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Tag: Gloria Perosin

Dolce Marina: Amaro a colori

Rubrica: Vite d’altroquando 
da “umami” di laia jufrasa

Marina Mendoza è magrissima, arriva da Xalapa ma vive a Città del Messico.
È costantemente insoddisfatta dell’atmosfera in casa Amaro, che è casa sua, la prima a destra di Villa Campanaro, quella con il giardino intangibile come tutte le cose che le piacciono.
Marina studia design all’università, questa è la scusa che ha trovato per allontanarsi da suo padre, «un padre che è bello ricordare, non avere», e l’unica materia che le piace è storia dell’arte.

Ha scelto casa Amaro per il bianco delle pareti.
Quando la vide per la prima volta insieme al proprietario, un antropologo timidamente vedovo, casa Amaro era appena stata ridipinta. Quel bianco nuovo, incollato alle liscie pareti che non davano spazio alle macchie d’umidità del passato, era per lei POSSIBILITÀ.
Biansibile: il colore del bianco possibile, acceso dal sole sulla parete liscia.

Marina inventa colori.

Oltre a inventare colori Marina odia gli sprechi, sposta le piante, trova cose per strada che ammucchia accanto alla porta: una grande M nera salvata dalla discarica, ex insegna di un cinema cittadino, un filo di luci di Natale, fuso, una panca monca, un brontosauro di quaranta centimetri, un cellulare appeso alla finestra, una pianta di aloe che fiorisce per finta grazie ai fiocchetti di tessuto che Marina lega alle foglie.
«Attendo che il brontosauro si arrampichi sull’aloe, che il filo di luci fuso serva alla pianta rampicante e che il cellulare e M facciano amicizia».
Violetticomio: il colore viola dei camici del manicomio dove non sono ancora stata ricoverata.

In casa Amaro Marina vorrebbe dipingere tutti i giorni, imparare a cucinare un riso decente, usare un aerografo, un pirografo, un ferro da stiro, un vibratore. Prima di tutto però le hanno detto che deve imparare a nutrirsi, a riconoscere lo stimolo della fame, l’appetito. Le infermiere le hanno spiegato i sintomi, ma lei è convinta di non averli.
Spesso, mentre a testa in giù sul divano e con le gambe piegate sullo schienale guarda i pantaloni vuoti ammucchiati sulle ginocchia, pensa a tutte le maledette asimmetri e si chiede perché non possa essere tutto grande uguale.
Bianax: luce dura, immaccolata. Bianco futurista. Se fosse una persona andrebbe in giro in camice distribuendo Xanax.

Da un anno Marina cerca di riprodurre il biansibile. Da quando è entrata in casa Amaro non è più tornato. Quello che non sa, invece, è che si ripresenta ogni giorno alla stessa ora, solo che Marina non lo può vedere perché è seduta in un’aula a fare qualcosa che non le interessa.
Quante cose ci perdiamo mentre siamo occupati ad essere occupati?
Giallansia/gialluggia/giallumore: la lucina gialla e angosciante di alcune lampadine.

Marina si offende quando vede qualcuno indossare una maglietta aggressiva. Sa che la violenza genera violenza e lei, per principio, si oppone.
Risentirosso: il colore del sangue finto stampato sulle t-shirt aggressive.

Quando pensa si pianta le mani sui fianchi, alza i gomiti e si curva all’indietro. Marina quando pensa è un mandolino.
Non usa il vetro perché da piccola ha visto suo padre rompere un bicchiere con i denti.
Verdappy: quando qualcuno è in vena di fare scherzi o battute divertenti e diventa di un verde brillante.

Una volta è svenuta davanti ai bambini della classe dove insegnava.
Rosta: il rosa chiaro che resta sotto a una crosta quando si stacca.

Prende lezioni di inglese per capire le canzoni che canta.
Nettrico: il nero illuminato delle grandi città.

Ha ripreso a fumare e arriva a mangiare, di una ciotola intera, ventitré pop-corn.
Giarco: il giallo sporco dei bordi dei marciapiedi.

Vorrebbe essere un contenitore.
Rossido: il rosso delle cose ossidate.

In frigorifero ha dei tupperware che non ha il coraggio di aprire e delle carote.Una l’ha usata per masturbarsi, poi l’ha gettata. Le altre sono diventate vecchie.
Ospitacchio: il verde pistacchiodegli ospedali.
Biancumero: il bianco effimero della schiuma.
Verdatto: il colore del discorso ecologico, verde ricatto.

Self le sembra il nome adatto per parlare di se stessa, le sembra un’altra persona.
Tramontarancio: l’arancio del tramonto.

Il secondo nome di Marina è Dulce.
Marina Dulce, che vive in casa Amaro.
Arcobalzina: Il colore complicato delle macchie di benzina sull’asfalto

…hai presente?

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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Così è la vita. Imparare a dirsi addio – Concita De Gregorio

I bambini sanno essere incredibilmente diretti. Le loro considerazioni così lucide, precise e definite hanno sugli adulti l’effetto di una torcia puntata dritta negli occhi.
Stordiscono.

Ora che so tutto su come si sono estinti i dinosauri posso sapere anche com’è morto mio nonno?
A quanti anni si muore?
Ma si muore per sempre?
Mamma, per favore, potrei morire prima io di te?
Ma la bomba atomica uccide tutti insieme in un colpo? Ma così, anche adesso, prima di colazione?

Così è la vita. Imparare a dirsi addio non risponde a queste domande, ma racconta che farlo è possibile. È possibile mantenere la delicatezza e la semplicità di un bambino pur affrontando temi seri e profondi, anzi, è proprio quando facciamo della semplicità e della delicatezza due pilastri che riusciamo a spiegare anche le cose inspiegabili.

«Il mio papà mi ha insegnato a piantare i bulbi dei fiori a testa in su, così ogni anno fioriscono. E siccome lui è morto ma io i bulbi li pianto e fioriscono ancora, allora non è per niente andato sulle nuvole. È andato nei fiori» dice Carmen, che ha sette anni.

Ecco. Questo è Così è la vita.
Concita De Gregorio, con la brillantezza, l’intelligenza e il senso di bellezza che caratterizzano lei e tutti i suoi lavori, tratta in questa inchiesta narrativa alcuni tabù del nostro tempo: la morte, la vecchiaia, la malattia, i funerali. Perché non c’è peggior angoscia del silenzio e dell’indifferenza, e non c’è miglior rimedio della condivisione per trasformare delle cadute in momenti di crescita, in allegria, in pienezza. Parla di una società ammalata di giovinezza.

Potrebbe sembrare un libro-macigno, è in realtà una piuma. E Concita è una farfalla che si appoggia delicata su tutto quello che fa male.

Nella prefazione ci sgrida, ma lo fa giocando d’astuzia, usando l’ironia. Dal primo capitolo il tono cambia e inizia un susseguirsi di cose belle, di esperienze personali, di racconti, di brevi pensieri condivisi. Parole semplici e umili accompagnano storie delicate e forti.

È adatto anche ai lettori poco allenati, a quelli che si stancano in fretta e che non amano i testi lunghi. Facile da leggere, ottimo come compagno di viaggio o come regalo di Natale.
Attenzione però! provoca sì sorrisi, ma anche riflessioni e lacrime, soprattutto agli animi sensibili.

Cosa mi è piaciuto
L’alieno
Zia Elvira (che presento qui)
Come mi sono sentita dopo averlo letto

Cosa non mi è piaciuto
Come mi sono sentita di fronte alla realtà

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5
Frase distintiva: Sorgenti di luce e fiori che sbocciano.

A chi lo consiglio: A chi ama la bellezza
a chi ha voglia di una penna intelligente
a chi sta affrontando un lutto, un’assenza
a chi è arrabbiato e a chi è felice
ai genitori

Abbinamento suggerito: Latte di unicorno (insieme a un bambino)

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
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Storie di gatti, James Herriot

Immaginate un casolare di campagna, vecchio e accogliente. Immaginate che la natura, sua compagna, gli cresca attorno. C’è un piccolo boschetto davanti al vecchio fienile e l’edera che si arrampica coprendo le finestre chiuse del primo piano, infine un piccolo argine alle spalle. È autunno quindi prevalgono i colori caldi: i marroni, i gialli, i rossi. Il lato sinistro, quello con l’edera, è di un colore infuocato, le foglie secche nascondono il vialetto di fronte al portico, i fiori sono addormentati, gli alberi hanno il colore del sole. Il casolare è abitato. All’interno una vecchia stufa a legna scalda la cucina che profuma di mele cotte e chiodi di garofano, un gatto-ciambella dorme sopra a una sedia impagliata.

Questa immagine è Storie di gatti di James Herriot, veterinario e scrittore britannico che abbiamo raccontato qui.
Storie di gatti raccoglie le avventure di Herriot nel mondo felino, un mondo che Herriot ama che e che racconta con l’ironia e la dolcezza che lo distinguono.
Herriot utilizza un tono confidenziale e ammorbidisce il freddo del North Yorkshire proprio come fanno i gatti quando si acciambellano sulle nostre gambe infreddolite. A renderci partecipi insieme all’autore è Lesley Holmes che, con le sue delicate e dolci illustrazioni, riesce a far vedere i luoghi e i protagonisti delle storie che il veterinario-scrittore racconta.

Storie di gatti, in perfetto stile Herriot-Holmes, è un libro semplice e delicato, perfetto per il periodo autunnale o come intervallo tra letture che impegnano. È adatto anche a lettori giovani o poco allenati e ottimo come regalo.

Cosa mi è piaciuto
Herriot
L’atmosfera che crea e la passione che trasmette
I paesaggi
I gatti, che sono sempre una conferma

Cosa non mi è piaciuto
Alcuni finali tristi

La nostra opinione...

Frase distintiva: «Quando tornavo dai miei vagabondaggi c’erano sempre i miei gatti ad accogliermi, inarcando il dorso attorno alle gambe, facendo le fusa e sfregando il muso sulle mie mani.»

A chi lo consiglio: Ai gattofili
A chi vuole fare un regalo
A chi vuole coccolarsi prima di dormire
A chi teme il freddo

Abbinamento suggerito: Un infuso ai chiodi di garofano e cannella con una fetta di torta di mele

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
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Circe acqua livida. Circe respira.

Rubrica: Vite d’altroquando
da “la viaggiatrice” di karla suárez

Una volta aveva i capelli lunghi e castani, adesso li porta corti, tagliati a zero.
Non è mai stata grassa, magra o formosa, ma solo sinuosa, leggera e sottile.
Con i capelli rasati è la f del corsivo minuscolo.

Circe è cubana cittadina del mondo e viaggia con Ulises, il suo piccolo figlio-uomo, e Sai, il bonsai-fratello del piccolo Uly.
Circe errante è in cerca del suo posto e da sempre viaggia, ma da quattro anni lo fa con la sua ciurma. Quando incontra una nuova città è solita respirarla e riempirsi di lei con pochi e semplici gesti: molla a terra quello che ha e spalanca le braccia come fossero grandi ali. Poi respira.
È convinta che sia l’aria la depositaria di tutti i segreti.

«È dai primi 10 minuti che si capisce se sei di passaggio o se sei arrivata a casa!»

Dall’Avana si è trasferita in Brasile dove per un periodo ha venduto prodotti di bellezza. Grazie alle sue mani di fata riusciva a utilizzarli manomettendo il sigillo di garanzia senza rovinarlo. In ogni caso non amava l’artificio e non si truccava. Non lo fa nemmeno ora.
Crede che il sole dell’alba sia sempre un buon inizio per tutti, per questo lo augura spesso. Guarda le persone dormire indovinando i loro sogni e dà i colori ai giorni.

«Giorno grigio chiaro. Giorno rosso. Giorno azzurro.
Giorno rosso e poi azzurro.»

Circe ha uno strano rapporto con il tempo. Quando era a Cuba portava l’orologio ma nel momento in cui cominciò ad attraversare oceani e fusi orari decise di non muovere le lancette. Era convinta che spostandole qualcosa sarebbe andato storto. Così in ogni paese adottava un diverso orologio e un diverso tempo. Quando Uly compì quattro anni gli consegnò tutti gli orologi – tanti – nominandolo custode delle ore.

«Il tempo è in grado di confonderei ricordi. Meglio non toccarlo!»

Circe sogna scorpioni e gira con la sua vita incisa in sei videocassette. Quando era piccola, la mamma aveva deciso di riprendere il suo sviluppo. Era riuscita a farle molti filmini nei primi anni, poi la macchina si era rotta. I filmini erano stati conservati e quelle sei videocassette testimoniavano l’incontro tra lei e la sua vita.

Nel suo vagabondare aveva amato una sola volta prima di conoscere Ulises, si chiamava Carlos e con lui Circe faceva la guerra fiorita.

«Una guerra con tanto di acqua per far spuntare i fiori e tanto di saliva e di lingua che sale e che scende costringendomi a stringere le labbra sul vuoto. Un gocciolare e uno scorrere che uno potrebbe pensare di essere fatto solo di quello: di parti di corpo indipendenti che colano, si agitano, si muovono, scalciano, vibrano. E infine leggere fioriscono.»

Hanno fatto la guerra Carlos e Circe e il giorno è spuntato su un sabato sereno e fiorito. Ulises era il fiore più bello.

Gloria Perosin

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Il Silenzio, Erling Kagge

A teatro c’è un momento che molti reputano talmente speciale da valere l’intero costo del biglietto. Il suo arrivo si percepisce in lontananza ma è un momento che dura pochissimi secondi: sono quelli che dividono le ultime voci degli spettatori dall’entrata in scena dell’attore.
Questo è il silenzio e durante uno spettacolo capita solamente una volta, all’inizio, perché negli spettatori c’è assenza di pensieri e di aspettative.
Paragonabile a questa pausa cerebrale ci sono degli attimi nominati spesso da Giovanni Allevi e, in questo testo, da un famoso calciatore: quelli pieni di nulla che si infilano tra l’esecuzione dell’ultima nota (o il gol) e l’esplosione del pubblico.

Erling Kagge, primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e primo a raggiungere i tre poli (Sud Nord e una cima dell’Everest) è l’autore de Il Silenzio, un tanto piccolo quanto fondamentale libricino.
Kagge, durante una conferenza all’università di Saint Andrews in Scozia, decide di affrontare gli occhi curiosi degli studenti trattando un argomento insolito: il silenzio. La conferenza va talmente bene che la sera stessa Kagge si incontra al pub con alcuni dei ragazzi.
Davanti ai boccali di birra i ragazzi cominciano a fargli delle domande. Erling Kagge esce dalla serata con tre quesiti.

CHE COS’È IL SILENZIO?
DOVE LO SI TROVA?
PERCHÈ È PIÙ IMPORTANTE CHE MAI?

Il Silenzio. Uno spazio dell’anima raccoglie le 33 risposte che Erling Kagge è riuscito a darsi dopo quell’incontro.
Il tono che l’autore usa è molto confidenziale e rassicurante, quel tono che ci si aspetta da un papà norvegese. Riesce a mettere a proprio agio il lettore e lo rilassa mentre pone delle domande utili e necessarie (e sicuramente fastidiose per qualcuno). Le nostre riflessioni nascono dalle sue, che non annoiano mai, non si ripetono ma che sono a rapido assorbimento.
Sono pochi ma stupefacenti, invece, gli accenni che fa riguardo la sua impresa durata cinquanta giorni nel rumoroso silenzio di Madre Natura ghiacciata, al Polo Sud.

Un libro breve e pieno ma leggero e adatto anche a chi non legge spesso.
Kagge in poche pagine ci insegna che il silenzio non è un vuoto da riempire ma qualcosa di già pieno, e chi si sognerebbe dunque di riempire un vaso già stracolmo d’acqua? Ma soprattutto ci insegna che ognuno ha il proprio silenzio e che trovarlo significa (ri)trovare lo stupore e (ri)trovare se stessi.

Cosa mi è piaciuto

Le risposte 2, 5, 31
Quelle che mi son data
Il silenzio nell’acquerello di Nicola Magrin

Cosa non mi è piaciuto

La risposta 8

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva:Viviamo nel tempo del rumore. Il silenzio è sotto attacco.

A chi lo consiglio: A chi è innamorato della neve che silenzia i rumori
A chi pensa di non avere tempo

Abbinamento suggerito: Una cioccolata, densa e fumante.

Gloria Perosin

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Tonio Cortès: storia di un uomo troppo virile per chiamarsi Antoine.

Rubrica: Vite d’altroquando
da “gli occhi gialli dei coccodrilli” di katherine pancol

Antoine Cortès aveva deciso di cambiare il suo nome in Tonio. Tonio Cortès. Molto più virile e maschio di Antoine.
Tonio aveva due figlie femmine e una moglie, Joséphine.
Era di corporatura media, aveva i capelli castani e gli occhi marroni.

Il suo aspetto era curatissimo. I pantaloni cadevano perfetti in una piega dritta e impeccabile, le scarpe sembravano come appena uscite dalla scatola, sempre, e le maniche della camicia, se non erano rimboccate per far vedere l’avambraccio sottile e il signorile polso abbracciato dall’orologio di classe, finivano in polsini uniti da preziosissimi gemelli, solitamente in tinta con qualcosa che non sfuggiva all’occhio esteta dei suoi ricchi clienti. Una pelle perennemente ambrata era risaltata da delle unghie lucide e curate: mezzelune perfette senza traccia di errore studiate da centri estetico-architettonici.
Il tutto si concludeva nell’esplosione di un sorriso luminoso e sicuro, da uomo forte, sicuro e pieno di verve.

Tutto questo prima del licenziamento.

La trasformazione lenta ma irreversibile l’aveva fatto diventare una specie di larva piagnucolosa: una cosa molle e informe che assomigliava ogni giorno di più ai cuscini del divano che, stanco, lo ospitava quindici ore al giorno.

Per dieci anni era stato direttore commerciale del settore Europa della Gunman&Co, il produttore americano di fucili da caccia. Portava gli uomini più ricchi del pianeta, industriali, politici, miliardari oziosi, a brindari nei più celebri locali delle migliori piazze nelle più belle città del mondo.
Aveva sentito dei possibili licenziamenti dopo l’acquisizione ma, sicuro del proprio lavoro, si sentiva indispensabile per la Gunman&Co.

Ovviamente era stato tra i primi dipendenti licenziati.

Il declino però non era partito male: si alzava presto al mattino, sceglieva con cura l’abito perfettamente confezionato da indossare, rimaneva a giocare a scacchi con un avversario immaginario fino all’ora di pranzo.

Ovviamente vinceva.
Ovviamente amava giocare con il suo avversario.
Ovviamente era del segno del Leone.

Un giorno poi i pantaloni avevano cominciato a restringersi, così come le camicie. Le unghie avevano preso la brutta abitudine di sporcarsi e orologio e gemelli erano stati i primi a fuggire. L’unica soddisfazione per Tonio era stato scoprire che il discount sotto casa aveva una vasta scelta di liquori scadenti e muffin burrosi. In pochi mesi un blob aveva preso il suo posto in famiglia.

Fu così che l’uomo di successo che parlava sempre a voce alta, che non avvertiva quando tornava dai suoi viaggi di lavoro, che disprezzava il fisico invecchiato di sua moglie, che corteggiava volgarmente la biondina del centro estetico, venne sbattuto fuori casa.

Nel suo trolley zoppo solo mutande e calzini.

 
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Paterson. I riti che salvano la vita.

Elogio alla quotidianità, elogio alla felicità quotidiana. Elogio all’amore quando diventa quotidianità e rimane amore e felicità.

Questo è Paterson, film del 2016 del regista Jim Jarmusch.

Il film racconta di Paterson, giovane autista del pullman numero 23 dell’omonima cittadina americana, e della sua tranquilla e felice quotidianità. Paterson e l’affettuosa e creativa Laura sono sposati, hanno un cane, Marvin, e una piccola casa nella piccola cittadina. Paterson si sveglia ogni giorno alla stessa ora, ogni giorno percorre la stessa strada che lo divide dal lavoro e ogni giorno guida il suo pullman attraverso la città seguendo sempre lo stesso percorso. Quando la sera rientra chiacchiera con la bella e dolce Laura, cenano, porta fuori il cane e prima di tornare si ferma sempre allo stesso bar a bere la solita birra. Tutto ispira la sua unica e vera passione: la poesia. Annota tutto nel “taccuino segreto”, ma per il semplice piacere di farlo, senza che nessun altra idea lo sfiori.

Jim Jarmusch è di certo un regista minimalista. Per apprezzare lui e il suo lavoro gli occhi dello spettatore devono essere attenti, ma non avidi, curiosi, ma non morbosi: devono essere gli occhi pazienti di chi accoglie domande piuttosto che cercare risposte.

Lento, ripetitivo, discreto, sussurrato, Paterson chiede allo spettatore calma e offre qualcosa di straordinariamente normale al quale nessuno sembra più essere abituato e che, nel momento in cui basta, è la cosa più bella del mondo.
Jarmusch abitua lo spettatore ad entrare discretamente nella giornata dei due protagonisti attraverso un fermoimmagine che si ripete intimo: Paterson e Laura si svegliano ogni mattina abbracciati. Il nostro risveglio con loro diventa un respiro che addolcisce gli occhi prima di cominciare.

Questo è il tempo che il regista ci dà per abituarci, così come ce lo dà Paterson nel bar: ogni sera rimaniamo con lui un po’ di più. Anche Laura, pur producendo ogni giorno pattern diversi su supercifi diverse, parte sempre dagli stessi elementi, come una rassicurazione.

Jarmusch isola lo spettatore, isola i suoi personaggi, le situazioni, i luoghi. Ogni cosa ha il proprio spazio vitale attorno.
Utilizza la non-violenza come un Gandhi-regista che non introduce mai scene di sesso, nemmeno tenero, tra la giovane coppia. E infine stupisce con quei pochi “colpi di scena” che sembrano ritagli di carta colorata incollati nelle pagine di un quotidiano in bianco e nero.

Cosa mi è piaciuto

I ritratti di Marvin fatti da Laura
Le sveglie mattutine
Il giapponese dell’ultima scena
I fiammiferi
Le poesie di Paterson
La delicatezza

Cosa non mi è piaciuto

La grafica e la fotografia che potevano essere più poetiche

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5
Paterson è la prova che le poesie si possono distruggere, la poesia no.

A chi lo consiglio: A chi non ha fretta
A chi sa apprezzare le piccole cose
A chi ha bisogno di frenare

Abbinamento suggerito: Un muffin decorato di Laura

Gloria Perosin

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Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa, Mario Calabresi

«La lista di nozze comprende 22 letti per adulti, 9 lettini per bambini, culle per neonati, lenzuola, elettrocardiografo, microscopio, lettino operatorio, lampada operatoria, attrezzi per la chirurgia. Deve servire ad arredare la loro nuova casa, un minuscolo ospedale in mezzo a una savana molto arida, terra rossa e pochi arbusti spinosi, nel Nordest dell’Uganda. L’ospedale non esiste ancora e quel posto, chiamato Matany, non l’hanno mai visto, è solo un cerchietto rosso su una cartina.»

Parte così il libro di Mario Calabresi, con un’insolita lista di nozze. Ma non è un romanzo: Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa è un insieme di testimonianze di coraggio. E non è nemmeno semplicemente un bel libro: è una petardo di energia che ti scoppia nel petto e ti tira un calcio nel sedere che ti fa saltare in piedi, ti butta giù dalla sedia, ti fa cadere dal letto, ti fa uscire dal bagno.
Ti fa iniziare, cosa non si sa, ma sicuramente qualcosa.

La storia protagonista è quella di Gianluigi Rho e Mirella Capra, due giovani neolaureati, lei in pediatria e lui in ginecologia, che decidono di sposarsi e di partire con la loro lista di nozze per Cuamm, nel nordest dell’Uganda.
La lista di nozze che stilano comprende tutta l’attrezzatura necessaria per la sala chirurgica del reparto maternità che ancora non esiste, ma che Gigi e Mirella si stanno preparando a costruire.
Siamo nel 1970 e i due giovani ragazzi sono gli zii di Mario Calabresi che decide di illuminare la loro già luminosa storia.

Ma questo libro non parla solo della vita eroica di Gigi e Mirella vissuta nella bellezza e nella difficoltà della loro impresa, racconta anche di Elia, di Bianca, di Peter: ragazzi che non hanno avuto paura di diventare grandi, usando il coraggio per partire, per cambiare, ma anche per rimanere e per conservare.

Il libro di Mario Calabresi nasce come risposta alle domande dei ragazzi che l’autore incontra in alcuni licei piemontesi. È l’antidoto che ha sempre avuto sotto agli occhi e che decide di utilizzare contro lo scetticismo e lo scoraggiamento che vede in loro.

È un libro-luce che porta al lettore aria pulita, speranza, fiducia, entusiasmo per la vita.
Di facile lettura e coinvolgente è anche un messaggio che Calabresi manda: tutti noi siamo in grado di superare i piccoli o grandi problemi che incrociamo sul nostro cammino.

Cosa mi è piaciuto:
I brividi sulla pelle
La forza che infonde

Cosa non mi è piaciuto:

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Quando entusiasmo, gioia e vita esplodono dentro.

A chi lo consiglio: a ragazzi e ragazze giovani e meno giovani.
A chi ha bisogno di fiducia (o di un calcio nel sedere).
A chi sta per cominciare qualcosa, di piccolo o di grande.
A chi vuole fare/farsi un bel regalo.

Abbinamento suggerito: una buona tisana per coccolarsi.

Gloria Perosin

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P’nP

Rubrica: Vite d’altroquando

Le otto montagne
Il ragazzo selvatico

I personaggi letterari che si agganciano alla mia pelle sono quelli che mi insegnano qualcosa, gli stessi che faccio fatica a raccontare.

 

Pietro

Pietro è del segno dell’acquario.
Introverso, silenzioso, riflessivo,
un bambino da appartamento: grigio in città, ”verbosco” quando sale di quota.
Ha una mamma che è il prato ai piedi della foresta, è il vaso di fiori di una casa abitata.
Ha un papà che è la cima aguzza della montagna, la roccia spoglia e inospitale dei tremila metri.

Pietro è quello che esiste nel mezzo: il silenzio tra gli alberi, il lago che spunta subito dopo la roccia, il ghiaccio che si crea e che si scioglie e il rumore che la neve non fa quando cade dallo strapiombo.

Pietro odia:
Milano, il suo traffico, i suoi palazzoni.
Alcuni turisti della montagna che, come tante persone, non sanno passare sulla terra senza colonizzarla, portandosi dietro un’allegra violenza di odori e suoni.
Tornare in città dopo un’estate nella sua baita e nella sua montagna.
I cacciatori che uccidono i suoi amici selvatici.
Il mal d’altezza che è un pugno che rivolta lo stomaco.
Suo padre, forse.
Se stesso, a volte.

Il silenzio assordante della montagna che da bambino lo teneva sveglio.
La neve che uccide.
La solitudine.


Pietro ama:

La solitudine.
Bruno, che è più un fratello che un amico. Che a volte però è un fratellastro.
Il ruscello che scopre da bambino davanti alla sua baita. Le trote che nuotano contro corrente.
La sua baita,
il topolino che la abita,
i selvatici suoi amici.
Il bosco, le rocce, il ghiaccio, la neve, il calore del fuoco, l’aria fredda e pulita.
I suoi vicini di baita: solitari e silenziosi come il resto.

Cucinare. Farlo per gli amici.
Il bosco, l’acqua, il pino storto che fatica a crescere ma che resiste a tutto.
I quaderni di alta quota e quello che custodiscono.

Camminare,
scrivere,
scalare.
Viaggiare quando l’anima diventa arida.
I riti.

Paolo cresce e diventa un uomo.
Canta per tenere il ritmo, per farsi coraggio, per farsi compagnia;
ha pianto di stanchezza steso di schiena su una roccia liscia;
ha fatto urla liberatorie rotolando verso il basso, sulla neve.
Osserva l’altezza, le baite nel mezzo, le persone che le abitano.
Saluta le cose.
Cammina per lasciarsi alle spalle la sua presenza quando questa lo assilla.
Ha perso un padre e non solo.
Guarda con tenerezza i suoi limiti. Non per forza li supera.

Ha quattro santi protettori che venera a duemila metri di altezza, a cui è devoto, che abbraccia:
l’abete rosso,
il pino silvestre,
il larice,
il pino cembro.

 
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È questo l’islam che fa paura, Tahar Ben Jelloun

Un giorno alla fine di una conferenza all’università di Fès, uno studente si alzò e mi fece questa domanda:
“Lei crede in Dio?”
Mi presi un momento di silenzio e risposi:
“È una domanda indiscreta; non sono tenuto a risponderle.”
Si sollevò un vocio agitato nell’anfiteatro.
Era il 1977.
La considero la prima manifestazione di intolleranza religiosa del Marocco.

Parte con questa prefazione È questo l’Islam che fa paura, piccolo-grande libro pubblicato nel gennaio 2015, poco dopo l’attentato alla sede del giornale satirico Charlie Hebdo.

L’autore del libro è Tahar Ben Jelloun, poeta, romanziere, giornalista, docente di filosofia e saggista nato e cresciuto in Marocco, ma francese di adozione dai primi anni ’70.

Jelloun è conosciuto, oltre che per i suoi tantissimi testi, per la sua scrittura che semplice e chiara affronta temi difficili e delicati.

Piccole parole facili e gentili che fanno strada a dei trasporti eccezionali.

Sono parole che hanno e danno fiducia, aiutando a mettere a fuoco un problema che ci sta facendo perdere la lucidità.

Come l’autore ha fatto con altri suoi lavori, È questo l’Islam che fa paura è un dialogo “artificiale” con la figlia adolescente, la risposta ad una serie di domande che lei gli porge, ma che noi tutti faremmo ad un possibile amico musulmano.

Jelloun analizza in maniera esaustiva Islam, Isis, islamofobia, i musulmani moderati e i combattenti, la violenza, la rabbia e molto altro, insieme a tutte quelle domande sospese in aria dall’attentato dell’11 settembre.

La forza di questo libro sta nella sua semplicità.

Facile da capire e da leggere, è un testo impegnato ma non impegnativo, che non annoia, ma anzi fa venir voglia di approfondire il discorso, di chiedere ancora e di iniziare a fare qualcosa.

Jelloun ci mette davanti alle nostre responsabilità, spiegandocele senza presunzione, ma con amore verso la vita e verso gli altri.

Proprio come ogni padre fa con i propri figli, pazientemente ci insegna.

Ascoltarlo (e leggerlo) è un piacere.

 

Cosa mi è piaciuto

Le parole che usa: facili, nette, alla portata di tutti

I miti che sfata

La consapevolezza che distribuisce

Cosa non mi è piaciuto

Le domande che non ho potuto fargli

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

Frase distintiva: Libri che scalano montagne, che sono torce nel buio.
Parole che sono sveglie.
Autori che sono Papà.

A chi lo consiglio: a chi vuole capire qualcosa in più.
A chi è pieno di domande e speranze.
A chi non chiude le porte e a chi le chiude.

Abbinamento suggerito: Atay (tè verde alla menta, una bevanda tradizionale del Marocco servita bollente in piccoli bicchieri di vetro, con foglie di menta fresca e moltissimo zucchero. Un gusto molto forte che aiuta a combattere il caldo.)

Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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