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The war – il pianeta delle scimmie

Di Matt Reeves, con Woody Harrelson, Andy Serkis.

Ferragosto, scimmia mia non ti conosco. Ammetto che non avevo alcuna voglia di guardare e recensire questo film, ma poi ho studiato le alternative e ho visto che erano ben due film con Nicolas Cage.

Cosa che credo infranga anche qualche legge.

Tant’è, mi ritrovo con una scelta quasi obbligata. Non avevo interesse a guardarlo soprattutto per la critica letta sinora. Tutti esaltano questo film, fotografia, citazioni come se piovesse, motion capture che anima e dà espressività alle scimmie perfette, cinema puro. Il tutto saldamente impiantato su una trama universalmente descritta come “semplice” e “lineare”.

Sentite anche voi la puzza di fregatura?

Bene, perché il film è tutto quanto le recensioni promettono e molto di più. O di meno, a seconda dei punti di vista.

La storia: un colonnello umano cattivissimo vuole ammazzare le scimmie guidate dal saggio Cesare. Durante un blitz gli uccide moglie e figlio. Cesare giustamente non la prende bene e parte con un piccolo gruppo di compagni per vendicarsi. Fine. Abbiamo fatto in fretta, no?

Comunque sia, le prime cose da dire sono senza dubbio positive. Gli effetti speciali sono eccezionali, le scimmie sono più reali del reale. Fotografia eccellente e tecnica di ripresa allo stesso livello. In realtà, a dispetto del titolo e di due fasi all’inizio e alla fine, questo non è un film di guerra. L’impianto è piuttosto quello del western tradizionale, in maniera piuttosto smaccata, e anche questo è realizzato molto bene.

Passando poi al nocciolo del film, è impossibile non soffermarsi sulle citazioni. Il film ne è pieno, intriso. Pure troppo. Carino come gioco mettersi a riconoscerle ma, un po’ come quei dolcetti mediorientali, l’eccesso di dolcezza/citazioni nausea in fretta. In The War c’è moltissimo Conrad con il suo Cuore di Tenebra e altrettanto, o forse più, Coppola. Il personaggio di Woody Harrelson è ricalcato sul colonnello Kurtz (anzi, Apocalypse Now è espressamente citato nel film, il che crea un curioso metariferimento. Non è a quanto pare il personaggio a essere ricalcato, ma è il personaggio di Harrelson che, avendo visto il film, lo scimmiotta), pur senza avere il magnetismo allucinato del personaggio di Brando. C’è Shindler’s List, c’è moltissimo western, con espliciti riferimenti a Ford e Leone, anche se non è chiaro se siano diretti o siano piuttosto filtrati dall’ultima opera di Tarantino (The Hateful Eight). In fase di avvio c’è perfino una citazione smaccata alla sequenza di apertura de Il Gladiatore. Infine, saltando una quantità di dettagli che sarebbero noiosi per i non nerd cinematografici, c’è tantissima Bibbia. In sostanza, anzi, togliendo una spolverata di nuovo testamento, possiamo vedere l’intero film come una rivisitazione del libro dell’Esodo in salsa scimmiesca.

Tanta carne al fuoco, dunque, e prima di passare alle dolenti note bisogna anche applaudire lo sforzo di riportare la serie nei binari della continuity, riportando tutti gli eventi di questa serie prequel alle condizioni di base che verranno narrate poi nel capostipite della saga, quel Pianeta delle scimmie del 1968 interpretato da Charlton Heston.

Sufficiente? Naturalmente no, perché arriviamo finalmente a quello che la maggioranza della critica ha liquidato con leggerezza a “semplice e lineare”, la trama.

E la trama, gente, fa schifo. Non ho ben capito quando esattamente fare film senza una costruzione approfondita e interessante sia diventato “fare cinema nel suo senso più puro”, come ho letto da qualche parte. Forse sarò io, che di storie ci vivo e che quindi le giudico fondamentali, ma qui assistiamo a due ore e venti di noia pura e prevedibilissima. E questo è il meno.

Già, perché è perfettamente comprensibile che in questo episodio il punto di vista sia stato completamente incentrato sulle scimmie, relegando gli umani a sfondo. Si capisce il tentativo di invertire il punto di vista, di mostrare come il bene e il male si possano annidare in ogni comunità a dispetto della “razza”, si capisce che per fare questo e per stratificare i personaggi scimmieschi gli umani debbano essere relegati a figure del tutto bidimensionali, sante come la piccola Nova (altro riferimento al Pianeta delle Scimmie originale) o demoniache come il Colonnello, mentre tutti gli altri fanno numero e sono completamente indefiniti e pure un po’ idioti. Quindi? Qualsiasi cosa ci volesse raccontare di nuovo questo episodio non arriva minimamente. Anzi, se proprio andassimo a cercare un qualche profumo di epica, la possiamo solo immaginare negli umani, non certo nelle scimmie. Sono gli uomini, paradossalmente, a essere messi nella condizione di essere interessanti. Una razza che si sta per estinguere e ne è fondamentalmente cosciente, come reagisce? Il film ce lo mostra malissimo, relegando il tutto a cliché utili alla narrazione biblica dell’esodo di Cesare/Mosè e del suo popolo verso la terra promessa. Anche il punto di vista da parte delle scimmie sarebbe potuto essere interessante in questa ottica. È senza dubbio in corso un genocidio, ma da parte di chi, in effetti? Quale delle due razze si sta effettivamente estinguendo? In una scena del film, forse la più efficace, il Colonnello la butta pure lì, ma poi la cosa passa e viene successivamente ignorata.

Insomma, The War più che un film è un enorme contenitore, realizzato benissimo peraltro, che però si rivela una scatola quasi del tutto vuota. Non lascia niente allo spettatore, se non la soddisfazione un po’ onanistica di aver chiuso il ciclo del franchise Il pianeta delle scimmie. Chiuso per ora, poi, che si fa sempre in tempo a inventarsi qualcos’altro per spremerlo ulteriormente. Ma fino ad allora, ritengo che questo film finirà rapidamente nel limbo delle opere senza infamia e senza lode, dimenticato nel giro di qualche settimana. A proposito, Reeves è stato scelto (al posto di Ben Affleck) per girare il prossimo The Batman.

Sinceramente per i fan del pipistrello dubito sia una buona notizia.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5
Frase distintiva: “Non ho iniziato io questa guerra”. Dal pubblico si alza una voce “sì pero ora basta, che mo’ ve lo buco sto pallone”.

A chi lo consiglio: a chi viene trascinato al cinema con la forza in questi giorni e comunque non vuole vedere un film con Nicolas Cage.

Abbinamento suggerito: un B52, la bevanda più simile al napalm che ci sia, di primo mattino. Se si deve essere citazionisti, facciamolo fino in fondo.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Prendo il prossimo

Sette del mattino. Passate. Paese deserto, sole già alto a promettere i quaranta gradi pure oggi. Mal di testa. Dio, che bevuta. ‘Sti napoletani sono dei pazzi. La meravigliosa Ischia di notte, un po’ di vino e qualche canzone. Peccato che non mi ricordi nemmeno Procida, né all’andata né al ritorno. Figuriamoci Ischia.

Però è stato divertente. Almeno, mi pare che quando mi hanno mollato qua alla stazione stessimo ancora ridendo.

«Non ti preoccupare, alle sette parte il primo treno per Napoli, poi ce n’è uno ogni quarto d’ora, se ti addormenti». Fantastico. Non volevo mica fargli fare una deviazione fino al porto di Napoli. Con quello che avevamo in corpo poi come minimo facevamo un frontale con qualche pescatore.

Davvero fantastico. Adesso sono le sette e mezza e i binari sono deserti come il resto del paese. Il bar è chiuso. La biglietteria è chiusa. L’edicola è chiusa. In bagno ci sono andato già tre volte. Pulito, via. Acqua rigorosamente non potabile, quindi niente per ricacciare giù il cubalibrelimoncellotequilaettuttoquellochegirava.

Niente da fare, quindi agonizzo tranquillamente su una panchina. Aspetto.

Aspetto. E aspetto. Il treno non arriva. Il bar e l’edicola non aprono. Le sette diventano le otto. Poi le nove. Pigramente la Pozzuoli domenicale si risveglia attorno alla stazione.

E il treno ancora non arriva. Si alza l’afa. Le banchine di asfalto cominciano a tremolare, lo sbocco del sottopassaggio diventa un qualche tipo di confuso miraggio all’orizzonte.

Non tira un filo d’aria.

Dai fantasmi della banchina si stacca una figura, altrettanto spettrale. Il tempo di infilarsi sotto l’ombra della pensilina e riprende le sembianze di uomo. Avrà forse settant’anni, forse di più. Vestito bene, assurdamente bene e assurdamente troppo per la giornata. Completo marrone anni cinquanta, camicia. Unica concessione alla giornata, una cravatta intonata leggermente allentata al collo, il primo bottone della camicia slacciato. Pare che non sudi, mentre ignora tranquillamente la fila di panchine deserte e si dirige spedito verso la mia. Magari mi supera. Magari si sta facendo una tranquilla passeggiata della domenica mattina. Magari. Invece si ferma proprio accanto a me, sorride educatamente. Si siede.

«Buongiorno».

«’Giorno».

«Mi scusi, ma lei è del nord, vero? Milanese, magari».

«Sì». Tra il mal di testa, il caldo e tutto, mi aspettavo di metterci dieci minuti a interpretare le parole di questo tizio. Invece mi parla in un italiano perfetto, riscaldato appena da una traccia di accento. Mi incuriosisco, mio malgrado. «Sì, sono proprio milanese. Ma mi scusi, lei come ha fatto ad indovinare?»

«Vede» si concede un sorriso soddisfatto «ho intuito che fosse settentrionale quando mi ha guardato come se stessi per rapinarla» ride «alla mia età!»

«E che sono milanese?»

«Si è mangiato mezzo buongiorno. Solo voi potete avere questo genere di fame alla domenica».

Non mi lascia nemmeno il tempo di una risata, metà stupita e metà di cortesia.

«Allora, cosa ne pensa della nostra meravigliosa cittadina?»

«Mah, guardi, sono arrivato solo ieri sera e mi sono subito imbarcato per una breve crociera, per ripartire stasera. Non ho fatto in tempo a visitarla».

«Male. Molto male. Se voleva farsi una bevuta con gli amici sull’acqua poteva restare sul vostro idroscalo, senza venire fin quaggiù. Non sente l’odore della storia?»

«Ha ragione» ammetto conciliante. In realtà più che altro sento l’odore del porto che bolle sotto il sole e quello dei rimasugli del sabato sera dal retro dei ristoranti di pesce. Non mi sembra carino farglielo notare, ma pare che non serva. Il vecchio ha degli occhi incredibilmente lucidi mentre mi guarda, sempre con quel sorriso cordiale. È come se avessi parlato ad alta voce.

«La puzza? Ma questa puzza è perfetta per la domenica mattina. Ieri questo pesce era vivo e nuotava, proprio qui davanti. E si è fatto prendere dalle reti. E sempre ieri, di sera, è servito a far felici tante persone. Pure io ieri sono andato sul lungomare per una frittura di pesce. ‘Na delizzia».

L’unica concessione del vecchio al suo dialetto mi fa sorridere. Mio malgrado ha catturato la mia attenzione, tanto che comincio a scordarmi il mal di testa e il piccolo mostro alcolico ancora annidato nelle viscere.

«Sa» continua, senza nessuna pretesa di una qualsiasi consecutività logica «io tengo ottantasei anni».

«Complimenti, non si direbbe proprio».

«Sì, sì, la ringrazio, ma non era questo che volevo dirle. Ho ottantasei anni e non mi sono mai mosso da qua. Ho fatto il balilla, ci radunavano nel parco laggiù in fondo. Durante la guerra stavo qua alla capitaneria. Mai sparato un colpo, mai fatto male ad anima viva. Sono stato a Napoli una volta sola, mi ci ha portato mia figlia per le cure. Ma stavo drogato all’andata e rimbambito al ritorno, non mi ricordo proprio niente. Quindi non vale, ha!» Mi dà una pacca sulla gamba, tutto contento. «Non mi sono mai mosso da Pozzuoli, le dico! Mai mosso con il corpo. Epperò sono un viaggiatore. Ho girato un po’ tutto il mondo. E lo sa come ho fatto?»

«Con la fantasia?» provo ad abbozzare «magari ha letto molti libri, molte avventure».

«Ma che bella risposta, poetica. Lei ha qualcosa dell’artista, ci avevo scommesso. Scrittore?» mi batte amichevolmente sul braccio, ma non mi dà proprio il tempo per qualche risposta timida sui miei esperimenti con la penna. «Io no, non ho tanta fantasia per immaginarmi i posti e le storie che non ho vissuto. No. Conosco il paese. E conosco il mare. So quando si arrabbierà, anche se è piatto come una tavola e non tira un alito d’aria. Conosco le cose veraci, come diciamo qui, non le fantasie. E conosco le persone. Proprio qui, da queste panchine, sa chi è passato in ottant’anni? Glielo dico io. È passato tutto il mondo. Tutto il mondo è venuto qui a passeggiare, a visitare questo mare e queste isole meravigliose. Tutto il mondo si è fermato su queste panchine, e ha parlato con me per qualche minuto. Come vede, un po’ qui, un po’ là, in una vita sono stato dappertutto senza bisogno di lasciare il paese. Oggi pure a Milano, anche se ci sono già... stato altre volte».

Sono affascinato da questo strano vecchio. Mi sento sorprendentemente bene mentre lo ascolto. In fondo, mi sto godendo più questo momento della crociera alcolica di questa notte. Intanto lui parla e parla, portandomi in giro per ogni caletta e vicolo del paese.

«Mi spiace però che con me non abbia fatto un gran viaggio». Gli rispondo ad un certo punto, interrompendolo. Ma che importa, la rigida logica non abita qui, stamattina. «Ha parlato solo lei».

«Ma che vuole, oramai non mi servono più tante parole per capire. Sono vecchio, sa?» Si gratta la testa, tra parole e silenzi, senza accorgermene si è fatto mezzogiorno, come proclamano tutte quante le campane di Pozzuoli. «L’unica cosa che non riesco a spiegarmi è cosa ci fa qui, se ha detto che deve tornare a casa».

«A dir la verità sto aspettando il treno per Napoli, per andare a prendere l’Eurostar. I miei amici mi hanno detto che dalle sette c’era un treno ogni quindici minuti, ma ancora non se ne è visto uno».

Ride. Ride divertito, con le lacrime agli occhi. Se non fosse così palesemente felice e partecipe, la prenderei come una presa in giro. Ma sta ridendo con me, non di me e io, pur non sapendo il motivo, mi unisco alla risata.

«Ma la domenica mattina qui non passano i treni» balbetta, asciugandosi gli occhi dopo la gran risata «lei intende la fermata della metropolitana, proprio qua dietro. È da lì che partono ogni quindici minuti. Il primo treno delle ferrovie che va a Napoli da qui parte oggi alle quattro».

Ora, be’, sì ora resto proprio senza parole, ma con tanti pensieri. Il primo e il secondo sono ringraziamenti a santi cadenti come stelle agli amici di questa notte. Ma che bello scherzo! Il terzo pensiero mi fa alzare in piedi di scatto, pronto a salutare e correre alla metropolitana per tornare a casa. Il quarto pensiero arriva da sé. Guardo il vecchio, ancora comodamente seduto e sorridente, ma con un impalpabile alone di tristezza per la separazione brusca. Il quarto, quattro, alle quattro.

«Alle quattro ha detto che parte, il treno?»

Annuisce, saggio e sorridente.

«Bene. Senta, intanto che arriva, che ne dice se per ringraziarla del giro che mi ha fatto fare la porto a fare un giretto a Milano? Non ci crederà ma anche noi abbiamo delle cose belle e il gusto per goderle, con calma».

Il vecchio non dice nulla, ma negli occhi raggianti si accende la luce dell’esploratore. Mi siedo di nuovo sulla panchina e incominciamo il viaggio, mentre la stazione deserta evapora nella calura del mezzogiorno.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Metterla sul personale. Oppure no.

Rubrica: Pillole di scrittura

Nella pillola precedente abbiamo parlato dei pronomi personali e di come e quando usarli, in base alla nostra storia. È un aspetto fondamentale, ma non l’unico legato al punto di vista che vogliamo offrire ai nostri lettori. Gli abbiamo dato un certo tipo di occhi, questo è certo, ma non abbiamo ancora scelto quanto “vicino” vogliamo portarli all’azione. Per fare questo dobbiamo decidere quale sarà

IL LIVELLO DEL NARRATORE

Il livello del narratore è il grado di “coinvolgimento” di chi racconta una storia. Sceglierlo correttamente è fondamentale per trasmettere efficacemente ciò che vogliamo comunicare.

La decisione fondamentalmente va presa in base a due fattori:

  • Che tipo di storia vogliamo raccontare (se più incentrata sull’azione o sulla riflessione di un solo personaggio oppure se incentrata sulla narrazione di azioni, pensieri e sentimenti di più personaggi non sempre in “scena” contemporaneamente).
  • Che grado di coinvolgimento e identificazione nel protagonista vogliamo indurre nel lettore.

In base a questi due preliminari possiamo scegliere tra narratori interni ed esterni, che al loro volta si dividono in più categorie.

Il narratore interno partecipa all’azione, è interno per l’appunto alla storia. Si può immaginare cinematograficamente come l’equivalente della telecamera a spalla. Il lettore vede con gli occhi del narratore, sa quello che pensa e quello che gli succede intorno. Non vede però quello che è fuori dalla portata del suo campo visivo e neppure i pensieri degli altri personaggi. Questo è funzionale a narrazioni dove il protagonista è solo o fondamentale e crea una forte identificazione lettore-narratore. È l’ideale per le storie di azione.

Il narratore interno può essere di due tipi:

  • Narratore interno protagonista: quando a narrare è il protagonista della storia (esempio: Moby Dick)
  • Narratore interno testimone: il narratore partecipa all’azione, ma non ne è il protagonista (esempio: Il nome della rosa)

Il narratore esterno invece non partecipa all’azione. Può essere esemplificato con una ripresa a volo d’uccello. Il lettore non ha la possibilità di identificarsi fortemente con il protagonista, ma guadagna una visione d’insieme di tutto ciò che succede nella storia. Anche in questo caso identifichiamo due sotto categorie:

  • Narratore esterno non onnisciente: il lettore vede tutto ciò che succede, tutti i personaggi e le loro azioni, ma non i loro pensieri e sentimenti. Utile per le scene corali di azione (esempio: cinematografia e narrativa di guerra in generale, in particolare quella di Sven Hassel)
  • Narratore esterno onnisciente: questo è il vero e proprio “dio” della narrazione. Vede tutto, sa tutto (compreso come andrà a finire la storia), conosce tutti i personaggi e può narrarne pensieri ed emozioni. È la forma più semplice da usare e anche la più completa. Necessaria quando si raccontano i sentimenti e le relazioni (esempio: I promessi sposi).

È possibile anche “ibridare” i livelli, ma solo partendo da un testo con narratore esterno e inserendo di tanto in tanto degli incisi fatti in prima persona. In sostanza, all’interno di una storia corale di tanto in tanto si può dare la parola a un personaggio (esempio: Cavie di Chuck Pahlaniuk). Il contrario, per questioni di ritmica e di coinvolgimento, non funziona.

Scegliere il corretto livello del narratore per la nostra storia sarà fondamentale perché questa sia ben comunicata al lettore. Allo stesso modo, fare grande attenzione a mantenerlo eviterà di confondere chi legge. La lettura, sicuramente lo sapete, è un’alchimia. Se ci appassioniamo a quello che leggiamo dimenticheremo quello che ci circonda, saremo solo nelle pagine del libro. Quando qualcosa stona, l’incantesimo si spezza, torniamo nel nostro mondo e ci rendiamo conto che, quello che abbiamo tra le mani, è solo un certo numero di fogli di carta. Pessimo affare. Prestate quindi sempre la massima attenzione a questi aspetti e a mantenerne la coerenza, ricordando però sempre una cosa, la più importante. Tutte queste valutazioni, riflessioni e correzioni fatele “dopo”. Dopo aver scritto tutto, dopo aver passato tutto sul foglio, mai prima. Quando create, fregatevene, lasciate venire le parole e i concetti a modo loro. Non mi stancherò mai di ripeterlo: quando la penna scorre è fase animale. Lasciate che sia.

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Di testa e di pancia

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Vi capita mai di sognare? Domanda sciocca naturalmente, certo che vi capita. Ve la faccio perché è proprio da qui, dal sogno, che parte la nuvoletta di oggi.
Perché vedete, da qualche tempo i miei sogni sono cambiati. Ho sempre sognato poco, o meglio, ho sempre ricordato poco di quello che sogno, però gli elementi fondamentali sono sempre stati abbastanza costanti. Un ritmo adrenalinico, una regia efficace, un coprotagonista famoso e almeno alcuni di questi elementi: zombi, alieni malvagi, kung-fu, combattimenti, scenari innevati (per far derapare le automobili, mica per altro) e così via. Insomma, tanto per capirci ho sempre fatto dei sogni estremamente tamarri e terrificanti, ma di quel terrificante divertente. Per dire, una volta è uscito David Carradine zombi dal bagno di casa mia, abbiamo ingaggiato uno scontro serrato a colpi di kung-fu distruggendo buona parte dell’arredamento e, dopo avermi sconfitto, mi ha trasmesso degli importanti insegnamenti Zen.

Cose così, che ti faranno anche dubitare della tua sanità mentale, ma sono comunque un bel risparmio sul cinema.
Da qualche tempo, dicevo, i miei sogni sono cambiati. Diciamo che sogno quasi sempre la stessa “cosa”, la stessa situazione o persona – lascio la cosa volutamente ambigua – che in modi diversi mi causa disagio o dolore.
Al contrario degli altri (anzi, se tra voi c’è uno psicologo che vuole provare a interpretarli, quelli, le o gli pago volentieri da bere!) questi sono di facile comprensione. Ti infili in una “cosa” riguardo la quale nutri in realtà parecchi dubbi e il tuo subconscio approfitta del sonno, cancella la meravigliosa programmazione precedente e ti manda segnali d’allarme.

Che noia, direte voi. Sono d’accordo, chi non preferirebbe fermare una invasione di alieni insieme a Sherlock Holmes e Magalli (come l’altro, anche questo sogno è verissimo)? Però è utile per parlare di qualcosa che riguarda da vicino l’approccio alla scrittura e forse, più in generale, all’arte:
le scelte ben ponderate non sono mai quelle migliori all’inizio. Le scelte ben ponderate sono sempre le migliori alla fine.

Mi spiego. Scrivere, all’inizio, è una cosa profondamente di pancia. L’approccio alla storia è un sentimento animalesco, che va a toccare quei punti profondi del nostro animo, che ci lacera e ci esalta. Buttarsi, buttarsi sempre è la cosa necessaria, rischiare di bruciarsi, di farsi male, di danzare sul cornicione. Nascono così le storie migliori, con la disponibilità al confronto con quello che più ci turba o addirittura ci sconvolge. In due parole, all’inizio scriviamo solo e solamente per noi.
Arriva però la seconda fase. Finita la parte di pancia, arriva quella di testa. Finito di scrivere per noi, cominciamo a scrivere per gli altri. È a questo punto, aridamente definito di “revisione”, che cominciamo a fare i conti, a limare, a ripulire, a ragionare.
Non ci sono alternative: una buona storia, per poter nascere, deve affrontare entrambe queste fasi. Chi le scrive, le storie, deve affrontare entrambe queste fasi. Non è facile, a volte nemmeno gradevole.
Però si fa.

Perché oggi vi ho raccontato queste cose? Per due motivi, in sostanza.
Il primo riguarda sé stessi: se avete una pulsione che vi spinge a creare qualcosa, anche se vi spaventa, seguitela senza pensarci troppo. Tanto non vi lascerà in pace comunque fino a che non l’avrete fatto.
Il secondo riguarda gli altri: anche se volete loro bene, non sempre farete loro un favore sconsigliando di buttarsi a capofitto in quella che sembra una pazzia. Di certo è più faticoso aiutare qualcuno a rialzarsi che impedirgli di cadere, ma è anche segno molto più concreto di affetto.
Non sono sicuro che stiamo ancora parlando solo di scrittura, ma facciamo finta di sì. Restiamo leggeri, che fa caldo!
E io, cosa farò con quella “cosa”, situazione o persona volutamente ambigua che sia? Mi pare ovvio: voi cosa fareste di fronte a un’invasione di zombi alieni e con al vostro fianco dei personaggi inesistenti (o, occasionalmente Magalli)?
Si va alla carica!
Per ragionarci su, per usare la testa, la fase giusta è sempre quella successiva.

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The 100

È estate, fuori fa caldo e buona parte della nuova programmazione partirà solo a settembre. Trono di spade escluso, ovviamente, ma non si vive di soli sbudellamenti. O comunque ne servono di più, che al massimo GOT regala un’oretta a settimana. Quindi siamo nel momento ideale per recuperare vecchie serie.

Quella che vi presento oggi ha persino il pregio di non essere finita. Le prime quattro stagioni sono andate e la quinta, che vedremo dall’anno prossimo, è in lavorazione.

The 100 è una serie post-apocalittica che racconta la storia di Clarke (interpretata da Eliza Taylor) e dei suoi amici che vagano allegramente per un mondo distrutto da una guerra atomica.

Scampati alla guerra sulle stazioni spaziali orbitali, i resti della razza umana devono fare i conti con il deteriorarsi delle strutture e decidono di mandare cento ragazzi, i più turbolenti e sacrificabili, sulla terra per verificare se sia tornata abitabile.

La storia parte da qui e si configura apparentemente come un teen drama abbastanza banale. Anche l’ambientazione non è certo originale, così come la storia delle prime puntate. All’inizio si guarda perciò con un po’ di scetticismo, anche se le ambientazioni e i grandi mezzi impiegati da HBO nel produrla aiutano molto: un po’ Mad Max, un po’ Hunger Games.

L’evoluzione della trama è però in agguato. La serie abbandona gradualmente la forte connotazione adolescenziale (anche in modo intelligente: la narrazione si indurisce, mentre i protagonisti vengono temprati dall’ambiente ostile) e comincia a trattare le tematiche più varie, dai rapporti tra popolazioni diverse e diverse ideologie alla sessualità, dalla ferocia che si raggiunge per proteggersi alla perversione della tecnologia.

Al centro di tutto troviamo un nucleo di personaggi estremamente efficace, interpretati da ottimi attori. La già citata Clarke che, nel corso delle serie, diventa la temuta e rispettata guerriera Wanheda. Bellamy, Raven e Octavia, le sue spalle ideali e soprattutto Lincoln, espressione di quelli sopravvissuti sulla terra (interpratato da Ricky Little che rivediamo, bravissimo, in American Gods).

Al netto degli inevitabili cali di tensione in alcuni punti delle prime quattro serie e di alcuni twist narrativi un po’ forzati, le vicende dei cento tengono incollati alla poltrona. Certo, quella sensazione costante di “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” a volte diventa eccessiva, a volte verrebbe voglia di picchiare questi protagonisti che sembrano fare scelte appositamente per continuare a farsi ammazzare, dare la caccia, essere catturati, fritti nell’olio e conditi col prezzemolo e sì, a volte tutto questo sembra molto gratuito. Per il resto del tempo la metafora però regge: come trattiamo i nostri giovani? Che mondo gli stiamo lasciando? L’occhio degli sceneggiatori in questo non è pietoso per nulla, ma cinico e disincantato. La risposta è che si dovranno arrangiare, gli adulti non li aiuteranno, anzi, faranno di tutto per ostacolarli in una sorta di orgiastico suicidio razziale. Certo, forse l’attuale situazione USA-Nord Corea non instilla la stessa paura dell’apocalisse che c’era durante la Guerra Fredda, ma intorno a noi la situazione è abbastanza calda da apprezzare il messaggio di una serie tv che ha comunque il pregio di lanciarlo senza prendersi eccessivamente sul serio. Vi consiglio quindi di recuperare le puntate già trasmesse, in attesa della quinta (e forse ultima anche se la sesta è allo studio, dipenderà dai risultati) stagione.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva:

  - Non credo che sappiano cosa sia la pace.

  - Il comandante lo sa.

  - È una ragazzina. Sono guidati da una ragazzina.

  - ... anche noi.

A chi lo consiglio: sorprendentemente, per una serie che mantiene nette connotazioni teen, agli adulti. Ha un messaggio soprattutto per loro.
Abbinamento suggerito: Mi prepari un po' d'alcol medicinale allungato con acqua piovana, e lei beva quello che desidera. (Il Dottor Stranamore)
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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La strada perfetta

Silenzio. La luce dell’ultimo minuto, prima che sia notte, quando il viola invade tutto. Quando i confini delle cose sono di una nitidezza impossibile, mentre rapidamente perdono i colori per unirsi all’abbraccio del nero. Il sole è già sparito, il rosa e l’arancio del tramonto ti hanno lasciato. In quel momento, rallenti. Non importa dove tu debba andare. Non importa la fretta, o quanto tu possa tardare. Non rallenti perché la strada si fa più difficile all’arrivo della notte. Non rallenti nemmeno per osservare il panorama. Non importa nemmeno dove tu sia, in fondo. Sei solo su quella strada, grande o piccola che sia, dritta come una lancia o tortuosa che sia. È già il momento di accendere le luci, lo sai. Ma non lo fai, non ancora. Rallenti. Non troppo. Gli alberi, i cespugli, le case, le persone e le anime che ti contornano smettono di essere una sequenza di macchie connesse e confuse e assumono perfetta individualità. Basta questo, non serve rallentare oltre, fino a perdere il senso del movimento. Basta questo. Stai percorrendo la strada perfetta, nell’istante perfetto. Nel modo perfetto. Acceso. Spento. Acceso. Spento. Luci dubbiose di semafori, liberi dal proprio dovere, ti illuminano senza rallentarti. E stai percorrendo la strada perfetta. Lampi di memoria accendono la tua mente. Così rapidi da non tramutarsi in immagini, figuriamoci in ricordi. Sono vaghe sensazioni di colori dietro agli occhi, odori e sapori che sospirano alla tua gola per svanire subito. I dolci fantasmi di quanto di bello ti ha sfiorato tornano leggeri ad accarezzarti. Una lieve, invisibile, pelle d’oca. Lampi leggeri che non ti distolgono dalla presenza assoluta in quell’istante. Stai percorrendo la strada perfetta. E in quel momento, al di là di ogni balzello di razionalità, accade. Sei felice. All’improvviso, senza motivo. Non hai raggiunto nessun obiettivo, non hai conquistato nulla. Non sei neppure arrivato a destinazione, stai guidando. E sei felice. Sei felice senza il pensiero di esserlo, senza il pensiero di nulla. Sei felice nella pancia, nei muscoli che si sciolgono uno dopo l’altro. Nelle orecchie, accarezzate dal ronzio del motore che esplora i regimi più bassi. Sei in quinta, il cambio è dimenticato. Le mani abbracciano il volante, come un fratello ritrovato dopo tanto tempo. Il piede ha smesso di flirtare e bisticciare con l’acceleratore, yin e yang ora, sono in perfetto, baciato equilibrio. Stai percorrendo la strada perfetta e null’altro in quel momento conta. Forse poco più avanti sarai fermato da uno stop, da un lento camion. Forse ti accorgerai di non vedere più nulla, mentre anche l’adorabile viola svanisce nel nero e dovrai accendere le fredde luci, ricordandoti di dove devi arrivare, e quando. Forse, addirittura, il mondo verrà a distrarti con lo squillo del telefono. Di certo, di lì a poco quel momento passerà, la tua mente tornerà a funzionare con i suoi pensieri e le sue memorie. Probabilmente, quella felicità pazza e meravigliosa sfumerà in un buonumore, addirittura nell’apatia. La strada perfetta terminerà, poco più avanti. Ma ora non lo sai, non te ne importa. Dimenticherai che puoi essere felice, per nulla, solo per la leggera carezza della vita. Non te ne importa. Ora, proprio ora, puoi giocare con l’immortalità e l’eterno. Sei in grado, un big bang come cuore, di esplodere questo momento all’infinito, in miliardi di momenti, in miliardi di strade perfette da percorrere?

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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Scrivere i colori dell’estate

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Azzurro. Bianco. Sabbia.
Poi il verde di una pineta o quello picchiettato di rosa e rosso degli oleandri. I toni, ammettiamolo, plastificati e un po’ psichedelici dei giochi per bambini e dei costumi da bagno. E poi neri di strade e cormorani, pelli bianche e scure separate da quelle dei turisti nordici, generalmente color plutonio in fase di fusione, la luce viola della sera a riportare le sfumature in una stagione che, altrimenti, sarebbe definita dalle sue tonalità nette.
La tavolozza di colori dell’estate è ricca, quasi prepotente. Oggi, ultimo giorno di luglio, cuore dell’estate, fa capolino da ogni pertugio.
Possono però i colori diventare parola, storia, narrativa? Insomma, lo sappiamo che sono fratelli di pittori e fotografi, ma per chi scrive?
La risposta è sì, possono. Devono.
Magari non lo faranno direttamente, con la loro semplice esistenza, ma saranno lì a urlarci suggerimenti e suggestioni. Saranno in grado di rendersi protagonisti spingendoci a scavare nella nostra memoria e nel nostro spirito inseguendo un’idea, oppure di farsi sfondo, per presentarci nella miglior luce possibile – letteralmente, è proprio il caso di dirlo – una scena che dovremo essere bravi a registrare, a mettere da parte perché diventi una delle pennellate che andranno a comporre la nostra prossima narrazione.
L’ocra dorata del lume di candela illuminerà due volti che si guardano adoranti oppure sarà schermata da due cellulari, occhi distanti e altra luce bianca e fredda?
I colori assoluti del bagnasciuga ospiteranno, nel loro giocare a fare trompe-l'œil, una coppia di anziani che si tiene per mano, una banda di ragazzi chiassosi o una qualche bellezza che viene giustamente ammirata?
Oppure, per dire, che fa di tutto per essere ammirata?
Qual è la sfumatura della sera che separa le cicale dai grilli?
E la quantità di nero nel blu della notte, perché accolga stelle cadenti, sospiri e risate di amanti, sguaiatezze che ci si permette solo da turisti, quale deve essere?
I colori sono fondamentali, soprattutto per chi non può usarli, soprattutto per chi ha a disposizione solo un tratto scuro su una pagina bianca.
Avete notato come i toni dell’estate cambino la nostra percezione? Le donne sono più belle, ricevono in prestito quella luce che si accomoda appena sotto la pelle, che fa capolino tra i vestiti leggeri (e non dubito che, chi invece apprezza il genere maschile, saprà vedere e magari suggerirmi qualcosa di assolutamente analogo). I sorrisi sono più grandi, così come gli occhi che guardano. Le urla, soprattutto quelle dei bambini, possono salire incuranti a qualsiasi livello e saranno comunque più soffuse e meglio accolte. Persino la pioggia è diversa. Possiamo passare interi inverni a maledire l’umidore che sbrodola dal cielo, ma ci fermeremo incantati a osservare i colori violenti di un temporale. Anche se ci tengono lontani da spiagge e sentieri di montagna, anche se ci inzuppano perché l’ombrello, d’estate, per carità!
Tutto questo potrà sembrarvi un volo pindarico privo di senso e forse un po’ lo è, ma voglio riportarlo a qualcosa che riguarda, che serve a chi, come noi, non può vivere senza la parola scritta.
Presto sarà freddo e grigio e buio p(r)esto. Questa bellezza servirà, per lo spirito e per la penna e un modo, ve lo assicuro, c’è.
Lo scrittore, che sia di lungo corso o a un inizio spinto dalla passione, non va mai davvero in vacanza. Tra i teli da spiaggia e i racchettoni, pieno di sabbia, umido magari per un costume incurante gettato nella borsa, eccolo lì.
Il taccuino.
Portatelo con voi, sempre. Non importa se si rovinerà, se lo ridurrete strappando pagine e pagine per segnare appuntamenti, indirizzi, numeri di telefono, non importa. Il taccuino è un amico fedele, che non si formalizza. Non ci dovete nemmeno scrivere su storie, non ci dovete nemmeno scrivere su idee e bozze di storie.
Niente stress, niente pressione.
Usatelo semplicemente per fermare, uno a uno, tutti questi colori, tutte le impressioni che incontrerete e che vi faranno danzare qualcosa dentro.
Anche la cosa apparentemente più piccola e senza importanza. Se l’avete notata, evidentemente per voi non sarà così.
Quel volto così particolare, due sedili più in là sul treno o sull’aereo, forse un giorno diventerà il protagonista di un vostro racconto.
Quella persona così affascinante che avete incontrato e che è svanita dopo pochi istanti tra la folla, lasciandovi imbambolati tra le vetrine e i tavolini dei bar, forse una sera d’inverno vi farà da musa (e usiamo musa come generico che, perdonatemi, ma “muso” non rende benissimo l’idea).
Quella notte in cui non avete magari fatto nulla di speciale ma sentite come se la gioia fosse così grande da strapparvi la pancia e il petto che non riescono a contenerla, riempirà pagine su pagine tra qualche mese. Così come la tristezza, l’inquietudine che magari vi sorprenderanno quando meno ve lo aspettate, magari davanti a un tramonto sul mare, quando si ferma il vento e in acqua restano solo i bambini più insensibili alle urla di rimprovero dei genitori.
Scrivete, scrivete tutto! Fermate su carta tutte queste e le altre centinaia di impressioni che l’estate lascerà in voi. La mente non si ferma mai, per fortuna, ma questo significa anche che, lasciate alla sola memoria, queste immagini svaniranno insieme ai loro colori, per lasciare il posto ad altre e nuove. Riponete la vostra fiducia nel vostro amico taccuino, per conservarle, come fosse una bottiglietta piena di sabbia e conchiglie o un rullino fotografico (pardon, una sotto-cartella della directory “immagini”) che svilupperete mentre fuori gela.
Datemi retta, scrittori di lungo corso, scrittori alle prime armi, scrittori che ancora non hanno scritto nulla ma sentono il bisogno di farlo, che lo faranno.
Scrivete i colori dell’estate.
Vi serviranno.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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La natura, l’arte, le radici e la sperimentazione: intervista a Marina Girardi e Rocco Lombardi

La settimana scorsa vi abbiamo parlato del rifugio Villaneta e delle belle iniziative che vi vengono realizzate, ricordate?

In quella splendida cornice abbiamo avuto la possibilità di fare due chiacchiere con una coppia, in tutti i sensi, di bravissimi illustratori e fumettisti (anche se, per la loro poliedricità, questa definizione è riduttiva) che vi invitiamo a scoprire non solo attraverso le loro parole qui sotto, ma soprattutto attraverso le loro opere. Si tratta di Marina Girardi e Rocco Lombardi.

Visto il luogo, era inevitabile parlare del rapporto tra arte e natura. Rapporto che, non a caso, è il tema centrale del loro lavoro.

Come mai nei vostri lavori l’argomento principe è sempre quello della natura? Cosa della vostra storia vi ha portato a prediligere questi soggetti?

Marina: partiamo dall’origine. Sono nata sotto il monte Civetta, nelle Dolomiti, montagne talmente belle che ti rimangono dentro, cosa che ho capito con il tempo. Il fatto è che c’è stato un momento in cui la mia famiglia si è trasferita da questi luoghi, con una natura così potente, in una cittadina di provincia del Veneto dove, invece di avere il Civetta, davanti avevo un palazzo di dieci piani e quindi è stato questo trauma che mi ha innanzitutto lavorato dentro. Dunque, quasi senza accorgermene, tornavo in quei posti, sulla montagna, di continuo. Quando cammino lì ho una fonte di ispirazione che non ho in nessun altro luogo, le idee per le canzoni mi vengono camminando, le idee per i libri mi vengono camminando, per cui è stato naturale continuare a cercare questo tipo di rapporto con la natura anche come interesse per quello che succede non solo a me in rapporto con la montagna e la natura selvaggia, ma anche cosa succede agli altri, cosa succede all’uomo quando si mette in relazione con questo tipo di ambienti. Che ne sia l’abitante, il visitatore o lì per caso. Perché, se per me è stato un ambiente di origine, per altri non lo è ma in realtà quello che arriva è forte anche per loro. Quindi ho iniziato a indagare, sia con il mio lavoro, sia proponendo laboratori in cui unisco creazione di storie e disegni e il cammino, l’esplorazione, il fatto di vivere determinati luoghi.

Rocco: il mio percorso per molti versi è simile a quello di Marina, anche se a differenza di lei sono nato in un posto di mare, attorniato dalle montagne. Potenzialmente un posto bellissimo quindi, solo ed esclusivamente per quello ho resistito per molto tempo lì. Però per tanto tempo ci ho vissuto male, nel senso che vivevo un forte disagio che comunque non riuscivo mai a mettere a fuoco. Cioè, mi piaceva tantissimo il posto in cui vivevo, però in realtà avevo sempre una sorta di ansia, uno stato d’animo abbastanza tormentato. Da quel posto appunto non andavo mai via proprio perché conteneva, contiene tuttora una bellezza incredibile. Si passa dal mare alla campagna, alla collina, fino alla montagna. Però allo stesso tempo tra la montagna e il mare c’è questa costa, che come tante coste italiane ha subito una speculazione edilizia molto drammatica. Una consapevolezza cui sono arrivato veramente dopo molto tempo, anche se era sotto agli occhi, banale. Il mio malessere derivava da questo, dal vivere in un posto dove avevo sotto gli occhi questo sfacelo che comunque continua anche oggi, se non tanto nella costruzione, in qualcosa che vive all’interno delle persone, come atteggiamento verso gli altri, verso le cose, verso il paesaggio stesso in cui si vive. Quindi a un certo punto ho deciso di andare via e anche in quel frangente i miei lavori vertevano su questi temi, ma non solo. Per lungo tempo mi sono impegnato a migliorare nel disegno, ho imparato a disegnare storie di altri, però poi quando sono andato via, che ho messo a fuoco questa cosa grazie al fatto di essermi staccato, l’interesse e la volontà di approfondire questi temi è esplosa ulteriormente.
Quindi, da quel disagio iniziale si è passati a un amore ancora più forte, proprio per cercare una forma di riscatto. E lì il tema della natura, particolarmente all’inizio degli animali, è venuto fuori fortissimo, contemporaneamente alla scoperta di una tecnica che ormai uso da anni, molto materica, che si rifà in qualche maniera alle vecchie tecniche di incisione. Quindi un po’ la tecnica, i contenuti, hanno trovato uno sposalizio fertile e da lì tutto è continuato su questi binari.

Cosa vi ha portato qui in un luogo come questo, a incontrarvi, visto che arrivate da realtà anche geograficamente molto lontane tra loro?

Marina: è proprio questo. Sicuramente il comune senso di sradicamento che dalla natura, dalla terra, che tutti e due abbiamo patito in modo molto potente, che quindi ha lavorato dentro a tutti e due creando appunto una ricerca di un certo tipo, una poetica di un certo tipo che ci accomuna molto profondamente e che ci ha fatti incontrare. Poi, entrambi abbiamo scelto gli stessi mezzi espressivi. Così è nato l’incontro.

Davide: anche simbolicamente, per entrambi c’è stato un allontanamento dai luoghi natii, un allontanamento dalla propria madre “terra”. Il nostro lavoro mira costantemente a questo ricongiungimento.

Marina: è un discorso molto ampio, non è un distacco dall’origine geografica ma il constatare che in realtà la maggior parte delle persone vive sradicata dalla propria origine, dalla propria madre, matrice.

Poco fa, paragonavamo i ragazzi che si sono lanciati in questa impresa un po’ folle (nda: i promotori del rifugio Villaneta) come se fossero una sorta di resistenti culturali. Ecco, vi sentite anche voi così?

Davide: in buona parte sì, poi questa resistenza può essere declinata in modi molto diversi, ma la radice è quella. Non a caso siamo finiti qui, come in questi anni, con le nostre attività, i nostri giri quasi a caso abbiamo spesso incontrato realtà come quelle. Poi non a caso molte esperienze, luoghi, persone che abbiamo incontrato sono legati a questo appennino, i luoghi più spopolati e più lasciati a loro stessi. Alla fine siamo andati anche a viverci, dopo un periodo vissuto in città a Bologna. Coltivavamo questo desiderio, anche per sperimentare un po’ se nella realtà fosse possibile farlo e come.

Marina: la cosa più forte che ci succede quando capitiamo in questo tipo di realtà è proprio la linfa vitale che sgorga. È come se a un certo punto si passasse da una modalità medio bassa a una fortissima spinta vitale e io credo sia dovuta al fatto che ritrovare un certo tipo di contatto tra le persone con la natura, con il paesaggio, e liberarsi proprio dalle strutture cui siamo normalmente assoggettati, liberi la parte più vitale che ci è propria, che normalmente è addormentata, langue. Invece in queste occasioni ha modo di ri-nascere, ri-vivere, trovare strade che sono quelle della creatività, che sono quelle del fare le cose insieme e trovare strade che appunto in una struttura sociale che mira sempre all’utilitaristico sono normalmente frustrate, trascurate. Cose che però ci danno motivazioni per vivere e continuare a fare quello che facciamo.

La natura per voi è un argomento centrale, con una connotazione molto forte legata al passato, al ricordo. Qualcosa che porta molto alla riflessione. Eppure la vostra forma di comunicazione preferita è l’immagine che, al contrario della parola scritta, è diretta, secca, precisa, legata all’istante. Cosa vi ha portato a scegliere questa forma principe di comunicazione?

Marina: per quanto mi riguarda l’immagine è un linguaggio che ci parla attraverso un canale che non è quello della ragione, ci parla attraverso un canale intuitivo che va diretto al significato e al senso del concetto che vogliamo. Quindi la ricerca che ho avviato, quasi da subito, è stata il tradurre il rapporto molto potente e diretto che ha su di me la natura in una forma d’arte altrettanto diretta che è l’immagine. In realtà, sono anche fortemente portata alla scrittura, dunque unisco sia la scrittura e l’immagine, perché trovo che la combinazione delle due cose sia molto stimolante e interessante, dato che unisce il nostro lato più bisognoso di narrazione al lato più bisognoso di evocazione, che è quello che riguarda l’immagine.

E ci si può perdere in un’immagine tanto quanto in un testo?

Marina: senz’altro. Sì, certo.

Rocco: riprendendo anche quello che ha detto Marina, il fumetto è la sintesi perfetta di immagine e parola. Non a caso è mezzo espressivo, al pari dell’immagine nuda e cruda, sicuramente tra i più immediati.

Perché?

Rocco: il fumetto combina immagine e testo, quindi possiamo considerarlo una forma di scrittura. Il concetto base è quello della sequenza, le serie di vignette creano un ritmo narrativo ben preciso. Quello che succede tra un’immagine e l’altra noi non lo vediamo, però lo capiamo. Il nostro occhio, la nostra testa capisce quello che c’è tra un’immagine e l’altra. Poi, naturalmente il testo fa da rinforzo a seconda della funzionalità della storia in quel momento. Quindi io penso che questa sia la forza del fumetto. Tornando invece alla forza dell’immagine, a me piace pensare che il suo uso sia venuto prima ancora del linguaggio parlato. Anche se non ne abbiamo una prova schiacciante, abbiamo comunque i disegni fatti in epoche preistoriche. Gli uomini, molto prima ancora di maturare un linguaggio vero e proprio, disegnavano già. Il disegno poi si è fatto segno, si è fatto parola, si è fatto scrittura. Quindi il processo è stato inverso, è stata l’immagine la prima forma di comunicazione e questa probabilmente è una cosa che ci portiamo dentro, anche se sepolta il più delle volte. Quando vediamo un’immagine ben fatta ci arriva un messaggio in maniera diretta, abbiamo stupore, emozione, a volte anche un messaggio ben decifrato, che ci siano o meno le parole.

Marina: e capiamo delle cose. In realtà quello che ci siamo scordati è che l’immagine è un mezzo, uno strumento di conoscenza. Quello che appunto è stato il passaggio dall’immagine alla parola ci ha fatto dimenticare che l’immagine ci fa conoscere il significato profondo della parola, arriva più direttamente e non ha la sovrastruttura dello scritto, non ha bisogno di essere descritta. Per questo ci viene istintivo tradurre in immagine il rapporto con la natura. Attenzione, non è tanto la natura bucolica, non è tanto l’animale bello, ma il fatto che la natura ci parli di noi stessi, ci racconti di noi, che sia uno spazio dove possiamo conoscerci e conoscere il mondo che ci circonda. Il nostro interesse è indagare il rapporto tra uomo e natura, quello che succede quando si incontrano. Tutto quello che ci circonda in effetti è il frutto del rapporto tra uomo e natura. Quindi in sostanza vuol dire la vita, tutto.

Rocco: portando un po’ all’estremo questo ragionamento, la natura non esiste. C’è l’uomo, l’uomo interviene. Ma anche l’uomo fa parte della natura, quindi non siamo solo degli osservatori, anzi. Quello ci interessa, indagare e arrivare all’uomo nudo e crudo e al suo rapporto con ciò che lo circonda. Quindi osservare, vivere nella natura, serve a darmi un’ottica diversa per ripartire e guardare la realtà. Poi questo si può fare con il disegno, l’esplorazione, la difesa di questi posti, in relazione a quella che è la nostra spinta.

A proposito di relazione, come vi siete trovati a lavorare insieme, come è partito il progetto per “L’Argine” (nda: Edizioni Becco Giallo, 2016), come è nata l’idea e come l’avete sviluppata?

Rocco: è partita come una commissione...

Marina: be’, una commissione non dal nulla, però. È stata una richiesta di lavorare su del materiale, da parte di una persona che conoscevamo già da tempo, con cui avevamo già collaborato, con cui abbiamo molte affinità. Insomma, abbiamo accettato per questi motivi innanzitutto, ma anche anche perché ci proponeva un lavoro che noi in realtà stavamo già facendo, ovvero raccogliere storie riguardanti determinante realtà. Ci è stato proposto addirittura di essere pagati per farlo!

Eravate pronti a lavorare insieme?

Marina: no! (risate). In realtà abbiamo lavorato tanto insieme ma ad altre cose. Lavorare a un libro insieme è stato davvero tosto, davvero dura.

Rocco: il fumetto, per quanto poi diretto immediato, richiede poi un lavoro molto duro nella fase di costruzione.

Anche il tratto? Far quadrare due tratti molto diversi come i vostri?

Rocco: è stata quasi una sfida, una provocazione di chi ce l’ha proposto. C’era da lavorare molto a riguardo, ma in fondo sapevamo che saremmo riusciti a farli quadrare, perché nonostante i nostri stili siano proprio agli antipodi, si nutrono dello stesso humus, quindi i contenuti sono molto vicini. Alla fine si è trattato “solo” di combinarli. Il problema grosso è stato invece la costruzione, la sceneggiatura, che si basa su fatti veri che abbiamo un po’ romanzato, inventando un personaggio che li raccontasse in una chiave diversa. Quindi la difficoltà maggiore è stata proprio la scrittura, che è il primo passo che porta alla creazione del fumetto.

Marina: forse non pensavamo che lavorare insieme in questa modalità fosse così complicato, che ci mettesse così alla prova, però è stato anche fattore di crescita per entrambi, perché poi ognuno ha imparato molto dal modo di lavorare dell’altro. Mentre io magari sono più abituata a cose più visionarie, mi sono dovuta invece “ingabbiare” in un a struttura di fumetto più rigida, più canonica. Rocco al contrario si è dovuto lasciar andare un po’ di più.

Avete coperto tutti i ruoli, entrambi? Disegnatori, sceneggiatori, revisori… Avete fatto tutto insieme?

Rocco: sì. Spesso nel fumetto ci sono il ruolo di sceneggiatore e disegnatore che lavorano quasi in simbiosi, però in effetti è molto molto raro che due disegnatori lavorino insieme.

Progetti futuri?

Marina: sono in cantiere dei libri, però sono ancora in fase embrionale. Sto cercando di unire l’aspetto musicale del mio lavoro a quello dell’immagine.

Rocco: sto lavorando a quello che sarò un libro lungo, però questa volta senza usare le parole. Quindi proprio, come dicevamo prima, per affermare la potenza dell’immagine. Qualcosa di immediato, anche se tratta temi un po’ complessi che girano introno al tema del disegno, dell’immaginazione e del loro ruolo. Poi sto collaborando con uno scrittore per illustrare un suo romanzo, qualcosa cui tenevo da tempo, collaborare con qualcuno che scrive e basta. Abbiamo una sintonia ottima, mi piace quello che scrive, ma io faccio il mio mestiere e lui il suo!  Però entrambi abbiamo questa volontà di riproporre un tipo di libro come una volta, il “romanzo con illustrazioni” destinato agli adulti. Qualcosa che volevamo entrambi sperimentare.

Se volete scoprire questi due bravissimi autori, a questi indirizzi trovate le loro pagine.

www.magira.altervista.org

lalberosfregiato.blogspot.it

Grazie a Esserci per la collaborazione.

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Giorgio-Arcari

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Spider-man: homecoming

Di Jon Watts, con Tom Holland, Robert Downey Jr., Michael Keaton, Marisa Tomei

L’estate è ormai tradizionalmente uno dei momenti d’oro dei cinecomics e noi, come promesso, dopo la recensione dedicata alla DC e al più che discreto Wonder Woman passiamo alla concorrenza, alla Casa delle Idee. Alla Marvel, insomma.

Homecoming, ritorno a casa. Titolo furbo, che gioca con il nome del ballo di fine anno, uno degli elementi della trama, ma soprattutto con il ritorno a “casa” dell’amichevole Spidey di quartiere: dopo il “prestito” da parte di Sony (che detiene i diritti sul personaggio) in occasione di Capitan America: civil war, questo film sancisce il rientro a pieno titolo di Spider-man nell’universo cinematografico Marvel e nella corazzata Marvel Studios.
E i risultati si vedono, eccome.

Spider-Man: Homecoming è probabilmente uno dei migliori film di supereroi a oggi, progettato perfettamente per celebrare il ritorno del Ragno. Non ha paura di discostarsi dal canone del fumetto, per regalarci finalmente un protagonista credibile. Prima ancora di Spider-Man, il suo alter-ego Peter Parker.
Peter torna alle origini, è un ragazzo nemmeno quindicenne che ha appena incontrato i suoi poteri (tra l’altro, ci viene risparmiata l’ennesima narrazione del suo incontro con il ragno radioattivo. Benissimo così) e il suo mentore, Tony Stark alias Iron Man, che dopo averlo usato per lo scontro con Capitan America lo rimette “all’asilo”, a confrontarsi con scippatori e ladri di biciclette. Quello che vediamo è un ragazzo durante la sua iniziazione a eroe, goffo, che commette errori, ansioso di entrare in azione ma sostanzialmente ancora inadeguato. Tom Holland, nell’interpretarlo, è semplicemente perfetto.

Non è più, però, il nerd reietto dei fumetti. I tempi sono cambiati, i secchioni hanno guadagnato un fascino che un tempo non avevano. Peter ha amici, una vita, una zia che non è più la May perennemente ottuagenaria ma la meravigliosa Marisa Tomei. Questa attualizzazione è il successo più grande del film. Non toglie nulla al concetto del fumetto, ma lo rende godibile da tutte le generazioni, comprese le ultime. Forse, questo Spider-man quindicenne, è il primo vero personaggio Marvel con cui gli adolescenti di oggi possono identificarsi.

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” diceva al giovane Parker lo zio Ben e non crediamo sia un caso che, in questo episodio, non compaiano né la frase né lo zio, con il suo bagaglio di senso di colpa sulla formazione del Ragno. Il film scorre quindi con una leggerezza esaltante, con le scene brillanti che superano, come è giusto che sia, quelle di azione, tanto che anche i fan più vecchiotti dimenticano in fretta i cambiamenti rispetto al “canone”, il fatto che il costume non sia più un banale costume ma una vera e propria armatura computerizzata progettata da Stark (con la sua intelligenza artificiale, Karen, che fa da perfetto contraltare a Jarvis, quella di Iron Man), che Mary Jane non sia più la rossa con il suo anacronistico invito – “vai a prenderli, tigre” – ma una brillante darkettona, che il migliore amico di Peter sia un nerd decisamente fuori forma e non più il miliardario che poi diventerà uno dei venticinque (o giù di lì) Goblin.

Ho detto Goblin? Questo porta al cattivo del film e, anche qui, abbiamo finalmente una piacevole novità. L’avvoltoio è il primo villain davvero credibile dell’universo cinematografico Marvel. Ha una genesi efficace, le giuste motivazioni, tanto che a tratti si arriva persino a solidarizzare con lui. Un disperato portato alla malvagità dalle contingenze, potremmo dire. Aiuta moltissimo anche il suo interprete, Michael Keaton.

Piccola digressione a proposito: Keaton ha fatto un percorso unico nel mondo del cinema supereroistico. È il Batman di Tim Burton negli anni ’90, è poi il protagonista del meraviglioso Birdman di Iñárritu, per chiudere poi il cerchio con l’avvoltoio. Ed è eccezionale in tutti questi ruoli.
Chiude il successo del film il numero impressionante di chicche e citazioni che nasconde, dall’avvio in versione go-pro (che riprende la scena dello scontro di Civil War) agli affettuosi sberleffi allo Spider-Man più canonico, dalle chiacchierate tra Peter e l’intelligenza artificiale della tuta fino alle apparizioni di Capitan America nei video educativi. Se tenete conto che, a questo punto della cronologia, Capitan America è un fuorilegge, il riferimento all’uso dei media è davvero interessante e mi ha ricordato la (per me) geniale interpretazione dei media che Paul Verhoeven inserì nel poco apprezzato e forse poco compreso Starship Troopers.

Insomma, è possibile dare cinque stelline a un film di supereroi? Sì, è possibile, senza togliere nulla a film più profondi è impegnati. Regalatevi un paio d’ore di intrattenimento brillante con, finalmente, il primo supereroe veramente del nuovo millennio.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Spidey volteggia sulle note di Blitzkrieg bop dei Ramones. E ho detto tutto.

A chi lo consiglio: ai fan più accaniti e conservatori dello Spider-man, anzi no scusate, dell’Uomo Ragno dei fumetti. Anche io ero così e mi sono ricreduto.

Abbinamento suggerito: una coca e popcorn, che un poco adolescenti, questo film, fa tornare.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

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Dopo la tempesta

Quel giorno rimasi sulla spiaggia a guardare l’arrivo della tempesta. Non c’era odio, non c’era follia nello sconvolgersi degli elementi. Soltanto assoluta, sovrumana indifferenza, come bambini sferzati per peccati che devono ancora commettere. Quando alla fine mi decisi ad andare via – dalla spiaggia, dal paese, da ogni singola cosa o persona capace di parlarmi di lei – a salutarmi restavano solo i vetri delle auto, chiazzati d’acqua e di sale dal vento, e le imposte sbarrate delle case. Tutto chiuso, sigillato, rinforzato, a proteggere dalla paura, a separare l’urlo del vento da quello delle televisioni.
Solo una finestra sbatteva ancora, la sua.
Rimasi lì, fermo al centro della strada, aspettando. Odiandomi. Aspettai mentre le prime gocce di pioggia cominciavano a colpirmi, mentre sabbia e polvere mi graffiavano gli occhi. Aspettavo di vederla un’altra volta ancora, solo un attimo, che lei mi vedesse mentre partivo, che mi urlasse di non farlo. Le finestre sbattevano e sbattevano, ma lei non arrivò a chiuderle.
Il primo tuono mi salutava beffardo. A fatica riuscii ad infilarmi nell’auto stipata di tutta la mia vita e lasciai il paese e il mare. Forse proprio in quel momento era alla finestra, ma non guardai indietro.
Non sono mai tornato, almeno fino a oggi.
Sono passati dieci anni.
«Per cambiare è cambiato poco. I negozi sono sempre quelli, turisti non ne arrivavano prima, figurati adesso che non ci sono soldi. Anche il sindaco è ancora lo stesso» ride Francesco, il barista che mi ha visto crescere, che mi ha visto giocare intere fortune in duecento lire ai videogiochi nel retrobottega, testimone o meglio dire complice delle prime sbornie. Anche lui è cambiato poco. Un po’ più grasso, un po’ più grigio, un po’ più scalcinato il bar, ma nella sostanza è tutto come una volta. Lui è lo stesso impiccione di sempre. «Abbiamo letto di te sui giornali, una volta ti abbiamo anche visto in televisione. La Carla ha tutti i tuoi libri». Carla è la moglie, oltre a essere quella che mi ha fatto da mamma dopo che morì la mia, dopo che mio padre sparì non so bene dove. «Non ti sei fatto vivo mai, la Carla c’è stata malissimo. Sarai anche diventato un grand’uomo, ma sei proprio uno stronzo».
«Hai ragione Francé». Sono sicuro che Francesco ci sia stato persino più male della moglie, ma ammetterlo sarebbe un attentato alla sua proverbiale virilità, lo renderebbe praticamente un busone. Certo che ha ragione, le uniche due persone che tenessero a me le ho gettate con il resto dell’acqua sporca. «Sono uno stronzo. Me ne dovevo andare, lo sai perché, poi il tempo passava ed era sempre più difficile prendere il telefono. Alla fine la cosa più semplice è stata mettersi da parte ed essere altro».
«Non parlare difficile con me» Francesco attacca qualcosa destinato a finire in un vaffanculo più che meritato, ma viene interrotto dall’ingresso della massaia perfetta, della donna che ha riversato tutto l’affetto per figli mai avuti su di me, che mi ha raccolto dopo ogni casino che ho combinato da ragazzo. La Carla, insomma. Lei mi sommerge, lo stesso fanno i ricordi.

Qualche ora dopo, finalmente in pace con loro e con il mondo, con in corpo una dose decennale di colesterolo – chissà che schifezze mangi in città, ha ripetuto Carla implacabile, tra una portata e l’altra – esco a completare la nuova comunione con il paese. Riconosco quelli che incontro, qualcuno mi saluta, tutti mi guardano. La giornalaia si fa autografare un mio libro. Una edizione economica orrenda, non mi ricordo di averla mai vista né tantomeno autorizzata. D’altra parte ultimamente sono stato molto distratto. Arrivo al mare e la sola novità degna di nota è l’unico bagno attrezzato, chiuso e abbandonato. La spiaggia ora è tutta libera, piena di conchiglie, legna e schifezze portate dal mare. Piatto e tranquillo, il mare, non come l’ultima volta che l’ho visto. Deserto. Arrivo fino al bagnasciuga e lascio liberi i pensieri di correre avanti, in acqua, sperando che non tornino tutti ad affollare la mia mente.
«Sei qui in vacanza?» Mi hanno chiesto Carla e Francesco.
«Non lo so».
«Sei qui per restare?»
«Non lo so».
«Perché sei tornato?».
«Non lo so, davvero. So solo che dovevo farlo».
«Lei è ancora qui, sai?» dice Carla sfidando l’occhiataccia del marito «non è mai andata via».
«Non mi interessa. È passato tanto tempo».
«Certo». Certo che stai dicendo cazzate, dice quel tono.
Perché sono tornato? Non avevo dubbi quando è stato il momento di andare via. Via da questo posto, scrittore, ma avrei potuto scrivere anche qui, non siamo nel medioevo. Via per vedere il mondo. Certo, come no. Aeroporti e luoghi senza volti da ricordare. Successo? Il mio nome dappertutto, una casa enorme che la donna delle pulizie si gode molto più di me, un frigorifero come custode delle continue scadenze dei suoi tesori, un letto rapido a disfarsi delle donne che lo ingombrano. Sono un fallito di successo, è per questo che me ne sono andato, tanto peggio per lei che non è voluta venire via con me. Fanculo a lei e alle sue idee, alle sue radici, alla sua calma e ai suoi sorrisi e alle sue lacrime. Non mi ha detto resta, non mi ha detto niente. Era indifferente come la tempesta, quel giorno. Gliel’ho fatta vedere io. Fanculo.
Allora perché sono tornato?
«Devi fare un salto su in sede, domani. C’è la riunione con gli sponsor per il tour promozionale». Il dovere mi ha trovato, alla fine. È buffo, eppure non riesco a ricordarmi l’ultima volta che il mio editore si sia degnato di parlarmi di libri, fossero pure quelli degli altri. In compenso sono il suo prodotto di punta. Bofonchio qualcosa simile a un sì e riattacco.
Sono qui da due mesi, ormai, e ancora non ho capito cosa sia tornato a fare. Occupo la casa dei miei, in fondo l’ho sempre pagata, giro, prendo il sole, non scrivo una riga. Se non fossi quello che sono direi che mi limito saggiamente a esistere. L’ho vista, naturalmente. In giro, al mercato. Sorride, forse, un cenno con la mano, un giorno che quasi sbattevamo l’una contro l’altro mi ha anche detto ciao. Subito dopo ci siamo allontanati alla massima velocità concessa dalla decenza. Non ci siamo mai parlati, non serve, è davvero passato tanto tempo, è una storia vecchia.
La sogno quasi tutte le notti.
Tanto vale approfittare della chiamata alle armi per tornare in città. In fondo che resto a fare? Carico le borse in auto, assicuro che non sparirò di nuovo a Francesco e Carla, che nel frattempo è tornata ad essere La Carla. Certe abitudini sono come cicatrici che tornano a mostrarsi appena ti abbronzi. Vado a salutare il mare. Oggi è arrabbiato, tira un gran vento, ma non c’è tempesta, non c’è nemmeno una nuvola. Nessun senso di déjà-vu mentre torno alla macchina, non si sta ricreando la partenza di dieci anni fa, le strade non sono deserte e le imposte non sono sbarrate.
Una finestra, però, sbatte. Di nuovo. Di nuovo non posso fare a meno di restare lì a fissarla come uno sciocco, attendendo. Attendendo cosa, che lei compaia? E anche se fosse? È una storia vecchia, morta e sepolta.
Vorrei ridere della mia idiozia e andarmene ma proprio in quel momento, come un cliché che non mi sognerei mai di mettere in un mio libro, lei appare.
Mi guarda, mi sorride. Non chiude la finestra.
È ancora bellissima.
Ci fissiamo come due ragazzini, il tempo sufficiente ad accorgermi che la tempesta ha cambiato suono, come quando va a spegnersi. Quella dentro, quella che mi porto dietro da dieci anni. Fuori il vento si è fatto ancora più forte, ma il sole splende.
Dovevo andare da qualche parte, dovevo fare, dovevo. Non importa.
Sono tornato a casa.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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