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La natura, l’arte, le radici e la sperimentazione: intervista a Marina Girardi e Rocco Lombardi

La settimana scorsa vi abbiamo parlato del rifugio Villaneta e delle belle iniziative che vi vengono realizzate, ricordate?

In quella splendida cornice abbiamo avuto la possibilità di fare due chiacchiere con una coppia, in tutti i sensi, di bravissimi illustratori e fumettisti (anche se, per la loro poliedricità, questa definizione è riduttiva) che vi invitiamo a scoprire non solo attraverso le loro parole qui sotto, ma soprattutto attraverso le loro opere. Si tratta di Marina Girardi e Rocco Lombardi.

Visto il luogo, era inevitabile parlare del rapporto tra arte e natura. Rapporto che, non a caso, è il tema centrale del loro lavoro.

Come mai nei vostri lavori l’argomento principe è sempre quello della natura? Cosa della vostra storia vi ha portato a prediligere questi soggetti?

Marina: partiamo dall’origine. Sono nata sotto il monte Civetta, nelle Dolomiti, montagne talmente belle che ti rimangono dentro, cosa che ho capito con il tempo. Il fatto è che c’è stato un momento in cui la mia famiglia si è trasferita da questi luoghi, con una natura così potente, in una cittadina di provincia del Veneto dove, invece di avere il Civetta, davanti avevo un palazzo di dieci piani e quindi è stato questo trauma che mi ha innanzitutto lavorato dentro. Dunque, quasi senza accorgermene, tornavo in quei posti, sulla montagna, di continuo. Quando cammino lì ho una fonte di ispirazione che non ho in nessun altro luogo, le idee per le canzoni mi vengono camminando, le idee per i libri mi vengono camminando, per cui è stato naturale continuare a cercare questo tipo di rapporto con la natura anche come interesse per quello che succede non solo a me in rapporto con la montagna e la natura selvaggia, ma anche cosa succede agli altri, cosa succede all’uomo quando si mette in relazione con questo tipo di ambienti. Che ne sia l’abitante, il visitatore o lì per caso. Perché, se per me è stato un ambiente di origine, per altri non lo è ma in realtà quello che arriva è forte anche per loro. Quindi ho iniziato a indagare, sia con il mio lavoro, sia proponendo laboratori in cui unisco creazione di storie e disegni e il cammino, l’esplorazione, il fatto di vivere determinati luoghi.

Rocco: il mio percorso per molti versi è simile a quello di Marina, anche se a differenza di lei sono nato in un posto di mare, attorniato dalle montagne. Potenzialmente un posto bellissimo quindi, solo ed esclusivamente per quello ho resistito per molto tempo lì. Però per tanto tempo ci ho vissuto male, nel senso che vivevo un forte disagio che comunque non riuscivo mai a mettere a fuoco. Cioè, mi piaceva tantissimo il posto in cui vivevo, però in realtà avevo sempre una sorta di ansia, uno stato d’animo abbastanza tormentato. Da quel posto appunto non andavo mai via proprio perché conteneva, contiene tuttora una bellezza incredibile. Si passa dal mare alla campagna, alla collina, fino alla montagna. Però allo stesso tempo tra la montagna e il mare c’è questa costa, che come tante coste italiane ha subito una speculazione edilizia molto drammatica. Una consapevolezza cui sono arrivato veramente dopo molto tempo, anche se era sotto agli occhi, banale. Il mio malessere derivava da questo, dal vivere in un posto dove avevo sotto gli occhi questo sfacelo che comunque continua anche oggi, se non tanto nella costruzione, in qualcosa che vive all’interno delle persone, come atteggiamento verso gli altri, verso le cose, verso il paesaggio stesso in cui si vive. Quindi a un certo punto ho deciso di andare via e anche in quel frangente i miei lavori vertevano su questi temi, ma non solo. Per lungo tempo mi sono impegnato a migliorare nel disegno, ho imparato a disegnare storie di altri, però poi quando sono andato via, che ho messo a fuoco questa cosa grazie al fatto di essermi staccato, l’interesse e la volontà di approfondire questi temi è esplosa ulteriormente.
Quindi, da quel disagio iniziale si è passati a un amore ancora più forte, proprio per cercare una forma di riscatto. E lì il tema della natura, particolarmente all’inizio degli animali, è venuto fuori fortissimo, contemporaneamente alla scoperta di una tecnica che ormai uso da anni, molto materica, che si rifà in qualche maniera alle vecchie tecniche di incisione. Quindi un po’ la tecnica, i contenuti, hanno trovato uno sposalizio fertile e da lì tutto è continuato su questi binari.

Cosa vi ha portato qui in un luogo come questo, a incontrarvi, visto che arrivate da realtà anche geograficamente molto lontane tra loro?

Marina: è proprio questo. Sicuramente il comune senso di sradicamento che dalla natura, dalla terra, che tutti e due abbiamo patito in modo molto potente, che quindi ha lavorato dentro a tutti e due creando appunto una ricerca di un certo tipo, una poetica di un certo tipo che ci accomuna molto profondamente e che ci ha fatti incontrare. Poi, entrambi abbiamo scelto gli stessi mezzi espressivi. Così è nato l’incontro.

Davide: anche simbolicamente, per entrambi c’è stato un allontanamento dai luoghi natii, un allontanamento dalla propria madre “terra”. Il nostro lavoro mira costantemente a questo ricongiungimento.

Marina: è un discorso molto ampio, non è un distacco dall’origine geografica ma il constatare che in realtà la maggior parte delle persone vive sradicata dalla propria origine, dalla propria madre, matrice.

Poco fa, paragonavamo i ragazzi che si sono lanciati in questa impresa un po’ folle (nda: i promotori del rifugio Villaneta) come se fossero una sorta di resistenti culturali. Ecco, vi sentite anche voi così?

Davide: in buona parte sì, poi questa resistenza può essere declinata in modi molto diversi, ma la radice è quella. Non a caso siamo finiti qui, come in questi anni, con le nostre attività, i nostri giri quasi a caso abbiamo spesso incontrato realtà come quelle. Poi non a caso molte esperienze, luoghi, persone che abbiamo incontrato sono legati a questo appennino, i luoghi più spopolati e più lasciati a loro stessi. Alla fine siamo andati anche a viverci, dopo un periodo vissuto in città a Bologna. Coltivavamo questo desiderio, anche per sperimentare un po’ se nella realtà fosse possibile farlo e come.

Marina: la cosa più forte che ci succede quando capitiamo in questo tipo di realtà è proprio la linfa vitale che sgorga. È come se a un certo punto si passasse da una modalità medio bassa a una fortissima spinta vitale e io credo sia dovuta al fatto che ritrovare un certo tipo di contatto tra le persone con la natura, con il paesaggio, e liberarsi proprio dalle strutture cui siamo normalmente assoggettati, liberi la parte più vitale che ci è propria, che normalmente è addormentata, langue. Invece in queste occasioni ha modo di ri-nascere, ri-vivere, trovare strade che sono quelle della creatività, che sono quelle del fare le cose insieme e trovare strade che appunto in una struttura sociale che mira sempre all’utilitaristico sono normalmente frustrate, trascurate. Cose che però ci danno motivazioni per vivere e continuare a fare quello che facciamo.

La natura per voi è un argomento centrale, con una connotazione molto forte legata al passato, al ricordo. Qualcosa che porta molto alla riflessione. Eppure la vostra forma di comunicazione preferita è l’immagine che, al contrario della parola scritta, è diretta, secca, precisa, legata all’istante. Cosa vi ha portato a scegliere questa forma principe di comunicazione?

Marina: per quanto mi riguarda l’immagine è un linguaggio che ci parla attraverso un canale che non è quello della ragione, ci parla attraverso un canale intuitivo che va diretto al significato e al senso del concetto che vogliamo. Quindi la ricerca che ho avviato, quasi da subito, è stata il tradurre il rapporto molto potente e diretto che ha su di me la natura in una forma d’arte altrettanto diretta che è l’immagine. In realtà, sono anche fortemente portata alla scrittura, dunque unisco sia la scrittura e l’immagine, perché trovo che la combinazione delle due cose sia molto stimolante e interessante, dato che unisce il nostro lato più bisognoso di narrazione al lato più bisognoso di evocazione, che è quello che riguarda l’immagine.

E ci si può perdere in un’immagine tanto quanto in un testo?

Marina: senz’altro. Sì, certo.

Rocco: riprendendo anche quello che ha detto Marina, il fumetto è la sintesi perfetta di immagine e parola. Non a caso è mezzo espressivo, al pari dell’immagine nuda e cruda, sicuramente tra i più immediati.

Perché?

Rocco: il fumetto combina immagine e testo, quindi possiamo considerarlo una forma di scrittura. Il concetto base è quello della sequenza, le serie di vignette creano un ritmo narrativo ben preciso. Quello che succede tra un’immagine e l’altra noi non lo vediamo, però lo capiamo. Il nostro occhio, la nostra testa capisce quello che c’è tra un’immagine e l’altra. Poi, naturalmente il testo fa da rinforzo a seconda della funzionalità della storia in quel momento. Quindi io penso che questa sia la forza del fumetto. Tornando invece alla forza dell’immagine, a me piace pensare che il suo uso sia venuto prima ancora del linguaggio parlato. Anche se non ne abbiamo una prova schiacciante, abbiamo comunque i disegni fatti in epoche preistoriche. Gli uomini, molto prima ancora di maturare un linguaggio vero e proprio, disegnavano già. Il disegno poi si è fatto segno, si è fatto parola, si è fatto scrittura. Quindi il processo è stato inverso, è stata l’immagine la prima forma di comunicazione e questa probabilmente è una cosa che ci portiamo dentro, anche se sepolta il più delle volte. Quando vediamo un’immagine ben fatta ci arriva un messaggio in maniera diretta, abbiamo stupore, emozione, a volte anche un messaggio ben decifrato, che ci siano o meno le parole.

Marina: e capiamo delle cose. In realtà quello che ci siamo scordati è che l’immagine è un mezzo, uno strumento di conoscenza. Quello che appunto è stato il passaggio dall’immagine alla parola ci ha fatto dimenticare che l’immagine ci fa conoscere il significato profondo della parola, arriva più direttamente e non ha la sovrastruttura dello scritto, non ha bisogno di essere descritta. Per questo ci viene istintivo tradurre in immagine il rapporto con la natura. Attenzione, non è tanto la natura bucolica, non è tanto l’animale bello, ma il fatto che la natura ci parli di noi stessi, ci racconti di noi, che sia uno spazio dove possiamo conoscerci e conoscere il mondo che ci circonda. Il nostro interesse è indagare il rapporto tra uomo e natura, quello che succede quando si incontrano. Tutto quello che ci circonda in effetti è il frutto del rapporto tra uomo e natura. Quindi in sostanza vuol dire la vita, tutto.

Rocco: portando un po’ all’estremo questo ragionamento, la natura non esiste. C’è l’uomo, l’uomo interviene. Ma anche l’uomo fa parte della natura, quindi non siamo solo degli osservatori, anzi. Quello ci interessa, indagare e arrivare all’uomo nudo e crudo e al suo rapporto con ciò che lo circonda. Quindi osservare, vivere nella natura, serve a darmi un’ottica diversa per ripartire e guardare la realtà. Poi questo si può fare con il disegno, l’esplorazione, la difesa di questi posti, in relazione a quella che è la nostra spinta.

A proposito di relazione, come vi siete trovati a lavorare insieme, come è partito il progetto per “L’Argine” (nda: Edizioni Becco Giallo, 2016), come è nata l’idea e come l’avete sviluppata?

Rocco: è partita come una commissione...

Marina: be’, una commissione non dal nulla, però. È stata una richiesta di lavorare su del materiale, da parte di una persona che conoscevamo già da tempo, con cui avevamo già collaborato, con cui abbiamo molte affinità. Insomma, abbiamo accettato per questi motivi innanzitutto, ma anche anche perché ci proponeva un lavoro che noi in realtà stavamo già facendo, ovvero raccogliere storie riguardanti determinante realtà. Ci è stato proposto addirittura di essere pagati per farlo!

Eravate pronti a lavorare insieme?

Marina: no! (risate). In realtà abbiamo lavorato tanto insieme ma ad altre cose. Lavorare a un libro insieme è stato davvero tosto, davvero dura.

Rocco: il fumetto, per quanto poi diretto immediato, richiede poi un lavoro molto duro nella fase di costruzione.

Anche il tratto? Far quadrare due tratti molto diversi come i vostri?

Rocco: è stata quasi una sfida, una provocazione di chi ce l’ha proposto. C’era da lavorare molto a riguardo, ma in fondo sapevamo che saremmo riusciti a farli quadrare, perché nonostante i nostri stili siano proprio agli antipodi, si nutrono dello stesso humus, quindi i contenuti sono molto vicini. Alla fine si è trattato “solo” di combinarli. Il problema grosso è stato invece la costruzione, la sceneggiatura, che si basa su fatti veri che abbiamo un po’ romanzato, inventando un personaggio che li raccontasse in una chiave diversa. Quindi la difficoltà maggiore è stata proprio la scrittura, che è il primo passo che porta alla creazione del fumetto.

Marina: forse non pensavamo che lavorare insieme in questa modalità fosse così complicato, che ci mettesse così alla prova, però è stato anche fattore di crescita per entrambi, perché poi ognuno ha imparato molto dal modo di lavorare dell’altro. Mentre io magari sono più abituata a cose più visionarie, mi sono dovuta invece “ingabbiare” in un a struttura di fumetto più rigida, più canonica. Rocco al contrario si è dovuto lasciar andare un po’ di più.

Avete coperto tutti i ruoli, entrambi? Disegnatori, sceneggiatori, revisori… Avete fatto tutto insieme?

Rocco: sì. Spesso nel fumetto ci sono il ruolo di sceneggiatore e disegnatore che lavorano quasi in simbiosi, però in effetti è molto molto raro che due disegnatori lavorino insieme.

Progetti futuri?

Marina: sono in cantiere dei libri, però sono ancora in fase embrionale. Sto cercando di unire l’aspetto musicale del mio lavoro a quello dell’immagine.

Rocco: sto lavorando a quello che sarò un libro lungo, però questa volta senza usare le parole. Quindi proprio, come dicevamo prima, per affermare la potenza dell’immagine. Qualcosa di immediato, anche se tratta temi un po’ complessi che girano introno al tema del disegno, dell’immaginazione e del loro ruolo. Poi sto collaborando con uno scrittore per illustrare un suo romanzo, qualcosa cui tenevo da tempo, collaborare con qualcuno che scrive e basta. Abbiamo una sintonia ottima, mi piace quello che scrive, ma io faccio il mio mestiere e lui il suo!  Però entrambi abbiamo questa volontà di riproporre un tipo di libro come una volta, il “romanzo con illustrazioni” destinato agli adulti. Qualcosa che volevamo entrambi sperimentare.

Se volete scoprire questi due bravissimi autori, a questi indirizzi trovate le loro pagine.

www.magira.altervista.org

lalberosfregiato.blogspot.it

Grazie a Esserci per la collaborazione.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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I ragazzi dietro alle cineprese: il progetto “Cinema a scuola”

Quando il gioco si fa duro... Insegna!

Scuola e passioni, idee e intersezioni.

 

Sicuramente, almeno una volta nella vita, ognuno di voi ha sentito parlare de L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, il famoso cortometraggio nel quale un vecchio, vecchissimo treno si lancia addosso a degli spettatori che, impauriti e ignari, scappano correndo dalla sala.

Proiettato per la prima volta nel 1896, viene spesso scambiato come il primo film della storia del cinema (sbagliato, l'apriporta fu L'uscita dalle officine Lumière).

Oggi, a distanza di 121 anni e qualche mese, possiamo dire che quel treno rappresenta la nostra epoca: vagonate di immagini provenienti da tutte le parti, che si lanciano verso un pubblico stavolta poco attento e vigile che, immobile sulle poltrone della quotidianità, non si capisce se sia pronto o meno all'impatto.

E solitamente, da chi sono occupate le prime file a uno spettacolo se non da ragazzi e bambini? Ecco dunque chi sono i primi a essere investiti dal carico di stimoli visivi oggi.

Ma niente paura, una soluzione c'è: renderli capotreni!

Questo è esattamente quello che ha fatto il progetto “Cinema a Scuola”, a cura del direttore Luigi Allori, in collaborazione con il MIC (Museo Interattivo del Cinema) presentato dal Centro Culturale della Cooperativa e patrocinato dal Consiglio del Municipio 9 di Milano. Un progetto avviato nell'anno scolastico 2012/13, realizzato fino al corrente anno scolastico, che ha visto coinvolte, di volta in volta, scuole diverse del Municipio 9 di Milano e che ha trovato il solido e adeguato appoggio di

Roberto Carlucci, docente di Lettere esperto in didattiche inclusive quali lezione partecipata, scrittura creativa e sceneggiatura, drammatizzazione di episodi legati alla storia, organizzatore di eventi di rilevanza formativa ed esperienziale per gli alunni.

Cos'è e come nasce il progetto

Ma come insegnare a dei ragazzi più o meno giovani a governare un mezzo dalla mastodontica portata (perché questo è l'immagine oggi, un mezzo, un trasporto eccezionale che, a seconda di come lo guidi, può spingerti o schiacciarti)?

Nato da una proposta di Luigi Allori (direttore del mensile Zona 9 del Centro Culturale della Cooperativa, appassionato di cinematografia e genitore), è stato accolto immediatamente da genitori e insegnanti e preso con entusiasmo dai ragazzi. Le classi aderenti al progetto sono state le Scuole Secondarie di I grado Cassinis, Tommaseo e Asturie.

E su chi poteva contare, questo grande progetto, se non sull'appoggio e la collaborazione del MIC?

Primo Museo Interattivo del Cinema in Italia, il MIC coinvolge lo spettatore facendolo interagire con dispositivi e applicazioni create ad hoc, immergendolo nel mondo cinematografico ma fornendogli maschera, pinne e boccaglio. Un'esperienza innovativa come quella che propone il MIC non poteva che sposarsi con l'altrettanto innovativa proposta del Direttore Allori, nata dalla sua passione per il cinema.

Da questa interessante e fortunata intersezione nasce dunque il progetto “Cinema a Scuola”, che ha previsto la realizzazione di un vero e proprio film all'interno degli istituti, montato, girato, scritto e interpretato dagli alunni stessi.

Il progetto punta soprattutto alla partecipazione attiva dei ragazzi in uno scenario dove gli enormi piccoli schermi di smartphone e pc, e quelli della tv e del cinema, fanno da padroni: accecano.

Le classi che hanno aderito, hanno realizzato due percorsi differenti: da una parte un corso di Storia del Cinema tenuto dal direttore Luigi Allori con la collaborazione di un’insegnante dell’Università Bicocca, la prof.ssa Ornella Castiglione, la quale si occupa di Didattica del Cinema e di Cinema e Arti visive, dall'altra la realizzazione vera e propria di un film.

Perché risulta essere un progetto importante

Il famoso treno del quale parlavamo all'inizio è un treno in costante e veloce movimento, l'errore più facile da commettere è quello di sottovalutare l'importanza degli stimoli visivi ai quali siamo sottoposti, diventando così degli spettatori passivi. Il linguaggio delle immagini, come tutti i linguaggi non verbali, è adatto a trasmettere emozioni, sentimenti, sensazioni che spesso le parole non riescono ad esprimere con la stessa pregnanza. L’immagine, infatti, comunica in modo più immediato della parola, suscitando risonanze emotive maggiori che il linguaggio verbale, coinvolgendo il destinatario in modo profondo e spesso irrazionale. È importante che i ragazzi, fin da piccoli, imparino non solo a gestire, capire, utilizzare questo linguaggio, ma anche ad assorbirlo in maniera critica, per poter decidere cosa riportare o meno nella realtà, per poter trarne insegnamenti utili.
Partendo da questa considerazione, abbiamo chiesto al padre di “Cinema a Scuola”, Luigi Allori, se questo progetto possa effettivamente fare da “filtro immagine”:

Qualsiasi progetto educativo permetta ai ragazzi di utilizzare in prima persona le immagini come mezzo di comunicazione e di espressione, è utile alla loro complessiva formazione culturale. Lo spettatore cine-televisivo può “vedere con i propri occhi” qualsiasi cosa del passato o che si svolge nell’attualità ma lontano da lui, partecipandovi e traendone valutazione diretta. Così abbiamo potuto, per esempio, discendere sulla luna con gli astronauti, soffrire la fame assieme a milioni di bambini, sentire le scosse del terremoto con gli amatriciani. C’è però anche un rovescio della medaglia. Le immagini del cinema e della tv hanno anche una grande forza di suggestione e di condizionamento psico-mentale che, se non controllata, può avere, specie nei ragazzi, effetti negativi. Per questo fare cinema a scuola, imparando di persona come funziona il “meccanismo” della comunicazione per immagini, può aiutarci a godere appieno dei vantaggi della comunicazione audiovisiva e, contemporaneamente, fornirci un antidoto importante contro il rischio del condizionamento della “pancia” a scapito del funzionamento della “testa”.

Testa, pancia...

Caro direttore Allori, cari ragazzi e genitori, magari questo antidoto potesse essere universale! Quanti condizionamenti potremmo combattere? Quanti muri saremmo in grado di abbattere?

Lo scopriremo nella prossima puntata. A domani!

Gloria-Perosin

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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Vecchie Glorie disco pub

Torno single da poco. Mentre mi ritrovo sperduto in mezzo a un mare di solitudine, triste e sconsolato, i miei amici, invece di darmi conforto, mi incitano alla violenza:
«Esci, vai fuori, devi andare a fare dei danni. Potessi essere io al tuo posto». Uomini frustrati e probabilmente anche frustati dalle loro mogli sfogano le loro repressioni su di me e mi indicano esattamente tutto quello che farebbero loro, ma che non possono fare perché ahimè sono condannati.
«Tu, tu che puoi, vai nei locali giusti che è pieno di donne. Oggigiorno appena vedono un normale (più o meno) uomo single ti si attaccano addosso che è una roba impressionante, improvvisamente diventi irresistibile, sei come l’AVIS per le zanzare. Guarda, arrivi al punto che ti stufi, in giro ci sono tante di quelle MILF!»
MILF, ecco la parola magica. L’animale mitologico, acronimo di Mother I’d like to…, neologismo da poco inserito nell’ultima versione del Dizionario Zanichelli nonché termine derivante dalla cultura underground di certi siti per adulti che nessuno guarda e però, chissà perché, tutti conoscono questa parola, anche gli insospettabili. Ci sono molte leggende a riguardo. Si narra di Milf che hanno ingoiato uomini interi per poi sputarne fuori solo le ossa. Si narra di Milf che cacciano nel buio, arrivano e sgranocchiano gli uomini letteralmente. Se cadi nelle loro grinfie sei finito, una Milf non lascia prigionieri. Addirittura ci sono vecchi racconti di marinai che narrano di vascelli affondati da orde di Milf al largo dei banchi di Terranova. Oddio, nova…
Qualcuno dice che in realtà Napoleone fosse una Milf travestita, mah!?
Non me ne vogliate donne, ma queste sono leggende metropolitane che circolano abbondantemente nei sottofondi urbani.
Mi ritrovo una sera, indeciso se partecipare a un torneo di burraco o andare al bocciodromo. Così, in seguito al lavaggio del cervello martellante a opera degli amici di cui sopra, decido di provare.
Scelgo un locale che tira di brutto: il “Vecchie glorie disco pub”. Mi tiro a balestra tipo Tony Manero de La febbre del sabato sera, sfodero il mio outfit migliore, mi profumo stra-abbodantemente e parto. Mi dico, vabbè andiamo presto che mi devo ambientare un po’, sono nuovo di questi posti.
Entro nel locale, la luce è soffusa e il locale ancora mezzo vuoto. C’è una pista da ballo al centro, davanti a un unico grande bar. Il resto degli spazi sono possibili vie di fuga o anfratti nei quali imboscarsi o rimanere intrappolati, dipende da come evolve la situazione. Studio bene le geometrie del locale, identifico i punti ciechi e le uscite di emergenza. In guerra un buon soldato deve conoscere il campo di battaglia.
Ci sono pochi competitor, ovvero uomini, per la precisione siamo in tre. Penso che male che vada sono la terza scelta, dai, ho fatto bene ad arrivare presto.
La fauna locale è variegata e ci sono già diverse Milf e anche qualche Granny (Milf più mature, non fate finta di non sapere) direi già piazzate ai posti di combattimento e con l’aria agguerrita.
Vedo passare donne impettite strizzate in vita all’inverosimile per dare una forma momentaneamente diversa al proprio corpo, una specie di piramidone rovesciato pressoformato dai vestiti. Mi vengono in mente quei giochi per bambini tipo “metti il coso tondo nel tondo, il quadrato nel quadrato eccetera”, ma qui siamo al metti il triangolo nel tondo e spingi a bestia finchè non c’entra. Questo è barare!
Scorgo ovunque balconi con la mercanzia ben esposta. Petti variopinti che richiamano il pensiero al tacchino americano della festa del ringraziamento. Vedo allestite strutture ingegneristiche notevoli che metterebbero in crisi anche Renzo Piano, con tiranti d’acciaio tipo ponte di Brooklyn per sostenere impalcature di tette importanti. Ci starebbe bene il cartello carichi sporgenti. Sono confuso, mi verrebbe da comprarne un mezzo chilo, mi sento nel reparto frutta e verdura del supermarket. Ma il sacchetto? E il guanto trasparente? Poi qual è il numero giusto da premere alla bilancia?
Alcune bancarelle devo ammettere che sono abbastanza educate e di bella presenza, altre invece sono troppo aggressive per i miei gusti, mi intimoriscono, mi sento aggredito e preso a schiaffi da quelle cose, mi entrano negli occhi, oddio! Respira, stai calmo, mi dico.
Penso le peggio cose, non va bene, sono prevenuto. Mi hanno spaventato i miei amici, ma in fondo loro poi che ne sanno?
Devo sciogliermi, ci vuole qualcosa da bere. Ci sono due baristi annoiati. Da vero pezzente ordino una coca cola. Mi do un tono però e tutto sommato la porto bene, quasi come fosse un coca e rum bello carico, tanto chi se ne accorge? Mi automotivo e decido che devo provare a giocarmela, anche se ho un po’ paura.
Faccio un giro nel locale, con fare disinvolto. O almeno ci provo. Osservo e valuto.
Indubbiamente il top del locale, attualmente, è rappresentato dalla badante ucraina. Eccola la diva! Lei balla da sola con sguardo sicuro e freddo. Sa che presto avrà dinanzi a sé una folta schiera di pretendenti che vorranno provarci e sarà lei a scegliere. Lei ha il bastone del comando, lei che è fra le più giovani del locale, ha ancora un discreto fisico e anche una professionalità ambita. Sai, un domani che hai bisogno ce l’hai già lì in casa, è comodo.
Mentre cammino, a un tratto inconsciamente svolto a sinistra e mi ritrovo di fronte a una donna impegnativa dal piglio deciso. È una donna piuttosto matura, vestita con un completino che, come colori e fantasia, ricorda i coprisedili della mia punto a metano, strizzatissima dentro un mix di tessuto e rete, in un pericoloso gioco di vedo, non vedo e meglio se non guardo. La gonna, mini, è a bordo-chiappa e le calze aggressive ricordano la pesca a strascico. La silouette è molto generosa, calata all’interno di due taglie in meno della propria. Tette a profusione totalmente scoperchiate e trattenute a stento da un reggiseno in kevlar nonché da un unico bottone centrale di chiusura del davanzale. Il bottone è tiratissimo e sofferente.
Mi sorride. Io le sorrido, un po’ teso. Lei mi fa una TAC con lo sguardo e con aria golosa mi dice: «Ciao, mi chiamo Gloria e tu?» Penso all’ironia della sorte. Il locale invece di chiamarsi “Vecchie Glorie disco pub” dovrebbe chiamarsi “Glorie vecchie disco Pub”.
Ok, questa era cattiva.
«Ciao sono Frank. Piacere di conoscerti» rispondo ostentando una sicurezza che non ho. Rimango intrappolato a chiacchierare con lei qualche minuto, non voglio essere maleducato ma mi sento a disagio. Mi fa mille domande su di me, io rispondo in modo telegrafico, accompagnando il tutto con un sorrisino di cortesia. È aggressiva e i suoi intenti appaiono chiari, ha fame e io sono l’arrosticino di turno. Mi sembra una vera MILF ma nel senso di: Most Invadent Large Femmina! Non ce la posso fare, mi dispiace devo uscirne accidenti. A un certo punto lei: «Ti va di ballare?» E io colgo l’occasione al volo: «Mi dispiace davvero, ma oggi proprio ho la sciatica che mi tormenta, scusami». Insiste: «Peccato, però possiamo sempre rimanere qui a fare quattro chiacchiere» e mi sfoggia un bellissimo sorriso giallognolo. Penso fra me e me “Eh no però, la pulizia dei denti no. Non puoi sperare che ci pensi io, vai da un dentista, 80 euro e passa la paura!” Idea! Le rispondo: «Guarda, non ci crederai ma tra l’altro sono stato da poco dal dentista per curare una carie e stasera mi sta tornando fuori un dolore che oramai faccio fatica a parlare, ti prego perdonami ma è meglio che vada, farò un ultimo giro poi scappo a casa». «Sarà per un'altra volta» fa lei. «Certo, con piacere». Falso come Giuda.
Sorrido e me ne vado, sollevato, zoppicando con la gamba destra e tenendo una mano sulla guancia sinistra. Distratto e ancora scosso per poco non mi scontro col cameriere che mi incrocia con un vassoio pieno di cocktail. Mi fermo di scatto, mi scuso e riparto. Però mi sono incasinato, ora zoppico con la gamba sinistra e ho la mano sulla guancia destra. Subito mi sento addosso gli occhi di lei, sospettosi. Mi fermo di nuovo, faccio finta di rispondere al telefono, mi riorganizzo e riparto in modo corretto. Che fatica!
Intanto, fortunatamente, il locale Inizia a popolarsi. Non solo di altre Milf ma anche di uomini. I soggetti maschili sono molto più aggressivi di me. Trasudano testosterone, tirati, gonfi, lucidi e abbronzatissimi. Ci sta, in fondo siamo alla fine di marzo. Arrivano in picchiata come falchi pellegrini e giù di approcci diretti.
Vedo riporti impossibili che anche i peli delle orecchie valgono. Chi ha la pancia la strizza, chi ha il muscolo ostenta e a ogni modo chiunque osa, osa di brutto.
Parola d’ordine è essere Giovani. Coi miei 41 anni, non sono certo il piu vecchio qui ma comunque devo ammettere che loro sono molto più giovani di me.
Dopo un’ora circa, nel locale e un brulicare di gente, si raggiunge il massimo regime. Sono sballottato a destra e sinistra e ogni tanto anche sollevato e portato in giro così a caso dalla folla.
Sembra il mercato della carne. Sono stupito. Credevo oramai nella voracità delle Milf e invece non riesco più a distinguere fra lupi e agnelli. È un po’ come in Alien contro Predator.
Anch’io ho incrociato diversi sguardi voraci e ho sempre risposto col mio solito sorrisino di cortesia da ebete. Che sfigato. Sembro un chierichetto a un raduno di naziskin.
Il Dj suona musica anni settanta-ottanta e tutto quello che fa saltare e divertire.
La cosa buona è che non devo più zoppicare. Siamo troppo fitti, non mi nota nessuno e in più Gloria la panterona di inizio serata è impegnatissima nelle pubbliche relazioni. Ora sta ballando in pista con un bel maschione in modalità riproduttiva. Lei balla, ride, canta e soprattutto ahimè salta. Tanto.
A un certo punto ho un presentimento terribile. La mia attenzione cade su quell’unico e povero bottone centrale che sostiene il davanzale. Oddio, è come temevo, il bottone sta iniziando a cedere. Un brivido mi corre lungo la schiena. Urlo «tutti a terra!» ma nessuno mi sente. In quel momento, all’ennesimo scossone della merce, il bottone molla esausto e parte, supera il muro del suono, sibila in mezzo alla folla, rimbalza su una colonna, devia verso il bar e centra in pieno una bottiglia di gin, disintegrandola. Incredibile, nessuno se n’è accorto nella confusione generale, neanche Gloria che dalla sua per fortuna ha ancora il reggiseno in kevlar, in bella mostra, a darle una mano. È andata bene, ci poteva scappare il morto. Questo per me è veramente troppo. Mi manca l’aria, esco che è meglio.
Non sono pronto per questa vita, devo tornare quando sarò più vecchio fuori ma più giovane dentro.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Frank-Calamaio

Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure

Villaneta, un “rifugio” di natura e iniziative culturali

C’è un posto, sulle montagne sopra Forlì, che non è molto conosciuto, poco più di un piccolo punto sulla mappa.

Per ora.

Ci si arriva, rigorosamente a piedi, per un sentiero nel bosco, partendo da Campigna, nel parco delle foreste Casentinesi, solo un’oretta di viaggio dalla riviera romagnola in piena esplosione estiva, eppure sembra di entrare in un altro mondo, in luoghi che forse associamo ad altre realtà più alpine.

Un posto meraviglioso che si sta preparando ad aprire le sue porte grazie all’Associazione di Promozione Sociale “Anime Casentinesi”, che si è presentata con una due giorni di iniziative, laboratori artistici, incontri, chiacchierate sotto le stelle e tanta natura.

Noi siamo andati a trovarli e ce ne siamo innamorati, quindi abbiamo intervistato i ragazzi dell’associazione per far scoprire anche a voi questa splendida realtà.

Questo puntolino sulla mappa, presto rifugio, presto molto di più, è Villaneta.

Perché vi è venuto in mente di buttarvi in una impresa del genere, di trasformare Villaneta in un rifugio?

Davide – Già tre, quattro anni fa sia io che Stefano lavoravamo con il parco (il parco delle foreste casentinesi) ed era già tempo che ci guardavamo intorno perché sapevamo che c’erano dei bandi della regione per queste case dismesse. A me ha sempre attirato l’idea di realizzare un rifugio escursionistico che fosse anche uno spazio per organizzare attività ed eventi. Quindi tutto è nato in base a una passione, anche un po’ casualmente.

Quando avete progettato questa iniziativa, qual era la visione, cosa avevate in mente?

Davide – Subito abbiamo pensato al rifugio.

Stefano – Con Davide e Nicola (che ora non fa più parte dell’associazione) abbiamo messo le prime basi. All’inizio non eravamo troppo informati su cosa servisse, su quali lavori fossero necessari a questa casa per poter aprire. Abbiamo pensato di partire e l’abbiamo fatto, poi in corso d’opera abbiamo scoperto che era un po’ più complicato di così.

Quanto tempo è servito per arrivare a questo punto e a che punto siete?

Davide – Siamo al punto che non abbiamo ancora aperto il rifugio, ma possiamo organizzare eventi in questi spazi, come Associazione. Ogni anno facciamo i lavori necessari per mettere a norma tutto quello che serve per poter aprire il rifugio. E siamo abbastanza vicini (mancano gli ultimi lavori, in corso in questi giorni, gli scarichi, la cucina e un po’ di burocrazia).

L’idea di realizzare progetti culturali era già presente all’origine o è arrivata in corso d’opera?

Stefano – All’inizio pensavo che nel giro di un anno si potesse venire qui e lavorarci e tenere aperto il rifugio. I progetti paralleli non erano una priorità, almeno per me. Poi, rendendoci conto che questo era un progetto a lungo termine, con anche degli anni di preparazione e lavori necessari, si è pensato a qualcosa di alternativo, soprattutto quando il gruppo si è allargato dopo la fase iniziale. Tante idee ed energie diverse hanno portato in modo naturale a nuovi progetti.

Agnese – Infatti poi, nel nostro stesso statuto, abbiamo scritto che questa associazione non nasce solo per aprire il rifugio, ma per rendere questo spazio fruibile da persone che normalmente non lo utilizzerebbero, per rivitalizzare questo territorio. Quindi, per fare questo, anche aprirlo agli altri, dando loro la possibilità di conoscere il territorio, gli animali. Abbiamo la fortuna di avere Davide e Stefano (Stefano è una guida escursionistica e anche Davide conosce profondamente il territorio). La cosa che ci accomuna un po’ tutti è la passione per la montagna, che vorremmo poi condividere con le persone che passano di qui.

Pensando anche a questa due giorni, all’apparente isolamento del luogo, alla mancanza di connessioni e comunque lontani dal modo di vivere cui ci siamo abituati, la vostra iniziativa sembra quasi una manifestazione di resistenza culturale, un modello di socialità da ricreare. Vuole essere questo anche Villaneta?

Agnese – Secondo me non è nata per questo, ma poi la somma delle nostre personalità ha portato a questo. Nel senso che questa resistenza culturale ce l’abbiamo un po’ tutti dentro come un semino, che è germogliato facendo quello che abbiamo fatto in questi giorni e anche in tanti eventi passati, magari anche con meno gente, senza porci il problema.

Davide – Penso che trovarsi qui porti in maniera spontanea questa resistenza. Di sicuro c’è il nostro modo di vivere le cose, ma in un posto come questo viene tutto più naturale.

Che vita facevate prima dell’associazione, o che vita fate tuttora in parallelo, e come vi siete conosciuti?

Agnese – Stefano l’ho conosciuto così, con l’associazione. Con gli altri eravamo già amici da tempo. Fuori dall’Associazione sono una pedagogista, mi occupo in particolare di minori autistici.

Marco – Sono entrato perché i nostri genitori sono dell’appennino, un ritorno alle origini, all’infanzia. I miei erano della montagna, poi si sono spostati a Lugo, nella Bassa. Faccio il programmatore, un lavoro esattamente opposto ma che in qualche modo si ricollega alla voglia di evasione, di natura.

Roberto – Una casa qui, nel mezzo del parco, è unica. Io faccio il pensionato e prima lavoravo la terra. Quando mi è stato chiesto di partecipare ho accettato subito con grande entusiasmo.

Stefano – Io vivo qui, faccio la guida nel parco.

Matteo – Io faccio l’infermiere a Forlimpopoli. Sono arrivato anche io qui per amicizia e per l’amore che mi lega a questi posti.

Davide – Lavoro a Santa Sofia negli uffici del parco.

Questa è una domanda apparentemente banale, ma mi piacerebbe proprio la vostra risposta di pancia. Io vengo da Milano, la natura per noi è Parco Sempione o poco più. Come diceva poco fa Agnese, quello che volete fare è rivitalizzare questo posto. La domanda è: “Perché?”

Davide – Considera che queste erano case abitate fino agli anni ’50, ’60 e poi sono state abbandonate, via via che le persone migravano nella bassa o in altri luoghi. È un luogo selvaggio di ritorno. Molte di queste case sono ormai ruderi. Di quelle che restano, molte sono pubbliche e le altre sono adibite a case vacanza o seconde case. Non hanno obiettivi o scopi di socialità e associazionismo. A me sembrava spontaneo o scontato, se dobbiamo prendere una casa qui, non prenderla per “me”, mi sembrava egoistico farlo o tenerla per noi 6, 7 o quanti saremo, ma era bello aprire le porte, far venire altra gente.

Stefano – La domanda che fai è molto inerente al mio lavoro, soprattutto la premessa. Io ho l’ambizione di far capire alla gente la differenza che ci può essere tra il Parco Sempione o il bosco che c’è a Forlì e le prime colline e la foresta che abbiamo qui. Sono realtà che le persone che non hanno mai visto (anche se vivono qui vicino, al mare o nelle prime colline forlivesi), non hanno idea di come siano e della loro ricchezza naturalistica. Quello che abbiamo qui è un esempio quasi unico in Italia e raro in Europa di foresta matura, con caratteristiche che non si trovano in pratica da nessun’altra parte, nemmeno a pochi chilometri da qui.

Matteo – Penso che siamo estremamente fortunati a poter vivere questa cosa e avere le forze, la passione, la voglia per poter andare fino in fondo perché, anche se è stata e sarà dura arrivare al momento in cui sopra Villaneta ci sarà scritto “rifugio”, la soddisfazione è enorme. Tutti noi siamo camminatori da anni, abbiamo dormito ovunque e in qualunque situazione e anche l’idea di poter dare un punto d’appoggio a persone che come noi camminano e si accontentano anche di poco è bello, anche la sensazione di poter ospitare. Qualche giorno fa, per esempio, sono passati due escursionisti toscani che non sapevano dove andare a dormire. Alla fine gli abbiamo detto di stare qui e loro erano incredibilmente felici. La casa ormai è abbastanza a posto, gli abbiamo lasciato un po’ di provviste e di vino, loro erano distrutti… penso che, se io fossi in giro, vorrei trovare un gruppo di ragazzi che mi dà un mazzo di chiavi e mi dice “stai a casa mia stasera, non devi camminare più”. Questo è lo spirito che a me muove di più l’avventura di Villaneta, di continuare a spingere a rivitalizzare questo posto.

Agnese – Rivitalizzare per me significa quello che stiamo creando: non so se ti sei guardato intorno. Ci sono bambini, adulti, gente che probabilmente qui non sarebbe mai venuta. Villaneta sulla cartina c’è, ma non è un punto di riferimento per niente. Rivitalizzare questo posto è renderlo vivo con tutte le persone che possono venire, dai bambini agli anziani.

La casa si vede che ha richiesto e richiede tanto per il mantenimento. Richiede molto sacrificio e ogni sacrificio vuole una ricompensa. Qui, almeno per ora, non si parla di ricompensa economica ma morale. Quindi, in questi anni, Villaneta cosa vi ha dato?

Stefano – Cosa mi ha dato Villaneta? È una palestra! Ho imparato a fare intonaci, a ricostruire pareti a riparare i gabinetti (ridono). Poi le tante serate, in pochi, in tanti, in due, da solo, a veder le lucciole, a leggere le poesie fuori, davanti al bosco…

Matteo – Noi abbiamo una fortuna incredibile, oltre alla passione, perché possiamo arrivare qui, magari anche alle dieci, e mi sembra di venire a casa, anche se vivo a Forlì. Quindi oltre alla palestra, quello che mi dà Villaneta è tutto lì fuori, nel bosco.

Davide – Faccio una piccola premessa: quello che stiamo facendo non ha fini di lucro e tutto quello che stiamo facendo non è per crearci un lavoro, ma solo per passione. Poi certo che, essendo un punto molto frequentato, potrà portare del reddito a qualcuno, ma quello che vedo io è una persona che venga qui a rimborso, non una occasione di lavoro per me. Dal punto di vista umano, siamo partiti in pochi e a me ha sorpreso molto che in poco tempo siamo cresciuti e l’iniziativa ha assunto molti caratteri dell’associazionismo. Noi abbiamo fatto l’associazione per partecipare al bando, non perché era in progetto. Cosa volesse dire non lo sapevamo. Però quello che vedo intorno è un gruppo bellissimo che si è creato, che ama questo posto. Una socialità che ti scalda davvero.

Domanda spinosa: per i nove decimi dell’universo la Romagna è Rimini, Cesenatico, Cervia, magari Cesena e San Marino se proprio va bene. Questo noi lo sappiamo che non è così, ma la maggior parte della gente non lo sa. Come pensate di fare per far cambiare idea alle persone?

Stefano – Torniamo sotto la Toscana come prima del fascismo (risate). In realtà parecchia gente lo sta già vedendo. Arrivano qui, magari un po’ per caso, si innamorano del luogo e tornano.

Agnese – Un po’ questi open day che stiamo organizzando servono a questo. Lo facciamo sicuramente per farci conoscere e magari per dei piccoli autofinanziamenti, ma molto è anche perché le persone vengono, stanno un giorno o due al massimo ma poi si appassionano al progetto, si offrono di partecipare e contribuire.

Un’anima alla volta, quindi. È una cosa forse anche più grande di quanto pensiate o di quanto vi aspettavate. Una cosa che ha bisogno di richiamare chi non se l’aspetta, una realtà così.

Roberto – Vale anche per i romagnoli, non solo per gli “stranieri”.

Stefano – Qua è Toscana! La gente quassù si è sempre sentita non parte di entrambe le regioni, questa è un po’ una zona a sé. Qui di gente ne viene, anche tanta, soprattutto quando fa caldo. Secondo me, un posto del genere è importante perché, al contrario magari dell’arrivare e del piazzarsi con la sdraio lungo la strada, qui a Villaneta puoi godere del fresco, del bosco e nel frattempo imparare a conoscere e ad amare un territorio, cosa che per esempio non puoi fare a Cesenatico o Rimini, dove certo, usufruisci di servizi, ma non vivi una realtà come questa, del parco.

Come vedete questo posto tra dieci anni?

Davide – Sarà più bello, più curato, aperto da giugno a settembre tutti i giorni.

Matteo – Penso che Villaneta diventi, man mano che passa il tempo, come un ciclone che tira dentro gente, forze, voglia di fare cose, quindi tra dieci anni saremo un esercito!

Il prossimo appuntamento con gli open day dell’Associazione Anime Casentinesi e con il rifugio Villaneta è per l’1 e 2 settembre. Noi ci saremo, siateci anche voi. Credeteci, vale davvero ogni secondo trascorso lì.

 

Grazie a Esserci per la collaborazione.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Della consapevolezza nella lotta con il correttore automatico

Rubrica: La Grammarnazi

Alzi la mano chi non ha mai litigato con il correttore automatico del proprio telefono intelligente (ah, voi dite smartphone? Sicuri sicuri? Leggete qua!) o del proprio computer!

Poiché è passato un po’ di tempo da quando ci è stato dato il dono della ragione, perché non dotarci degli strumenti adatti per opporci con spirito critico e consapevolezza agli errori propinati da questo malefico software ignorante?

Qual è? Quest’anno? Che brav’uomo! Che buon vino! È solo un’opinione! (le forme indicate sono tutte corrette). 🙂

Parliamo di elisione e troncamento, in pratica di “apostrofo sì o no?”, per non farci prendere dalla moda un po’ modernista dello scrivere le parole nella loro interezza, non per scelta ma così, tanto per non sbagliare.

L’elisione consiste nella caduta della vocale finale non accentata di una parola di fronte alla vocale iniziale di un’altra parola e, nella scrittura, è segnalata dall’apostrofo.

Elidere una vocale serve a rendere più armonioso e orecchiabile un testo, in particolare all’incontro tra due vocali. Vi immaginate a pronunciare lo arbitro? Già è una classe di individui poco amata, se togliessimo anche l’apostrofo lo renderemmo ancora più antipatico, nevvero?

Di seguito trovate i casi in cui si utilizza obbligatoriamente  l’elisione (altrimenti siete a rischio di bacchettate sulle mani dalla Grammarnazi), vale a dire con:

  • Gli articoli determinativi lo, la e le preposizioni articolate formate con essi: l’arto, l’uomo, dell’isola, all’opera;
  • L’articolo indeterminativo una: un’arma, un’aria, un’impressione, un’oca;
  • Gli aggettivi bello e quello: un bell’attico, quell’immagine (mentre si può dire indifferentemente bell’anima o bella anima);
  • Santo e santa: sant’Eustachio, sant’Elisabetta (ma invocati insieme saranno “santi numi!”).

L’elisione è consigliata, ma nessuno potrà arrabbiarsi se opterete per la versione non elisa nei seguenti casi:

  • La preposizione di (specialmente davanti a parola che inizia per i): d’invidia, d’immissione;
  • L’aggettivo questo: quest’anno (a me questo anno però non suona per niente bene, poi fate voi!), questo intervento;
  • I pronomi personali lo, la, mi, ti, ci, si, vi, ne, purché il suo utilizzo non ingeneri ambiguità: l’incontrai (o lo incontrai), l’ospiterei (o la ospiterei), m’avvertì (o mi avvertì);
  • L’avverbio e congiunzione come seguito dal verbo essere: com’è bello!, com’era attento, ma come avevo detto, come immaginerai.

Si ha l’elisione solo in particolari casi con l’avverbio di luogo “ci” che prende l’apostrofo solo davanti al verbo essere (c’è, c’erano ma ci annunciano, ci andremo, ci inciampano).

Alcune parole conservano l’apostrofo solo in frasi ormai consolidate nell’uso: a quattr’occhi, tutt’altro, tutt’e due, senz’altro, nient’altro, mezz’ora (brutta brutta la versione comunemente accettata “mezzora”!).

Con la preposizione da, che si elide solo nelle espressioni: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altra parte, d’altronde.

L’elisione non si deve usare mai:

  • Davanti a i semiconsonantica: lo iato (cos’è lo iato? Il contrario del dittongo, cioè due vocali che, vicine, rappresentano due sillabe diverse, come in meandro, mormorio, tua), lo iodio (avete presente quando correte al mare e le onde si infrangono sugli scogli? Come dite, non correte? Rimediate subito, se volete ho consigli per voi!), di ieri, quello iettatore (mentre è possibile davanti a u semiconsonantica: l’uomo, l’uovo);
  • Con i pronomi le, li in funzione di complemento oggetto (le ammiravo, le osservavo, li avvertii, li incontrai) e con il pronome le in funzione di complemento di termine (le affiancherò un tutore, le annuncerò la novità); se non avete ben chiara la differenza tra complemento oggetto e complemento di termine, scrivetemi per ricevere nella vostra mail un prontuario di analisi logica (o anche per dirmi che ai vostri meravigliosi apericena non serve sapere nulla di tutto ciò!);
  • Con il pronome ci seguito da a, e, o: ci orienta, ci anticipa.

Se non vi siete ancora addormentati, anzi siete entusiasti perché con questo articolo sto dissipando più dubbi di quanti mai vi siate posti in vita vostra, seguito a raccontarvi del troncamento, che può essere:

  • vocalico: dottor (dottore), nessun (nessuno), qual (quale). Nel troncamento vocalico la consonante che precede la vocale troncata deve essere l, m, n, o r: un bel quadro, ben fatto, non dobbiam venire, far carriera;
  • sillabico: gran (grande), quel (quello).

Come per l’elisione, cade una vocale, o addirittura una sillaba, in finale di parola, ma non è – generalmente – richiesto l’apostrofo.

Fanno eccezione, altrimenti sarebbe stato troppo facile, le espressioni po’ (poco), a mo’ di (a modo di) e i verbi di’, da’, fa’, sta’, va’ (forme dell’imperativo di dire, dare, fare, stare, andare). Mi raccomando, non sono accenti, sono apostrofi, poiché indicano graficamente la “caduta” della sillaba o della lettera.

A differenza dell’elisione, si può avere troncamento anche quando la parola che segue inizia per consonante (ricordate il buon vino di prima? O avete mai visto un bel quadro?). Ma se la parola seguente è quello che si porta in spalla vostro figlio per andare a scuola (bello zaino!) oppure inizia per s impura (vale a dire seguita da consonante) oppure con gn, ps, x sarà corretta la forma: un buono gnocco fritto, un buono psicologo, un bello xilofono.

Il troncamento vocalico si ha sempre con le parole buono, bene (un buon pasto, ben alzato); con uno, alcuno, nessuno, ciascuno (un marinaio, alcun pensiero, nessun incidente, ciascun componente); con i titoli come signore, professore, dottore, ingegnere, cavaliere, commendatore, suora (unico vocabolo femminile che viene troncato) seguiti da un nome proprio: il cavalier Bianchi, il dottor Costa, l’ingegner Valenti, suor Maria.

Il troncamento vocalico è consigliato con le parole tale e quale (un tal Michele, qual è la mia sedia?); anche con gli infiniti verbali, ad esempio metter via è più eufonico di mettere via, così come andar forte o prestar fede.

Il troncamento è obbligatorio negli infiniti seguiti da un pronome (prendere + lo: prenderlo) nonché in alcune locuzioni di uso comune quali amor proprio, a spron battuto, in particolar modo, in fin di vita, man mano, mal di denti.

Ricordate che non si troncano le parole al plurale (non si dice “che buon vini” ma “che buoni vini!”) né quelle femminili tranne la già citata suora.

In conclusione, sarà un gran giorno quello in cui, un’affascinante donna, incontrato un brav’uomo, un tal signor Rossi, berrà insieme a lui un buon vino, ammirando un bel tramonto in spiaggia, godendo dello iodio sprigionato dall’infrangersi delle onde sugli scogli, senza sentir scorrere il tempo, facendo morire d’invidia tutti attorno, ai piedi del monte di sant’Eusebio.

Saranno mica sull’isola che non c’è?

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Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
di tutte quelle assenze estese ai fianchi
sull’inasprirsi delle ore e dei vestiti
in quell’agire buio attorno agli angoli
del noi in preghiera sulla tavola.

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
in ogni ombra incisa sui bicchieri
nei tovaglioli arresi alle ginocchia
su ogni briciola caduta o attesa
che appoggia i gomiti per separarci.

Ora nel piatto c’è solo il vuoto
e poi le mani della madre
a riempire di silenzio il ventre
che svuota il pane e ogni senso.

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
ma oggi ti racconto un’altra storia
per ricordarti che siamo altro
cerchi incompleti oltre quel frutto
che nella debolezza di una voce
siamo il respiro che non ha tregua.

 

Ksenja Laginja

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Bibbia-d'asfalto

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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Corri. Svegliati. Corri.

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Questo è un bel momento. Stiamo facendo una cosa che amiamo, siete in tantissimi a leggerci e siamo in tanti a scrivere nel Magazine. Uno di quei momenti in cui sembra che le cose non possano che migliorare. Uno di quei momenti in cui, un paio di conti, te li fai. Un momento di consapevolezza e di prospettiva (ri)trovata, insomma. Scattano le sirene, suonano gli allarmi, perché è proprio uno di quei momenti in cui, invece di goderti il presente scappi avanti, o indietro, chissà.
È proprio di quei momenti che vi voglio parlare oggi.
Quanto è ironico pensare alle tonnellate di sovrastrutture che ci costruiamo addosso per separarci dal presente. Ci incateniamo giorno dopo giorno a costrutti sempre più oppressivi. Qui siamo troppo vecchi, lì mancano i soldi, laggiù siamo tristi e depressi ed incapaci di relazionarci. Tanti piccoli gironi che provvediamo con un certo gusto ad infarcire di benaltrismo. Sono altre le priorità. Ben altro ciò che dovrebbe occupare i tuoi pensieri in un dato momento. Assolutamente qualcosa di diverso quello in cui dovresti mettere le energie. Chissà, forse sotto sotto la semplicità elementare di molti aspetti della vita ci terrorizza. Quindi ci frustriamo a vicenda - ma soprattutto lo facciamo da soli, con noi stessi - facendoci sentire in ogni momento fuori luogo e fuori posto.
Siamo eternamente quelli che arrivano al cinema il minuto dopo che l'ultimo biglietto è stato venduto.
Bene.
Il cinema è mezzo vuoto. Fessi che siamo.
La verità è che la vita è complicata. Complicata, sì. Mettere assieme carne e spirito, passioni e paure, amori e solitudini, la poesia e la pancia che brontola per la fame.
La vita non è complicata, è un casino.
E proprio per questo è una figata.
Da bambini - almeno quelli della mia età, i non trenta-quarantenni si trovino una metafora adatta, mica posso fare tutto io! - da bambini, dicevo, andavi al bar sotto casa con le tue poche monete, orgogliosamente, "a giocare ai videogiochi". Non ti ponevi il problema della difficoltà. Sapevi che sarebbe diventato via via più tosto livello dopo livello. Sapevi anche che non avresti vinto nulla, se non il poter mettere tre letterine del tuo nome in una classifica. Non te ne importava nulla, quello che contava era il gioco. Il presente.
Poi siamo diventati più grandicelli. I giochi sono entrati nelle nostre case, nei nostri Commodore, negli Amiga, nei Pc e nelle consolle. Ognuno di essi dotato di quell'infida e devastante opzione.
Seleziona la difficoltà.
E lì l'importanza formativa dei videogiochi, perdonatemi, è andata in vacca. Da fatalisti vichinghi, consci che le cose si sarebbero fatte sempre più dure schermata dopo schermata, ci siamo trasformati in tanti piccoli commercialisti, bisognosi di sapere a priori la difficoltà e l'impegno richiesto. Manco ci avessero dovuto pagare.
Non faccio dietrologia.
Ok, sì, è dietrologia, ma siete entrati in una sala giochi, ultimamente? Il gioco che va per la maggiore è quello di infilare monetine in macchine piene di altre monetine, sperando che ne cadano un numero maggiore di quante ne infili. Penso che a furia di preoccuparci per l’Alzheimer da vecchi, ci sia sfuggita una qualche malattia che ci rimbambisce da giovani.
Perché sto scrivendo tutto questo? Un po' perché questa metafora mi piaceva e da due righe l'ho fatta diventare di venti. Un po' perché, appunto, è una metafora. Facciamo lo stesso nella vita di ogni giorno, per ogni cosa, grande e piccola.
Non ci godiamo più le sfide quotidiane, godendo della loro difficoltà. Giochiamo se sappiamo controllare il livello del gioco, altrimenti infiliamo monetine. Che diamine, prima o poi ne scenderanno più di quante ne abbiamo messe.
Svuotiamo i nostri giorni in quella macchina di non vita, aspettando che dal buco cadano mesi di esistenza godereccia.
Intanto, lì fuori, tutto corre. Corrono le soddisfazioni, corrono le esperienze e le scoperte, corrono le opportunità di crescere, corrono gli amori. Tutte queste cose corrono, non sono legate a quelle sovrastrutture da consolle che ci siamo creati. Sono cose complicate, ma hanno una base semplice, a ritmo con il ritmo del mondo. La loro velocità è quella corretta, siamo noi che ci siamo imbolsiti a furia di fregarci con le "priorità", regolarmente sempre altre, sempre diverse, sempre scuse per tirare indietro la mano dal tram che sta passando in quel momento. In attesa di un altro tram. Soprattutto in attesa di un'altra prioritaria scusa che ci faccia perdere pure quell'altro, di tram.
Questo è quanto. Ho fatto dietrologia e adesso pure la morale, simpatico come un ibrido di Massimo Fini e Giulietto Chiesa.
Ora vorrei dirvi che, dopo la consapevolezza, io ho capito tutto. Che so quel che si deve fare.
Sciocchezze. Sono più imbolsito di tutti voi messi insieme.
La vita, là fuori, prosegue con la sua solita, complicatissima, estenuante, meravigliosa ed eccitante velocità. Bisogna tornare a essere veloci. Correre correre correre finché il cuore ti scoppia e torni a sentirti vivo.
Scrivere è anche questo, quel senso di esplosione che se ne frega di tutto ciò che è stato, di ciò che verrà.
Che ne dite, andiamo ad allenarci?

Photo credit: George Sheehan

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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La Cavalcata delle Valchirie (Der Walkürenritt)

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Nel mio personale Bildungsroman, l'estate del 1982 è un passaggio fondamentale.
È anche l'estate del Mundial, quello di Pablito Rossi e dell'URLO di Tardelli. Memorabile.
Vivevo a Verghereto (FC), paesello adagiato sul crinale dove – secondo l'immortale brano “A Verghereto” di Novaga-Lombardi – “ci son le donne più belle” e “[...] anche le fonti fan serenata alle stelle”.
Appena fuori il paese c'era un campeggio di proprietà del Comune di Forlì dove, a turni di 15 giorni, venivano su gruppi di adolescenti dai 13 ai 17 anni a prender fresco. Due cose, i giovani campeggianti facevano mescolandosi agli indigeni e ai villeggianti:

  1. Spettacolari ed epiche partite di calcio; la convocazione nella seleção locale equivaleva ad un rito di iniziazione. Ricordo battaglie campali, bibliche tenzoni agonistiche all'ultimo sangue corredate di torcida e risse.
  2. Schermaglie di tipo completamente diverso fra adolescenti dei due sessi; anche in questo caso si può parlare di iniziazione al sempiterno gioco della seduzione. Compiuti i 13 anni, roridi di Tenax e bonificati d'ascella, la sera ci si arrampicava fino al Campeggio per Adolescenti per esplorare il grande universo del limonamento slinguato.

Nell'82 io di anni ne avevo ancora dieci, sicché di limonare manco a parlarne. Feci, però, il mio debutto calcistico nella migliore situazione possibile: quell'anno, per una specie di gemellaggio europeo, il Comune di Forlì mandò sull'Appennino un gruppo di ragazzi della Germania Ovest. Il paesello fu invaso per qualche settimana da una gioventù bionda e vigorosa, ragazzoni e stangone provenienti da chissà quale angolo della Westfalia. La partita si fece. Subito: vuoi mettere replicare la randellata che i ragazzi di Bearzot avevano confezionato per Breitner e compagnia? Il giorno del match io ero in panca, ovviamente. Nonostante una soverchiante fisicità, i prussiani tecnicamente erano dei comodini, così nel secondo tempo decisero di farmi esordire. A un certo punto un nibelungo franò sui garretti di Maurino con la grazia di una Panzerdivision: rigore netto! “Lo batte Giannino”. Portiere a sinistra, pallone a destra. Certe notti me lo sogno ancora.

Ma l'estate '82 resta memorabile anche per la seconda cosa che si faceva al campeggio. Le disinibite teutoniche, forti di una mentalità più aperta, ebbero nel placido borgo l'effetto di un meteorite. I miei amici più grandicelli, abituati a faticarsi uno slimone striminzito dalle italiane, non si capacitavano di poter profittare di tanta spontanea disponibilità allo sbaciucchio, al tastamento e anche – addirittura – a quella roba lì! Eh, sì: l'82 vide cadere più di una verginità virile.
L'episodio che entrò di diritto nella leggenda ha come protagonisti il mio amico Lino e la celeberrima Sighy, (probabile diminutivo di Siegmunde o Siegfrieda), capello corto und rossiccio, alta come due me sovrapposti. Certe notti me la sogno ancora.
Nel buio di una remota tenda, l'esperta teutonica impartì al giovine una lezione di petting indimenticabile. Nei racconti autunnali e invernali – che ogni volta si arricchivano di particolari – Lino narrò a noi piccoletti sconvolti che le aveva addirittura fatto un ditalino!!! La favola di questa pratica esotica cominciò a popolare la mia fantasia; anch'io avrei prima o poi avuto 13 anni e avrei salito la strada fino al Campeggio per abbandonarmi alla lussuria. Nelle estati successive, i gemellaggi esteri continuarono e giunsero ancora tedesche e francesi a rendere uomini i virgulti del luogo. Poi arrivò il 1985.
13 anni. Era il mio turno ora, ma il Fato beffardo volse lo sguardo altrove. Caso volle che quell'anno il gemellaggio venne fatto con una associazione francese di profughi delle guerre di Indocina. Arrivarono tutti maschi e parecchi con menomazioni e mutilazioni dovute a mine e bombardamenti. Niente petting, quindi, e nemmeno partite di calcio. Niente. Un fallimento su tutta la linea...
Negli anni successivi, i gemellaggi finirono e via via anche i gruppi di italiani non vennero più. Ora non restano che vacue vestigia, vuote piazzole e bungalow deserti. Chissà dove sarà adesso la Sighy? Saprà di aver popolato i sogni lussuriosi di noi ragazzotti di montagna per anni e anni?
Comunque, io il rigore ai tugnini l'ho segnato. Cabrini no.
Tiè!

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Gianni-Bardi

Gianni Bardi

Redattore
Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
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Tra la mente e le labbra, abita il segreto

Fu in un Natale di un ‘’C’era una volta’’ che imparai la dura legge dei segreti.
Dunque tu mi dici una cosa che non va detta. Ma se tu me la dici, non l’hai forse detta?

Ad ogni modo mi esercitai a lungo davanti allo specchio, quando mentivo la mamma lo scopriva sempre. A detta sua, la linea rossa delle bugie sfrecciava potente sulla mia fronte, spessa tanto quanto la pinzellacchera che avevo detto – pinzellacchera: strano modo del maestro Attilio di chiamare le sciocchezze – anche se francamente non la vidi mai. Negli anni studiai diverse tecniche per riuscire a vederla prima della sua scomparsa, ma decisi di rinunciare quella volta in cui, tentando di tenerla stretta con le mani sul volto, corsi allo specchio in soggiorno e vidi tatuato sulla fronte solo lo spigolo del tavolo.
Io sapevo.
Un segreto va protetto, custodito.
«A volte si è costretti a mentire per una buona causa» mi aveva spiegato Papà quando avevo domandato se saremmo andati dritti all’inferno non dicendo alla Mamma cosa le avevamo comprato per Natale.
Sapevo, ma dovevo fingere di non sapere.
Uscimmo dal negozio il sabato della Vigilia – in fila indiana – io, il pacco e dietro Papà, color rosso carta. Effettivamente la pelata paonazza luccicava più del regalo, ma questa storia dei segreti cominciava a piacermi e dunque non glielo dissi. Caricammo in macchina il bottino, pronti per tornare a casa. Ripassammo un’ultima volta la lezione.
«Dove siamo stati?»
«Al parco» dissi ammiccando.
«Perfetto».
Mi allacciò le cinture e salendo in macchina mi sorrise dallo specchietto un’ultima volta. Ricambiai e mi infilai la berretta. “Stavolta ti frego, linea rossa”.
Morivo dalla voglia di spifferare tutto, ma ero diventata grande e i grandi si sa, sanno mentire bene. Lo fanno sempre. Per esempio lo Zio che tutti conoscono per Piero in realtà si chiama Agostino, Papà detesta la crostata di Mamma, anche se davanti a lei dice che è buonissima, la Zia per sette giorni al mese porta il pannolino, ma mi ha detto di non dirlo a nessuno.

Le strade luccicavano a ritmo del Natale e io mi domandavo quale segreto si nascondesse dietro i cappotti, i baffi, gli occhiali dei passanti che rimanevano indietro. Li guardavo scomparire dal finestrino man mano che la macchina avanzava e pensai che dopotutto non aveva importanza, io avevo il mio e bastava. Così rigirai il collo come un gufo e mi accorsi con stupore che stavamo per svoltare nella via di casa, di già.
Papà spense il motore e restò fermo per qualche secondo. Mi guardò. «AL PAAAARCO» dissi.
Entrammo dalla porta dell’ingresso in silenzio – il pacco, Papà e io – e facemmo capolino in cucina per scoprire con entusiasmo che la Mamma non era ancora rientrata dal lavoro.
Quando aprì la porta, ci trovò seduti a tavola con tre grissini per uno in mano. Il pacco era sotto l’albero, fiero di noi.
«Dove siete stati questa mattina?» fu la seconda domanda dopo «Perché la tavola non è ancora apparecchiata?»
Toccava a me. Il cuore voleva mandarmi fuori di senno, in comunella con la gocciolina di sudore che mi solleticava la guancia – uscendo dalla berretta che avevo deciso di non togliere –. Potevo farcela, dovevo. Dopotutto mi ero esercitata per tutta la mattina. Papà, sfidando la legge della natura, mi guardava con la coda dell’occhio sinistro in attesa della mia battuta e con l’altro intratteneva la Mamma.
Guardai la Mamma, guardai Papà col pensiero, e poi di nuovo la Mamma.
«AL PARCO» disse la mia mente «Al…Al…Al parco» biascicai.
«Ah, bene» disse lei, e fece per andare a togliersi il cappotto in camera.
Papà e io soffocammo un urlo di vittoria. Lancia grissini e berretta. Bicchieri, pentole e stoviglie intonarono una Ola dagli scaffali mentre mi rigiravo la maglia sulla testa, in ginocchio come fa Papà quando segna il Milan – ai tempi potevo permettermi di non portare il reggiseno –.
«Eccola che arriva!»
Ricomponemmo la scena iniziale in mezzo secondo – solo i miei capelli erano rimasti in piedi – e la Mamma ci trovò come ci aveva lasciati, sorridenti e con la tavola sparecchiata. Pranzammo con un sottofondo di Natale, mi riempii con due scucchiaiate di pasta e un bicchiere di emozione. Tra un’occhiata di intesa e qualche risatina da sotto i baffi, sparecchiammo la tavola e confabulando – sempre Papà e io – andammo in salotto.
«SORPRESAAAAA!!» urlammo, quando anche Lei – la Mamma – ci raggiunse «Questo è per te».
«Per me?» chiese stupita «davvero?»
In cerchio seduti di fronte al camino scrutavamo il grande pacco rosso.
Sapevo, ma dovevo non sapere.
Mi tenevo stretta la bocca per essere sicura che niente, nemmeno una vocale, potesse scapparmi.
La tensione piano piano si allentò, eravamo fuori pericolo. La sorpresa era riuscita e mancavano poche ore a Natale.
«Dai dimmi cos’è».
«No».
«Dai. Un indizio».
Guardai Papà che mi fece gli occhiacci e dunque tornai sui miei passi.
«HO DETTO NO».
«E va bene» disse lei alzandosi e imbucando la porta «se proprio non me lo dici me ne vado in cucina».
Quando ormai era sparita nel corridoio:
«Sarà sicuramente qualcosa di buono».
Risi.
«Ma dai Mamma, che dici? I vasi non si mangiano mica».

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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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Buio

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Ero sicuro che ero, che fossi una corrente
una volta in una valle avvolta da neve
e che fossi, ero, forse, una certezza
proprio là, in mezzo alle chimere
che fossi così leggero, un monolite:
la luce è veloce “spegnila che è tardi”,
fammi sapere almeno questo
Se possiamo vederci, al buio, lo stesso.
Non so cosa dire invece: tu mi guardi
i contenuti col tuorlo nell’occhio
e io che divento uno squillo d’albume
per coabitare con la guerra attorno.

Massimiliano Moresco

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Bibbia-d'asfalto

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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