Francisco a trovare suo fratello e invece…» L’uomo si asciugò le lacrime con la manica che gli era rimasta e proseguì il racconto. «Mi ha detto che alcuni terroristi li minacciano con dei coltelli. Hanno sgozzato un’assistente di volo e fatto irruzione nella cabina di pilotaggio. Li hanno sentiti dire che vogliono far precipitare l’aereo su Washington DC». Donald ascoltava in silenzio, sconvolto al pensiero di quanto stava accadendo. Si ricordava di Joseph, uno dei due figli che Deluca aveva cresciuto da solo, dopo che la moglie era scappata in Florida con un agente di cambio. Un ragazzone alto, con gli occhi chiari. Gentile, sempre sorridente e pronto alla battuta, in quel momento si trovava in pericolo e suo padre non poteva fare assolutamente nulla per lui. Donald si pentì di aver pensato che il vicino fosse pazzo e si domandò dove trovasse tutta quella forza. Non riusciva nemmeno a immaginare cosa stesse passando e, alla luce di quella scoperta, il suo incidente gli sembrò una macabra burla del destino.  Si guardò intorno. Le sirene, le grida, la polvere che copriva ogni cosa. Tutto gli ricordava che erano nel bel mezzo di un’emergenza, ma non ne era stato completamente consapevole fino a quel momento. “Forse mi trovo in un incubo” pensò e chiuse gli occhi sperando di svegliarsi ma quando li riaprì, l’orrore era ancora là. Morte, disperazione, distruzione. Il mondo era impazzito e lui, sempre più debole, avvertì con una sconcertante apatia quanto la vita sembrasse abbandonare tutto, fuori e dentro di lui. Stava per svenire di nuovo quando finalmente raggiunsero il pronto soccorso e mani esperte lo sollevarono per metterlo su una barella. Vide Deluca stringergli un braccio. Quell’uomo stava per perdere un figlio e rincuorava lui. Donald avrebbe voluto ringraziarlo, dirgli che d’ora in poi poteva contare su un nuovo amico, ma un cellulare squillò e Deluca si allontanò per rispondere.

“Papà, volevo avvisarti che io e gli altri passeggeri abbiamo deciso di fare qualcosa… Siamo tutti d’accordo  e cercheremo di fermarli, in qualche modo. Ora devo andare, stiamo per entrare nella cabina di pilotaggio. Ti voglio bene, papà».

 

Romina Marzi

 
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Il maniaco notturno

Questo racconto è adatto a un pubblico adulto.
Se ne sconsiglia la lettura ai minori di anni 14 non accompagnati.

Serata estiva impegnativa, un po’ di baldoria e qualche drink in più del solito, tanto non guido io.
I miei compagni di bagordi mi lasciano a casa che sono circa le tre del mattino.
Cammino morbido e strascicando un po’ i piedi, un tantinello stordito e molto rilassato. È ancora caldo, si sta benissimo fuori e con quel mio nonsochè di vissuto sudaticcio e alcolico mi aspetta una doccetta purificatrice e poi a letto. Ce la posso fare. Bella vita Frank!
Me la prendo comoda, faccio 15 metri in circa 15 minuti, prima di aprire la porta di casa. Praticamente un bradipo zoppo.
Sono nudo sul pensatoio (il water) e sto per entrare in doccia quando mi cade l’occhio sulla lavatrice. No! Ho dimenticato il copriletto matrimoniale lavato e mollo dentro il mio elettrodomestico preferito da circa 3 giorni. Che balle, devo stenderlo altrimenti diventa uno schifo. Solo che ho appena gettato i vestiti non so dove nel mucchio dei panni immondi e schifati e pure io sono immondo e non mi posso mettere qualcosa addosso di pulito per fare pochi metri che poi mi tocca rilavarlo subito. Insomma sono questioni di economia domestica, avrò ancora sì e no quattro cose pulite in armadio. Vabbè vivo al piano terra (vedi planimetria descritta nel racconto “Il riscaldamento globale nella mia camera da letto”) e ho lo stendipanni in versione estiva appena fuori dalla porta, perché complicarmi tanto la vita? Posso uscire nudo e buttare il copriletto al volo sullo stendino per poi tornare subito in casa. In fondo chi se ne accorge?!
Nella mia condizione ho ragionato già troppo. Inizia a venirmi un certo malditesta. Ah però, devo stare attento alle zanzare assassine che infestano la zona altrimenti quelle entrano in casa e non mi lasciano dormire di sicuro. Quindi esco nudo col copriletto in mano e vado ad accostare leggermente la porta per non fare entrare le bestie volanti. Vedo lo stendino, bello! Un attimo dopo sento: «Clock!»
Porca tro…(beep di censura)! Mi sono chiuso fuori.
Rimango impietrito. Quel clock è come una secchiata di cubetti di ghiaccio sulla schiena.
Sono in una piscina di mer…(beep) senza braccioli!
Sono ormai le 3 e mezza di notte e sono nudo come un verme, puzzo d’alcool e ho un copriletto in mano per coprire la mie vergogne, sembro un cacchio di maniaco notturno! Come se non bastasse il copriletto è di pile! Cosa ci fai col pile ad agosto?! Era un regalo di mia zia, l’ho trovato tutto ammuffito e mi sono messo in testa di fare ordine in casa. Vedi? Ti sta bene, vivi nel casino totale che è meglio!
Stavolta finisco sul giornale. Se mi beccano mi fanno il trattamento sanitario obbligatorio, sicuro. Finisco in una casa di cura per malati di mente a parlare coi piccioni!
Ma sei un rincoglionito dovevi solo accostarla quella cacchio di porta e invece?!, mi dico.
Maledette zanzar… Eccole! Sento un rumore tipo squadriglia di aerei tedeschi in picchiata durante la Seconda Guerra Mondiale. Quelle bastarde iniziano a far festa. Capirai non gli sembrerà verò: «Guardate ragazze c’è un imbecille tutto nudo diamoci dentro!»
D’un tratto m’è passata la sbronza. Ragiona, ragiona, ragiona Frank!
Ci sono! L’unica chance è attraversare il giardino condominiale e andare sul retro dove c’è la finestra della mia camera da letto, se non ricordo male dovrei averla lasciata appena socchiusa. L’alternativa è suonare dai vicini e rischiare l’arresto oppure fingermi un barbone e dormire per strada, ma con sto pile non sono credibile dai!
Intanto le zanzare mi stanno massacrando. Sono tutto un bozzo, stanno esagerando ‘ste maledette. Le vedo che arrivano volando e vanno via a piedi da quanto son piene perché son troppo pesanti per il viaggio di ritorno. Mi pare di sentire anche un paio di rutti. Mi beccano anche in posti che non sapevo di avere. Oddio non resisto, sono arrivate fino all’interno chiappa. Temo che vogliano entrarmi dentro! Devo muovermi. C’è solo un problema. Sirio, l’occhio elettronico con la cataratta, ma infallibile. È quella solita vecchia della vicina che d’estate vive alla finestra e tutto vigila. Come faccio? Devo attraversare il giardino assolutamente.
Lampo di genio. Ricorda Jurassic Park. I dinosauri non ti vedono se rimani immobile! Grande, dovrebbe funzionare. Anche la vecchia più o meno risale a quel periodo lì, il Giurassico.
Studio lo schema. È come una telecamera di vigilanza, si muove coprendo tutto il campo visivo da sinistra a destra e poi torna indietro. Devo avanzare quando non mi vede e quando Sirio torna su di me mi blocco immobile magari dietro a un riparo.
Dovrei riuscire ad arrivare dietro quell’albero in tempo. Vai è ora. Arrotolo ben bene il pail e parto a manetta. In quel momento parte il sistema di irrigazione automatico. ‘Azzarola non ci voleva. Arrivo sull’erba, vedo l’albero e ci sono quasi quando, sul più bello, perdo aderenza sull’erba bagnata e scivolo. Finisco in spaccata completa alla Van Damme sul prato con un irrigatore fra le gambe a pochi centimetri dalle mie chiappe e dall’incidente diplomatico. Uhh! Tiro un sospiro di sollievo, c’è mancato poco. Mi son fatto malissimo ma devo stare muto e stringo i denti. La cosa buona è che ho fatto fuori un po’ di zanzare che mi erano rimaste attaccate al sedere. Crepate infami! Sirio sta per tornare in zona. Mi spalmo sull’erba, mi copro al volo col pile, smetto di respirare e rimango assolutamente immobile.
Lo sguardo vigile della vecchia si sofferma qualche momento sulla zona. Forse ha qualche dubbio. Ma poi passa oltre e prosegue guardando altrove. Avevano ragione nel film! Grande Spielberg. L’ho sempre detto che è un grande! Tutto strappato e claudicante riesco a uscire dal giardino e andare sul retro. Qui la strada scende e la mia finestra si trova a circa due metri d’altezza. Come faccio ad arrivarci? Mi guardo intorno e d’un tratto, non so perché, mi tornano in mente le bollette che ho pagato giusto due giorni fa. Ah giusto. Mitica Hera! Userò il cassonetto dell’indifferenziata qua vicino. Lo sposto e ci salgo sopra. Ma devo fare in fretta se qualcuno mi vede sono finito. Riesco a spostarlo senza fare troppo rumore fin sotto la finestra. Dai è fatta. Vado per salirci sopra ma perdo l’appiglio, scivolo finisco con piede sul pedale di apertura del cassonetto. Il portello si alza e mi rilascia una svaporata atomica di olezzo e marciume da stecchire d’un botto tutte le zanzare ancora attaccate alla pelle. Per poco non svengo. Oltretutto mi rotola in mano un fantastico sacchetto mezzo scuarciato con le schifezze più immonde che mi si spargono addosso allegramente. Bellissimo non c’è che dire ma quello che mi dà fastidio è che il pile è da rilavare. Ma dico io: la volgliamo fare sto cacchio di raccolta differenziata si o no? Non è possibile che quando cerchi un cassonetto della carta o della plastica non lo trovi mai! Insomma ora sono furioso, non ne posso più. Salgo sul cassonetto e noto con piacere che la finestra è effetivamente socchiusa. Scavalco ed entro finalmente.
Fuori ho lasciato un casino della miseria, con i rifiuti sparsi per terra e il cassonetto sul marciapiede ma poi per un attimo ripenso alla bolletta cara ammazzata e me ne frego allegramente. Mi sparo una doccia con l’amuchina e poi a letto. Sono disintegrato. Che nottata tremenda.
Il mattino dopo sento un vociare di persone tutte intente a discutere di qualcosa proprio sotto la mia finestra. La apro e vedo i miei vicini che osservano il disastro che ho combinato la sera prima. Scatta la sceneggiata.
Io: «Buongiorno, ma scusate cos’è successo qui? Chi è che ha combinato questo disastro?»
Uno dei miei cari vicini: «Buongiorno Frank. Hai visto che roba? Ci stiamo chiedendo anche noi chi può aver fatto una cosa del genere e perché. Ma tu non hai sentito nulla?»
«Ma guarda te che non si può più stare tranquilli neache in questo quartiere, è uno scandalo. Io lavoro tantissimo ultimamente e alla sera sono talmente stanco che quando mi addormento ho il sonno di piombo. Infatti non ho sentito assolutamente niente, nessun rumore e voi?»
«Noi no. Non ci siamo accorti di nulla. La Gigliola del palazzo di fronte, che ha problemi di insonnia, dice che le sembra di aver visto un uomo nudo girare in zona con una coperta in mano che erano quasi le 4 di notte. Che sia stato lui? Ma perché poi spostare un cassonetto e spargere immondizia in giro?»
‘Azzarola mi ha beccato, penso. Devo fare depistaggio alla grande. Mi faccio una grassissima risata:
«Ah ah, guarda non lo so chi è stato ma ce n’è di gente strana in giro. E poi con tutto il rispetto per la Gigliola credo che le ci vorrebbe davvero un bell’uomo nudo dentro casa. È troppo tempo che è sola da quando il marito è scappato con la badante. E pensare che è una bella donna ancora!»
Il vicino: «Ah ah , Frank hai ragione, sei forte. Ah ah».
Io: «sarà stata una ragazzata magari di quei ragazzi che giocano sempre lì in piazzetta. Sai, i giovani a volte si annoiano e fan cose strane».
«Sì Frank forse hai ragione comunque non ti preoccupare adesso sistemiamo noi pensionati che ci mettiamo cinque minuti. Scusa se ti abbiamo disturbato».
«No. Figuratevi è sempre un piacere scambiare quattro chiacchere con voi, e poi in fondo non è successo niente. Mi preoccuperei di più se ci fosse questo presunto maniaco notturno. Ah ah ah».
«Ah ah, giusto Frank. Buona giornata».
«Buona giornata a tutti voi».
Wow… è andata bene. Devo solo ricordarmi di seppellire una copia delle chiavi di casa in giardino, in un posto sicuro, magari insieme ad almeno un paio di mutande.

Photo credit: Emiliano Grusovin, "Noir city"

 
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Frank-Calamaio

Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure

Un giorno difficile ovvero delle interiezioni

Rubrica: La Grammarnazi

Ci sono giornate che sembrano non finire mai, in cui nulla va per il verso giusto. Quei giorni che ti portano ad utilizzare ogni possibile strategia per mantenere la calma e sperare di trovare qualcosa di buono, ovunque esso sia. Tipo in frigorifero.
Arrivi a sera e tutto ciò che ti viene da dire assume una forma grammaticale molto particolare. Sintetica. Un concentrato di emozioni.
Mah. Boh. Anche un po’ beh, quando si va sull’indagine filosofica pesante.

Oggi la Grammarnazi parla di interiezioni, che non sono parolacce, anzi, a volte sono un sottile strumento per evitare di usarne.
Mi piace sottolineare l’etimologia di questo particolare sostantivo, dal latino interiectio, -onis, che significa inserzione, intercalazione, dal verbo intericere, ovvero “scagliare in mezzo”, poiché è proprio ciò che si fa quando si utilizzano le interiezioni, parole invariabili che sottintendono proposizioni intere, moti dell’animo improvvisi, spesso posizionate nel mezzo di un discorso ma slegate dal resto della frase.
La funzione di tali espressioni è quella di avvicinare il testo scritto al parlato, trasmettendo in maniera più diretta possibile le emozioni e le reazioni emotive. Per questo motivo sono utilizzate principalmente nel discorso diretto o nei testi teatrali, ma anche in testi informali per rendere più coinvolgente la scrittura.
Alcuni esempi renderanno tutto più chiaro.
Innanzitutto le interiezioni si suddividono in tre categorie:

  1. Interiezioni proprie: ah, eh, uh, toh, oh, beh, mah.
  2. Interiezioni improprie: coraggio! Suvvia! Forza! Vergogna! Accidenti! Perbacco!
  3. Locuzioni interiettive: per carità! Per l’amor del cielo! In bocca al lupo! Mi faccia il piacere!

“Toh, chi si vede!” esprime la meraviglia di un incontro inaspettato.
“Ah, va bene!” assume spesso valore assertivo (rappresenta anche un ottimo modo di rispondere alle indicazioni della Grammarnazi che ha sempre, ontologicamente, ragione) ma può esprimere anche rimprovero (Ah, attento a quello che fai!), rabbia (Ah, se potessi averlo tra le mie mani!) o sorpresa (Ah, che meraviglia!), talvolta dolore e rassegnazione.
“Eh, come dici?” solitamente si utilizza per richiedere all’interlocutore un chiarimento o una rivalutazione di quanto già detto.
“Uh come siete brutta!” espressione pronunciata dal fidanzato alla sua amata appena sveglia e struccata (seguirà morte certa dello sventurato). In caso di sopravvivenza l’espressione potrà essere utilizzata anche per esprimere scherno o disappunto.
“Oh, che spettacolo!” indica meraviglia ma anche commiserazione (“Oh, povera me!”) o disappunto (“Oh, no!”).
“Beh…” anche da sola questa espressione, a seconda del contesto, vale più di mille parole (“Beh?” mi domando proprio perché tu hai detto/fatto questo).
“Boh, dimmelo tu” tipico esempio di determinazione giovanile, di una generazione disabituata a scegliere e decidere.
“Bah, fai come credi” se lo dice una donna, allontanatevi immediatamente, si tratta di un’espressione falsamente pacifica. Questa espressione indica forte disappunto, in ogni caso dubbio e incertezza.
Altre forme di interiezioni proprie sono quelle espressioni onomatopeiche tipiche del fumetto, quali crash, argh, tonf, che rimangono tuttavia relegate a questa forma espressiva.

Le interiezioni improprie sono chiamate così poiché in origine hanno una funzione quale sostantivi, aggettivi, ma possono essere utilizzate anche con funzione interiettiva.
“Coraggio!” dice la mamma (più a se stessa) accompagnando la figlia alla porta di scuola il primo giorno (sono solo le scuole elementari, non è il Vietnam, tornerà a casa sana e salva).
“Forza!” dice lo spettatore al maratoneta al quarantesimo chilometro “ne mancano solo due!” (ma sono tremendamente più lunghi dei primi quaranta, non si sa perché!).
“Vergogna!” tipica espressione della Grammarnazi quando sente l’ennesima accoppiata “stassi” e “dassi”, che fin da piccolina la facevano rabbrividire (anche a voi cantavano “nella vallata di Stassi e Dassi”? Nella mia mente erano Stussy e Dussy, versione modificata di Starsky e Hutch, non riuscivo nemmeno a pensare un congiuntivo sbagliato).
“Perbacco, che gol!” gioisce il tifoso sugli spalti (ok, questa non è credibile, il linguaggio medio dell’ultrà è appena più colorito…).
“Accidenti! Hai proprio un bel vestito!” dice un’amica all’altra rosicando non poco sia per il vestito sia per la sua linea.
Altri esempi di interiezioni improprie riguardano l’utilizzo di nomi di animali per indicare persone aventi caratteristiche tradizionalmente attribuite all’animale stesso (somaro/stupido, coniglio/vigliacco, pollo/pauroso) o anche forme di preghiera o richiesta di attenzione (perdono! Pietà! Scusi! Senta!), nonché di apprezzamento (bene! Bravo! Complimenti!).

Le locuzioni interiettive, infine, sono così dette perché hanno la forma di vere e proprie proposizioni o comunque espressioni complesse utilizzate con uno specifico significato d’insieme.
“Mi faccia il piacere!” riporta alla memoria il grande Totò, esprime ovviamente disapprovazione e disappunto.
“In bocca al lupo!” espressione augurale con un inaspettato significato molto “materno”.
“Neanche per sogno!” indica una forte avversità a fare qualcosa.
Come già anticipato, le interiezioni sono piuttosto frequenti nella lingua parlata, dove assumono significati variabili a seconda del tono della voce e del contesto in cui vengono pronunciate. Al fine di tradurre nello scritto l’intonazione delle interiezioni si usa il punto esclamativo (per esprimere disapprovazione, sorpresa, dolore) oppure il punto interrogativo. Se l’interiezione è inserita in una proposizione, può essere seguita da una virgola e il punto esclamativo si posizionerà alla fine della frase stessa (Ah, così la pensi!), oppure si può mettere il punto esclamativo sia dopo l’interiezione sia al termine della frase (Mah! Io non ho capito proprio niente!). Se il tono della frase è insieme di meraviglia e di domanda, al punto esclamativo si può unire quello interrogativo (Beh?!).

Vi lascio con un cammeo piccolo piccolo, di un personaggio secondario dei Promessi Sposi, il sarto, che aduso a mostrare a tutti la sua cultura, di fronte alla gratitudine espressa dal Cardinale Borromeo, se ne uscì con un banale “Si figuri!” per colpa del quale si tormentò in seguito non poco. Vi confesso che rivivo il disappunto del sarto per questa locuzione interiettiva ogni volta che la pronuncio.
Problemi da Grammarnazi, direte voi.
Bah! Boh! Beh! Ma anche echissene!

 
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Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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Crederci è metà dell’avere, provarci è l’altra faccia dell’essere

Rubrica: Prospettive Letterarie

Disoccupazione giovanile al 37% VS. i 70 chili di peso trasportati dall’asino irragionevole.

Ventottenni, trentenni, ma anche ventiduenni, ventitreenni, insomma una generazione. Ragazzi e ragazze che hanno studiato e hanno raggiunto traguardi che i loro genitori nemmeno potevano ambire. Giovani che ancora studiano, vanno a scuola o all’università con il desiderio di costruirsi un futuro degno dei loro sogni. Ancora: ragazzi che hanno deciso di inserirsi giovanissimi nel mondo del lavoro, chi lasciando la scuola, chi dopo il diploma. Vedete varietà in questo esiguo elenco, non è vero?

Io no. Credo che la barca sia la medesima per tutti.
Se hai sempre e solo lavorato non hai una laurea e non sei considerato abbastanza acculturato o intelligente per certi tipi di lavoro. (ATTENZIONE: avere una laurea non significa essere intelligenti. Intelligente è colui che usa il cervello, non chi mastica un vocabolario e lo ingoia col peso dell’arroganza).

Se, invece, hai studiato e ti sei impegnato anima e cuore per ottenere un qualche pezzo di carta da incorniciare, sicuramente è qualcosa di cui essere fieri, ma rimane il fatto che non hai esperienza nel mondo del lavoro. Il tempo impiegato sui libri ti ha assorbito e non è stato utilizzato per imparare un mestiere.

Una piccola parentesi andrebbe aperta per i migliori di questo lungo elenco: chi studia e lavora, ma se stai studiando, il lavoro che fai per mantenerti non è di sicuro quello per cui ti stai preparando con lo studio (almeno nella maggior parte dei casi è così), quindi siamo sempre da capo.

Ora vi racconto la storia dell’asino che porta 70, 80 o 100 kg di peso ma non ragiona, anzi non lo faccio io, lo fa Ignazio Silone in Fontamara. Ebbene: siamo nel periodo fascista in un paesino immaginario del Sud Italia. Ad un certo punto del romanzo si narra di una nuova ordinanza del podestà: in tutti i locali pubblici è vietato parlare di politica. I fontamaresi sono dei “cafoni”, cioè dei contadini analfabeti, sfruttati e derisi da un manipolo di galantuomini, esponenti del governo locale. Subiscono una serie infinita di ingiustizie nella loro vita. A causa dell’ignoranza che li contraddistingue, purtroppo è molto semplice prendersi gioco di loro e ingannarli. Tutto ciò che possono fare è parlare delle disgrazie che accadono, raccontarsele a vicenda e farsi sostegno, non riuscendo però a trovare un modo per migliorare la situazione.

Quando arriva il nuovo ordine non lo capiscono nemmeno: non sanno in fondo cosa sia la politica. Così, perché la legge venga rispettata, si modifica il cartello affisso contenente l’ordinanza con: “Per ordine del Podestà sono proibiti tutti i ragionamenti”. Non si può più ragionare di lavoro, tasse, salari, leggi, bisogna tacere e non ragionare più. Dal momento in cui lo fai, il che significa “dal momento in cui inizi a lamentarti”, non possono venirne fuori altro che guai. Si deve fare come l’asino che porta peso: lui non comprende, o forse fa finta, esegue e basta. Di sicuro non verrà picchiato o punito e in cambio chiede solo un po’ di paglia da mangiare.

Berardo Viola, uno dei personaggi più importanti del romanzo e “cafone intelligente” (cioè che usa la testa), sostiene che coi padroni non si possa ragionare. «Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona» afferma. Quindi come si fa, non si deve ragionare? Certo che lo si deve fare, ma agendo in silenzio e senza lamentarsi.

Berardo è convinto: «Un padrone non si fa mai commuovere da ragionamenti. Un padrone si regola secondo l’interesse. [...] Per la pulitura del grano, la paga dei ragazzi è stata scesa da sette a cinque lire. Dietro mio consiglio, i ragazzi non hanno protestato, ma invece di sradicare la gramigna, l’hanno semplicemente ricoperta di terra. Dopo le pioggie d’aprile i padroni si sono avvisti che la gramigna era più alta del grano. Quel poco che credevano di aver guadagnato diminuendo la paga, lo perderanno dieci volte fra alcune settimane, quando trebbieranno. [...] È inutile protestare. È inutile discutere. Non c’è una sola maniera di mietere il grano, ma dieci maniere: ogni maniera corrisponde a un determinato salario. Il salario è buono? La mietitura sarà buona. Il salario è cattivo? La mietitura sarà pessima».

I giovani di oggi sono un po’ come i fontamaresi, ma al contrario: sono istruiti, hanno voglia di fare, imparare, lavorare. Si dà la colpa al sistema, allo stato, alla crisi, all’economia, ai politici, ma come ribadito anche nell’ultimo editoriale, sul Grafema Magazine non si parla di politica.

Eppure in un modo o nell’altro vengono sempre sfruttati e trattati come l’ultima ruota del carro, non capendo mai e poi mai che in verità è il contrario.

Le mie parole non vogliono essere un inno alla rivolta... o forse sì, a pensarci bene. Ma con rivolta non intendo l’andare in piazza a sbandierare due/tre cartelloni, anche perché poi finisce sempre allo stesso modo: “i giovani non hanno voglia di lavorare”; “questi sono ragazzi nati nel benessere e si lamentano”; “ai miei tempi...”

Be’ caro signore o cara signora che parli dei tuoi tempi come se tutto fosse stato migliore e la gente avesse avuto più voglia di fare. Ai nostri tempi non è tutto più facile per niente. Ai nostri tempi ci sono difficoltà che ai tuoi nemmeno esistevano. Ai tuoi tempi c’era la guerra? Ai nostri anche, si chiama terrorismo.
Ai tuoi tempi c’era l’emigrazione? Ci si adattava al lavoro che c’era? Anche oggi, anche oggi!
La gente non vuole capire che sembra tutto diverso, ma invece rimane sempre tutto uguale! (Gattopardo docet). L’unica cosa su cui non posso dire niente, è che in linea di massima oggi gli italiani non muoiono di fame.

Ai giovani allora dico: RIBELLATEVI. Ma non fatelo da stupidi, fatelo da intelligenti. Non serve a nulla lamentarsi. Dimostrate che ce la potete fare e inseguite i vostri sogni. Vi auguro che si avverino e se ce la metterete tutta, sicuramente un domani sarete fieri di voi stessi.

Dimostrate che si sbagliano. Anche se è difficile, anche se effettivamente i problemi lavorativi sono grandi, non mollate. La ruota gira per tutti.

Siate severi con voi stessi, non accontentatevi. Continuate a studiare anche se state lavorando, imparate dagli errori. Vi butteranno giù mille volte, ma rialzatevi sempre. Fatelo per migliorare, per essere pronti in ogni caso, perché la vita vi metterà continuamente alla prova, ma sarà sempre una prova per dimostrarvi che ce la potete fare.

Io ci credo, fatelo anche voi.

Buona vita.

 
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Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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La mia rapidissima carriera ultrà

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Nell'87 mi sono trasferito a Cesena da Verghererto. A settembre. Sono trent'anni, a pensarci. Meglio non pensarci.

Arrivi giù a Cesena e il Cesena è in Serie A, grazie allo spareggio di San Benedetto contro il Lecce che hai visto alla tele. Tu hai vissuto l'infanzia da Gobbo pesissimo, juventino fino al midollo, Brio è il tuo idolo calcistico. Brio, capito? Questo dovrebbe darti delle risposte sul tuo futuro. Come si fa ad avere come idolo BRIO? E Potsie di Happy Days? Va be'...

Comunque, la città è in fermento per il prossimo campionato di Serie A. E tu fermenti allo stesso modo. C'è Maradona, Platini, Gullit, tutti quelli che hai visto in TV. E poi c'è il Cesena, che ti piglia subito. Fa bello essere dalla parte dei perdenti predestinati. Fa un bell'effetto vivere quegli sforzi titanici contro gli squadroni e contro gli arbitri bastardi e venduti alle corazzate di Torino, Milano e dintorni. Strappare pareggi insperati, vincere di cuore e di pancia contro chi è innegabilmente più forte di te. Quella roba di Davide e Golia, presente? ( anche questo dovrebbe darti delle risposte sul tuo futuro...)

Poi c'è la CURVA. Io ho quindici anni e vengo da Verghereto. La curva è bolgia infernale e il paradiso allo stesso tempo. Sei lì, canti, urli, e gli altri uguale... sei una cosa sola… Figa zero, of course.

Tutte le domeniche in casa sono lì. Per le trasferte ancora niente; troppo piccolo. Pazienza, si farà. Nel frattempo ogni domenica sei lì a fare il dodicesimo uomo, a cantare con Glauco (r.i.p.) che chiama i cori, a fare una invisibile faccia cattiva per gli avversari nella curva Ferrovia.

L'ultima in casa. Il Cesena di Bigon ha bisogno della vittoria per salvarsi. Vinciamo, (per la cronaca invito l'appassionato o il neofita a consultare gli almanacchi o Youtube. V'è materiale in abbondanza).

Si prospetta l'invasione di campo. Forte della mia agilità da quindicenne, mi porto immediatamente sulla sommità della rete con filo spinato aggettante all'indietro. Mi posiziono rapace e felino in attesa del triplice fischio finale. Eccolo. Al secondo dei tre fischi, mi lancio in avanti pronto a strappare la maglietta di Sanguin, i pantaloncini di Rizzitelli, una scarpetta di Jozic... ma il calzino destro mi si impiglia nel filo spinato causando una totale rotazione del corpo. Resto quindi appeso, capovolto alla rete, dentro al campo, implorando aiuto al mio amico Miki che, preso dalle convulsioni ridanciane, è impossibilitato ad aiutatrmi.

Dai e dai, tira e molla, dopo essere stato scavalcato e calpestato dall'intera Curva Mare, riesco a sganciarmi lasciando una Superga dall'altra parte della rete. Nel frattempo hanno già aperto il cancello e famiglie intere, con carrozzine, passeggini e polaroid stanno passeggiando sul terreno del Manuzzi. L'unica cosa che vedo, a parte la gaia moltitudine festante, è Pasquale Traini in mutande e calzini che cerca di guadagnare gli spogliatoi dopo essere stato brutalizzato dall'amore ultrà e Terry, un nerboruto delle WSB con un passato scout, che piange con in mano un brandello di canottiera del povero Traini. Fine della mia carriera di ultrà.

Da allora, via via, ci siamo spostati a settori più tranquilli della curva, poi alla gradinata e poi allo schermo del bar, circondati da vecchietti catarrosi che si rendono conto solo parzialmente di ciò che succede in campo, tristemente consapevoli che è il posto che in realtà ci compete realmente.

Comunque, Forza Cesena!

 
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Gianni-Bardi

Gianni Bardi

Redattore
Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
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Lo schifo, la cultura e la magia

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Sarebbe troppo semplice soffermarsi sulle notizie di questi ultimi giorni. Brutte, brutte notizie. Uomini come mostri e come esseri viscidi, magari camuffati dietro una divisa. La natura che, semplicemente facendo quello che le compete, fa scempio della sciatteria che abbiamo usato per antropizzare questo nostro meraviglioso e sciagurato paese, colpendo colpevoli e innocenti in modo indiscriminato. Odio e paura del vicino, del lontano, del diverso, del troppo simile. Odio e paura per chi fugge, per chi spera, per chi cerca, per chi pensa diversamente. Più spesso, semplicemente per chi pensa. Ne avrete sicuramente letto in questi giorni fino a non poterne più e non è nostra intenzione ricordarveli, ribadire o contestare posizioni, il Grafema Magazine non si occupa di politica.

Questo non significa che non facciamo Politica. Il maiuscolo non è casuale: la Politica, intesa come la somma delle iniziative volte a far funzionare e migliorare la comunità (la Polis) è cosa nobile e solo a volte, solo incidentalmente coincide con “l’essere dei politici”. Preoccuparsi per il territorio è fare politica, avere il coraggio di dire che le case negli alvei dei fiumi vanno abbattute (magari prima che ci si trovi a contare i morti) è fare politica. Fare arte, fare poesia, scrivere, fare cultura È fare politica. È scegliere un messaggio e portarlo avanti, proporlo alla discussione della comunità.

Non è per snobismo, non crediate. Quale credete possa essere la soddisfazione di ritrovarsi in posizione minoritaria? Il punto è che, nel momento in cui rinunci a contestare, a obiettare, a proporre un miglioramento o uno spunto in base a quel che sai fare meglio, già ti sei schierato a favore del declino.

Lo diceva anche Pavese, ne “La casa in collina”, molto meglio di noi:

“- Non sei mica fascista? - mi disse.

Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.”

Ecco. E non si venga a dire che parliamo di qualcosa di superato, dell’ossessione per un regime svanito più di settant’anni fa (che magari ha fatto pure cose buone). Cambia nome, cambia forma, ma sempre del solito schifo si parla, dell’abuso del più forte sul più debole, della difesa delle piccole egoistiche rendite personali e s’impicchino gli altri, del “prima noi” nelle sue mille declinazioni, siano esse a casa nostra o a casa loro o sulla variabilità di quanto sia effettivamente consenziente una donna, solitamente a prescindere da quel che lei pensa davvero. Di solito questo non interessa a nessuno.

Opporsi a questa deriva è dovere di tutti. È dovere soprattutto di chi ha la pretesa e forse anche il privilegio di occuparsi, nella vita, di cultura.

In prima fila.

Siamo noi scrittori, poeti, pittori, illustratori, teatranti e ballerini e praticanti delle più svariate discipline i primi a rigettare lo schifo, la bruttezza e la decadenza che questa porta. Siamo noi i primi a dover dire la nostra, a cercare di essere esempi virtuosi o quantomeno appassionati, a proporre la bellezza come alternativa all’odio e alla paura, alla sciatteria e alla ferocia.

Perché ragazzi, è solo la dea Bellezza che ci potrà salvare da questa decadenza, dagli aiutiamoli a casa loro, dalle marce su Roma, dai desideri di morte in miseria ma autarchici, dai condoni che “mica puoi buttare la gente fuori di casa”, anche se la casa è una villa di tre piani in un parco archeologico e naturale. È la bellezza, con il suo sguardo appassionato e amorevole e inflessibile anche, l’incendio da cui ripartire.

E sono la cultura, l’arte, la creatività, le pietre focaie che questo incendio possono innescare e vogliamo ribadirlo con alcune tra le parole più appassionate e incendiarie che ci siano, quelle di Vittorini:

«È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia».

Bene, il nostro compito è avere fede in questa magia e fare di tutto per portarla avanti. Soprattutto adesso, soprattutto quando c’è buio e c’è schifo e urlare queste cose sembra vano.

Soprattutto adesso.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Destinatario senza tempo

3 Settembre, di quando vuoi tu.

Ti ho sentita, sai?

Ho sentito anche la rupestre lista di nomacci che hai detto, credendo forse di essere sola.
Non sono affatto adatti a una signorina!

Ad ogni modo ti scrivo per dirti che mi dispiace, mi dispiace tanto piccola mia.
Ma devo ammettere che in fondo sono felice, sono grato alla vita perché ha fatto in modo che ti accorgessi di me. È da tanto che ti guardo crescere nella speranza che un giorno saresti stata consapevole.
Consapevolezza, piccola mia, è questa la malattia di cui soffri.
Colpisce tutti prima o poi e purtroppo devo confessarti che non ti abbandonerà mai più.
Potrai dimenticarla sul tavolo della cucina uscendo per una cena con amici, durante le corse in moto o nelle risate più vere, ma non ci sarà occasione in cui non si farà trovare a casa ad aspettarti al tuo ritorno.
Ci saranno giorni in cui ne sopporterai i sintomi, in altri ti contorcerai stringendo un cuscino, lottando con la paura, la preoccupazione, le domande. Tutto apparirà grigio come mai non mai. Poi passa.

La vita è questa, piccola mia. Un faro al porto. Un’altalena. E la luce e il buio e su e giù.

Ma ora che ci siamo conosciuti e non puoi accettare che ciò ti uccida. Non preoccuparti.
Fai di questa malattia un tesoro, sii consapevole.
I giorni sono troppo pochi per lasciarsi perdere nel buio, per star fermi.
Il mondo in cui vivi non è dei migliori, ma non lasciare che ti schiacci. Non smettere di ballare per strada perché gli altri non lo fanno e mangia quel bombolone alla crema. Non guardare il telegiornale se non vuoi, i cartoni animati sono molto meglio. I giorni non saranno mai abbastanza quindi perché sprecarli?
Con questo non ti sto dicendo di non fermarti mai, ma solo di cazzeggiare con gusto.
Piantala di  voler programmare ogni cosa, non puoi.
Ogni tanto siediti e guarda quel che il futuro può regalarti, il resto va’ a prendertelo.

Arriverà il giorno in cui ti perderai per il cosmo e quello in cui ti smarrirai dentro di te. Non preoccuparti. A un tratto quella che sei stata fino a quel momento ti sembrerà di non averla mai conosciuta e il nome che porti sarà tuo solo perché anche la patente che hai in tasca appartiene a te. Il cielo sarà sempre cupo anche nei giorni più limpidi di luglio, ma tu non preoccuparti. L’universo è così dannatamente profondo a volte, così grande, da farti rimanere senza fiato. “E adesso dove vado? Che faccio?”, non preoccuparti.
Stai solo crescendo.
Non è mai tardi per ricominciare da capo e sappi che ogni sbaglio è un pezzo di casa tua.

Sii consapevole di quello che hai e che puoi fare. Cercati ovunque, trovati. Non smettere di cercarti.
Fai in modo di trovarti esattamente nel luogo in cui vorresti essere, quando ci vorresti essere e con chi. Ricordati sempre, però, che nessuno è come te.
Se vai al buio nel bosco, fatti accompagnare solo da chi ha la tua fiducia. Nel tuo inconscio potrebbero esserci percorsi che è meglio fare per mano con qualcuno.
Ringrazia sempre le tue paure, ti danno modo di salvare il sistema prima che esploda. Accoglile e chiedi se vogliono fermarsi per due chiacchiere, magari davanti a una tazza di tè. Ascoltale e poi riempi loro la bocca col tuo essere, così da non farle parlare più. Non ti appartengono.

Non esistono “gli anni più belli”, piccola mia. Diglielo, alla gente, che non esistono.
Gli anni più belli sono quelli felici, decidi tu quali. Tutti, è il mio consiglio.
Trovati, trova casa tua. Solo nella Te più vera sarai felice.
Chiuderai la porta a chiave e uscirai solo quando vorrai. Il mondo potrà solo arricchirti, non cambiarti.

Non schiacciarti.

Sii consapevole, ma con leggerezza.

Io sarò qui per ricordare che niente dura all’infinito, ed è questo che rende il viaggio interessante.
Se ci pensi, tutto quel che ha una fine, è prezioso. Guarda la vita.
Trovati.
Impiega  gli anni che servono, senza oziare troppo però!

Spero potrai dimenticare le brutte parole e far tesoro di quel sono, ora che sai che ci sono.

 

Firmato
Tuo
(ma non per sempre)

Il Tempo.

 

P.S. L’hai mangiato il bombolone?

 
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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Dunkirk

Di Christopher Nolan, con Kenneth Branagh, Harry Styles, Tom Hardy, Cillian Murphy

Ci sono film che vengono presentati al pubblico, mesi prima dell’uscita nelle sale, con l’ingombrante appellativo di “capolavoro”. È il caso della nuova fatica di Nolan, alla ricerca della consacrazione dopo una carriera che, a 47 anni, può già definirsi eccezionale.

La storia è naturalmente nota ai più. A fine maggio del 1940, l’avanzata dei mezzi corazzati tedeschi ha letteralmente travolto le forze francesi e inglesi, che si ritrovano trincerate nella cittadina di Dunkerque (Dunkirk, per l’appunto, in inglese). A soli quindici chilometri dalla città, però, i nazisti vengono fermati da uno degli ordini più controversi di Hitler. Si parlerà di ragioni tattiche, molti invece penseranno poi al primo dei tanti tentativi di ricerca di pace del leader nazista con il Regno Unito. Fatto sta che agli inglesi, una volta concesso un momento di respiro, sarà possibile salvare il grosso dell’esercito, circa 400.000 uomini, dalla disfatta totale (grazie a uno sforzo enorme sia della marina militare che, soprattutto, civile) e, in prospettiva, gettare le basi di quella che poi sarà la sconfitta stessa del terzo Reich cinque anni più tardi. Probabilmente l’unica evacuazione della storia che, propagandata come vittoria, alla fine si è davvero rivelata tale.

Passiamo ora al film. Nolan mette in campo tutta la sua maestria e il suo amore per la narrazione psicologica e ci offre un film che parla sì di guerra, ma non è affatto un film di guerra. Innanzitutto la durata: poco più di un’ora e quaranta. Impensabile qualsiasi paragone con altri film che hanno fatto la storia, da “Il giorno più lungo” a “Salvate il soldato Ryan”, fino a “La sottile linea rossa”. Sembra un dettaglio da poco, ma è invece sostanziale. Il tempo serve quando si deve raccontare una storia, imbastirla, articolarla e svolgerla. Serve quando è necessario far emergere l'epica. Quello che vediamo sullo schermo invece è un grande affresco, un'istantanea, uno sguardo gettato nel calderone della seconda guerra mondiale e subito ritirato. Un affresco nel quale il regista “gioca” con i quattro elementi. Più uno. Quattro elementi ostili, la terra che impantana e dove c’è l’esercito tedesco (che non si vede mai), il mare che è salvezza ma è anche mortale, con i sommergibili (che non si vedono mai) in agguato. L’aria da cui piovono bombe e mitragliate. Qualche aereo si vede, ma è come se fosse un fattore naturale, impersonale come una condizione climatica avversa. Il fuoco che uccide: i proiettili, le bombe, gli incendi. Al centro di tutto Nolan sceglie quindi un quinto elemento, l’uomo. Credo di non aver mai visto un film che concedesse così tanto spazio ai primi piani. C’è azione, naturalmente, anche se non molta. Ci sono effetti speciali, molto ben fatti, ma passano assolutamente in secondo piano. Non è un film quasi muto, come pareva dai primi commenti degli addetti ai lavori, ma non è certo la parola a farla da padrona. Sono gli occhi, le espressioni, le emozioni. Nolan chiede moltissimo ai suoi attori e questi rispondono brillantemente. Anche, al netto delle ironie, Harry Styles degli One Direction, impeccabile nel ruolo di Alex.

Cosa vediamo in questo film, quindi? Piccoli atti, in realtà. Piccoli atti di umanità, di vigliaccheria, di coraggio, di dedizione. Quelli che probabilmente si sono visti a decine di migliaia sulle spiagge francesi in quei giorni. In questo, probabilmente, "Dunkirk" è il film di guerra più “vero” che mi sia capitato di vedere dai tempi di “Uomini Contro”, capolavoro sulla prima guerra mondiale di Francesco Rosi (con uno straordinario Gian Maria Volonté). Vediamo l’essere umano messo di fronte a scelte impossibili o, più spesso, proprio alla mancanza di scelte, prima ancora che vie di fuga. Vediamo il cedimento o la reazione di fronte alla rassegnazione. Come si diceva prima, una evacuazione non è una vittoria, è una sconfitta, e Nolan ce lo fa capire benissimo.

Dal punto di vista tecnico il film è semplicemente perfetto. Il regista sfrutta ampiamente lo sfalsamento temporale tra i vari punti di vista (e quindi i diversi piani di azione), il che al momento lascia un po’ smarrito lo spettatore, ma tutto è perfettamente tarato a portare i vari attori al crocevia di destini che li farà incontrare tutti, in un modo o nell’altro. Se proprio si dovesse trovare un difetto, direi che lo sfasamento iniziale tra quello che accade “in tempo reale” e quelli che sono, a tutti gli effetti, dei flashback, è leggermente troppo grande, ma si sta veramente cercando il pelo nell’uovo.

La prospettiva cambia di continuo dal fante che continua a cercare di sfuggire e viene inesorabilmente ributtato sulla spiaggia (Styles) al pilota di Spitfire che deve coprire la ritirata (un Tom Hardy in forma come al solito, praticamente sempre con in faccia la maschera da pilota – una citazione alla precedente collaborazione con Nolan, in cui interpretava Bane in "Il ritorno del cavaliere oscuro"? – che con i soli occhi dice un miliardo di cose. Meraviglioso), dal comandante coraggioso (un Branagh un po’ invecchiato, a dire il vero), alla coraggiosa ciurma di civili che salpa per salvare i soldati.

Questo non è un film di guerra. Lo abbiamo già detto e lo ripetiamo. È un film sull’attesa, con una ambientazione di guerra. È attesa in ogni secondo, in ogni sguardo, asfissiante ed estenuante. È un film sull’umanità, profonda, fatto da un occhio a tratti spietato e a tratti quasi commosso.

Non so dire se sarà un capolavoro anche domani. La sensazione che si ha uscendo dal cinema, però, è che lo è sicuramente oggi.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Dunkirk è la metafora del mostro nell’armadio, dell’uomo nero sotto al letto. Quello che succede quando ti costringi a guardare se ci sia davvero, anche se ti rendi conto che avresti dovuto farlo molto tempo prima e ora è quasi troppo tardi. Quasi.

A chi lo consiglio: a tutti. Mai dimenticare.

Abbinamento suggerito: un tè caldo.
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Giorgio Arcari

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Di cosa parliamo se non parliamo d’amore

Non è un assoluto. Si può sentire, parlare, di tutto.

Pensavo piuttosto agli incontri con persone che sono state importanti per noi e smettono di far parte della nostra vita.

Ciclicamente, chi più e chi meno a seconda della volontà e delle circostanze che ci allontanano e ci riavvicinano ai luoghi (spazi ed emozioni) delle nostre origini, tutti sperimentiamo questi incontri: dal panettiere, al parco, su un treno, a un concerto a 300 chilometri da casa, al bar, in aeroporto o altrove: insomma, non solo nei nostri pensieri o sogni. Capita che incontriamo una persona che ha condiviso con noi una preziosa amicizia o un amore e possiamo parlarle, toccarla, non solo pensare a come sarebbe se. La durata di tali incontri è generalmente molto breve. Ci si saluta, “come va, come stai, cosa stai facendo”, ci si studia e nei giorni successivi ci scivolano dalla pelle le piccole scaglie di emozioni rapprese temporaneamente riaffiorate; nel giro di qualche decina di ore si esaurisce l’emivita di tali occasioni. Assomiglia a ritrovare pezzetti di sé prestati ad altri, sapendo che noi stessi siamo specchi sui quali i nostri ex-amici/ex-amanti vanno a sbattere, consapevoli che ex fino in fondo non lo si è mai.

Io devo confessare un approccio molto poco buddhista verso il passato. Ascolto continuamente voci che mi consigliano di abbandonarlo, che giurano che il presente sia l’unico attimo che conta, quello fuggente, l’hic et nunc, eccetera.

A me piace prendermi cura del passato e farlo felicemente.

Mi importa e non voglio dimenticare, a costo di rivoltarlo e ricomprenderlo nel suo lato positivo. Tutto passa attraverso il vaglio del tempo, che noi pensiamo ci scorra addosso, e nella misura in cui compiamo nuove esperienze ci permette di trasformarci poco a poco.

Accogliamo il presente, ma quando ci capita di ritrovare il passato, di cosa parliamo se non parliamo d’amore?

“A quel punto l'ho baciata. Le ho rovesciato la testa sul divano e l'ho baciata e sento ancora la sua lingua che non vede l'ora di infilarmisi in bocca. Capisci cosa voglio dire? Uno può vivere tutta la vita osservando le regole e poi a un certo punto non conta più un accidente” [R. Carver – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore]

 
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Luca_Severi

Luca Severi

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura e recensioni musicali.
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