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Sei come sei – Melania G. Mazzucco

Ho avuto l’onore di incontrare Melania Mazzucco qualche anno fa, quando ero una sfaccendata liceale; ho letto alcuni suoi libri, e sapevo che non avrebbe deluso le mie aspettative.

Questo libro racconta di una ragazzina diversa dalle altre,  Eva (adoro questo nome, significa vita, e “Vita” è un romanzo della stessa scrittrice) è l’amatissima figlia di due padri, due uomini pazzeschi, Giose e Christian. A causa della prematura scomparsa di quest’ultimo, la famiglia si spezza, trascinando la piccola Eva a vivere con gli zii a Milano e scaraventando Giose in un paesino dimenticato da Dio negli Appennini, raggiunto dalla giovane protagonista in seguito a un brutto incidente.

Padre e figlia, finalmente ricongiunti, affronteranno insieme un viaggio attraverso l’Italia, durante il quale Eva imparerà a conoscersi e a conoscere profondamente le sue radici, il legame tra i suoi padri e i sentimenti, la vera colla delle unioni.

Un romanzo tenero e sentito, che riconosce all’amore il potere su tutto, malgrado le diversità e gli attriti che esso può incontrare nel suo fluire.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Nosce te ipsum

A chi lo consiglio: Per chi vuole conoscersi nel profondo.
Abbinamento suggerito: Latte con curcuma.

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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Splendore, Margaret Mazzantini

Il primo appuntamento non si scorda mai. Nemmeno quello con un autore. Soprattutto se l’autore si chiama Margaret Mazzantini.

“Splendore” narra della corsa all’amore lunga una vita di due ragazzi, vicini di casa, compagni di scuola, amanti; Guido e Costantino provengono da due famiglie diverse, da due gruppi sociali diversi (fa così Rivoluzione Francese parlare di ceti, ma pare che le caste non siano ancora state abolite, per lo meno ideologicamente), ma soprattutto destinati a esistenze diverse. E l’omosessualità, nella Roma degli anni ’70 e ’80 poi, non ha lo stesso valore che aveva avuto nell’antichità. L’universo romano qui narrato è lo specchio di una società che non ammette devianze o diversità.

Mentre Guido, dalla cui voce si sdipana il tessuto della storia, figlio di un medico, si allontanerà dalla realtà italiana asfissiante e retrograda per cercare una nuova vita nell’elettrica Londra, Costantino resterà a Roma, dove adempierà ai soliti doveri tradizionali cristallizzati nei secoli (“trova un lavoro, trova moglie, procrea ecc.” il solito mantra, insomma). I due, tuttavia, si rincorrono continuamente nelle loro vite e negli interstizi del tempo, nonostante la scelta “di comodo” che entrambi intraprendono, ossia quella di sposarsi e creare una famiglia con un elemento dell’altro sesso. I due si vivono in angusti momenti, si separano, si ritrovano. Una corsa lunga una vita, per poter far brillare anche per pochissimo il loro amore.

L’effetto donato dal romanzo è quello di crescere con i due protagonisti, attraverso le parole ansimanti di nostalgia e sofferte di Guido, da cui traspare una Roma ottusa e borghese, incapace di aprirsi alla diversità, una Londra stravagante e per certi versi hardcore, e la descrizione di una passione che resterebbe senza voce.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5
Non è mai un errore.
A chi lo consiglio: a chi vive una passione impossibile.
Abbinamento suggerito: Merlot.

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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Narciso e Boccadoro, Hermann Hesse

Hermann Hesse scriveva capolavori. Dico banalità? E dire che è solo il secondo romanzo che leggo.

Come tante altre letture prima, Narciso e Boccadoro aspettava solo che fossi pronta ad accoglierlo. Non prima, non dopo; è arrivato al momento giusto.

Il tema della dualità natura-spirito, istinto-fede, è alla base di molte opere di Hesse: Narciso e Boccadoro rappresentano i due poli opposti di questa dicotomia, anche se il libro vedrà spiccare Boccadoro come protagonista principale.

Narciso è un monaco, devoto alla lingua greca e alla religione. Nato e cresciuto nel seno sicuro e protettivo del monastero, dove insegna greco e in un secondo momento sarà eletto abate, Narciso vive un’esistenza ascetica, dedita solo ai suoi libri, alle scienze. L’incontro con il giovane Boccadoro, istintivo e verace, dotato della straordinaria abilità di sentire forti le emozioni, avviene proprio all’interno della comunità monastica, dove Boccadoro è stato spedito dal padre al fine di espiare le colpe della madre morta. Madre che si ripresenta di continuo, figura dai limiti poco delineati, più un sogno che una creatura reale. La vita non è facile per Boccadoro nel monastero, sogna di vagare, conoscere, sperimentare, inseguire un sogno artistico e di vita piena. Così, si allontana dalla vita religiosa e inizia una vita vagabonda, fatta di espedienti per poter sopravvivere, di donne amate fugacemente, di passione artistica. In lui vive forte il desiderio di rappresentare la madre e l’arte diviene così il mezzo prescelto per poterla descrivere. Dopo un periodo di apprendistato come scultore presso maestro Nicola, Boccadoro riprende la vita errabonda fino a quando non incontrerà l’orrore della peste, che lo costringe a misurarsi con il male del mondo; in seguito alla mancata corrispondenza sentimentale di Agnese, l’algida e spigolosa moglie del conte, e a una rovinosa caduta a cavallo, Boccadoro ritrova in sé l’immagine della madre che a lungo aveva cercato di rappresentare, riscoprendo anche in sé il vero valore dell’amore, che così volentieri aveva elargito nella sua giovinezza.

Romanzo toccante, commovente ma ricco di spunti per la vita spirituale di ciascuno di noi, Narciso e Boccadoro legge nel lettore invitandolo a leggere se stesso.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: leggete in voi stessi e scopritevi.

A chi lo consiglio: a chi sta compiendo un percorso di maturazione personale.

Abbinamento suggerito: té caldo.

Memorie di un Salbaneo

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Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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Tutti i figli di Dio danzano, Murakami Haruki

“Certi amori non finiscono/fanno dei giri immensi/e poi ritornano”, canta Venditti. E questa verità è facilmente applicabile al mio rapporto con questo straordinario, geniale autore giapponese. L’ho accantonato per TROPPO tempo. TROPPO. Infatti questo libro mi occhieggiava dallo scaffale con aria un po’ scanzonata, quasi a dirmi: “Tanto lo so che mi leggerai, oh sì cocca”.
E così è stato. E c’è poco da fare, Murakami Haruki è un genio senza precedenti. Non è un romanzo, bensì una raccolta di racconti, in tutto sei, tutti gravitanti attorno al terremoto che colpì Kobe nel 1995; i personaggi che popolano l’universo di queste storie si muovono su un palcoscenico grottesco, irreale, composto da strane creature, bizzarre e assurde situazioni e ancor più assurdi sogni.
I personaggi di Murakami sono, oserei dire, kafkiani: immersi nella banalità quotidiana, pallide esistenze, fluttuanti nella vita, si ritrovano ad assistere a una calamità naturale che richiede da loro una trasformazione, un indurimento della pelle. Conoscono vie d’uscite grazie all’incontro casuale con strane creature, quasi incubi, che aprono loro la mente e li liberano da una vita fatta di piatta routine, dando loro l’opportunità di affrontare con maggiore decisione e responsabilità la vita. Vivono quasi senza sentimenti, ma sono chiamati a scoprirli nel momento del bisogno; non sanno di dover danzare, non sanno di essere figli di Dio.
Murakami è per chi vuole evadere, per chi ha paura di affrontare la vita grigia che riguarda molti: è la lettura giusta per immaginare di poter essere salvati dai sogni agitati che si fanno di notte.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva: Mai dare nulla per scontato.

A chi lo consiglio: a chi sente il bisogno di meravigliarsi.

Abbinamento suggerito: saké.

Memorie di un Salbaneo

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Pomodori verdi fritti alla fermata di Whistle Stop, Fannie Flagg

Devo essere stata una liceale quando vidi per la prima volta il film tratto da questo romanzo; mi colpì molto per l’ironia, la sagacia e la morbidezza che comunicava, e decisi così di regalare il libro a una mia cara amica, a cui piacque tantissimo.
Chi mi conosce sa che alle volte impiego tempi geologici prima di prendere una decisione, anche riguardo a letture; e così, dopo diversi anni, ho deciso di prendere in prestito questo romanzo dalla biblioteca nella quale ho fatto lo stage, e… be’, per usare una delle mie frasi più ricorrenti, il film “può accompagnare solo”. Non dico sia brutto, eh, per carità, ma il libro lo supera di gran lunga.
Vorrei inizialmente spendere due parole sulla scrittrice, Fannie Flagg, pseudonimo di Patricia Neal. La scrittrice nasce in Alabama, (dove poi sarà ambientato il romanzo), nel retrivo sud; dichiaratamente omosessuale, nei suoi libri traspaiono spesso tematiche e situazioni del mondo LGBT, e oltre a essere scrittrice, è anche attrice e sceneggiatrice. La sceneggiatura del suo bestseller è stata curata da lei stessa.
Parliamo ora della trama.
La signora Evelyn Couch è una casalinga triste, depressa, con un marito decisamente troppo distratto per accorgersi di lei. Una domenica si reca all’ospizio dove è ricoverata l’anziana zia del marito, che però non l’accoglie con benevolenza. Uscendo in corridoio, viene avvicinata da un’altra signora ospite della struttura, la signora Ninny Threadgoode, di ottantasei anni. Loquace, tenera e vivace, l’anziana signora intavola con lei una conversazione sulla storia della sua vita, ed è solo la prima di una lunga fila di incontri.
La signora le racconta della sua vita trascorsa a Whistle Stop, e del profondo amore tra Idgie Threadgoode e Ruth Jamison, proprietarie del Caffé da cui il titolo, due donne fuori dal comune e considerate eccentriche dalla società del tempo, che vedeva di cattivo occhio la loro relazione e la loro condotta di vita. Sanguigna Idgie, remissiva Ruth, le due donne affrontano le malelingue, l’ipocrisia del villaggio e l’intolleranza nei confronti delle persone di colore, che erano ancora ridotte in uno stato di semi schiavitù (siamo nel Sud degli Stati Uniti, dove le piantagioni e le coltivazioni venivano curate da schiavi di colore, fino alla fine guerra di Secessione nel 1865). La storia raccontata da Ninny provoca una reazione in Evelyn, un risveglio della coscienza che la conduce a ribellarsi e rivendicarsi, acquisendo una fiducia e un’autostima in se stessa mai provate prima.
Parallelamente al racconto di Ninny, il “Bollettino di Whistle Stop” della signora Weems raccoglie le vicende del paesino, in chiave ironica e divertente.
Il libro mi ha fatto un po’ riflettere durante i giorni vicini alla festa della donna; mi ha fatto capire che una collaborazione tra esponenti del sesso femminile è possibile, sempre, quando ci si toglie dal cuore invidia, risentimento e altri veleni.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: puoi essere chiunque tu voglia essere.

A chi lo consiglio: un libro adatto a chi crede fermamente nell’amicizia e nell’amore tra le donne, e per chi si sa rivendicare.

Abbinamento suggerito: del buon gin.

Memorie di un Salbaneo

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Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati

Se già di tuo sei poco incline ad accettare l’abitudinarietà nella vita e la faticosa routine imposta da preordinati schemi sociali, questo libro può sortire due effetti opposti e irreversibili: da una parte potrebbe farti scivolare ancora più in basso nel vortice della rassegnazione, dall’altra, se invece la capacità di reagire è ben più tenace, può scatenare un  desiderio erculeo di liberarsi dal giogo degli orari, del lavoro e degli impegni.

Dino Buzzati scrisse questo libro, infatti, annoiato da una vita piatta, grigia, sempre uguale a se stessa. L’ispirazione del romanzo nasce infatti

dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva.

Non solo fuga del tempo, ma anche fuga dalla vita stessa; la Fortezza Bastiani, per il protagonista Giovanni Drogo (nome non scelto a caso, con riferimento al Giovanni Battista della Bibbia, la cui missione si svolge nel deserto), diventa una gabbia ostile ma al contempo una casa in cui sentirsi al riparo. Le grandi speranze di carriera e di gloria del giovane tenente, accese all’inizio, si spengono con il gocciolare degli anni in un luogo depauperato da emozioni, amore, relazioni profonde. Un luogo avamposto di un deserto, connotato maggiormente al negativo, dove le nature stesse di chi lo abita iniziano per osmosi a inaridirsi. Il solo elemento che possa mantenere in vita la fiammella della motivazione nei soldati è la minaccia dei Tartari, popolazione che vive al di là dei confini. Drogo attende tutta la vita per dare una dimostrazione del suo valore e per reputarsi un bravo condottiero: l’occasione, tuttavia, tarderà ad arrivare.

Un libro che lascia un grande arricchimento interiore, un invito ad assaporare l’esistenza umana al di fuori della macchina dell’abitudine, e che certamente dipinge un quadro angoscioso di come possa diventare l’umano se incastonato in orari e doveri, ma che lascia uno spiraglio di redenzione aperto a chi sa trovare, montalianamente, il buco nella rete.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Una frase per questo libro: carpe diem.

A chi lo consiglio: a chi si è lasciato travolgere dalle proprie scelte.

Abbinamento suggerito: grappa.

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Adrian Ricchiuti Leggenda Biancorossa, Nicola Strazzacapa

“Adrian Ricchiuti – Leggenda Biancorossa” è un appassionato elogio alla carriera calcistica di Adrian Ricchiuti, calciatore argentino, nato e cresciuto a Lanus ed emigrato in Italia in giovane età. Adrian sferra i primi calci nel Lanus come un altro celebre argentino, Diego Armando Maradona. Una volta in Italia, inizia la sua carriera calcistica debuttando nella Ternana, allora in C2, nel 1994.
Dopo diversi cambiamenti di maglia Adriàn approda al Rimini. Siamo nel 2002: dopo un inizio claudicante, Adrian contribuisce a far salire la società di categoria, portandola in C1. L’anno seguente ancora il Rimini guadagna l’ammissione in serie B. Nel 2006-07, durante la prima giornata di campionato in B contro la Juventus dopo lo scandalo di Calciopoli, Adrian segna la rete del pareggio. Il Chico, come viene chiamato, resta fino al 2009 nella società romagnola, promettendo di voler chiudere la carriera con la maglia biancorossa.
Ricchiuti passa al Catania, con un contratto triennale, esordendo in Serie A nel 2009; resterà alla squadra siciliana fino al 2013. Dopo una parentesi di un anno all’Entella, nel 2014 torna per un anno a vestire la maglia biancorossa del Rimini, la squadra e la società che più lo hanno visto crescere. Ci sono stati altri cambiamenti di maglia negli ultimi tre anni, ma il centrocampista è deciso sempre a chiudere la carriera con il Rimini; il 2 aprile 2017 il Chico diventa il giocatore con più presenze ufficiali nella storia della società, raggiungendo il traguardo di 340 presenze.
Adrian ha quasi 40 anni, si sta avviando ormai alla fine di una lunghissima carriera, ma la passione per la palla di cuoio non viene meno. Non è ancora arrivato il ritiro definitivo dal calcio giocato e per il centrocampista si apre una nuova stagione a La Fiorita, la società sammarinese.

Libro raccontato dalle voci delle persone che hanno assistito all’ascesa della carriera calcistica dell’argentino.

“Adrian Ricchiuti – Leggenda Biancorossa” rappresenta una preziosa testimonianza di come passione e ostinazione verso qualcosa siano il motore di qualsiasi carriera, soprattutto sportiva, dove il cuore è davvero importante.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Questo libro è il racconto e la dimostrazione di come perseverare serva sempre per raggiungere i propri sogni e le soddisfazioni personali.

A chi lo consiglio: consigliato a tutti gli amanti del calcio, a chi è curioso di conoscere i retroscena di una vita devota a rincorrere la palla di cuoio, vita che è pure fatta di delusioni e momentanei sconforti, ma rimane sempre infiammata dalla passione.

Abbinamento suggerito: Redbull.

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
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Il calore nel sangue, Irène Némirovsky

Grazie al mio recente inserimento come stagista in una biblioteca specializzata in studi di genere, e quindi immersa in un universo sconfinato al femminile, ho potuto riesumare dalle mie precedenti passioni letterarie un’autrice che considero molto intrigante, dalla storia travagliata e dalla scrittura elegante: Irène Némirovsky.

Ho già avuto modo di conoscerla grazie ad altri suoi romanzi (no, Suite francese non l’ho letto), e ricordo che alcuni di questi mi avevano lasciato un segno, come I cani e i lupi.

Questo romanzo, però, differisce dagli altri per svariati aspetti: intanto, lo scenario non è più quello della borghesia o nobiltà ebraica, tanto meno quello dei ghetti dell’Europa orientale, bensì la più dismessa e sterminata campagna francese. Così pure i personaggi non sono esattamente dei distinti e affettati nobili, ma dei semplici proprietari terrieri arricchiti.

L’inizio prelude a una vicenda che si svolge in un ambiente calmo ma scialbo: la figlia di due latifondisti sta per sposare il figlio di un’altra famiglia, all’apparenza il tipico bravo ragazzo che qualsiasi genitore sognerebbe per la figlia, innamorato e virtuoso. Tutto sembra essere perfetto, quindi. Tranne che per il cugino Silvio, vero pivot di tutta la storia, l’occhio vigile ma schivo e voce narrante del romanzo. Grazie alle poche e centellinate insinuazioni che Sylvestre (tale è il suo vero nome) introduce nel dipanarsi della storia, sempre con mestizia e riservatezza, intuiamo che dietro l’apparenza di pacata esistenza campagnola, scandita dal ritmo delle stagioni e dai pochi eventi degni di menzione che si possono annoverare, ci sia qualcosa di irrimediabilmente rotto. Ed è da quella spaccatura che fuoriesce la vera essenza dei personaggi, che si muovono come pupazzi di un burattinaio crudele: nessuno è salvo, se la passione brucia e la violenza viene troppo a lungo sopita, nessuno può opporsi al “calore del sangue”. Nemmeno la quiete di una famigliola di campagna può considerarsi al sicuro.

La Némirovsky non ci risparmia nemmeno una goccia di quella sua crudeltà, così melliflua e tagliente, e ci presenta un dramma familiare, in un angusto territorio fatto di anguste personalità, che condurrà alla caduta di tutte le maschere e delle menzogne troppo a lungo rimaste in piedi.

Il finale mi ha letteralmente devastata, come se fossi stata capovolta anche io dalla forza di quel calore del sangue, che non è stato lasciato fluire come dovrebbe e che inevitabilmente ha condotto a lacerazioni improvvise e inevitabili.

La nostra opinione...

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Non è colpa del destino.
A chi lo consiglio: a chi ha dei rimorsi.

Abbinamento suggerito: Merlot

Memorie di un Salbaneo

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Nessuno si salva da solo, Margaret Mazzantini

La mia leggera vena masochista (esiste il termine psicomasochismo?) non si è ancora attenuata; io, ben conscia degli effetti piuttosto martorianti della scrittura della signora Mazzantini, mi sono abbandonata a un’altra lettura della stessa, e questa volta ha fatto più male delle altre.

Chissà che capisca, prima o poi.

Prima ancora di parlarvene vi dico solo, miei stimatissimi lettori, che questo libro mi ha letteralmente sbudellata. E perdonatemi pure il francesismo. Mi ha fatto uscire le viscere.

La Mazzantini è capace di infilzarti con un coltello, con un’aria di scusa e di impotenza assieme. E la si perdona pure.

Questo romanzo parla di Delia e Gaetano, lei nutrizionista, lui sceneggiatore sfaccendato. Erano una coppia, ma si sono separati. Delia invita a cena Gaetano, si sforzano strenuamente per non assomigliare a una coppia, ma a cena fuori, in un ristorante, il fraintendimento è dietro l’angolo. L’incontro avviene poco dopo che il nucleo familiare, composto anche da due pargoli, si è sfaldato. Delia e Gaetano, però, non sono vecchi, possono ricominciare, con un’altra persona ciascuna o con loro stessi.

Per tutta la durata di questa scena che ha il sapore acerbo di nostalgia, i due si ripercorrono. Ripercorrono i loro passi, il loro primo incontro, i loro errori e i danni che la loro incapacità di comunicare l’uno all’altra hanno portato. Errori? Ma chi può sapere se siano stati errori? Chi può dirlo? E se fosse stato tutto scritto?

Delia e Gaetano sono soli. Non sanno comunicare, non riescono “a dare voce alle loro solitudini, alle loro urgenze, perché nate nelle acque confuse di un analfabetismo affettivo.” Questa espressione, che si trova nella quarta di copertina dell’edizione Mondadori, mi ha colpita tanto: è la stitichezza di emozioni, l’incapacità di leggersi che ha condotto Delia e Gaetano a separarsi.

Sono due marionette di stoffa che recitano su un copione che qualche triste autore di tragedie quotidiane ha predisposto per loro. Non volevano essere così, loro. Avrebbero voluto amarsi, anche carnalmente, il loro è stato un gioco di disamore più che di amore.

Alla fine della serata li avvicina un anziano signore che rivela loro un’importante verità: “Nessuno si salva da solo.” Questa frase destabilizza Gaetano, che pensa a come si sarebbe potuto evolvere il rapporto se si fossero lasciati guidare da un mentore, da una guida, da qualcuno che insegnasse loro la lettura dell’anima del compagno o della compagna. Ma la stanchezza di quei due è troppa per provare anche solo a compiere un gesto del passato, come lo sfiorarsi le mani.

Non hanno saputo salvarsi, Delia e Gaetano. Nemmeno da loro stessi.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5
Date valore all’amore, quando viene.

A chi lo consiglio: a chi non ha il coraggio di uscirne.

Abbinamento suggerito: amaretto.

Memorie di un Salbaneo

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