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Il vento ti ha già portato via

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Il vento ti ha già portato via
lontano dagli altri venti,
e quando sei morto qualcosa dentro me è morto
e così ho preso a sognare il ragazzo verde
a tutte le ore della notte
con la sua tuta grigiorossa e le quattro finestre
ai lati della nostra strada,
chiuse come dame vespertine
le troie già sudate come gli angoli della bocca del grande nondio
io portata dal vento
e tu che non esisti ma in qualche modo
sei apparso nella veste nera delle mie ciglia, ragazzo verde
e adesso di questa giovinezza di ieri e giovinezza futura
non so che farmene
posso solo aspettare
che il vento ci porti via.

 

Veronica Falco

 
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Bibbia-d'asfalto

Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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Non guardarmi, non dirmelo

Rubrica: Copywriter: distruzioni per l'uso

Tutti sanno che la capacità delle donne di parcheggiare tra due auto incolonnate è regolata da un meccanismo casuale e viene tecnicamente denominata “botta di culo”. Qualcuno è consapevole dell’esistenza di misteri che sarebbe meglio non venissero svelati (come quando decidi che è giunto il momento di fare a tua figlia il discorso delle api e dei fiori, ma lei continua a interromperti. Correggendoti). Ma solo pochi eletti conoscono le frasi da non dire mai a un copy. La peggiore di queste è “che ci vuole a fare il copywriter? Basta saper scrivere.” Se dopo aver pronunciato queste parole nessuno tenta di sfondare con un’ascia la porta del bagno in cui ti sei rinchiuso chiamandoti “Wendy”, se non senti una voce femminile urlare “corri Forrest, corri come il vento che soffia!”, se non ti stanno praticando la tecnica dell’esplosione del cuore con le cinque dita della mano, puoi ringraziare la tua buona stella che il copy abbia assunto la sua dose giornaliera di Lexotan e non sia temporaneamente in grado di sentire le voci nella sua testa che gli ordinano di soppalcarti i denti. Nel dubbio, astieniti dal ripetere anche le seguenti domande.

Come si diventa copywriter?

Devi farti mordere da un copy radioattivo. Se non lo trovi, entra in una capanna sudatoria e non uscirne finché non sei in grado di spiegare Il Pendolo di Focault a tua nonna. Se ti risponde «fritto viene meglio», non ha capito. Riprova.

Mi scrivi questo testo al volo? Guarda, si tratta di una cosa semplicissima, ci impieghi al massimo cinque minuti. Lo farei io se avessi tempo.

No.
Ti risulta che una donna sia mai rimasta soddisfatta da una prestazione di cinque minuti? Al volo si possono partorire solo cagate o termini osceni per cui tua mamma sarebbe tentata di sciacquarti la bocca col Last al limone. Tipo “inzupposo”.

C’era troppo testo. Ho eliminato qualche frase qui e là, tanto si capisce lo stesso. È ok per te, no?

Ti auguro di svegliarti dopo una sbronza colossale e non sapere dove ti trovi, mentre un braccio ti stringe da dietro.
Quel braccio sarà più peloso del tuo.
Apparterrà a un tizio che si fa chiamare Pilone.
D’accordo. Non assomiglierà nemmeno vagamente a tua moglie ma è pur sempre sesso.
È ok per te, no?

Ma nel sito dobbiamo per forza scrivere qualcosa? Tanto non legge più nessuno. Non bastano le foto?

“Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non poter mai avere un cliente con un Q.I. superiore a quello di una cavia da laboratorio. Sono stanco soprattutto di tutte le boiate che io sento, ascolto nel mondo ogni giorno, ce ne sono troppe per me. È come avere un vaffanculo in testa sempre, continuamente. Lo capisci questo?”

Non c’è budget per questo progetto, ma avresti moltissima visibilità in cambio. Possiamo venirci incontro?

Possibili risposte:

Certo che ti vengo incontro. Con un tir. Senza frenare.

Certo. Chiederò al mio collega immaginario di contattarti al più presto.

Le probabilità che ciò accada sono inversamente proporzionali alla velocità con cui fingerò di perdere il tuo numero.

Mi sono appena accorta di non avere nemmeno uno scheletro nell’armadio. Vuoi essere il primo?

Tuo cugino è in ferie?

Ma soprattutto, se ti venisse voglia di raccontarmi quanto te la cavi bene con la scrittura e che alle medie prendevi otto nei temi, che in fondo il mio mestiere non ha nulla di complicato e uno come te potrebbe svolgerlo a occhi chiusi, ricordati sempre (e ci tengo a sottolineare SEMPRE) che io non lo voglio sapere.

 
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Penna Avvelenata

Sono una copywriter. Mi guadagno da vivere scrivendo testi pubblicitari e tentando di far ragionare clienti malvagi che dicono cose come “Il testo non serve, tanto non lo legge nessuno”... Leggi la mia biografia oppure

La sostanza del discorso: i nomi

Rubrica: La Grammarnazi

Per introdurre l’argomento di oggi, la Grammarnazi vi propone un esercizio. Prendete l’incipit di un libro, o di un racconto, se preferite. Ho scelto per voi l’inizio di uno splendido libro, Una questione privata di Fenoglio, che mi è stato proposto in quarta o quinta liceo, non ricordo precisamente, dall’altrettanto splendida professoressa di lettere che ho avuto la fortuna di avere.

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Ora togliete tutti i nomi da questa frase e riscrivetela.

La socchiusa, le abbandonate lungo i, guardava la di, solitaria sulla che degradava sulla di.

La frase, così mutilata, risulta traballante e completamente priva di significato.
Il nome (dal latino nomen = denominazione) anche detto sostantivo (dal latino substantivum da substantia = sostanza, ciò che esiste) è, infatti, quella parte variabile del discorso che serve ad indicare persone, animali, oggetti, idee, concetti, stati d’animo, azioni, fatti. In pratica, tutto ciò che esiste nella realtà e che possiamo immaginare, a cui, appunto possiamo dare un “nome”.
I nomi possono essere comuni (cane) o propri (Fido): attenzione all’ortografia, i nomi comuni sono scritti con l’iniziale minuscola mentre i nomi propri con la maiuscola. Eccezioni a questa regola riguardano:

  1. la personificazione di animali o cose, come avviene nelle fiabe o in generale nelle narrazioni di fantasia (Il Gatto incontrò la Volpe, la Rosa rispose al Giglio);
  2. l’indicazione di entità astratte o superiori (la Fede, la Speranza, la Carità);
  3. persone o cose che si distinguono in maniera univoca nella loro categoria: il Poeta (Dante), le Tavole (dei Dieci Comandamenti).

Talvolta succede anche il contrario, vale a dire che un nome proprio venga utilizzato come nome comune, ad indicare una traslazione da una “figura” famosa rispetto ad una caratteristica peculiare o ad un’invenzione. Per elencare alcuni esempi, è possibile una suddivisione in due categorie:

  • un essere umano particolare: un giuda è un traditore (come Giuda, colui che tradì Gesù); un adone è un giovane bellissimo (da Adone, bellissimo giovane amato da Venere);
  • un prodotto specifico: pullmann (il mezzo di trasporto che può essere chiamato anche corriera, nevvero? E non mi date dell’esterofoba ) prende il nome dall’inventore statunitense G.M. Pullmann; il gorgonzola (formaggio erborinato, ottenuto con una tecnica precisa, non lasciandolo ammuffire a caso) è collegato all’omonima cittadina lombarda in cui originariamente era prodotto; il cognac (superalcolico di grande pregio, perfetto per le serate invernali di fronte al camino, provate il Delamain e troverete poesia in un bicchiere) si chiama così poiché è prodotto nella città francese di Cognac (mi raccomando, l’accento è sulla “a”, così, tanto per pignoleggiare); la biro (la penna a sfera) è stata inventata dall’ungherese L. Birò (con tanti saluti al calamaio e alla stilografica a me tanto cara).

I nomi possono essere di genere maschile o femminile. In via generale sono maschili:

  • i nomi che terminano in -o: il medico, il quaderno, il suono, fatte salve le eccezioni quali mano, moto, foto;
  • i nomi stranieri che finiscono con una consonante: radar, camping, computer, slogan (ma sono femminili holding, miss, star, hostess);
  • i nomi delle lingue e dei dialetti, i punti cardinali, gli elementi chimici, i giorni della settimana (tranne la domenica), i monti, i mari e i fiumi (tranne rari casi quali la Loira, la Senna, la Sila, la Maiella).

Sono di genere femminile:

  • i nomi che finiscono in -a: la cartella, la noia, la giacca, ma sono maschili i sostantivi che terminano in -ema come problema, poema, Grafema (l’autocitazione mi è sorta spontanea);
  • i nomi che terminano in -i: crisi, oasi, tesi (ma non il brindisi, il bisturi, il safari);
  • i nomi di città, isole, continenti, stati e regioni.

Un argomento che ha suscitato qualche recente polemica è la formazione del femminile di alcuni sostantivi maschili che riguardano incarichi professionali o politici. Poiché tradizionalmente alcuni ruoli erano riservati agli uomini, tutt’oggi ci si riferisce al ministro Maria Rossi piuttosto che al giudice Laura Bianchi o al sindaco Federica Verdi. La Grammarnazi non condivide la recente diffusione di forme come ministra, avvocata, notaia, espressione di un femminismo in una delle sue forme più ottuse (posto che ne esistano di acute…).

Parentesi maschilista chiusa, procediamo con l’analisi dei generi.

Alcuni sostantivi, detti nomi mobili, nel passaggio da un genere all’altro modificano la desinenza o aggiungono un suffisso. Alcuni esempi sono duca/duchessa, poeta/poetessa, professore/professoressa, attore/attrice.

Tuttavia, siccome l’italiano è davvero difficile (un po’ come tutto ciò che è molto affascinante), altri nomi nel cambio di genere non seguono alcuna regola, come re/regina, stregone/strega, eroe/eroina, dio/dea.

I nomi indipendenti, invece, hanno forme completamente differenti tra maschile e femminile: padre/madre (qui la differenza va ben oltre l’ortografia…) fratello/sorella, nubile/celibe, montone/pecora, fuco/ape.

Più semplici i nomi di genere comune, che hanno la stessa forma per il maschile e il femminile, quali custode, cantante, pianista, giornalista, artista, e possono quindi essere distinti nel genere dagli aggettivi che li accompagnano o dal contesto del discorso.

Da ultimo, in quanto al genere, vorrei ricordare i nomi di genere promiscuo che indicano, con un’unica forma, sia il femminile sia il maschile, come serpente, giaguaro, tigre e pantera.

Attenzione ai falsi cambi di genere: collo non è il maschile di colla, così come panno non lo è di panna (assai più gradevole e desiderabile, soprattutto quando si è a dieta!), il baleno è molto più veloce della balena, il boa meno galleggiante della boa, il colpo più violento della colpa, il foglio a volte è ciò che resta di una foglia, il torto è più amaro della torta, il velo più trasparente della vela, il pizzo più seducente della pizza (beh, dipende!), il fine giustifica i mezzi ma non sempre conduce a una fine desiderata.

Per quanto riguarda il numero del nome, è bene prestare attenzione nella formazione del plurale ad alcune categorie particolari di nomi  quali:

  • i difettivi: hanno solo la forma singolare (varicella) o solo quella plurale (ferie);
  • i nomi invariabili: non mutano forma passando dal singolare al plurale (il re/i re, la crisi/le crisi, la serie/le serie);
  • i nomi collettivi: indicano una pluralità di elementi ma sono solo in forma singolare (sciame, gregge, bestiame, folla);
  • i nomi sovrabbondanti: hanno due plurali con significati differenti (il ciglio diventa cigli o ciglia, fondamento diviene fondamenti o fondamenta, l’urlo diviene urli se di animali e urla se di umani, gesto diviene gesti se vogliamo indicare movimenti ordinari o gesta se parliamo di imprese eroiche).

Per la formazione ordinaria dei plurali dei nomi, si seguano invece alcune indicazioni:

  • i sostantivi terminanti in -aprendono -e al femminile (la festa/le feste) e -i al maschile (l'automobilista/gli automobilisti);
  • i sostantivi che finiscono in -o-e prendono -i al femminile (la mano/le manila legge/le leggi) e al maschile (il faro/i fari);
  • alcuni terminanti in -co -gocambiano in -chi e -ghi (alterco/alterchi) se sono piani (accentati sulla penultima sillaba) e in -ci -gi (asparago/asparagi)se sono sdruccioli (accentati sulla terzultima sillaba) salvo alcune eccezioni come stomaco che si trova al plurale sia come stomachi che come stomaci o amico che, nonostante sia piano, diventa amici;
  • i nomi che finiscono in -ca -ga prendono-chi -ghi al maschile (collega/colleghi), e -che -ghe al femminile (banca/banche);
  • quelli che terminano in -logoformano il plurale in -loghi, se indicano cose (dialogo/dialoghi), in -logi(dietologo/dietologi) se indicano persone;
  • le parole che finiscono in -cia -gia prendono -cie-gie (farmacia/farmacie) o -ce e -ge se sulla i del morfema non cade l'accento ed è preceduta da consonante (pioggia/piogge);
  • i nomi che terminano in -ioprendono -ii se sulla i cade l'accento (pendio/pendii) e -i se invece non vi cade (aglio/agli), tranne per la parola tempio (templi).

Alcuni nomi in –io (con la i non accentata) possono avere il plurale in –ii oppure possono essere accentati per evitare confusioni tra principii (princìpi) e prìncipi, o tra martirii e màrtiri, tra benefìci e benèfici.

Un’annotazione finale di stile: il nome proprio di persona, composto da due elementi, nome e cognome, va sempre scritto in quest’ordine, salvo negli elenchi telefonici (e negli archivi in genere) per motivi di classificazione alfabetica. Ricordatevene la prossima volta che firmerete, voi siete in primis il vostro nome, poi il vostro cognome.

Se poi doveste passare per la Romagna (come Keanu), non meravigliatevi se, a sentire il vostro cognome, dovessero chiedervi: «te ad chi ci e fiul?»

Noi romagnoli siamo così, un po’ curiosi e sempre pronti ad attribuire la responsabilità dei nostri difetti all’eredità genetica familiare.

 
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Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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L’insonnia di Osvaldo

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

La pessima idea sta sul palmo
e questa mano, che si allunga,
prende senza restituire mai
quei pochi sussurri, liquefatti all’orecchio
così spogli di ogni buia costrizione,
da riempire i miei vuoti di rose
sputandomi addosso – neri verdetti –
che alla fine sono un po’, come burro al sole
in un involucro di dispiacere plastico,
messo lì, da qualche parte a marcire
evitando una diffusione urlata a pezzi sparsi
e che aspetta il totale scioglimento finale,
che si trasforma in un rigagnolo in discesa
pieno di speranze oleose insinuate nella mente,
che tacciono piccoli sotterfugi maleodoranti
i quali provano ad entrare di tanto in tanto
nella mia verginità posteriore senza successo,
visto che tento il sonno a pancia all’aria spesso.
Ma è solo un giorno in più e se ne vivrà l’illusione
lungo ogni strada che è il percorso,
a strettoie e curve sempre incuranti
delle gesta quasi commestibili tutte intorno,
agitate come bandierine bianche da frulla-minchia
severamente seri e praticamente insensati,
perché qui l’effetto memoria brilla in standby
come quell’odiosa lucina rossa sempre accesa
davanti ai tuoi occhi nella notte al neon selvaggio,
con il battito del cuore che invade il buio,
in una ballata che ti accompagna fino al mattino
togliendoti vizi e virtù, come un esattore pallido
che nella luce tende le sue dita impietose e viscide,
verso le mie labbra che si seccano al primo sole
e che si fanno riguardi assurdi,
davanti alle mie domande sporche di caffè!

 

Paolo Aldrovandi

 
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Bibbia d'Asfalto

Redattore
è un collettivo di poeti nato nel 2012, attivo sui social con un blog e un gruppo Facebook (che conta oltre 2000 iscritti). La rubrica curata è Poesia urbana e autostradale.
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L’opera del Maestro

Una vita. Una vita intera tenuta nascosta. Una vita passata a decorare case di contadini con brutte madonne, a imbellettare le chiese di curati orgogliosi con mediocri vite di santi, a costruire piccole opere d’irrigazione. Povere opere per povera gente e, per quasi tutto il tempo, una vita debosciata e in ozio.
Almeno l’allievo – così gli piaceva considerarsi, anche se era poco più di un discreto carpentiere e pittore – l’aveva sempre visto così, mentre attendeva che morisse per prendersi le sue commesse. Non che ci fosse concorrenza nella valle, ma per quello non è che ci fossero nemmeno molti clienti.
Ora, dopo aver camminato di malavoglia per quasi tre ore dietro alla mula, fino a quella grotta in collina, si era reso conto di quanto il suo maestro fosse stato bravo a nascondersi e di quanto poco in realtà lo conoscesse.
Era vecchio, più di cinquant’anni, e una vita passata all’aperto, a respirare le polveri dei colori e altre schifezze lo aveva reso decrepito.
Curvo, pelato, la pelle macchiata dagli anni, se ne stava in mezzo al suo segreto sorridendo, soddisfatto e sdentato.
«Ti ho portato qui, ragazzo, per mostrarti tutto ciò che ho realizzato nella mia vita. Quadri, trattati, progetti di ingegneria. Di tutte queste opere non c’è eguale al mondo. Per trent’anni ho vissuto con umiltà, un voto alla Madonna per salvarmi dalla guerra, e ora che è stato rispettato voglio che tutti conoscano il mio genio. Passerò i miei ultimi anni nel lusso con i soldi dei principi».
L’allievo non si era ancora ripreso. Quello che vedeva era troppo per i suoi occhi. Mai aveva veduto simili colori, immagini così pure. Sfogliando un libro, il poco che riuscì a capire lo portò in un mondo impossibile, con macchine in grado di donare all’uomo poteri divini.
I minuti passavano, un vecchio compiaciuto e un giovane scioccato e imbarazzato.
«Ti ho portato qui» riprese il vecchio «perché è tempo di portare in paese tutte queste cose, così da cominciare a presentarle ai nobili. Io sono vecchio e ti dovrai occupare tu del lavoro di fatica. Sei un bravo ragazzo, onesto, anche se non sarai mai molto più di un imbianca muri».
«Comunque» concluse «non ti preoccupare. Ti sono affezionato. Ce ne sarà d’avanzo pure per te».
L’allievo taceva. Non ascoltava nemmeno. La sua attenzione era completamente assorbita dal mezzo sorriso di quella donna dipinta. Era bellissima. Lì dentro era tutto bellissimo. C’era una fortuna. Fama e fortuna.
«Hai finito di rifarti gli occhi? Bene, sarà il caso di cominciare a caricare la mula» rideva «se fai quello che ti dico, domenica potrai mangiare tutta la cacciagione che vorrai, ti andrebbe? Certo che ti andrebbe. Via comincia con questi».
Il vecchio si era girato per indicare una pila di rotoli disegnati. Il primo colpo sferrato con la pietra lo prese all’orecchio destro, sbattendolo in terra, di schiena. Il sasso calava di nuovo. Il vecchio pensò stupidamente che il suo allievo non era poi così onesto come pensava. Un altro colpo della pietra e non pensò più a niente. L’allievo osservò vacuo il corpo del vecchio. Lo prese e lo gettò nel dirupo appena fuori dalla grotta. Nessuno li aveva visti lasciare la valle insieme. Caricò qualche dipinto piccolo sulla mula per viaggiare leggero. Se si sbrigava poteva essere di nuovo a Vinci in due ore. Domani, sarebbe stato ricco e famoso.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Do you believe in miracles?

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

Nel maggio del 2016 ho avuto un infarto. Bello grosso. Arresto cardiaco, defibrillatore, minuti di massaggio eccetera. Adesso sono qui che scrivo, quindi tutto bene. Alcuni, riferendosi a come è andata, hanno scomodato il termine “Miracolo”. Non saprei.
Non è comunque di questa vicenda che voglio parlare; sto scrivendoci un monologo e preferirei che veniste a vedermi in teatro o in qualche locale o in qualsiasi sottoscala mi facciano esibire.

Vorrei parlare di un altro fatto strano, nel quale mi è sembrato di riconoscere i crismi di un intervento superiore, il lieve tocco di una mano comprensiva da una dimensione eterea. Nel '98, con gli studenti del Laboratorio di Istituzioni Regia, si lavorava all'allestimento di Enzo Re, di Roberto Roversi, con la regia di Arnaldo Picchi. Una roba grossa: più di 120 persone coinvolte fra attori, assistenti, tecnici, musicisti, fonici, scenografi, costumisti, logistica, tutto l'insieme di figure messe in campo per allestire uno spettacolo che avrebbe chiuso Piazza Santo Stefano a Bologna per una settimana almeno. Un delirio!

Noi studenti lavoravamo sul testo già da oltre un anno in sede laboratoriale. Poi, a un mesetto dal debutto, le cose presero un’accelerazione impressionante. Io, fra le altre cose – in quanto già anzianotto – ero stato messo a coordinare parte dell'organizzazione. Un giorno a recuperare i costumi a Venezia, un altro a prendere tutte le sedie per allestire la platea, un altro a noleggiare i camper che dovevano fungere da uffici e camerini. Più le prove. E trovare il tempo per vedere le partite del Mondiale di Francia, proprio in quei giorni. Nel frattempo ho anche colto l'occasione di fondere il motore di un furgone a noleggio, gravando sui costi di produzione per un milioncino almeno (prezzi espressi in Lire – n.d.a.).

A pochi giorni dal debutto, con i casini che si ammucchiano, la tensione, l'entusiasmo, gli Azzurri di Maldini che se la devono giocare con l'Austria, sto andando a sbrigare una questione burocratica con il vespino di Scaperrotta. Lungo via Lame, mentre sto tirando una gran terza, la Vespa si pianta e grippa in mezzo alla strada. Un taxi ferocissimo mi sfiora e mi lancia una plausibile sequela di madonne in morse a colpi di clacson. Guadagno il portico con la ruota bloccata e parto a mia volta con una giaculatoria empia su scala minore melodica ascendente di “la”. Respiro profondamente. Provo a calmarmi. Non mi calmo. Siamo nel '98, il cellulare è ancora in fase di diffusione ed è ancora visto come roba da fighetti. Entro in un baretto e, con un residuo di scheda telefonica, chiamo qualcuno per farmi venire a prendere. Ero senza sigarette e senza una lira. E senza bancomat, non avendo un conto in banca. Avevo VOGLIA di fumare unita alla tigna crescente per il susseguirsi di intoppi. Ogni fumatore, in quanto tossicodipendente, capisce cosa voglio dire. Mentre nella mia mente stavo iniziando a bersagliare di contumelie antiche divinità ctonie polinesiane, per terra, vicino a un ponteggio, intuisco una sagoma famigliare. Caduto, abbandonato su un mucchietto di macerie di intonaco, evidentemente atterrato dall'alto del ponteggio, sfuggito a una tasca o scivolato da un marsupio, giace inerte e seduttivo un pacchetto di Stop Filtro. L'essenziale e vetusta grafica del pacchetto morbido, le strisce rossa e blu separate da una più sottile dorata, su fondo bianco, il leone del Monopolio, ammiccano accattivanti al mio sguardo bramoso. Sembra quasi che un malandrino raggio di sole insista in una gibigianna ammaliante sul nylon giusto per attirarmi. Nessuno. Saranno in pausa pranzo. Mi immagino lo sfortunato proprietario, dopo l'amaro, frugarsi ovunque alla ricerca della paglia post-prandiale... Beh, mors tua vita mea. Mi chino con nonchalance fingendo di allacciarmi una scarpa e recupero il pacchetto. Ce ne sono 18! Ne accendo avidamente una: fa schifo, ma va benissimo così. Era ESATTAMENTE quello che ci voleva. Voi chiamatelo come vi pare. Io lo chiamo Miracolo!

 
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Gianni Bardi

Redattore
Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
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Settembre

Settembre è il mese grigio, dove il bianco e il nero si mescolano e creano caos facendo l'amore. Luce e ombra si incontrano, la notte è più chiara e si illumina un poco, mentre il giorno si spegne appena quel tanto che basta per trovarsi più simili, più vicini.
L'eccitazione estiva lascia il passo a un velo di serietà autunnale e il passaggio fra i due porta, insieme alle prime foglie caduche, una ventata di malinconia. Io scelgo di vivere questo momento accogliendoti, Settembre. Mi hai turbato e sei già finito. Ogni anno ti incontro e ti trovo nuovo perché io sono nuovo, mi sfiori e non più mi travolgi. Ho un sorriso pronto per te che ruba spazio alle lacrime. Ci vediamo fra un anno circa, ciao Settembre.

 
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Frank Calamaio

Redattore
Fin dalla prima infanzia le tracce di inchiostro trovate nel sangue mi hanno portato a capire una cosa: devo smetterla di ciucciarmi le penne!! E comunque fra un analisi e l’altra mi piaceva scrivere… I miei articoli sul Grafema Magazine sono dedicati alla comicità e la mia rubrica è Penna ridens. Leggi la mia biografia oppure

Cinque Minuti

Rubrica: Poesia urbana e autostradale

Questo pianeta è un ossario sterminato
Finita la fatica saremo fossili
a scricchiolare sotto i piedi
di altri fossili al momento vivi
Se questo è tutto
meglio il giorno innocuo dell’efèmera

 

Amara

 
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Redattore
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Leggere è importante e fa bene per un sacco di cose

Rubrica: Sugna: scritti per l’umore e l’assetto lipidico

“Io non ho la televisione”. L'altro giorno, al tavolino all'aperto di un bar, una tipa più o meno della mia età, con capello striato grigio e bull terrier d'ordinanza, mollava questa affermazione ad una amica annuente, facendola cadere più o meno dall'altezza di Alpha Centauri (sicuramente, poco prima avranno parlato del suo “viaggio” estivo. Non della sua “vacanza”, ovvio). Niente di male nel non possedere la tele, per carità; era piuttosto una nota melliflua e flautata nella sua voce, una qualità del suono diversa che stava a significare la convinzione di netta superiorità umana, vale a dire “io non ho la televisione = io sono migliore”. Ancora oggi vige questo equivoco, come se il possedere o meno un elettrodomestico sia automaticamente un marchio di fabbrica di superiorità, un valore assoluto a prescindere. Beh, io non ho la lavastoviglie, per dire. Non so se questo faccia di me un essere puro, legato alla centenaria tradizione dello sguramento di stoviglie manuale, come facevano le nostre nonnine al lavatoio o semplicemente un luddista che rifiuta il progresso e le pastiglie di brillantante. Voglio dire: la scelta di non avere la TV può essere apprezzabile come mille altre scelte, ma di per sé non qualifica una persona in assoluto. Se uno è stronzo, stronzo rimane: è solo uno stronzo senza TV.
Chiaramente, attraverso lo schermo televisivo passa tanta, tanta monnezza. Ma non solo. Passano anche delle cose discrete... E poi si può anche avere voglia di monnezza, talvolta. A me l'idea di dover fare SEMPRE e SOLO cose intelligenti-stimolanti-profonde-alternative, spaventa esattamente quanto l'idea di passare l'intera giornata a guardare Il Banco dei Pugni e Del Debbio. Uguale.
Però persiste l'idea che rifiutare la tele renda migliori. In genere la frase “io non guardo la televisione” viene seguita a compendio da “...io mi leggo un bel libro”. Che va benissimo! Cacchio! Ma riesci a fare solo quello? Anche io leggo libri ma, fra l'altro, vado anche al lavoro, scrivo le mie puttanate, vado a prendere mio figlio a scuola, lo porto al parco, guardo la tele, vedo dei video di musicisti noise giapponesi su YouTube, faccio sporadiche pulizie, mi annoio. Pensa che, se porto il libro in bagno, riesco a fare DUE cose contemporaneamente. Sono pure multitasking! E tu, se leggi un libro non riesci a fare anche altro? Cosa fai, conti le sillabe?
C'è questa idea bizzarra che se una persona non guardasse la televisione, automaticamente diventerebbe un avido lettore e trascorrerebbe le serate in poltrona a sfogliare qualche pagina di Grillparzer sorseggiando brandy prima di coricarsi. Sbagliato: chi non legge, non leggerebbe. O leggerebbe cazzate.
Per tre anni ho fatto le fiere del libro: presente quei tendoni coi libri dentro che spuntavano nelle città e vi rimanevano un mese o due? Ecco, quelle lì. Esponevamo, fra gli altri, Sofocle, Poe, Freud, Seneca, Dossi, Huxley, Fo, Simenon, Pirandello, Esopo, Plauto, Pasolini, Mishima, Joyce, Svevo, Musil, Gogol, James, Faulkner, il Popol Vuh, eccetera eccetera. E cosa vendevamo di brutto? Vampiri melensi, angeli custodi, urinoterapia, il découpage, curarsi con la fava (nel senso del legume), misteri delle piramidi, profezie Maya, Osho, ricette della Val Trompia, l'interpretazione dei sogni (non Freud; la smorfia per il Lotto), Coelho e Fabio Volo. E il Mein Kampf. Non facevamo in tempo ad esporlo. Ce ne arrivavano poche copie alla volta e, come andavano fuori, le vendevamo. Sarà che la copertina con svastica nera in cerchio bianco su campo rosso era anche uno splendido compendio d'arredo, sia sulla libreria Billy che sul sécretaire Biedermeier, ma davvero andava come il pane.
A Peschiera del Garda, una volta un tipo è venuto alla cassa col Mein Kampf e ha detto: “Prendo questo. Problemi?” L'avesse conosciuto Lombroso, sarebbe diventato l'esempio delle sue teorie: fronte bassa, ciglia folte, muso aggrottato, tipiche tracce di tare da endogamia centenaria, scarso ricambio di sangue e monodieta a base di latticini.
Ma non gli ho detto niente; era VERAMENTE grosso.
Ho incassato i sei Euri e zitto. W la cultura.

 
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Gianni-Bardi

Gianni Bardi

Redattore
Ex attor giovine, ex frontman del gruppo rock Vicks & the Kleenex, comico nell’ensemble sammarinese Le Barnos e da qualche tempo in proprio come monologhista.
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I piccoli dettagli che contano, le congiunzioni

Rubrica: La Grammarnazi

Continuiamo il viaggio di approfondimento della conoscenza della lingua italiana e del suo corretto utilizzo, affrontando un argomento apparentemente semplice: le congiunzioni.

Dovreste ormai aver imparato che la Grammarnazi ama i dettagli, anche quelli che ai più appaiono insignificanti; insomma, per dirla spiccia, è proprio una gran pignola, altrimenti come si sarebbe potuta guadagnare cotanto nome?

Oggi ha quindi deciso di dedicare attenzione a queste piccole parti invariabili del discorso, che consentono, se propriamente inserite nel contesto, di rendere la comunicazione, sia essa scritta o orale, più efficace.

La congiunzione ha una funzione quasi relazionale, vale a dire quella di collegare due parti della stessa proposizione oppure due proposizioni distinte a formare un’unica frase, insomma è il PR dell’analisi grammaticale.

Le congiunzioni possono essere classificate per la loro forma o per la loro funzione.

Quelle semplici sono costituite da una sola parola (anzi, ma, e, o, se, come, quando, anche), quelle composte sono, invece, formate dalla combinazione di due parole (poiché, anziché, perché, oppure, nonché, siccome, purché), infine le locuzioni congiuntive si compongono di due o più parole distinte (dal momento che, anche se, non appena, dopo che, nonostante che, per quanto).

Un piccolo inciso sulle congiunzioni composte: occhio all’accento posto sulla “e” di molte di esse, è acuta, non grave, ecco perché il correttore di Word ve lo segnala come errore o ve lo cambia (magari non ve ne siete nemmeno accorti, o, peggio, lo avete tacciato di ignoranza, eh?). L’accento acuto indica, peraltro, che quelle “e” vanno pronunciate abbastanza chiuse e non aperte (questo lo dico anche a me stessa!).

Per quanto riguarda la funzione, la congiunzione può essere di due tipi:

  1. Coordinativa, lega gli elementi di una o due proposizioni e li pone sullo stesso piano logico (“I bambini corsero fuori e cominciarono a giocare”: la Grammarnazi è nostalgica e mal accetta la sedentarietà dei bambini di oggi).
  2. Subordinativa, collega due proposizioni stabilendo un rapporto di dipendenza. La proposizione introdotta dalla congiunzione sarà subordinata alla reggente (Mi piace organizzare vacanze che possano coniugare – non si coniugano solo verbi! - attività fisica e attività culturali). È alquanto frequente, nella formazione delle subordinate, l’utilizzo del congiuntivo, come più ampiamente spiegato qui.

In base al tipo di unione che costruiscono tra le parti, le congiunzioni coordinative possono essere di diversi tipi:

  1. Copulative, uniscono due elementi sullo stesso piano sintattico (e, anche, né, pure, neppure): non mi piace nuotare e neppure andare in bicicletta.
  2. Avversative, collegano due elementi in contrasto tra loro (ma, tuttavia, però, piuttosto, eppure, anzi, peraltro): vorrei stare sveglia fino a tardi ma domattina devo andare a lavorare (e non conosco ancora caffè sufficientemente forti per supplire alla carenza di sonno…).
  3. Disgiuntive, come dice la parola stessa disgiungono, vale a dire separano logicamente due parti del discorso o propongono un’alternativa (o, oppure, ovvero, ossia, altrimenti): ti conviene studiare o puoi dimenticarti di uscire con gli amici (pedagoghi che raccomandano di non usare ricatti ne abbiamo?).
  4. Correlative, creano una corrispondenza tra le parti (e…e, non solo…ma anche, sia…sia, o…o, né…né, tanto…quanto, così…come, sia…che, ecc.): non amo né questo né quel libro (Uh, come sei difficile, basta aver voglia di leggere!).
  5. Conclusive, indicano una deduzione (ebbene, quindi, dunque, perciò, pertanto, allora): gli mancava tutto di lei, perciò decise di chiamarla (quando gli uomini erano uomini e non pupazzi senza spina dorsale).
  6. Aggiuntive, hanno la funzione di aggiungere qualcosa a ciò che si è già detto (anche, inoltre, per di più, altresì, ancora, pure): l’esame è molto difficile, inoltre ho studiato molto poco (quindi possibilità di passarlo prossime allo zero!).
  7. Esplicative (o dichiarative o dimostrative), precisano, dimostrano o forniscono una spiegazione (cioè, vale a dire, infatti, ossia, invero): in mare sventola la bandiera rossa, ovvero il segnale che entrare in mare è pericoloso (risparmio battute su falce e martello…).

Le congiunzioni subordinative possono invece assumere funzione:

  1. Finale, introducendo una proposizione finale esplicita, indica lo scopo (affinché, perché, ché): ti rimprovero affinché tu capisca la gravità del tuo gesto (notato il congiuntivo?).
  2. Consecutiva, introducendo la conseguenza di ciò che è stato esposto nella reggente (così…che, tanto…che): durante il concerto ho cantato tanto a lungo che ho perso completamente la voce (eh, qualche anno fa! 🙂 ).
  3. Causale, indicante la causa (poiché, perché, dal momento che, siccome, giacché, dato che): ho guidato molto lentamente poiché ero in largo anticipo (mi piacerebbe, ogni tanto!).
  4. Relativa, indicante il luogo (dove): mi accompagnò nell’ufficio dove lavorava.
  5. Temporale, specificando il tempo in cui avviene un’azione (mentre, ogni volta che, quando, finché, prima che, dopo che, come, allorché, appena, fino a quando): ogni volta che arriva l’autunno, mi prende una terribile malinconia.
  6. Dichiarativa, introducendo una dichiarazione o un’oggettiva (che, come): ti ho spiegato come devi usare le interiezioni (qui).
  7. Condizionale, indicando una condizione perché si verifichi ciò che è stato espresso nella reggente (nel caso che, a condizione che, qualora, se, casomai, premesso che, sempre che, a meno che, a patto che, ove, purché): vi porto al cinema purché smettiate di strillare!
  8. Concessiva, introducendo una proposizione che richiede sempre il congiuntivo (benché, sebbene, seppure, per quanto, nonostante che, malgrado che, quantunque, anche se, per quanto, con tutto che): per quanto sia faticoso, mi piace moltissimo correre.
  9. Comparativa, descrivendo un rapporto che può essere di maggioranza, minoranza o uguaglianza (più… che, meno… che, tanto… quanto, più… di, peggio… che): i miei figli sono tanto belli quanto bravi (e la Grammarnazi è tanto precisa quanto modesta 🙂 ).
  10. Modale, indicando il modo (come, come se, quasi che, comunque, come quando): Eliud Kipchoge al quarantaduesimo chilometro sorrideva come se stesse finendo una corsetta domenicale di scarico (Berlin Marathon 2017, spettacolo!).
  11. Limitativa (o eccettuativa o esclusiva), esprimendo una limitazione rispetto alla reggente (tranne che, eccetto che, salvo che, fuorché, per quanto): per quanto si fosse impegnato, non era riuscito a raggiungere il suo obiettivo (sempre Kipchoge, sorrideva ma non ha fatto il record, né personale né del mondo; per la cronaca, nemmeno la Grammarnazi, 🙁 ).
  12. Interrogativa, che introduce una proposizione interrogativa indiretta (quando, perché, come, se): mi chiedo se sarai mai all’altezza delle mie aspettative.

Avreste mai immaginato che le congiunzioni potessero avere così tante funzioni? In un mondo che invita ad allontanarsi, congiungiamo le parole, le proposizioni, i nostri pensieri, affinché sia un’opportunità per avvicinarsi di più gli uni agli altri, per ascoltare, anche per raccontare, malgrado le differenze, ciascuno la propria storia, in modo da essere più umani e più belli che mai.

 
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Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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