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Tag: Giorgio Arcari

La parata dei salici

Primo gennaio. Tanti, infiniti primi giorni dell'anno. Da sempre, nel mio piccolo paese si tiene la parata.
«È per non dimenticare» dicono, «non dimenticare mai». Non dimenticare il dolore. Non dimenticare cosa ci è stato tolto, cosa abbiamo perso.
Non dimenticare chi siamo.
Un ramo, un ramo di salice. Tagliato tanto lungo quanto forte è stato il dolore. Un ramo per ogni sofferenza, per ogni mancanza, per ogni perdita. Preziosi broccati scuri a far luttuose fascine. Ogni uomo se li carica in spalla, ogni donna sul proprio carretto a mano. Poi via, lentamente, in silenzio. Ogni vicolo è attraversato da questa onda di nero orgoglio. Nessuno, qui, dimentica. Non il primo giorno dell'anno, non durante la parata.
Non c'è perdono. Non esiste, nel mio paese. Neppure per se stessi. Neppure per chi ha ceduto, schiacciato dal tempo e dai rimorsi delle fascine. Eredi, figli dei figli, le aggiungono alle loro, ai loro dolori, perpetuando all'infinito un presente che non vuole dimenticare.
Così, in fondo, si è formata la nobiltà di questo paese. Così, con il prestigio del male fatto, subito, che si accumula sulle spalle delle famiglie nel primo giorno di ogni anno sempre uguale. Il giorno in cui le finestre sono spalancate, incuranti del freddo e gli occhi non luccicano di sospetto attraverso gli scuri. Ma solo perché sono tutti in strada, apparentemente incuranti. In realtà ben fissi sui vicini. Su quanto mettono in piazza.
Così, da noi, si sceglie anche chi seguire. In testa al corteo c'è il sindaco, sempre lo stesso sindaco di tutti i miei ricordi. È vecchio, ormai. Si è portato i due figli per farsi aiutare a spingere il carretto, per non dover scegliere cosa mettere in piazza, quali perdite, forse quali scandali. Per non lasciare a casa nulla. I figli si detestano tra loro. Sarà un avvocato che deciderà come spartire il doloroso prestigio degli antenati, morto il padre.
Tra loro, in testa, e i bambini, in fondo, tutta l'umanità del paese. Ai bimbi viene spento il sorriso in fretta, da queste parti. Già molti di loro hanno una rispettabile fascina da portarsi. Una marachella, un capriccio. E una umiliazione, un rametto per ognuna di esse.
La chiesa in piazza è il teatro per il finale. La parata si dirige lì, per unire in matrimonio i nuovi dolori ai vecchi. Per la comunione delle sofferenze più giovani con quelle della cristianità intera.
Mi trovano lì, esattamente come dieci anni fa, quando me ne andai. Allora fui lo scandalo più grande, nello spezzare i mucchi di rami di salice. Miei. Dei miei antenati. La mia famiglia qui era nobile e rispettata e in pochi istanti io, ultimo e scapestrato rampollo, la distrussi.
Portai con me, nel mondo di fuori, soltanto un rametto. Un rametto di cui nessuno al mondo, neppure del paese, conoscesse il significato. Eppure il paese venne con me e con quel ramo, senza mollare la presa.
Quando me li trovo lì davanti, il sindaco e il prete, i vecchi e i giovani, gli scuri bambini, so di averli perdonati anni fa. Mi resta un solo ramo, tra le dita. Quello che ho portato via e che ora ho riportato a casa.
Perdono me stesso. Lo spezzo. In due, poi in quattro. Poi in pezzi più piccoli.
Di quel che è successo dopo, non ho prova. Davanti a me gli abitanti del paese si sono fatti vecchi, poi decrepiti. Poi soltanto ombre, fino a sparire. Lo stesso, ho visto nei loro occhi, stava succedendo a me, dal loro punto di vista. Anche il mio paese è scomparso, con le ultime luci del tramonto.
La notte mi ha trovato lì, lungo un fiume tranquillo, tra il frusciare dei salici. Se ombre mi hanno osservato andar via, non le ho viste, né avvertite.
Ho lasciato quei luoghi che non erano più un paese e sono tornato al mondo, finalmente vivo.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure

E questo era soltanto il principio

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Grafemi e nuvole è il nome che abbiamo dato al nostro editoriale, come ormai sapete bene. Qui ci capita di affrontare argomenti seri, di dedicarci al cazzeggio, di fare un po’ di promozione alle nostre varie iniziative e così via. Insomma, qui di solito vi parliamo di noi.

Ma non questa volta.

Questa volta siete voi, i lettori, i protagonisti. Lo siete perché è successa una cosa bella, i fatidici primi (si spera) “mille” like su Facebook. Siete tanti e vi abbiamo conquistato uno a uno, senza pubblicità e senza spam. Ci avete scelto per il motivo più importante, vi è piaciuto quello che scriviamo. Alcuni di voi ormai cominciamo anche a conoscerli, sappiamo cosa vi piace, quasi ci aspettiamo i vostri apprezzamenti a certi articoli, a certi racconti, a certe poesie.

Ok, l’ultima frase faceva un po’ stalker, passiamo oltre.

Quindi GRAZIE! Molti più di semplici mille, molto più della consueta immagine con la pioggia di pollicioni che si usa solitamente in questi casi (sperando che la redazione non mi faccia pagare subito questa affermazione), molto più del banale invito a continuare a seguirci, a farci pubblicità, ad aiutarci a raggiungere rapidamente i successivi mille e poi gli altri ancora.

Oh, non che ci faccia schifo, anzi! Fatecene un sacco, di pubblicità.

Ma non è questo il punto, dicevamo che i protagonisti oggi siete voi, quindi a noi toccano gli impegni.

Che ci prendiamo con piacere.

Fare una rivista di letteratura e cultura oggi è già un azzardo – una pazzia – di per sé e noi ci abbiamo messo del nostro, saltabeccando dagli argomenti più particolari a quelli più pop, dai classici della letteratura ai fumetti passando per le serie tv.

Tutto liscio? Col cavolo! Ci sono state cose buone, cose meno buone e anche qualche svarione. Abbiamo progettato un sito che non si aspettava un affetto così immediato e caloroso, quindi mostra qualche tremolio, un po’ come noi che intanto rincorriamo, correggiamo, sistemiamo.

Abbiamo soltanto cominciato. L’impegno che ci prendiamo con voi dopo i primi quattro mesi è semplicemente questo: abbiamo intenzione di continuare a sperimentare come se fossimo i bimbi che in effetti siamo (quantomeno in spirito), continueremo a non sederci sulle cose che vediamo funzionare a costo di accollarci qualche altro svarione, continueremo a giocare con voi e a trovare ottime le idee che a tutta prima ci sembreranno assurde.

Insomma, siamo intenzionati a continuare a fare casino e a cercare di sorprendervi con la rivista di letteratura meno inquadrabile degli ultimi quattro mesi.

Che sono pochi, giusto per ricordarci di tenere i piedi ben saldi sulle nuvole.

Pronti via, date un calcione nel sedere al vostro redattore del Grafema Magazine preferito, che si riparte.

 

Per il disegno di copertina si ringrazia Gloria Perosin

 
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Fantanarchia

Questa è una storia molto semplice.

C'è questo re. Non che sia particolarmente buono o particolarmente cattivo. Non ammazza i suoi sudditi per divertirsi e non scatena guerre per goderne. Non che sia illuminato, se una qualche porcata avvantaggia il suo potere state pur certi che la porterà a compimento.

Magari però nel farlo non se la spassa, ecco.

Una sera questo re è seduto sul suo trono, pieno di preoccupazioni. Quelle terre che ha conquistato continuano a ribellarsi e più si ribellano più lui fa bruciare villaggi e città e più villaggi e città bruciano più si ribellano.

Non se ne esce. Il re ha bevuto un sacco di vino e ha un mal di testa feroce, ma non riesce a distrarsi.

Che diavolo.

La servetta nuova, fresca dall'ultima incetta di schiavi. Bella, rotonda, con gli occhi ardenti. Il re caccia tutti dalla sala tranne lei. La fa avvicinare, le ordina di fargli un pompino. Lei, servizievole, obbedisce e in pochi istanti il re comincia a gemere. Un altro ordine e fa salire la servetta sopra di sé, sopra al trono. Finalmente gli pare di riuscire a rilassarsi, si lascia andare e chiude gli occhi.

In quel momento la servetta, appena arrivata da uno di quei villaggi bruciati senza nome e senza importanza, tira fuori dalle vesti rimboccate uno stiletto e lo pianta nell'orecchio del re, su fino al cervello, mentre ancora lo cavalca.

Morte istantanea. Negli spasmi il corpo del re si libera in un orgasmo sussultante. La servetta svanisce nella notte.

Qualche settimana dopo scoprirà di essere rimasta incinta.

Anni dopo il figlio di quell'orgasmo post mortem tramerà e lotterà e ucciderà e altre città saranno bruciate, tutto per prendere possesso del regno, con il solo diritto di essere stato concepito sul trono già vacante di un re già morto.

Ora, questa storia ha due morali.

La prima è sempre la stessa. Il potere sugli altri non è mai un potere buono, fotti il potere.

La seconda è quella che non ci piace mai ascoltare. Se da questo trai potere a tua volta, quanto pensi che ne basti prima che sia tu il prossimo da fottere?

 
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El ministero del tiempo: l’europa sa fare buone serie tv?

Oggi vi propongo una chicca, una serie tv spagnola (ormai alla terza stagione) al momento ancora inedita in Italia, anche se facilmente reperibile, e che entrerà a breve a far parte dell’offerta di Netflix.

Il tema non è nulla di rivoluzionario: si parla di viaggi nel tempo.
Anche il contesto non è approfondito: non ci sono macchinari strani, ci sono semplicemente delle porte (solo in Spagna) che permettono di passare a un po’ tutte le epoche. Delle specie di wormhole per viaggiare nello spazio-tempo? Chissà. Tutto quello che sappiamo è che sono sempre esistite e che da secoli gli spagnoli hanno un ministero segreto che le controlla per evitare che la storia venga modificata da eventi più o meno casuali e lo fa reclutando agenti in tutte le epoche. In particolare seguiamo le imprese di Alonso, spadaccino del XVI secolo, di Julian, paramedico dei tempi nostri e Amelia, una donna avanti per i suoi tempi, ovvero fine ‘800.
Fin qui niente di nuovo, quasi banale.

La serie è girata con un budget non stellare (cosa che cambierà dalla terza serie, proprio in forza dell’accordo con Netflix), con un formato tipicamente europeo (sopra l’ora di durata per episodio) e senza particolari pretese in tema di effetti speciali o di trame intricate. Anzi, qui e lì non si possono non notare certe ingenuità di regia e sceneggiatura che farebbero sorridere i ben più scafati americani.

Quindi, perché una chicca?
Per il modo in cui la serie è concepita. Perché ha uno scopo educativo (infatti gode del patrocinio cultural, la stessa cosa che da noi arriva a progetti meritevoli ma anche un po’ a cani e porci), dato che in ogni puntata i protagonisti vengono in contatto con i grandi personaggi e i grandi eventi della storia spagnola, e lo persegue senza pesantezza, senza retorica (ok, magari nella puntata con Cervantes un po’ la mano è scappata) e soprattutto senza Beppe Fiorello. La nota ironica è molto marcata, tanto che a volte sembra di scivolare nel dramedy e non solo ci viene presentato il passato come una serie di diapositive di momenti importanti: la linea storica è vitale anche al presente e mostra la reazione della spagna alla grande crisi economica oltre a svelare, pian piano, un secondo livello di lettura che permette di conoscere meglio il popolo spagnolo. Parliamo in sostanza del “trauma” della Spagna di oggi, una delle più grandi potenze della storia relegata a nazione non certo di primo piano, una sorta di rimpianto per un passato glorioso che non è sconosciuto anche a noi italiani, ma sicuramente più forte. L’umorismo smaliziato di fronte ai grandi avvenimenti dei personaggi, sia inventati che reali (meraviglioso il grande pittore Velasquez, ingaggiato per fare gli identikit, insopportabile nella sua pedanteria), ci racconta molto di un popolo che non fatichiamo a riconoscere come “cugino”, ma che in realtà è più distante da noi di quanto non si pensi.

Una bella serie che merita di essere recuperata, quindi, ma non solo. È anche uno spunto di riflessione sulla fatica che facciamo noi europei a produrre buone serie tv. Tolta questa e poche altre (per onestà, bisogna dire che una la produciamo anche noi, ovvero Montalbano, a cui andrebbe aggiunta anche The Young Pope, per quanto poco di italiano questa abbia) il panorama del vecchio continente è desolante. Poco più che telenovelas, attori cani, trame risibili, spese faraoniche per includere nel cast il volto noto del momento. Questo per l’Italia e, in gran parte, per la Francia. Della Germania ne vogliamo veramente parlare?

El Ministero del Tiempo andrebbe guardato e diffuso anche solo per questo: per dimostrare che anche noi sappiamo produrre opere commerciali, pregevoli, divertenti e persino con un fine educativo, andando a pescare nella sconfinata massa di storia, vicende, romanzieri, poeti e chi più ne ha più ne metta, di questo nostro vecchissimo continente.
E venderle, persino agli americani.

In effetti, non ci servirebbe proprio tornare indietro nel tempo per cambiare la storia, ci basterebbe cominciare a utilizzarla.

La nostra opinione...

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Cambiare il passato porta conseguenze imprevedibili.

A chi lo consiglio: a chiunque abbia mai esclamato “Che americanata!”

Abbinamento suggerito: una cerveza y patatas bravas, claro!
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Svegliando Icaro

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Tra tutti i miti greci, solitamente appassionanti, avventurosi, sanguinari, non di rado fracassoni e un po’ esagerati, quello che ho sempre apprezzato di meno è quello di Icaro e di Dedalo, suo padre. Per la morale, più che altro. Questa cosa del non volare troppo vicino al sole perché ti bruci, l’ho sempre vista molto poco adatta a quel popolo (che è un po’ la trasposizione in civiltà del Marchese del Grillo nell’immortale massima, io so’ io…). Nel momento del loro massimo splendore i greci facevano quello che volevano, perché sì, perché gli andava, e nella gran maggioranza dei casi ci riuscivano pure.

Il mito di Icaro sembra un contentino messo lì per gli dei, mica pensassero al peccato di hybris, di superbia. Un po’ come dire “oh voi la sopra, giusto per farvi sapere che noi siamo umili al massimo, adesso però tornate a trasformarvi in cigni e ad accoppiarvi a caso come fate di solito, che qua mica abbiam tempo di pettinar le bambole”. E poi via, uscivano per un giretto a pasquetta e finivano per grigliare un paio di eserciti persiani, senza nemmeno trovare coda al casello al rientro in serata.

No, a me piace pensare che i greci adorassero non tanto la caduta di Icaro, quanto la chiacchierata che verosimilmente fece con il padre la sera prima, durante gli ultimi preparativi per la fuga, con Dedalo preoccupato a dare raccomandazioni e il figlio che in realtà non trovava ci fosse poi questa grande differenza tra l’essere prigionieri di un labirinto ed essere prigionieri di limiti alle proprie capacità. Credo che si sia detto che tutti gli esseri umani, e pure gli dei, prima o poi cadono.

Lui nel frattempo sarebbe volato più in alto.

“Oh Zeus, comunque sempre con grande umiltà, davver… oh scusa, sei preso con Alcmena. Colpa mia. Chiudo quando esco. Però la prossima volta che ne so, metti la cravatta alla maniglia almeno, e che cavolo”.

Chiodo fisso, questi dei.

Comunque, perché vi parlo di Icaro? Me lo ha fatto venire in mente (con un salto logico piuttosto ardito) chi, in questo periodo di iscrizione ai corsi di scrittura, mi dice “ma io non so scrivere!” o peggio ancora, dopo essersi imbattuta o imbattuto in qualche cosa scritta da me “ma io non scriverò mai come te!”.

E meno male!

L’ultima in ordine di tempo a dirlo è riuscita a inserire questa frase in una prosa brillante, divertente, senza essersi mai dedicata alla scrittura in vita sua.

Cosa che fa innervosire ancora di più.

Solitamente rispondo con gentilezza, spiego che faccio questo da una vita, che è normale, che ci vuole tempo e fiducia e…

Sì, che noia, sono d’accordo. Versione rapida e spietata, che dite?

Cominciare a scrivere, anzi, scrivere e basta, è una strada che non accetta paragoni, è una strada personale.

È come innamorarsi.

Quando conosciamo una persona, siamo colpiti dalle differenze, da ciò che ci sorprende e che fa risaltare questa persona nella massa. CI piace e vediamo questo abisso vuoto, che da un lato attrae, dall’altro fa paura.

Di tanto in tanto capita che con qualcuno in quell’abisso ci buttiamo. Poi mica è detto che vada bene, anzi, è a quel punto che, tra la novità e la sorpresa, ci mettiamo a cercare punti in comune e se questi sono tanti che arrivano a formare un disegno che condividiamo, capita che ci innamoriamo. Altrimenti no. Fine.

Con la scrittura è lo stesso. Ci si butta in qualcosa che non si conosce per nulla, almeno all’inizio. Ci si butta nella quantità di stimoli che vediamo intorno a noi e che abbiamo dentro e che vogliamo raccontare. A volte questi restano degli abbagli, si inciampa e si deve ricominciare, altre volte troviamo pezzetti di noi a far da collante a queste suggestioni.

Che diventano storie.

E storia dopo storia, diventeranno sempre più belle, sempre più precise, mirate, essenziali, degne di essere raccontate. Storia dopo storia la cera sarà più dura, le penne più vibranti, l’aria sotto alle ali sarà più densa, le correnti ascensionali più forti e decise.

Più su e ancora, accettando le planate scomposte e i ruzzoloni che fanno parte del gioco.

Poi si cadrà, che tanto prima o poi tocca a tutti, ma nel frattempo quante cose che si scoprono andando incontro al sole, volando più alto.

Secondo me, questo Icaro l’aveva capito subito.

Voi non fatevi fregare dai vostri personali Dedalo.

 

Dipinto: Charles Paul Landon, Icarus and Daedalus

 
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Star Trek: Discovery

Segni di grande portento sono apparsi a profetizzare mirabili eventi in questi ultimi tempi.

Le serie tv assurte a produzioni tra le più ricche di Hollywood.

I nerd mutati da “sfigati” a canoni di stile e tendenza.

Leonard Nimoy, Mr. Spock, banalmente dato per scomparso e invece passato nello spazio esterno alla Federazione.

J.J. Abrams fortunatamente a far danni all’altro franchise, Star Wars. In altre parole, quella roba che dicono sia fantascienza e invece è fantasy.

E sarà notte e sarà mattina e anche i Klingon potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età.

Insomma, tutto lo spazio, di qui all’ultima frontiera, si andava preparando all’arrivo della nuova serie tv dell’universo di Star Trek, rimasto congelato sin dalla fine della precedente (nel 2005), cioè Enterprise.

Star Trek: Discovery è arrivato.

Capirete, questa non è la tradizionale serie tv che ci si accinge a recensire. Star Trek è un evento, un punto di riferimento per milioni di fan appassionati, esigenti e attenti a tutte le sfumature, alla coerenza di una storia che l’anno scorso ha compiuto cinquant’anni, a un arco narrativo quantificabile in secoli, in personaggi memorabili, in svariati capitani, avventure, decine di razze aliene e una sola infinita missione, quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima.

Un minuto di raccoglimento, giusto il tempo di asciugarsi la lacrimuccia (io) e di realizzare (voi) che questa recensione la sta scrivendo un fan. Insomma, uno di quelli che, dopo il reboot dello Star Trek cinematografico era davanti alla casa di Abrams col forcone e la torcia.

Virtualmente intendo.

Forse.

Ma bando alle ciance e, a metà tra eccitazione e preoccupazione, ecco che arrivano le prime due puntate.

La storia si colloca qualche anno prima della serie originale (quella del capitano Kirk, per intenderci) e si concentra sul personaggio del primo ufficiale Michael Burnham (interpretato dalla bellissima Sonequa Martin-Green. Sì, il nome maschile del personaggio è voluto), inizialmente in forze alla USS Shenzou e che passerà poi, ça va sans dire, sulla Discovery.

Iniziamo col dire che ci troviamo davanti a una “reincarnazione” di Star Trek decisamente più incentrata sull’azione rispetto alle serie precedenti. La trama principale ci parla di guerra, una guerra inaspettata contro l’impero Klingon, che si riunisce e si rinforza dopo un secolo di sbandamento, e ci viene mostrata in tutta la sua durezza fin dai primi episodi. A farci da guida durante l’avvio della serie troviamo una vecchia conoscenza (Sarek, il padre di Spock) e Michelle Yeoh che, oltre a una produzione cinematografica e televisiva impressionante, da “la tigre e il dragone” a oggi si è anche ricordata di invecchiare con una grazia e una eleganza incantevoli.

Tecnicamente, Discovery è ineccepibile. Innanzitutto le risorse a disposizione sono platealmente di un altro ordine di grandezza rispetto alle serie precedenti (anche se la crescita di investimento già si percepiva in Enterprise). Quindi effetti speciali perfetti, ricostruzioni di navi e ambienti di altissimo livello e make-up degli alieni di grande efficacia. Proprio a questo proposito, troviamo forse l’unico dettaglio che ha fatto storcere il naso ai fan più puristi. I Klingon hanno subito un “restyling” abbastanza radicale rispetto a quanto visto negli anni. Appaiono ora molto, decisamente molto più alieni di prima: dimenticate la goffa cresta e il pizzetto dell’amatissimo Worf di Next Generation. I klingon di Discovery sono brutti e cattivi e soprattutto profondamente alieni, nell’aspetto e nel comportamento.

Gli episodi sono diretti con mano sicura, la storia è affascinante e complessa, ricca di sotto trame che si aprono e che naturalmente restano sospese in vista dei prossimi episodi, i personaggi sono delineati benissimo con pochi tratti e con un minimo ricorso a flash back e spiegoni, fatta salva la necessità di spiegare l’eccezionalità della protagonista (l’unica umana mai educata su Vulcano, costantemente in bilico tra emotività e razionalità). L’uso della violenza, non aliena all’universo di Star Trek ma sempre trattata come una sorta di aberrazione, come una instabilità da risolvere, è fatto in modo intelligente, che lascia sconcertati gli stessi personaggi che si riconoscono come esploratori, non come soldati. La capacità della produzione di Discovery di creare empatia con il nuovo equipaggio è fortissima e già dalle prime battute ci si comincia ad affezionare alle figure di spicco e ai mitici guardiamarina, quelli che, da che Star Trek è Star Trek, sai già che ci lasceranno le penne prima o poi.

Lascia un po’ sconcertati la nuova costruzione della serie, che abbandona la classica impostazione fatta di puntate autoconclusive per avviare una storia destinata a dipanarsi lungo l’intera “season”, per dirla all’americana. Qualcuno se ne è lamentato, personalmente la giudico una modifica inevitabile per conformarsi ai nuovi canoni delle serie tv. Sarebbe stato molto peggio un prodotto anacronistico e stantio.

Capolavoro quindi? No, non possiamo dimenticare la carenza di originalità e il vantaggio di pescare da un universo sconfinato, però sembra che sarà una bellissima serie.

Lunga vita e prosperità, Discovery.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

“Questo è spazio della Federazione. La ritirata non è contemplata.”

A chi lo consiglio: ma davvero qualcuno di voi vuole perderselo?

Abbinamento suggerito: un ottimo cocktail klingon. Sbizzarritevi a questo indirizzo.

Giorgio-Arcari

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Got the time

Editoriale: Grafemi e Nuvole

L’estate è ufficialmente finita.
Vi siete rilassati?
Bene, perché con l’autunno ricomincia la frenesia. Diciamoci la verità, per quanto resista la vetusta tradizione di far cominciare l’anno a gennaio, è adesso che il VERO anno comincia veramente.
Obblighi scolastici o meno.
Torniamo dalle vacanze carichi di buoni propositi (ma pure di pessimi presupposti), pieni di progetti, intenzionati a dare una svolta alla nostra vita lavorativa, a iscriverci in palestra, nuoto, pilates, zumba o qualsiasi altra cosa con l’intenzione di rimetterci in forma, a rivitalizzare le nostre relazioni o a trovare finalmente l’amore.
Abbiamo già preparato i progetti persino per rilassarci. Quell’agriturismo sarà fenomenale con un briciolo di foschia, quella bottiglia di vino rosso invecchiato a lume di candela, quel weekend in una città d’arte, tutte le serie tv che ricominciano…
Insomma, abbiamo già pianificato tutti i prossimi mesi, settimana per settimana, giorno per giorno. Che poi faremo queste cose oppure no, chissenefrega: dal programmino di settembre comunque nessuno si salva davvero. Anche senza scriverlo, anche senza dirlo a nessuno.
Ora, se cominciate a pensare che questo sia il solito, trito e ritrito pezzo sul bisogno di lasciar accadere le cose, lasciar scorrere, scoprire la vita minuto per minuto, vi state sbagliando di grosso.
Questo è il periodo più esaltante dell’anno. Proprio perché è così ansiogeno.
Parliamoci chiaro: non avrete più, per i prossimi dodici mesi, l’energia che avrete adesso, la tensione che avrete adesso. Non vi capiterà più per un altro anno di sentire così forte la voglia di strapparvi di dosso il tarlo dell’inattività, quello che vi fa guardare con un misto di affetto e sensualità la conchetta con la vostra forma lasciata sul divano. Non avrete più per i prossimi 365 giorni, fatto salvo il vostro compleanno che comunque fortunatamente dura solo poche ore, tutta questa voglia di cambiare.
E che cavolo, sfruttatela! Questo è il mese del fare, non importa cosa, fare. Prendete decisioni, rigorosamente azzardate, magari assurde. Fate qualcosa che non avete mai pensato prima, magari insieme a qualcosa che avete sempre pensato ma mai fatto.

La frase di prima non ha alcun senso, ma l’avete superata di slancio e sapete perché? È l’entusiasmo, o più correttamente quel tanto di frenesia un po’ schizoide.
Avete davvero voglia di “trovare del tempo per voi stessi?” E una volta trovato? Pensate piuttosto a come riempirlo, a come arricchirvi, quale che sia la vostra accezione di arricchimento, a come sentirvi impegnati, sotto pressione. Datevi finalmente un motivo per utilizzare quella meravigliosa agenda Moleskine da quaranta euro che avete comprato.
Avete una quantità di energia che nemmeno immaginate, lasciate che esca. È un po’ come quando vai a correre (un altro evergreen dei propositi di fine estate, tra l’altro): dopo i primi cinque minuti maledici te stesso per l’idea, dopo dieci maledici l’universo intero, dopo venti emergono energie, trovi nuovo fiato, il dolore sparisce e vai avanti col sorriso sulle labbra, ti pare di poter andare avanti per sempre.
Poi magari il giorno dopo sei un rotolino di dolori sul letto, ma quanto eri stato bene in quel momento! Ripeto, non tutte le iniziative da prendere sono sensate, datevi l’opportunità di fare qualche cazzata. Senza di esse, non saremmo interamente umani. Davvero. Anche se forse Darwin avrebbe qualcosa da ridire a proposito, ma non è necessario che lo sappia.
Ora, non si nasconderà che questo tentativo di pungolare la vostra ansia, di spingervi a fare qualcosa di azzardato e di farlo subito, non sia del tutto alieno dal fatto che stiano per cominciare anche i corsi e i laboratori di scrittura de Il Grafema (a proposito, pillola gratuita, nella frase precedente c’è una doppia negazione spericolata: usare con cautela) e che noialtri si desideri che voi vi iscriviate in massa (QUI tutte le informazioni). Però, se quello che facciamo proprio non vi interessa (ed è strano, visto che siete qui… ok, la smetto), fate altro, ma fate.
Buttatevi.
Divertitevi.
Stancatevi.
Trovate il vostro tempo.
E riempitelo, possibilmente di meraviglia, ma se non la trovate nel frattempo riempitelo.
Lo dice anche Joe Jackson, se la nostra parola non vi basta.
… E smettetela di fissare il divano!

Giorgio-Arcari

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Favola della fine del tempo

Devono passare ancora tanti anni, mille milioni o giù di lì, prima che un bambino possa ascoltare questa favola iniziare con "C'era una volta".

Questa è una storia del futuro futurissimo, di quando si potrà andare al mare o in montagna in un batter d'occhio e non servirà più tenere la luce accesa sul comodino la notte, la si potrà avere direttamente nei sogni. In questo tempo tutti studiano quanto gli va, tanto è già stato scoperto tutto, compreso il segreto di invecchiare solo quando lo si pensa per cinque volte di seguito.

La signora che vedete lì in fondo, per esempio, è laureata in scienze della noia, ovvero tutte quelle cose curiose che ai nostri tempi crediamo leggi e invece sono solo pareri, tipo la fisica, la chimica, il raffreddore e i debiti. È lì, davanti alle rose del suo cortile. La sera prima, tornando a casa, si era fermata a dir loro che era arrivato maggio e stamattina invece, guarda un po', nemmeno un bocciolo.

«Ohibò che cosa strana» commenta la donna, che è anche professoressa di ipnosi delle piante da fiore e da frutto. Spiega alle piante che si devono sbrigare a fiorire, che sta arrivando l'estate (in realtà le stagioni non ci sono più da sette volte sette vite di gatto, ma i fiori mica lo sanno) ed entro sera si aspetta una bella fioritura per rallegrare la tavola della cena. Dopodiché va a fare la spesa sulla luna.

Alla sera ritorna e, sorpresa, le rose sono persino più vizze che al mattino.

«Così non va bene, se non fiorite stanotte domani vi taglio!» dice loro la donna infuriata.

«Tagliaci pure, ma non faremo un fiore!» rispondono decise le rose.

«Ma voi parlate».

«Certo che parliamo. È dalla notte dei tempi che voi ci parlate, abbiamo imparato. Cosa credi, che siamo stupide?»

«No, no, ci mancherebbe. Ma perché non parlate mai?»

«Ma noi parliamo, tra di noi, con gli insetti e gli altri animali. Siete voi uomini che siete noiosi».

«Oh bella, noi uomini noiosi, noi che siamo sempre in giro, mica come voi che avete le radici. Vi sbagliate, care rose. Ma comunque sia, vi ho ordinato di fiorire, perché non lo fate?»

«Siamo in sciopero» dice un ramo.

«Vogliamo l'inverno» dice un altro.

«Dunque tu sei una di quelle persone che credono di ipnotizzarci» dice il tronco, che fa un po' da portavoce. «Ma noi cresciamo e fioriamo quando ci parlate per gentilezza, anche se non avete niente di interessante da dire. Non prendiamo ordini da nessuno. Ora però si è passato il limite. Vogliamo l'inverno, vogliamo riposarci. Sciopero!»

«Sciopero! Sciopero!» cantano i rami, pigolano le foglie.

“Questo è un problema, un gran problema" pensa la donna mentre viene sommersa dalle urla delle rose "qui sarà meglio avvertire i saggi". Non fa in tempo a chiamarli che quelli arrivano, facendosi largo tra la folla che intanto si è formata intorno al rumoroso giardino. Alti, vecchi e nobili, ognuno di loro ha alle sue spalle un valletto con un carro che gli trasporta la barba.

Ascoltano, guardano e se ne vanno senza una parola. In realtà è da settemila piccioni che i saggi hanno imparato tutto e passano il loro tempo a fare a gara a chi ha la barba più lunga. Sanno così tanto tutto che non gli serve nemmeno più pensare. E questa cosa, nei libri, non c'è.

«Come faremo» dice uno «se i meli smettono di fare le mele?»

«E la lattuga?» chiede un altro «come la mettiamo con la lattuga?»

Insomma, passano giorni a disperarsi e giorni a darsi la colpa l'un l'altro e a offendersi. Infine, pieni di paura, decidono di tornare dalle rose e arrendersi alle loro richieste, prima che lo sciopero cominci a coinvolgere tutte le piante.

Escono dalla loro biblioteca, fatta di ghiaccio e asteroidi, un po' nera e un po' brillante. Caricano le barbe sui carretti e tornano al cortile in rivolta. Sorpresa delle sorprese, trovano il roseto in fiore, un profumo gagliardo nell'aria e un nugolo di bambini che giocano.

Se ne stanno lì con tanto d'occhi e la bocca spalancata, senza sapere che dire o che fare. Che strano, l'aria è fresca e frizzante e quella cosa strana che gli sbatte contro sembra proprio vento.

«Ma se l'abbiamo vietato tre eoni fa» esclama uno.

«Tutto questo è intollerabile» commentano gli altri «assolutamente poco tecnologico».

In quel momento una zanzara gli ronza davanti e li mette gentilmente al corrente dei fatti.

«Quando siete andati via da qui, ai tempi di mia nonna, nessuno sapeva che pesci prendere, tranne i bambini. Hanno detto di spegnere tutte le magie noiose, che sarebbe andato tutto bene. Infatti è andata così. Abbiamo avuto un inverno di pupazzi di neve e cioccolata calda. E questa è la primavera».

«Io la conosco la primavera» interviene un saggio «l'ho studiata su un libro».

«Lo sappiamo, l'abbiamo studiato tutti quel libro» risponde un altro «ma tutte quelle... ehm... magie servivano proprio ad aver sempre il tempo migliore, senza sorprese».

«Le sorprese sono una bella cosa» risponde la zanzara «il tempo infatti si è rimesso ad andare dritto come dovrebbe e non a girare in tondo come un pallone bucato. Comunque sia, io sono soltanto una zanzara, non ne capisco troppo. Anzi, se permettete...» e va allegramente a pungere il più noioso dei saggi.

Così, con un vecchio saggio che si gratta e con gli altri che ricominciano a pensare (e che pensieri, gente! Qualcuno decide di andare a pesca, altri in bicicletta. Qualcun altro ancora si ferma direttamente lì tra le rose profumate a prendere il sole), così, insomma, finisce questa storia. Come andrà a finire non ci è dato sapere, troppo in là nel tempo non si vede, ma io credo che con il mondo un po' meno in ordine laggiù saranno felici, anche di stare in casa a guardare la pioggia di tanto in tanto. A star fermi troppo a lungo cominci a riempirti di polvere e finisci che diventi una statua. Per questo i bambini crescono in fretta e bisogna dar loro retta nelle questioni di tempo, che di futuro ne sanno sempre più di noi.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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The Tick

Di Ben Edlund, con Peter Serafinowicz e Griffin Newman

Viviamo in un’epoca di transizione per le serie tv. I grandi produttori americani di prodotti per la tv dominano ancora la scena, anche se gli operatori che nascono dalla rete si fanno sempre più forti. A ben guardare, va in effetti sparendo la differenza tra i due media, mentre le produzioni di Netflix e, in misura minore, di Amazon si fanno sempre più imponenti.

Un avvio in apparenza fin troppo pomposo per la proposta di oggi, che fa capo proprio ad Amazon, una serie leggera e ironica basata sulle avventure di The Tick (la zecca), uno sconclusionato quanto potente supereroe e della sua spalla Arthur.
La serie è ancora inedita in italiano ma, dopo la puntata pilota del 2016, da agosto 2017 è cominciata la distribuzione della prima serie, composta da sei episodi.

The Tick gioca elegantemente sul confine tra parodia e serie originale: i riferimenti ai grandi classici sono moltissimi e irriverenti (soprattutto nei confronti del “mostro sacro” Watchmen, ma anche dell’universo DC comics e in particolare di Superman) ma, al contrario di The Orville, che abbiamo recensito recentemente, qui non ci troviamo davanti al fastidio di una scopiazzatura ma a una storia che ha una sua propria dignità, intrigante.

Già questo è un risultato per nulla scontato. Il tema supereroi è infatti quanto di più affollato si possa immaginare al momento e, nella lotta tra Marvel e Dc, lo spazio che rimane è veramente esiguo (una delle vittime è stata per esempio Powers, serie interessante con un punto di vista abbastanza inedito, che forse avrebbe meritato di più). Edlund sembra invece aver trovato la quadra. Innanzitutto nel formato, più da sit-com che da serie tv. Meno di mezz’ora a puntata, pochi fronzoli, lo spettatore proiettato direttamente al centro dell’azione senza che ci si perda troppo in approfondimenti, lasciati a pochissimi e mirati flashback. Tanto movimento, quindi, tanti combattimenti ma la scena è costantemente nelle mani della Zecca. Fortissimo, con una assurda tutina blu con le antenne, il nostro supereroe si può definire solo in un modo: giulivo. Allegro, brillante, non smette un attimo di parlare e di tirar fuori le più assurde reinterpretazioni di quelle che sono le frasi piene di retorica dei supereroi degli anni ’40 e ’50. Costantemente, con tutti. È così sconclusionato da essere esilarante. Di contro il suo tutt’altro che volenteroso assistente, Arthur, ci viene presentato nel modo più disastroso possibile (un complottista dal passato tragico e dallo stato psicologico parecchio precario). The Tick gli si attacca addosso come… be’, come una zecca (scusate, non ho resistito), alternando richiami a un destino più grande con profferte di amicizia al limite dell’imbarazzante. O forse ben oltre il limite, a dire il vero. L’umorismo a tratti è molto “british” e ricorda anzi un altro grande successo della stagione scorsa, quella dell’investigatore olistico Dirk Gently.
Anche i cattivi giocano moltissimo sulla combinazione di personaggi stereotipati all’estremo (il malvagio supremo, the Terror) e altri personaggi al limite del grottesco (miss Pelucchi, con il potere di controllare l’elettricità e l’inconveniente di quella statica, che le rende difficoltoso vestirsi di nero).

La serie quindi ci piace, ci piace parecchio. Non è però tutto oro ciò che luccica o meglio, potrebbe non esserlo. C’è molta carne al fuoco e mantenere questo livello non sarà facile senza cedere dalla parte dell’azione o da quella dell’umorismo. Per ora, però, ci troviamo davanti a un super-dramedy dalle grandissime potenzialità.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-3-5

Frase distintiva: “Sei già alla fase tre, Arthur: l’Eroe che si oppone alla Chiamata. Ma è il destino che ti sta chiamando: accetta la chiamata a tuo carico, Arthur.”

A chi lo consiglio: a chi era in attesa di qualcosa di diverso in un mare di titoli molto simili tra loro.

Abbinamento suggerito: un paio di tequila bum bum.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
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Istantanee

Un vecchio angelo era seduto di fronte al suo nemico. Il piccolo cortile del piccolo bar. Due birre fresche.
Non avevano preso accordi. Un giorno non avevano scatenato la loro solita tempesta di lotta eterna, si erano seduti a chiacchierare. Come va, come non va.
Si conoscevano da prima del tempo, immortali e invincibili, si scontravano in terra e in cielo.
L'uno per l'altro, erano quanto di più simile a un amico, a un migliore amico, avessero.
L'avversario giocava a tracciar segni attraverso l'umidore della bottiglia. Intorno a loro, guardava, quegli esseri dalla vita tanto breve e insignificante stavano come istantanee di fronte alla sua eternità.
Un bimbo piangeva, osservando sconsolato il suo gelato sciogliersi tra la ghiaia.
Quattro vecchi giocavano a carte, tanto più alte le loro voci quanto più calava il vino nella brocca.
Da sempre, sempre, combatteva quell'angelo che era sempre stato vecchio, per possedere quelle persone.
L'angelo faceva lo stesso.
Da quel giorno, aggrappati nella tempesta a quelle prime chiacchiere, ne avevano parlato spesso. Perché si battevano?
Perché, si battevano?
Perché l'avevano sempre fatto. Perché quello era ciò che erano. Nulla c'era a guidarli. Nessuno li comandava. Ridevano intimamente delle convinzioni di quelle istantanee umane. Dell'alto dei cieli e degli abissi infernali.
Non lo trovavano più così divertente, da quando avevano cominciato a parlarne.
Il vecchio angelo finì di scolare la sua birra. Il bimbo che piangeva era ora un vecchio giocatore di carte. Aveva preso il posto delle istantanee dei vecchi, oramai polvere.
Anche l'avversario si affrettò a finire la sua birra, gettando occhiate intorno a lui. La radio a valvole era diventata un televisore ultrapiatto.
«Che si fa domani» dissero contemporaneamente, infinitamente affabili «combattiamo?»

 
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