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Analizzando la sostanza: la struttura del nome

Rubrica: La Grammarnazi

Tra i tanti difetti della Grammarnazi c’è anche il forte attaccamento agli oggetti amati, che molto spesso va oltre il tempo e la comune ragionevolezza. Tra questi cimeli, uno che conserva con particolare amore è il Dizionario di Italiano Ragionato, per gli amici DIR. Uno splendido tomo bianco e azzurro che arriva dai lontani anni Novanta (primo anno di pubblicazione 1988, ora fuori catalogo) e, anche per questo motivo, non contiene vocaboli come tablet o blog, ma ha un fascino meraviglioso. Se cerchi “marea” non lo trovi. Non devi essere così superficiale: vai alla parola mare e, tra i suoi nomi derivati, troverai marea. Certo, ci vuole un po’ di perizia grammaticale in più, ma fa lavorare il cervello e, di questi tempi, non credo sia proprio una cattiva idea. Nelle sue descrizioni, inoltre, si trovano frequenti disquisizioni etimologiche, che consentono di fissare meglio nella memoria l’origine e il significato vero delle parole. Se foste così bravi e fortunati a trovarlo, ve lo consiglio vivamente.
Nel frattempo vediamo di prepararci ad utilizzarlo (sia il DIR, sia il cervello 🙂 ).

La struttura del nome (ad esempio “fiore”) è formato dalla radice fior- e dalla desinenza –e, così pure come barca, sale, libro, sono formati rispettivamente dalla radice (barc-, sal-, libr-) e dalla desinenza (-a, -e, -o).
I nomi che non derivano da nessun’altra parola e sono formati in questo modo sono detti nomi primitivi.
Da questi nomi, mediante l’utilizzo di suffissi e di prefissi, si ottengono i nomi derivati che, ancorché collegati al nome primitivo da cui traggono origine, assumono un significato del tutto diverso.
Da “libro” derivano libreria (luogo in cui si vendono libri) e libraio (figura mitologica che vendeva libri e consigliava acquisti agli avventori del suo negozio che profumava di carta, ora quasi del tutto sostituita da negozi virtuali che vogliono farci credere che le recensioni siano meglio del libraio); da “sale” si formano saliera (contenitore per il sale) e salame (carne di maiale tritata e insaccata con molto sale, foriero di cellulite, colesterolo e trigliceridi, machissene, hai presente quanto è buono?!).
Alcuni casi di nomi derivati formati con un prefisso sono disonore (“dis- onor- e”), disorganizzazione (“dis- organizz- azion- e” in questo caso abbiamo sia un prefisso sia un suffisso), sfortuna (“s- fortun- a”), infelice (“in- felic- e”).

Se ai nomi primitivi si aggiungono determinati suffissi, quali –ino, -one, -accio, e tanti altri, si ottengono i cosiddetti nomi alterati che, prendendo origine dal nome primitivo corrispondente, non ne alterano il significato fondamentale ma aggiungono ad esso un’idea relativa a una sua qualità, sia essa la piccolezza o la grandezza (libriccino o librone) o la bruttezza (libraccio) che a volte è più nei contenuti che nell’estetica.

I nomi alterati possono essere:

  1. diminutivi, quando indicano persone, animali o cose più piccole del normale, mediante l’utilizzo dei suffissi –ino, -etto, -ello, -icello, -icciolo, -icino (ragazzino, lupetto, alberello, venticello, fuocherello, porticciolo, cuoricino);
  2. vezzeggiativi, quando implicano che una persona, un animale, una cosa suscitino simpatia, affetto, tenerezza grazie alla loro piccolezza e mediante l’utilizzo dei suffissi –uccio, -olo, -acchiotto (reuccio, figliolo, lupacchiotto);
  3. accrescitivi, quando si riferiscono a persone, animali o cose più grandi del normale e si formano mediante il suffisso –one (questo suffisso applicato ai sostantivi femminili li fa divenire maschili come tavola/tavolone) –ona –accione (ragazzone, ragazzona, gattone, palazzone, librone, omaccione);
  4. dispregiativi, quando trasmettono un giudizio di disprezzo, antipatia verso persone, animali o cose per una loro caratteristica fisica o morale negativa, mediante i suffissi –accio, -astro, – ucolo, -uncolo, -ercolo, -iciattolo (ragazzaccio, poetastro, avvocatucolo, ladruncolo, libercolo, vermiciattolo).

Non è sempre facile distinguere nettamente il valore dei suffissi indicati. Ad esempio, il suffisso –ino contiene sia l’idea del diminutivo sia quella del vezzeggiativo: cagnolino può indicare, infatti, sia un piccolo cane sia un cane che suscita tenerezza, simpatia, affetto (a dire il vero, in rari casi, anche rabbia “Tenga il suo cagnolino lontano da me” dice il corridore attaccato alla caviglia dal mini-cane rognoso di turno durante la sua corsa).
Alle volte i nomi alterati presentano più suffissi come in tavol-in-etto, bors-ett-ina, fior-ell-ino.
Possono essere alterati anche i nomi di persona, come Carletto, Paolino, Stefanuccio, Rosina, Peppino.
Attenzione ai cosiddetti falsi alterati: è chiaro che una “focaccia” non è una foca brutta ma una specialità culinaria particolarmente grassa e gustosa, il “burrone” non è un grande burro, fonte grandiosa di colesterolo e grassi animali, bensì un declivio improvviso che causa anche la “burronite” (nome derivato femminile, indicante la paura tremenda dei burroni), “bottino” non è una piccola botte, così come non deriva da essa “bottone”, “canino” è un dente e non uno di quei cani isterici piccolini, il “lampone” non ha niente a che vedere con i temporali, “limone” è un agrume e non una lima grande, “mulino” non è un mulo piccolo, così come nemmeno “muletto”, “tacchino” non è un tacco modesto ma un’ottima base per il pranzo del giorno del Ringraziamento, “tifone” non è il tifo degli ultras ma un evento atmosferico, “torrone” non è purtroppo una grande torre ma la prima fonte di pannicoli adiposi post natalizi, “rapina” non è una rapa piccola ma qualcosa di più grave e fastidioso (la rapa rossa è un’ottima fonte di ferro in forma vegetale e stimola l’emopoiesi, migliorando le prestazioni sportive, la rapina no, salvo che il ladro la usi come allenamento di velocità).

Un ultimo approfondimento riguarda i nomi composti, quelli formati dall’unione di più parole come arcobaleno, pianoforte, salvagente, doposcuola.

Arco (nome) + baleno (nome)
Piano (aggettivo) + forte (aggettivo)
Salva (verbo) + gente (nome)
Dopo (preposizione) + scuola (nome)

Come si può notare, le combinazioni sono molteplici, ma risulta utile analizzarle perché influiscono sulla formazione del plurale. Si ricordi comunque che esistono numerose eccezioni, per cui è sempre consigliato, in caso di dubbio, la consultazione del dizionario che riporta il plurale di tutti i nomi composti.

Parole componentiEsempiFormazione del plurale
Nome + nomeArco+baleno =
arcobaleno
Pesce+spada =
pescespada

Gli arcobaleni: se i due nomi sono dello stesso genere, si volge al plurale il secondo nome

I pescispada: se i due nomi sono di genere diverso, si volge al plurale il primo nome

ECCEZIONE: la ferrovia = le ferrovie

Nome + aggettivoCassa+forte =
cassaforte

Le casseforti: si volgono al plurale sia il nome sia l’aggettivo

ECCEZIONI: il palcoscenico = i palcoscenici, il pellerossa = i pellirosse/ i pellerossa

Aggettivo + nomeFranco+bollo =
francobollo

I francobolli: si volge al plurale solo il nome

ECCEZIONI: la mezzaluna = le mezzelune

La mezzanotte = le mezzenotti

Il purosangue = i purosangue

Aggettivo + aggettivoPiano+forte =
pianoforte
I pianoforti: si volge al plurale il secondo aggettivo
Verbo + nome maschile singolarePassa+porto =
passaporto
I passaporti: si volge al plurale il nome
Verbo + nome femminile singolarePorta+cenere =
portacenere
I portacenere: al plurale restano invariati
Verbo + nome pluraleTaglia+carte =
tagliacarte
I tagliacarte: al plurale restano invariati
Verbo + verboSali+scendi =
saliscendi
I saliscendi: al plurale restano invariati
Verbo + avverbioButta+fuori =
buttafuori
I buttafuori: al plurale restano invariati
Avverbio + verboBen+servito =
benservito
I benservito: al plurale restano invariati
Avverbio + aggettivoSempre+verde =
sempreverde
I sempreverdi: si volge al plurale l’aggettivo
Preposizione + nome maschileSopra+mobile =
soprammobile
I soprammobili: si volge al plurale il nome
Preposizione + nome femminileSotto+scala =
sottoscala
I sottoscala: al plurale rimangono invariati
Nome + preposizione + nomeFido+di+India =
ficodindiaPomo+di+oro =
pomodoro
I fichidindia, i pomodori: formano il plurale in modo vario, volgendo al plurale a volte il primo nome, a volte il secondo
Nomi composti di più paroleNon+ti+scordar+di+me = nontiscordardime
Ben+di+Dio=bendidio
I nontiscordardimé, i bendidio: questi nomi e simili al plurale restano invariati

Tra i nomi composti, un caso a sé è rappresentato dai nomi contenenti la parola “capo” (capogiro, capoverso, capoclasse). Per quanto riguarda la formazione del plurale, non esiste una regola assoluta, si comportano in modo vario (altrimenti che “capo” sarebbero?!).
Quando tra il nome “capo” e la parola successiva si possono introdurre le preposizione del, della, si volge al plurale solo il nome capo. Se però il nome composto è di genere femminile, rimane invariato:

maschile
il caporeparto (= capo del reparto) i capireparto

il capoclasse (= capo della classe) i capiclasse

femminile

la capoufficio (= capo dell’ufficio) le capoufficio

la caposala (= capo della sala) le caposala

Quando capo ha funzione di aggettivo (significa cioè “principale, più importante”) si volge generalmente al plurale la seconda parola, sia che si tratti di un nome maschile, sia che si tratti di un nome femminile:

il capocuoco (= cuoco più importante) i capocuochi

la capocuoca (= cuoca più importante) le capocuoche

Dopo questo articolo non temerete più di sfigurare alle conversazioni post prandiali durante le feste con i parenti. Potrete sfoggiare con naturalezza tutti i plurali dei nomi composti di questo mondo, potrete dissertare dell’origine etimologica del panettone e della falsa alterazione del torrone, della derivazione del salame e dei suoi funesti effetti sulle vostre analisi del sangue.

Potrete, infine, regalare a vostra suocera una copia introvabile del DIR, con una dedica speciale: “Prima di parlare, ragiona sulle parole”. Senza offesa, ça va sans dire 🙂 .

Grammarnazi, what else?

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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L’anno della lepre di Arto Paasilinna

Come accade con le persone, ci sono libri che entrano nella nostra vita con un tempismo perfetto, altri che riappaiono quando siamo finalmente pronti ad apprezzarli davvero. L’anno della lepre si è riproposto alla mia lettura dopo venti lunghi anni, pazientemente trascorsi a prendere polvere nella libreria, sopravvivendo alle possibili archiviazioni per ben quattro traslochi.
Le avventure del giornalista Vatanen iniziano con un piccolo incidente stradale in cui, durante il rientro in città da un viaggio di lavoro insieme a un suo collaboratore, fotografo, investono una lepre, che fugge ferita nel bosco.
Vatanen esce dall’auto e metaforicamente dalla sua vita borghese, cinica e banale per inseguire questa piccola creatura, preoccupato per la sua incolumità. Si addentra nel bosco incurante delle grida del collega che gli chiede di tornare indietro ma che, senza troppo pensiero, poi lo abbandona al suo destino in mezzo alla natura ripartendo per la città.
Il protagonista si prenderà cura della lepre con amorevole premura, tenendola con sé in ogni momento, dividendo con lei cibo, tempo e incontri con i personaggi più disparati. Il tempo e i luoghi della storia sono condizionati da scelte spesso estemporanee di Vatanen che non accetta più, come nella vita di prima, di adattarsi a situazioni che non gli piacciono, che lo avevano portato a un’esistenza frustrante e priva di gioia autentica. Attraverso alcuni personaggi, l’autore conduce una critica verso la politica e la religione, con un umorismo apparentemente leggero ma tagliente. Emblematica la scena del prete che, scandalizzato dal fatto che la lepre abbia lasciato i suoi escrementi sull’altare, in una reazione inconsulta comincia a sparare senza colpirla, ma rovinando alcuni simboli sacri.
Dal punto di vista stilistico ho apprezzato che l’attenzione dell’autore sia concentrata più sul “viaggio” di cambiamento del protagonista invece che sulla caratterizzazione dei singoli personaggi. Anche l’unica situazione amorosa, infatti, è descritta senza approfondimento, per sottolineare che rappresenta solo una delle esperienze lungo il percorso formativo (un moderno bildungsroman) di Vatanen.
L’essere umano civilizzato, al confronto con il duo naif Vatanen/lepre, esce abbastanza ammaccato, spesso descritto in maniera caricaturale come falso e superficiale, a tratti capace di gesti deliberatamente cattivi (“Ma com’era possibile che esistesse gente di quella risma? Che gusto ci si prova ad essere così feroci, perché l’uomo si degrada in modo così crudele?”).
Qualcuno ha voluto leggere questo romanzo come un inno all’ambientalismo ma io ritengo che la natura, nel suo essere insieme pacifica e indomabile (si pensi all’inverno nordico), sia solo uno strumento per creare forte contrapposizione tra l’autenticità della nuova vita scelta dal protagonista e il bieco piattume della precedente esistenza, di cui compaiono brevemente i personaggi (la moglie noiosa, il direttore del giornale per cui lavorava) lasciati sapientemente a piccoli cammei in dissolvenza sullo sfondo della narrazione.
Interessante lo spunto autobiografico del romanzo: l’autore a un certo punto della sua vita ha effettivamente abbandonato il giornalismo perché non lo riteneva più uno strumento di comunicazione obiettivo, per dedicarsi a scrivere romanzi.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Puoi sempre scegliere di rinascere

A chi lo consiglio: A chi vuole sorridere della natura umana

Abbinamento suggerito: Vodka ghiacciata (o tisana alla cannella per gli astemi)

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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La sostanza del discorso: i nomi

Rubrica: La Grammarnazi

Per introdurre l’argomento di oggi, la Grammarnazi vi propone un esercizio. Prendete l’incipit di un libro, o di un racconto, se preferite. Ho scelto per voi l’inizio di uno splendido libro, Una questione privata di Fenoglio, che mi è stato proposto in quarta o quinta liceo, non ricordo precisamente, dall’altrettanto splendida professoressa di lettere che ho avuto la fortuna di avere.

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Ora togliete tutti i nomi da questa frase e riscrivetela.

La socchiusa, le abbandonate lungo i, guardava la di, solitaria sulla che degradava sulla di.

La frase, così mutilata, risulta traballante e completamente priva di significato.
Il nome (dal latino nomen = denominazione) anche detto sostantivo (dal latino substantivum da substantia = sostanza, ciò che esiste) è, infatti, quella parte variabile del discorso che serve ad indicare persone, animali, oggetti, idee, concetti, stati d’animo, azioni, fatti. In pratica, tutto ciò che esiste nella realtà e che possiamo immaginare, a cui, appunto possiamo dare un “nome”.
I nomi possono essere comuni (cane) o propri (Fido): attenzione all’ortografia, i nomi comuni sono scritti con l’iniziale minuscola mentre i nomi propri con la maiuscola. Eccezioni a questa regola riguardano:

  1. la personificazione di animali o cose, come avviene nelle fiabe o in generale nelle narrazioni di fantasia (Il Gatto incontrò la Volpe, la Rosa rispose al Giglio);
  2. l’indicazione di entità astratte o superiori (la Fede, la Speranza, la Carità);
  3. persone o cose che si distinguono in maniera univoca nella loro categoria: il Poeta (Dante), le Tavole (dei Dieci Comandamenti).

Talvolta succede anche il contrario, vale a dire che un nome proprio venga utilizzato come nome comune, ad indicare una traslazione da una “figura” famosa rispetto ad una caratteristica peculiare o ad un’invenzione. Per elencare alcuni esempi, è possibile una suddivisione in due categorie:

  • un essere umano particolare: un giuda è un traditore (come Giuda, colui che tradì Gesù); un adone è un giovane bellissimo (da Adone, bellissimo giovane amato da Venere);
  • un prodotto specifico: pullmann (il mezzo di trasporto che può essere chiamato anche corriera, nevvero? E non mi date dell’esterofoba ) prende il nome dall’inventore statunitense G.M. Pullmann; il gorgonzola (formaggio erborinato, ottenuto con una tecnica precisa, non lasciandolo ammuffire a caso) è collegato all’omonima cittadina lombarda in cui originariamente era prodotto; il cognac (superalcolico di grande pregio, perfetto per le serate invernali di fronte al camino, provate il Delamain e troverete poesia in un bicchiere) si chiama così poiché è prodotto nella città francese di Cognac (mi raccomando, l’accento è sulla “a”, così, tanto per pignoleggiare); la biro (la penna a sfera) è stata inventata dall’ungherese L. Birò (con tanti saluti al calamaio e alla stilografica a me tanto cara).

I nomi possono essere di genere maschile o femminile. In via generale sono maschili:

  • i nomi che terminano in -o: il medico, il quaderno, il suono, fatte salve le eccezioni quali mano, moto, foto;
  • i nomi stranieri che finiscono con una consonante: radar, camping, computer, slogan (ma sono femminili holding, miss, star, hostess);
  • i nomi delle lingue e dei dialetti, i punti cardinali, gli elementi chimici, i giorni della settimana (tranne la domenica), i monti, i mari e i fiumi (tranne rari casi quali la Loira, la Senna, la Sila, la Maiella).

Sono di genere femminile:

  • i nomi che finiscono in -a: la cartella, la noia, la giacca, ma sono maschili i sostantivi che terminano in -ema come problema, poema, Grafema (l’autocitazione mi è sorta spontanea);
  • i nomi che terminano in -i: crisi, oasi, tesi (ma non il brindisi, il bisturi, il safari);
  • i nomi di città, isole, continenti, stati e regioni.

Un argomento che ha suscitato qualche recente polemica è la formazione del femminile di alcuni sostantivi maschili che riguardano incarichi professionali o politici. Poiché tradizionalmente alcuni ruoli erano riservati agli uomini, tutt’oggi ci si riferisce al ministro Maria Rossi piuttosto che al giudice Laura Bianchi o al sindaco Federica Verdi. La Grammarnazi non condivide la recente diffusione di forme come ministra, avvocata, notaia, espressione di un femminismo in una delle sue forme più ottuse (posto che ne esistano di acute…).

Parentesi maschilista chiusa, procediamo con l’analisi dei generi.

Alcuni sostantivi, detti nomi mobili, nel passaggio da un genere all’altro modificano la desinenza o aggiungono un suffisso. Alcuni esempi sono duca/duchessa, poeta/poetessa, professore/professoressa, attore/attrice.

Tuttavia, siccome l’italiano è davvero difficile (un po’ come tutto ciò che è molto affascinante), altri nomi nel cambio di genere non seguono alcuna regola, come re/regina, stregone/strega, eroe/eroina, dio/dea.

I nomi indipendenti, invece, hanno forme completamente differenti tra maschile e femminile: padre/madre (qui la differenza va ben oltre l’ortografia…) fratello/sorella, nubile/celibe, montone/pecora, fuco/ape.

Più semplici i nomi di genere comune, che hanno la stessa forma per il maschile e il femminile, quali custode, cantante, pianista, giornalista, artista, e possono quindi essere distinti nel genere dagli aggettivi che li accompagnano o dal contesto del discorso.

Da ultimo, in quanto al genere, vorrei ricordare i nomi di genere promiscuo che indicano, con un’unica forma, sia il femminile sia il maschile, come serpente, giaguaro, tigre e pantera.

Attenzione ai falsi cambi di genere: collo non è il maschile di colla, così come panno non lo è di panna (assai più gradevole e desiderabile, soprattutto quando si è a dieta!), il baleno è molto più veloce della balena, il boa meno galleggiante della boa, il colpo più violento della colpa, il foglio a volte è ciò che resta di una foglia, il torto è più amaro della torta, il velo più trasparente della vela, il pizzo più seducente della pizza (beh, dipende!), il fine giustifica i mezzi ma non sempre conduce a una fine desiderata.

Per quanto riguarda il numero del nome, è bene prestare attenzione nella formazione del plurale ad alcune categorie particolari di nomi  quali:

  • i difettivi: hanno solo la forma singolare (varicella) o solo quella plurale (ferie);
  • i nomi invariabili: non mutano forma passando dal singolare al plurale (il re/i re, la crisi/le crisi, la serie/le serie);
  • i nomi collettivi: indicano una pluralità di elementi ma sono solo in forma singolare (sciame, gregge, bestiame, folla);
  • i nomi sovrabbondanti: hanno due plurali con significati differenti (il ciglio diventa cigli o ciglia, fondamento diviene fondamenti o fondamenta, l’urlo diviene urli se di animali e urla se di umani, gesto diviene gesti se vogliamo indicare movimenti ordinari o gesta se parliamo di imprese eroiche).

Per la formazione ordinaria dei plurali dei nomi, si seguano invece alcune indicazioni:

  • i sostantivi terminanti in -aprendono -e al femminile (la festa/le feste) e -i al maschile (l’automobilista/gli automobilisti);
  • i sostantivi che finiscono in -o-e prendono -i al femminile (la mano/le manila legge/le leggi) e al maschile (il faro/i fari);
  • alcuni terminanti in -co -gocambiano in -chi e -ghi (alterco/alterchi) se sono piani (accentati sulla penultima sillaba) e in -ci -gi (asparago/asparagi)se sono sdruccioli (accentati sulla terzultima sillaba) salvo alcune eccezioni come stomaco che si trova al plurale sia come stomachi che come stomaci o amico che, nonostante sia piano, diventa amici;
  • i nomi che finiscono in -ca -ga prendono-chi -ghi al maschile (collega/colleghi), e -che -ghe al femminile (banca/banche);
  • quelli che terminano in -logoformano il plurale in -loghi, se indicano cose (dialogo/dialoghi), in -logi(dietologo/dietologi) se indicano persone;
  • le parole che finiscono in -cia -gia prendono -cie-gie (farmacia/farmacie) o -ce e -ge se sulla i del morfema non cade l’accento ed è preceduta da consonante (pioggia/piogge);
  • i nomi che terminano in -ioprendono -ii se sulla i cade l’accento (pendio/pendii) e -i se invece non vi cade (aglio/agli), tranne per la parola tempio (templi).

Alcuni nomi in –io (con la i non accentata) possono avere il plurale in –ii oppure possono essere accentati per evitare confusioni tra principii (princìpi) e prìncipi, o tra martirii e màrtiri, tra benefìci e benèfici.

Un’annotazione finale di stile: il nome proprio di persona, composto da due elementi, nome e cognome, va sempre scritto in quest’ordine, salvo negli elenchi telefonici (e negli archivi in genere) per motivi di classificazione alfabetica. Ricordatevene la prossima volta che firmerete, voi siete in primis il vostro nome, poi il vostro cognome.

Se poi doveste passare per la Romagna (come Keanu), non meravigliatevi se, a sentire il vostro cognome, dovessero chiedervi: «te ad chi ci e fiul?»

Noi romagnoli siamo così, un po’ curiosi e sempre pronti ad attribuire la responsabilità dei nostri difetti all’eredità genetica familiare.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

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Elisa Zafferani

Redattrice
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I piccoli dettagli che contano, le congiunzioni

Rubrica: La Grammarnazi

Continuiamo il viaggio di approfondimento della conoscenza della lingua italiana e del suo corretto utilizzo, affrontando un argomento apparentemente semplice: le congiunzioni.

Dovreste ormai aver imparato che la Grammarnazi ama i dettagli, anche quelli che ai più appaiono insignificanti; insomma, per dirla spiccia, è proprio una gran pignola, altrimenti come si sarebbe potuta guadagnare cotanto nome?

Oggi ha quindi deciso di dedicare attenzione a queste piccole parti invariabili del discorso, che consentono, se propriamente inserite nel contesto, di rendere la comunicazione, sia essa scritta o orale, più efficace.

La congiunzione ha una funzione quasi relazionale, vale a dire quella di collegare due parti della stessa proposizione oppure due proposizioni distinte a formare un’unica frase, insomma è il PR dell’analisi grammaticale.

Le congiunzioni possono essere classificate per la loro forma o per la loro funzione.

Quelle semplici sono costituite da una sola parola (anzi, ma, e, o, se, come, quando, anche), quelle composte sono, invece, formate dalla combinazione di due parole (poiché, anziché, perché, oppure, nonché, siccome, purché), infine le locuzioni congiuntive si compongono di due o più parole distinte (dal momento che, anche se, non appena, dopo che, nonostante che, per quanto).

Un piccolo inciso sulle congiunzioni composte: occhio all’accento posto sulla “e” di molte di esse, è acuta, non grave, ecco perché il correttore di Word ve lo segnala come errore o ve lo cambia (magari non ve ne siete nemmeno accorti, o, peggio, lo avete tacciato di ignoranza, eh?). L’accento acuto indica, peraltro, che quelle “e” vanno pronunciate abbastanza chiuse e non aperte (questo lo dico anche a me stessa!).

Per quanto riguarda la funzione, la congiunzione può essere di due tipi:

  1. Coordinativa, lega gli elementi di una o due proposizioni e li pone sullo stesso piano logico (“I bambini corsero fuori e cominciarono a giocare”: la Grammarnazi è nostalgica e mal accetta la sedentarietà dei bambini di oggi).
  2. Subordinativa, collega due proposizioni stabilendo un rapporto di dipendenza. La proposizione introdotta dalla congiunzione sarà subordinata alla reggente (Mi piace organizzare vacanze che possano coniugare – non si coniugano solo verbi! – attività fisica e attività culturali). È alquanto frequente, nella formazione delle subordinate, l’utilizzo del congiuntivo, come più ampiamente spiegato qui.

In base al tipo di unione che costruiscono tra le parti, le congiunzioni coordinative possono essere di diversi tipi:

  1. Copulative, uniscono due elementi sullo stesso piano sintattico (e, anche, né, pure, neppure): non mi piace nuotare e neppure andare in bicicletta.
  2. Avversative, collegano due elementi in contrasto tra loro (ma, tuttavia, però, piuttosto, eppure, anzi, peraltro): vorrei stare sveglia fino a tardi ma domattina devo andare a lavorare (e non conosco ancora caffè sufficientemente forti per supplire alla carenza di sonno…).
  3. Disgiuntive, come dice la parola stessa disgiungono, vale a dire separano logicamente due parti del discorso o propongono un’alternativa (o, oppure, ovvero, ossia, altrimenti): ti conviene studiare o puoi dimenticarti di uscire con gli amici (pedagoghi che raccomandano di non usare ricatti ne abbiamo?).
  4. Correlative, creano una corrispondenza tra le parti (e…e, non solo…ma anche, sia…sia, o…o, né…né, tanto…quanto, così…come, sia…che, ecc.): non amo né questo né quel libro (Uh, come sei difficile, basta aver voglia di leggere!).
  5. Conclusive, indicano una deduzione (ebbene, quindi, dunque, perciò, pertanto, allora): gli mancava tutto di lei, perciò decise di chiamarla (quando gli uomini erano uomini e non pupazzi senza spina dorsale).
  6. Aggiuntive, hanno la funzione di aggiungere qualcosa a ciò che si è già detto (anche, inoltre, per di più, altresì, ancora, pure): l’esame è molto difficile, inoltre ho studiato molto poco (quindi possibilità di passarlo prossime allo zero!).
  7. Esplicative (o dichiarative o dimostrative), precisano, dimostrano o forniscono una spiegazione (cioè, vale a dire, infatti, ossia, invero): in mare sventola la bandiera rossa, ovvero il segnale che entrare in mare è pericoloso (risparmio battute su falce e martello…).

Le congiunzioni subordinative possono invece assumere funzione:

  1. Finale, introducendo una proposizione finale esplicita, indica lo scopo (affinché, perché, ché): ti rimprovero affinché tu capisca la gravità del tuo gesto (notato il congiuntivo?).
  2. Consecutiva, introducendo la conseguenza di ciò che è stato esposto nella reggente (così…che, tanto…che): durante il concerto ho cantato tanto a lungo che ho perso completamente la voce (eh, qualche anno fa! 🙂 ).
  3. Causale, indicante la causa (poiché, perché, dal momento che, siccome, giacché, dato che): ho guidato molto lentamente poiché ero in largo anticipo (mi piacerebbe, ogni tanto!).
  4. Relativa, indicante il luogo (dove): mi accompagnò nell’ufficio dove lavorava.
  5. Temporale, specificando il tempo in cui avviene un’azione (mentre, ogni volta che, quando, finché, prima che, dopo che, come, allorché, appena, fino a quando): ogni volta che arriva l’autunno, mi prende una terribile malinconia.
  6. Dichiarativa, introducendo una dichiarazione o un’oggettiva (che, come): ti ho spiegato come devi usare le interiezioni (qui).
  7. Condizionale, indicando una condizione perché si verifichi ciò che è stato espresso nella reggente (nel caso che, a condizione che, qualora, se, casomai, premesso che, sempre che, a meno che, a patto che, ove, purché): vi porto al cinema purché smettiate di strillare!
  8. Concessiva, introducendo una proposizione che richiede sempre il congiuntivo (benché, sebbene, seppure, per quanto, nonostante che, malgrado che, quantunque, anche se, per quanto, con tutto che): per quanto sia faticoso, mi piace moltissimo correre.
  9. Comparativa, descrivendo un rapporto che può essere di maggioranza, minoranza o uguaglianza (più… che, meno… che, tanto… quanto, più… di, peggio… che): i miei figli sono tanto belli quanto bravi (e la Grammarnazi è tanto precisa quanto modesta 🙂 ).
  10. Modale, indicando il modo (come, come se, quasi che, comunque, come quando): Eliud Kipchoge al quarantaduesimo chilometro sorrideva come se stesse finendo una corsetta domenicale di scarico (Berlin Marathon 2017, spettacolo!).
  11. Limitativa (o eccettuativa o esclusiva), esprimendo una limitazione rispetto alla reggente (tranne che, eccetto che, salvo che, fuorché, per quanto): per quanto si fosse impegnato, non era riuscito a raggiungere il suo obiettivo (sempre Kipchoge, sorrideva ma non ha fatto il record, né personale né del mondo; per la cronaca, nemmeno la Grammarnazi, 🙁 ).
  12. Interrogativa, che introduce una proposizione interrogativa indiretta (quando, perché, come, se): mi chiedo se sarai mai all’altezza delle mie aspettative.

Avreste mai immaginato che le congiunzioni potessero avere così tante funzioni? In un mondo che invita ad allontanarsi, congiungiamo le parole, le proposizioni, i nostri pensieri, affinché sia un’opportunità per avvicinarsi di più gli uni agli altri, per ascoltare, anche per raccontare, malgrado le differenze, ciascuno la propria storia, in modo da essere più umani e più belli che mai.

 
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Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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Un giorno difficile ovvero delle interiezioni

Rubrica: La Grammarnazi

Ci sono giornate che sembrano non finire mai, in cui nulla va per il verso giusto. Quei giorni che ti portano ad utilizzare ogni possibile strategia per mantenere la calma e sperare di trovare qualcosa di buono, ovunque esso sia. Tipo in frigorifero.
Arrivi a sera e tutto ciò che ti viene da dire assume una forma grammaticale molto particolare. Sintetica. Un concentrato di emozioni.
Mah. Boh. Anche un po’ beh, quando si va sull’indagine filosofica pesante.

Oggi la Grammarnazi parla di interiezioni, che non sono parolacce, anzi, a volte sono un sottile strumento per evitare di usarne.
Mi piace sottolineare l’etimologia di questo particolare sostantivo, dal latino interiectio, -onis, che significa inserzione, intercalazione, dal verbo intericere, ovvero “scagliare in mezzo”, poiché è proprio ciò che si fa quando si utilizzano le interiezioni, parole invariabili che sottintendono proposizioni intere, moti dell’animo improvvisi, spesso posizionate nel mezzo di un discorso ma slegate dal resto della frase.
La funzione di tali espressioni è quella di avvicinare il testo scritto al parlato, trasmettendo in maniera più diretta possibile le emozioni e le reazioni emotive. Per questo motivo sono utilizzate principalmente nel discorso diretto o nei testi teatrali, ma anche in testi informali per rendere più coinvolgente la scrittura.
Alcuni esempi renderanno tutto più chiaro.
Innanzitutto le interiezioni si suddividono in tre categorie:

  1. Interiezioni proprie: ah, eh, uh, toh, oh, beh, mah.
  2. Interiezioni improprie: coraggio! Suvvia! Forza! Vergogna! Accidenti! Perbacco!
  3. Locuzioni interiettive: per carità! Per l’amor del cielo! In bocca al lupo! Mi faccia il piacere!

“Toh, chi si vede!” esprime la meraviglia di un incontro inaspettato.
“Ah, va bene!” assume spesso valore assertivo (rappresenta anche un ottimo modo di rispondere alle indicazioni della Grammarnazi che ha sempre, ontologicamente, ragione) ma può esprimere anche rimprovero (Ah, attento a quello che fai!), rabbia (Ah, se potessi averlo tra le mie mani!) o sorpresa (Ah, che meraviglia!), talvolta dolore e rassegnazione.
“Eh, come dici?” solitamente si utilizza per richiedere all’interlocutore un chiarimento o una rivalutazione di quanto già detto.
“Uh come siete brutta!” espressione pronunciata dal fidanzato alla sua amata appena sveglia e struccata (seguirà morte certa dello sventurato). In caso di sopravvivenza l’espressione potrà essere utilizzata anche per esprimere scherno o disappunto.
“Oh, che spettacolo!” indica meraviglia ma anche commiserazione (“Oh, povera me!”) o disappunto (“Oh, no!”).
“Beh…” anche da sola questa espressione, a seconda del contesto, vale più di mille parole (“Beh?” mi domando proprio perché tu hai detto/fatto questo).
“Boh, dimmelo tu” tipico esempio di determinazione giovanile, di una generazione disabituata a scegliere e decidere.
“Bah, fai come credi” se lo dice una donna, allontanatevi immediatamente, si tratta di un’espressione falsamente pacifica. Questa espressione indica forte disappunto, in ogni caso dubbio e incertezza.
Altre forme di interiezioni proprie sono quelle espressioni onomatopeiche tipiche del fumetto, quali crash, argh, tonf, che rimangono tuttavia relegate a questa forma espressiva.

Le interiezioni improprie sono chiamate così poiché in origine hanno una funzione quale sostantivi, aggettivi, ma possono essere utilizzate anche con funzione interiettiva.
“Coraggio!” dice la mamma (più a se stessa) accompagnando la figlia alla porta di scuola il primo giorno (sono solo le scuole elementari, non è il Vietnam, tornerà a casa sana e salva).
“Forza!” dice lo spettatore al maratoneta al quarantesimo chilometro “ne mancano solo due!” (ma sono tremendamente più lunghi dei primi quaranta, non si sa perché!).
“Vergogna!” tipica espressione della Grammarnazi quando sente l’ennesima accoppiata “stassi” e “dassi”, che fin da piccolina la facevano rabbrividire (anche a voi cantavano “nella vallata di Stassi e Dassi”? Nella mia mente erano Stussy e Dussy, versione modificata di Starsky e Hutch, non riuscivo nemmeno a pensare un congiuntivo sbagliato).
“Perbacco, che gol!” gioisce il tifoso sugli spalti (ok, questa non è credibile, il linguaggio medio dell’ultrà è appena più colorito…).
“Accidenti! Hai proprio un bel vestito!” dice un’amica all’altra rosicando non poco sia per il vestito sia per la sua linea.
Altri esempi di interiezioni improprie riguardano l’utilizzo di nomi di animali per indicare persone aventi caratteristiche tradizionalmente attribuite all’animale stesso (somaro/stupido, coniglio/vigliacco, pollo/pauroso) o anche forme di preghiera o richiesta di attenzione (perdono! Pietà! Scusi! Senta!), nonché di apprezzamento (bene! Bravo! Complimenti!).

Le locuzioni interiettive, infine, sono così dette perché hanno la forma di vere e proprie proposizioni o comunque espressioni complesse utilizzate con uno specifico significato d’insieme.
“Mi faccia il piacere!” riporta alla memoria il grande Totò, esprime ovviamente disapprovazione e disappunto.
“In bocca al lupo!” espressione augurale con un inaspettato significato molto “materno”.
“Neanche per sogno!” indica una forte avversità a fare qualcosa.
Come già anticipato, le interiezioni sono piuttosto frequenti nella lingua parlata, dove assumono significati variabili a seconda del tono della voce e del contesto in cui vengono pronunciate. Al fine di tradurre nello scritto l’intonazione delle interiezioni si usa il punto esclamativo (per esprimere disapprovazione, sorpresa, dolore) oppure il punto interrogativo. Se l’interiezione è inserita in una proposizione, può essere seguita da una virgola e il punto esclamativo si posizionerà alla fine della frase stessa (Ah, così la pensi!), oppure si può mettere il punto esclamativo sia dopo l’interiezione sia al termine della frase (Mah! Io non ho capito proprio niente!). Se il tono della frase è insieme di meraviglia e di domanda, al punto esclamativo si può unire quello interrogativo (Beh?!).

Vi lascio con un cammeo piccolo piccolo, di un personaggio secondario dei Promessi Sposi, il sarto, che aduso a mostrare a tutti la sua cultura, di fronte alla gratitudine espressa dal Cardinale Borromeo, se ne uscì con un banale “Si figuri!” per colpa del quale si tormentò in seguito non poco. Vi confesso che rivivo il disappunto del sarto per questa locuzione interiettiva ogni volta che la pronuncio.
Problemi da Grammarnazi, direte voi.
Bah! Boh! Beh! Ma anche echissene!

 
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Si ho no, ovvero di obbrobri, di facebook, di amicizie finite

Rubrica: La Grammarnazi

Qualcuno stenterà a crederlo, ma anche la Grammarnazi talvolta sbircia Faccialibro, non tanto per ficcare il naso nelle vite degli altri e raccogliere materiale da pettegolezzo (considerate che una mia cara amica un giorno mi ha detto «Ma sei proprio noiosa, non sai niente di nessuno!»), ma per una genuina curiosità sociologica e perché – mi piace ammetterlo – ciò che mi appassiona davvero è l’essere umano nelle sue mille sfumature.

Non è forse carino immaginare quale trauma infantile possa aver subito per mano della maestra delle scuole elementari chi posta frasi del tipo “O finito la pazienza, l’hanno prossimo niente più ferie al mare”?

Mi pare di vederlo, povero bambino, dietro la lavagna, in ginocchio sui ceci, dopo l’ennesimo orrore di ortografia.

Che dire poi di quelle magnifiche didascalie a foto di orrendi outfit (ho scritto outfit?! Orrore!) per il millionesimo apericena dell’estate, del tipo “Che mi metto, questo ho quello?”? Il consiglio nasce spontaneo, mettiti un bel libro di grammatica in fronte, che magari qualche nozione per via transdermica ti passa.

Giusto per fare un po’ di chiarezza: il verbo avere indica possesso oppure viene utilizzato come ausiliario nei tempi composti pertanto ogni qual volta doveste essere in dubbio se usare le forme ho, ha, hai, hanno, chiedetevi se tali “parole” abbiano il significato di possesso (ad esempio nella frase “io ho tanti amici”) o se abbiano una funzione ausiliaria (come nella frase “io ho mangiato tanto”).

Qualora non ricorra nessuno di questi due casi, si utilizzeranno le forme senza “h”, pertanto le preposizioni “a, ai” o la congiunzione “o”, oppure il sostantivo “anno” che sta ad indicare solamente il periodo temporale lungo dodici mesi, null’altro.

Altri obbrobri che rovinano l’umore alla sottoscritta sono l’improprio utilizzo degli accenti e degli apostrofi. Di questi ultimi, in particolare dell’elisione e del troncamento, ho trattato in un mio articolo precedente che trovate qui.

Per quanto riguarda le parole accentate, la forma , per esempio, indica la terza persona singolare del presente indicativo del verbo dare.

“La sua voce mi dà tranquillità” (la sua faccia meno, per questo stiamo sempre al buio).

Senza accento, invece, “da” è una preposizione (una della famosa serie “di a da in con su per tra fra”, ricordate?).

“Me ne vado via da qui” (approfitto per segnalare che qui e qua non vogliono mai l’accento!).

Con l’apostrofo, invece, da’ è il tipico esempio di troncamento, in particolare della seconda persona singolare dell’imperativo, “dai” che può comunque essere utilizzato.

“Da’ il libro al tuo compagno di banco” così  magari lo mette sotto la gamba del banco che traballa (cfr. l’utilità della cultura).

Diverso invece il caso del verbo fare: “fà” è una forma errata, poiché la terza persona singolare del presente indicativo è “fa”. Si ritiene, infatti, che sia facilmente comprensibile e distinguibile dall’omonima parola che indica o la nota musicale o l’espressione che viene utilizzata in alcune locuzioni avverbiali di tempo quali “tanto tempo fa” oppure “due mesi fa”.

L’unico caso in cui la sillaba fa può essere accentata è quello in cui sia desinenza nei composti di fare, quali rifare o contraffare.

“Ogni volta rifà lo stesso errore” oppure “Quel losco individuo di mestiere contraffà documenti”.

La forma apostrofata fa’, al pari di da’, rappresenta il troncamento di “fai”, imperativo del verbo fare.

“Fa’ presto per favore” che altrimenti facciamo arrabbiare la Grammarnazi e sono guai.

Anche le forme ne e suscitano non pochi dubbi.

Senza accento la particella ne può avere diverse funzioni grammaticali:

  1. come avverbio di luogo indica allontanamento da un luogo o da una situazione:“Si è chiuso in camera sua e non ne (= da lì) vuole uscire” (tipica scena del ragazzo cui hanno tolto la pleistescion o la ui-iu perché ha preso un bel 4 in italiano).“Ne (= da lì) usciremo vivi, non ti preoccupare” dice la rana ottimista al rospo dentro la pentola di acqua che si sta scaldando sul fornello.
  2. come pronome personale, è usato al posto delle forme di ciò, da ciò, di questo, da quello ecc.:“Ne (= di ciò) parlerò ai tuoi genitori” dice l’insegnante stanca dell’ennesimo errore di ortografia del bambino, ma il fanciullo è sereno perché sa che mamma e papà si esprimono con proposizioni del tipo “io sxiamo ke me la cavo”.“Dalla dimostrazione di questa tesi, ne (= da ciò) consegue la conferma delle validità delle ipotesi” dice Hegel a Kant che risponde con uno sguardo critico.
  3. talora assume valore di partitivo:“Vorrei un po’ (non pò, mi raccomando!) di gelato: ce n’è (= di questo) ancora?” dice l’amica golosa dopo aver ingurgitato già un mezzo vassoio di pasticcini e aver svuotato la ciotola delle caramelle.

In alcune espressioni, ne è usato solo per intensificare l’azione indicata da alcuni verbi intransitivi nelle costruzioni con i pronomi personali atoni mi, ti, si, ci, vi.

“Me ne vado e non torno più” dice la moglie al marito fedifrago colto in fragrante (aaaaah!!! Flagrante è la forma corretta!).

“Se ne stava bello comodo sul divano” (reazione del marito alla decisione della consorte).

Con accento grafico, è una congiunzione copulativa con il significato di ‘e non’.

Può essere usato:

    • per la coordinazione di due o più proposizioni negative:
      “Non l’ha mai cantata suonata questa canzone” dice il bassista al batterista mentre il cantante chitarrista ubriaco attacca un brano a lui sconosciuto.
      “Ha chiesto di non parlare muoversi per nessuna ragione” dice l’impiegato di banca al collega durante una rapina.
    • in una proposizione negativa, per unire due o più elementi che hanno nella frase la stessa funzione sintattica; in questo caso, si ripete davanti a ciascun elemento:
      “Non ho voluto rispondere no” dice un’amica all’altra raccontando della richiesta di matrimonio appena ricevuta (e l’amica, incredula, risponde “D’avvero?” al che la fidanzata indecisa scarica l’amica ignorante e pure il fidanzato).
      “Non voglio né questo né quello” dice la moglie al marito disperato alla vista dell’ennesimo divano all’Ikea.

     

  • Come vedete, lo scopo della Grammarnazi è sempre e solo quello di mettere tutto apposto (ma no, si dice a posto!) perché avvolte (sì, nelle coperte! Si scrive a volte!) è veramente difficile scrivere e parlare correttamente in itagliano….. (tre puntini, solo tre, numero perfetto!).

    Ultimo avvertimento: care fidanzate cui vengono rivolte proposte di matrimonio, se volete davvero convolare a nozze, rispondete “” non “si”, che altrimenti poi il vostro lui non vi sposa perché rimane confuso.

    Ultimissimo consiglio: se il vostro amato estrae dalla tasca un solitario e ve lo porge inginocchiandosi, evitate di guardarlo attonite esclamando “Fai davero?!” (la Grammarnazi l’ha fatto 🙂 ).

 
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S’i fossi foco

Rubrica: La Grammarnazi

In questi giorni di caldo infernale, mi è tornata alla mente la magnifica poesia “S’i fossi foco” composta da Cecco Angiolieri, gran poeta giocoso, coevo di Dante, il cui testo per piacer mio e vostro vi riporto di seguito.

S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo; 
s’i’ fosse vento, lo tempesterei; 
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; 
s’i’ fosse Dio, mandereil’en profondo;

s’i’ fosse papa, sare’ allor giocondo, 
ché tutti cristïani imbrigherei; 
s’i’ fosse ’mperator, sa’ che farei? 
A tutti mozzarei lo capo a tondo. 

S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; 
s’i’ fosse vita, fuggirei da lui: 
similemente farìa da mi’ madre. 

S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, 
torrei le donne giovani e leggiadre: 
e vecchie e laide lasserei altrui.

Avete notato qualcosa di particolare? Le figure retoriche dell’anafora e dell’iperbole utilizzate dal poeta per evidenziare l’assurdità delle sue ipotesi, servono oggi alla Grammarnazi per introdurre un tema molto delicato e bistrattato, soprattutto nel linguaggio parlato: il periodo ipotetico.

“Se avevo voglia, venivo alla festa”. Vi suona familiare, comodo al vostro orecchio grammaticale? ARGH! È sbagliato! Io solo a scriverlo ho avuto un principio di artrosi alle dita delle mani sulla tastiera e dei piedi (per solidarietà!) nonché un attacco furente di congiuntivite.

Facciamo quindi un po’ di ordine.

A seconda della possibilità che il fatto espresso avvenga o si verifichi, il periodo ipotetico può essere di tre tipi:

  1. realtà (se io sono buono, la mamma mi regala le caramelle);
  2. possibilità (se io studiassi, prenderei buoni voti);
  3. irrealtà (se tu fossi stato più simpatico, i tuoi amici non ti avrebbero lasciato solo).

Come si può notare, il periodo ipotetico è quindi una struttura sintattica formata da una proposizione subordinata condizionale, detta protasi, e dalla sua reggente, detta apodosi.
Nella protasi si esprime la condizione da cui dipende quanto potrebbe realizzarsi, indicato nell’apodosi.

  • Nel caso del periodo ipotetico del primo tipo, quindi della realtà, nella protasi il verbo è all’indicativo, nell’apodosi all’indicativo o, in alcuni casi, all’imperativo (e.g. nelle raccomandazioni della mamma “Se c’è freddo, copriti!”).
  • Nel secondo caso, quello della possibilità, l’ipotesi è appunto possibile, non sicura. Nella protasi il verbo è al congiuntivo imperfetto, nell’apodosi invece al condizionale presente o all’imperativo (“Se me lo chiedesse, lo raggiungerei in capo al mondo” oppure “Se te lo domandasse ancora, continua a negare”).
  • Nel periodo ipotetico dell’irrealtà, l’ipotesi è assolutamente impossibile e irrealizzabile. In questo tipo di periodo occorre individuare il tempo cui fa riferimento l’ipotesi.
    Se è riferita al presente, nella protasi il verbo è al congiuntivo imperfetto, nell’apodosi il verbo è al condizionale presente (“Se avessi un milione di euro partirei per un lungo viaggio”).
    Se è riferita al passato, nella protasi il verbo è al congiuntivo trapassato, nell’apodosi il verbo è al condizionale passato (“Se avessi avuto un milione di euro, sarei partito per un lungo viaggio” ma nel frattempo ho fatto cinque figli e non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di partire con questa tremenda squadra di calcetto…).

Ricapitolando, nello specchietto (la Grammarnazi si sta evolvendo 🙂 ) seguente trovate un rapido vademecum da tenere in tasca e consultare in caso di dubbi amletici durante le vostre serate estive, tra spritz e tramonti, per distinguervi in questo medioevo cultural-grammaticale dei giorni nostri.

Tipo periodo ipoteticoEsempioProtasiApodosi
RealtàSe mi aspetti vengo con teIndicativoIndicativo o imperativo
PossibilitàSe avessi i soldi lo comprereiCongiuntivo imperfettoCondizionale presente o imperativo
IrrealtàSe avessi avuto più tempo avrei corso più a lungoPresente: congiuntivo imperfetto
Passato: congiuntivo trapassato
Presente: condizionale presente o imperativo
Passato: condizionale passato

Avete visto? In nessun caso è previsto l’utilizzo dell’imperfetto indicativo. Dimenticatelo, è un tempo inutile e barboso, anche in narrativa.
Ricordate, una consecutio temporum al posto giusto è molto più sexy degli addominali a tartaruga. Come dite? Che cos’è la consecutio temporum?!
Ok, cominciate a fare 10 minuti di plank al giorno.

Sei pronto per l’inizio dei corsi di scrittura creativa del Grafema ad Ottobre?

Che aspetti? Scrivici per saperne di più, oppure clicca qui. 🙂

Elisa Zafferani

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Della consapevolezza nella lotta con il correttore automatico

Rubrica: La Grammarnazi

Alzi la mano chi non ha mai litigato con il correttore automatico del proprio telefono intelligente (ah, voi dite smartphone? Sicuri sicuri? Leggete qua!) o del proprio computer!

Poiché è passato un po’ di tempo da quando ci è stato dato il dono della ragione, perché non dotarci degli strumenti adatti per opporci con spirito critico e consapevolezza agli errori propinati da questo malefico software ignorante?

Qual è? Quest’anno? Che brav’uomo! Che buon vino! È solo un’opinione! (le forme indicate sono tutte corrette). 🙂

Parliamo di elisione e troncamento, in pratica di “apostrofo sì o no?”, per non farci prendere dalla moda un po’ modernista dello scrivere le parole nella loro interezza, non per scelta ma così, tanto per non sbagliare.

L’elisione consiste nella caduta della vocale finale non accentata di una parola di fronte alla vocale iniziale di un’altra parola e, nella scrittura, è segnalata dall’apostrofo.

Elidere una vocale serve a rendere più armonioso e orecchiabile un testo, in particolare all’incontro tra due vocali. Vi immaginate a pronunciare lo arbitro? Già è una classe di individui poco amata, se togliessimo anche l’apostrofo lo renderemmo ancora più antipatico, nevvero?

Di seguito trovate i casi in cui si utilizza obbligatoriamente  l’elisione (altrimenti siete a rischio di bacchettate sulle mani dalla Grammarnazi), vale a dire con:

  • Gli articoli determinativi lo, la e le preposizioni articolate formate con essi: l’arto, l’uomo, dell’isola, all’opera;
  • L’articolo indeterminativo una: un’arma, un’aria, un’impressione, un’oca;
  • Gli aggettivi bello e quello: un bell’attico, quell’immagine (mentre si può dire indifferentemente bell’anima o bella anima);
  • Santo e santa: sant’Eustachio, sant’Elisabetta (ma invocati insieme saranno “santi numi!”).

L’elisione è consigliata, ma nessuno potrà arrabbiarsi se opterete per la versione non elisa nei seguenti casi:

  • La preposizione di (specialmente davanti a parola che inizia per i): d’invidia, d’immissione;
  • L’aggettivo questo: quest’anno (a me questo anno però non suona per niente bene, poi fate voi!), questo intervento;
  • I pronomi personali lo, la, mi, ti, ci, si, vi, ne, purché il suo utilizzo non ingeneri ambiguità: l’incontrai (o lo incontrai), l’ospiterei (o la ospiterei), m’avvertì (o mi avvertì);
  • L’avverbio e congiunzione come seguito dal verbo essere: com’è bello!, com’era attento, ma come avevo detto, come immaginerai.

Si ha l’elisione solo in particolari casi con l’avverbio di luogo “ci” che prende l’apostrofo solo davanti al verbo essere (c’è, c’erano ma ci annunciano, ci andremo, ci inciampano).

Alcune parole conservano l’apostrofo solo in frasi ormai consolidate nell’uso: a quattr’occhi, tutt’altro, tutt’e due, senz’altro, nient’altro, mezz’ora (brutta brutta la versione comunemente accettata “mezzora”!).

Con la preposizione da, che si elide solo nelle espressioni: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altra parte, d’altronde.

L’elisione non si deve usare mai:

  • Davanti a i semiconsonantica: lo iato (cos’è lo iato? Il contrario del dittongo, cioè due vocali che, vicine, rappresentano due sillabe diverse, come in meandro, mormorio, tua), lo iodio (avete presente quando correte al mare e le onde si infrangono sugli scogli? Come dite, non correte? Rimediate subito, se volete ho consigli per voi!), di ieri, quello iettatore (mentre è possibile davanti a u semiconsonantica: l’uomo, l’uovo);
  • Con i pronomi le, li in funzione di complemento oggetto (le ammiravo, le osservavo, li avvertii, li incontrai) e con il pronome le in funzione di complemento di termine (le affiancherò un tutore, le annuncerò la novità); se non avete ben chiara la differenza tra complemento oggetto e complemento di termine, scrivetemi per ricevere nella vostra mail un prontuario di analisi logica (o anche per dirmi che ai vostri meravigliosi apericena non serve sapere nulla di tutto ciò!);
  • Con il pronome ci seguito da a, e, o: ci orienta, ci anticipa.

Se non vi siete ancora addormentati, anzi siete entusiasti perché con questo articolo sto dissipando più dubbi di quanti mai vi siate posti in vita vostra, seguito a raccontarvi del troncamento, che può essere:

  • vocalico: dottor (dottore), nessun (nessuno), qual (quale). Nel troncamento vocalico la consonante che precede la vocale troncata deve essere l, m, n, o r: un bel quadro, ben fatto, non dobbiam venire, far carriera;
  • sillabico: gran (grande), quel (quello).

Come per l’elisione, cade una vocale, o addirittura una sillaba, in finale di parola, ma non è – generalmente – richiesto l’apostrofo.

Fanno eccezione, altrimenti sarebbe stato troppo facile, le espressioni po’ (poco), a mo’ di (a modo di) e i verbi di’, da’, fa’, sta’, va’ (forme dell’imperativo di dire, dare, fare, stare, andare). Mi raccomando, non sono accenti, sono apostrofi, poiché indicano graficamente la “caduta” della sillaba o della lettera.

A differenza dell’elisione, si può avere troncamento anche quando la parola che segue inizia per consonante (ricordate il buon vino di prima? O avete mai visto un bel quadro?). Ma se la parola seguente è quello che si porta in spalla vostro figlio per andare a scuola (bello zaino!) oppure inizia per s impura (vale a dire seguita da consonante) oppure con gn, ps, x sarà corretta la forma: un buono gnocco fritto, un buono psicologo, un bello xilofono.

Il troncamento vocalico si ha sempre con le parole buono, bene (un buon pasto, ben alzato); con uno, alcuno, nessuno, ciascuno (un marinaio, alcun pensiero, nessun incidente, ciascun componente); con i titoli come signore, professore, dottore, ingegnere, cavaliere, commendatore, suora (unico vocabolo femminile che viene troncato) seguiti da un nome proprio: il cavalier Bianchi, il dottor Costa, l’ingegner Valenti, suor Maria.

Il troncamento vocalico è consigliato con le parole tale e quale (un tal Michele, qual è la mia sedia?); anche con gli infiniti verbali, ad esempio metter via è più eufonico di mettere via, così come andar forte o prestar fede.

Il troncamento è obbligatorio negli infiniti seguiti da un pronome (prendere + lo: prenderlo) nonché in alcune locuzioni di uso comune quali amor proprio, a spron battuto, in particolar modo, in fin di vita, man mano, mal di denti.

Ricordate che non si troncano le parole al plurale (non si dice “che buon vini” ma “che buoni vini!”) né quelle femminili tranne la già citata suora.

In conclusione, sarà un gran giorno quello in cui, un’affascinante donna, incontrato un brav’uomo, un tal signor Rossi, berrà insieme a lui un buon vino, ammirando un bel tramonto in spiaggia, godendo dello iodio sprigionato dall’infrangersi delle onde sugli scogli, senza sentir scorrere il tempo, facendo morire d’invidia tutti attorno, ai piedi del monte di sant’Eusebio.

Saranno mica sull’isola che non c’è?

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

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L’abbraccio del giglio

Ludovica entra in casa e appoggia a terra la borsa della palestra. È stremata, ma non dallo sforzo fisico – in fondo il pilates non è mai stata un’attività da eroi – ma dal peso dei giorni inutilmente trascorsi a cercare un senso e una pace che non riesce a trovare.
Il suo sguardo cade sulle foto sul tavolino dell’ingresso. Guarda i volti sorridenti dei suoi figli. Giada, ritratta nella bellissima baia di Camogli, risplende della sua bellezza altera, con quei capelli biondi e fini – proprio come i suoi – e il suo fisico asciutto e forte da triatleta. Chissà cosa sta facendo in quel momento, nella lontana Londra? La mente va al giorno in cui si è presentata a casa con i moduli di iscrizione alla London School of Economics… Quanta grinta, quanta determinazione! Ora, vicinissima alla laurea, già pensa al dottorato a Stanford.
Gli Stati Uniti si sono già presi anche il suo figlio più piccolo – un giovane uomo di 22 anni che rimane sempre e comunque il suo bambino – che per seguire il richiamo della sua amata musica è a Los Angeles da qualche anno a studiare al GIT, una delle scuole di chitarra più famose al mondo. Eccolo lì, in una foto di un concerto chissà dove, con i suoi capelli spettinati e quello sguardo intenso.
Ludovica guarda attorno a sé, la sua casa bellissima, così perfetta, ogni singolo elemento al suo posto, tutto studiato nei minimi dettagli per essere in perfetta armonia. I colori chiari, i tessuti ricercati, i soprammobili posizionati per essere ammirati, tutto le ricorda il tempo speso a girar per negozi per rendere impeccabile quella magnifica gabbia dorata. Vuota. Esattamente come lei. Sola e vuota.
La lontananza dei suoi figli è una ferita che non riesce a rimarginarsi. Ha trascorso la vita a soddisfare i loro bisogni, a educarli, a intrattenerli. Ora che non ci sono più, la sua esistenza manca di significato. A fare la mamma a tempo pieno così a lungo aveva dimenticato di essere prima di tutto una moglie e il rapporto con Paolo era piano piano sbiadito, come un lenzuolo abbandonato per troppo tempo al sole.
Ludovica si accascia a terra e comincia a singhiozzare sommessamente, il corpo percorso da brividi freddi nonostante il tepore primaverile di un tardo pomeriggio di maggio.
Sente di non avere più la forza di affrontare le giornate che si susseguono scialbe ma tormentate, piene solo della rabbia di chi sa di non poter riuscire a dare nuova linfa alla propria vita.
Quello che non era riuscita a fare trenta anni prima, forse riuscirà a farlo ora. Oggi. Proprio adesso. Si alza e cammina lentamente verso la loro camera da letto. Dal lato di Paolo alza leggermente il materasso, infila la mano e sente il freddo metallico del calcio della Glock. La stringe forte e la guarda sorridendo.

Si rivede diciannovenne, poco più che ragazzina, dopo la prima grande delusione amorosa, da lei causata, ma non per questo meno tragica, anzi. Aveva visto per la prima volta nella sua vita quanto dolore potesse causare a un’altra persona, non riuscendo a perdonarsi e giurando a sé stessa di non voler mai più amare nessuno. Aveva già scritto mentalmente la sua vita e si era raffigurata a cinquant’anni sola, con tre gatti e la distrazione di qualche gigolò per la soddisfazione delle esigenze sessuali.
Quella volta teneva in mano una Beretta.
Ricorda esattamente il momento. Il gelido sapore della canna in bocca, il sudore che le imperla la fronte, la mano che trema. La ricerca del coraggio di compiere un gesto violento contro sé stessa per cancellare il dolore apparentemente insostenibile da una ragazza così fragile.
Poi le note di una canzone. Una chitarra acustica, una voce suadente. “At last I’ll return to serenity” prometteva il cantante dei Testament. Poi il pianto, la consapevolezza, ancora lacrime, il pensiero dei suoi genitori, la voglia di ritornare a vivere.

Ora fissa la pistola del marito e si sente già liberata, sollevata.
Una decisione vigliacca a volte sembra la migliore. Rapida. Non indolore. Nemmeno risolutiva, ma questo solo una mente più riflessiva e meno impulsiva può pensarlo.
Si siede sulla poltrona bianca di fronte al camino. Si accomoda, rilassata.
Infila la canna in bocca, chiude gli occhi, il dito stringe lento il grilletto.

Paolo parcheggia l’auto in garage, sale le scale e chiama la moglie. Nessuna risposta. Un silenzio inaspettato lo accoglie a casa.
Entra in salotto e vede rosso. Tutto rosso.
Sua moglie giace esanime sulla poltrona. Il sangue cola caldo, lento e denso intorno al suo capo.
Paolo cade in ginocchio e grida. Urla in maniera scomposta, animale.
Perché? Cos’era successo a sua moglie? Alla sua Ludovica! Cosa stava facendo lui mentre lei soffriva in silenzio? In quali delle sue mille attività quotidiane era talmente impegnato da non riconoscere un dolore del genere crescere dentro la donna che amava da tanti anni, con la quale aveva cresciuto una famiglia serena? Quali parole di avvertimento non aveva colto, quale sguardo deluso non aveva visto in tutti i loro giorni insieme? Perché non era riuscito a consolare questa anima sofferente, a lenire le sue insoddisfazioni, a sostenere la sua fragilità? Abituato ai suoi numerosi successi professionali, si trova ora impotente di fronte ad un fallimento senza via di uscita. Si stringe la testa fra le mani, poggiandosi sul grembo di Ludovica. Il suo carattere monolitico si scioglie in un secondo. Comincia a piangere lacrime amare, che bruciano sulle guance e corrodono il cuore. Quello stesso cuore che ogni giorno nasconde dietro la sua giacca e cravatta, i suoi gemelli ricercati, gli orologi costosi, ora gli fa male. Da morire.
Improvvisamente si rivede e si risente nella sua quotidiana freddezza, nei suoi “un attimo sono al telefono”, “sto facendo una cosa importante”, “ora non posso, ne parliamo poi”, “proprio ora? Non puoi aspettare?” e vorrebbe poter riavvolgere i giorni, avere un’altra possibilità, poter giocare meglio le sue carte.
Tutti i suoi studi di strategia, tutti i libri letti sulle capacità negoziali, sulla leadership, non erano stati utili per la gestione del suo rapporto di coppia e non possono essere di alcun aiuto di fronte a quella disfatta.
La sua crescita personale aveva nutrito il suo egotismo, lasciando in ombra tanta parte del resto della sua vita. Perché lo aveva lasciato succedere? Il suo efficiente sistema di controllo si era inceppato. Perché? Perché? Perché?
Nel silenzio non trova risposta.
Pensa ai figli e, tra le lacrime, prende il telefono.

Due giorni dopo, in chiesa, il sacerdote legge con tono grave la liturgia. Le sue parole arrivano a Paolo come da un’altra stanza. L’effetto dei tranquillanti gli danno un’aria irrealmente calma, mentre dentro di lui brucia un inferno di rabbia e rimorso.
La madre di lui, seduta al suo fianco, intuendo la devastazione interiore del suo unico figlio maschio, gli prende la mano e gliela stringe, offrendo conforto. Il padre tenta di mantenere un contegno di cordoglio nonostante lo sbigottimento e l’incomprensibilità del gesto compiuto dalla nuora.
Giada è sconvolta, gli occhi gonfi di chi ha pianto tutte le sue lacrime e il volto tirato e ancora incredulo allo spettacolo cui sta assistendo. Paolo la guarda e, esattamente come lei, spera di potersi svegliare da questo orribile incubo per poter parlare ancora con la sua Ludovica.
Filippo piange ininterrottamente. I suoi tre cugini, compagni di giochi dell’infanzia, lo stringono e lo abbracciano ma il suo dolore è talmente grande che deve solo esplodere fuori, non può essere trattenuto.
La sorella di Ludovica e i suoi genitori, profondamente credenti, pregano Dio affinché la accolga perdonandole di essersi tolta il più grande dono che abbia mai ricevuto. Si domandano, invano, cosa avrebbero potuto fare per lei prima di tutto questo, perché l’avevano lasciata sola nella sua disperazione?
Una coppia di vicini di casa assiste al dolore di questa famiglia spezzata, senza riuscire a comprendere cosa possa aver condotto quella bellissima donna a una tale decisione.

Paolo alza gli occhi verso le vetrate alle spalle del sacerdote, oltre la nube e l’odore di incenso. I raggi del sole che filtrano attraverso i decori colorati illuminano con un arcobaleno la chiesa e i presenti, generando un’inopportuna aura di allegria e di vita. Per un attimo Paolo la vede fluttuare, in alto, un angelo biondo che li guarda soavemente e pare salutarli, lieve, con la mano, le braccia aperte quasi a volerli abbracciare tutti, di lontano.
Le ricorda un giglio, così puro, bianco e delicato. E vorrebbe tanto poterla stringere ancora a sé, teneramente, piano piano, nel solo modo in cui un giglio può essere abbracciato.

Photo credit: Vadim Stein.

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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Mettiamo i puntini… dove servono!

Rubrica: La Grammarnazi

Trattare di punteggiatura al tempo della messaggistica istantanea può apparire desueto, ma la Grammarnazi è al di sopra delle mode passeggere e lotta solo ed esclusivamente per uno scopo: la salvaguardia dell’italiano. E della nonna. Che c’entra la nonna, ora? Prendete il seguente esempio.

Frase 1: «Vado a mangiare nonna»

Frase 2: «Vado a mangiare, nonna»

Notato qualcosa? Un piccolo innocente segno di interpunzione, la virgola, ha salvato la nonna dal nipote cannibale. Oltre a questi scopi salvifici, deve essere utilizzata per gli elenchi (ho comprato mele, pere, un cocomero), per separare le espressioni vocative (Non mangiare troppo, Marco, che poi ingrassi!), per collegare proposizioni coordinate (Studiavo, ripassavo, ripetevo senza sosta) oppure per indicare un inciso o un’apposizione (quell’uomo, di cui non sapevo nulla, mi rivolse la parola).

Per quanto riguarda le proposizioni subordinate, una virgola può cambiare, anche completamente, il senso di una frase.

Esempio 1: I discepoli che confidavano in lui seguirono il maestro in quell’impresa.

Esempio 2: I discepoli, che confidavano in lui, seguirono il maestro in quell’impresa.

In quale esempio il maestro ha avuto più compagnia? È del tutto evidente che nel secondo esempio la totalità dei suoi discepoli è con lui, poiché le virgole hanno dato una forza maggiore alla subordinata.

La virgola, per lo scrittore, è uno strumento utile per guidare la respirazione del lettore, indicando graficamente delle pause, ove necessarie (se foste curiosi e voleste approfondire questo e tanti altri argomenti, scoprite i nostri corsi!). Un metodo molto efficace per valutare quando sia opportuno inserire una virgola in un testo, infatti, è quello di leggerlo a voce alta e porre attenzione a quando la voce vorrebbe rallentare o fermarsi.

In quest’ultimo caso diviene necessario il punto, detto anche punto fermo perché, per l’appunto, conclude un periodo e con esso il concetto che si voleva esprimere. Se poi proprio abbiamo sviscerato completamente l’argomento, un bel punto e a capo farà capire al nostro lettore che intendiamo parlare d’altro.

Da utilizzarsi con maggior parsimonia, invece, il punto e virgola, che si adopera soprattutto fra proposizioni coordinate e fra elencazioni complesse, indicando un’interruzione sul piano formale ma non sul piano dei contenuti («il capo gli si intorbidò di stanchezza, di sonno; e rimise la decisione all’indomani mattina», A. Fogazzaro, Piccolo mondo moderno). Questo segno di interpunzione, al giorno d’oggi, può essere trovato principalmente nella saggistica o, in ogni caso, in testi di livello elevato.

I due punti hanno una funzione esplicativa di quanto scritto in precedenza (Premette il pulsante: il computer si accese), oppure introducono un discorso diretto (Alla sua domanda risposi: «Benone!») o, infine, un elenco (Oggi il menu è il seguente: tagliatelle ai funghi, scaloppine al limone e mascarpone con fragole).

Il punto interrogativo va utilizzato al termine di proposizioni interrogative dirette per indicare un’intonazione ascendente della frase e richiede una pausa lunga al lettore.

Il punto esclamativo va utilizzato al termine di una proposizione che indica stupore o meraviglia (Che bella automobile hai comprato! – qui oltre allo stupore c’è pure un po’ di invidia…) e segnala, altresì, una pausa lunga ma implica un’intonazione discendente. In narrativa va ben dosato in quanto potrebbe risultare pesante, è un po’ come un pugno sul tavolo, un innalzamento improvviso del tono di voce, insomma, parola d’ordine: misura.

Il punto interrogativo ed esclamativo possono essere utilizzati insieme in brani dal tono comico o brillante oppure in testi pubblicitari per esprimere sostanzialmente incredulità (Le dissero che suo padre le aveva mentito. Possibile?!).

Le virgolette si distinguono in alte (“quando finisce questo articolo?” pensò tra sé e sé), che servono a racchiudere un pensiero di un personaggio, e basse, dette anche sergenti («Noi serviamo a contenere i dialoghi, cioè il discorso diretto»). Si possono utilizzare entrambe anche per prendere le distanze da una parola o da un concetto, come quando nelle serie tv americane fanno quel gesto piegando in sincrono indice e medio di entrambe le mani (“tra virgolette”).

I puntini di sospensione vanno usati sempre in numero di tre (non uno di più, né uno di meno…), per indicare un’interruzione del discorso, una pausa eloquente o una reticenza (A buon intenditor… Non vorrei che…). In altri casi possono indicare anche la continuazione di una serie (primo, secondo, terzo…) oppure invitare il lettore a trarre le sue conclusioni, lasciando aperte le possibilità di interpretazione al termine di un racconto o di un testo scritto in genere.

La lineetta o trattino lungo serve per indicare degli incisi o a separare il discorso diretto in alcune scelte editoriali e vuole lo spazio dopo, mentre il trattino breve o di unione serve a unire parole composte come il confine italo-austriaco o la situazione socio-politica.

Le parentesi tonde servono a racchiudere un inciso, in concorrenza con virgole e trattino lungo, mentre le parentesi quadre hanno la funzione – vieppiù rara – di indicare un’omissione tra puntini di sospensione o di inserire un’informazione ulteriore al testo (Quel grande [Petrarca] alla cui fama è angusto il mondo, per cui Laura ebbe in terra onor celesti).

A parte il punto esclamativo ed interrogativo che devono essere all’interno delle parentesi o dei trattini lunghi, tutti gli altri segni di interpunzione vanno indicati dopo, quindi fuori di parentesi.

La Grammarnazi invita sempre alla misura ma, con la punteggiatura, cari miei, abbondate pure, purché in maniera corretta, perché come ha detto il mio caro amico Giacomino [Leopardi] “sapendo che la chiarezza è il primo debito dello scrittore, non ho mai lodata l’avarizia de’ segni, e vedo che spesse volte una sola virgola ben messa, dà luce a tutt’un periodo”. Amen.

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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