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Svegliando Icaro

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Tra tutti i miti greci, solitamente appassionanti, avventurosi, sanguinari, non di rado fracassoni e un po’ esagerati, quello che ho sempre apprezzato di meno è quello di Icaro e di Dedalo, suo padre. Per la morale, più che altro. Questa cosa del non volare troppo vicino al sole perché ti bruci, l’ho sempre vista molto poco adatta a quel popolo (che è un po’ la trasposizione in civiltà del Marchese del Grillo nell’immortale massima, io so’ io…). Nel momento del loro massimo splendore i greci facevano quello che volevano, perché sì, perché gli andava, e nella gran maggioranza dei casi ci riuscivano pure.

Il mito di Icaro sembra un contentino messo lì per gli dei, mica pensassero al peccato di hybris, di superbia. Un po’ come dire “oh voi la sopra, giusto per farvi sapere che noi siamo umili al massimo, adesso però tornate a trasformarvi in cigni e ad accoppiarvi a caso come fate di solito, che qua mica abbiam tempo di pettinar le bambole”. E poi via, uscivano per un giretto a pasquetta e finivano per grigliare un paio di eserciti persiani, senza nemmeno trovare coda al casello al rientro in serata.

No, a me piace pensare che i greci adorassero non tanto la caduta di Icaro, quanto la chiacchierata che verosimilmente fece con il padre la sera prima, durante gli ultimi preparativi per la fuga, con Dedalo preoccupato a dare raccomandazioni e il figlio che in realtà non trovava ci fosse poi questa grande differenza tra l’essere prigionieri di un labirinto ed essere prigionieri di limiti alle proprie capacità. Credo che si sia detto che tutti gli esseri umani, e pure gli dei, prima o poi cadono.

Lui nel frattempo sarebbe volato più in alto.

“Oh Zeus, comunque sempre con grande umiltà, davver… oh scusa, sei preso con Alcmena. Colpa mia. Chiudo quando esco. Però la prossima volta che ne so, metti la cravatta alla maniglia almeno, e che cavolo”.

Chiodo fisso, questi dei.

Comunque, perché vi parlo di Icaro? Me lo ha fatto venire in mente (con un salto logico piuttosto ardito) chi, in questo periodo di iscrizione ai corsi di scrittura, mi dice “ma io non so scrivere!” o peggio ancora, dopo essersi imbattuta o imbattuto in qualche cosa scritta da me “ma io non scriverò mai come te!”.

E meno male!

L’ultima in ordine di tempo a dirlo è riuscita a inserire questa frase in una prosa brillante, divertente, senza essersi mai dedicata alla scrittura in vita sua.

Cosa che fa innervosire ancora di più.

Solitamente rispondo con gentilezza, spiego che faccio questo da una vita, che è normale, che ci vuole tempo e fiducia e…

Sì, che noia, sono d’accordo. Versione rapida e spietata, che dite?

Cominciare a scrivere, anzi, scrivere e basta, è una strada che non accetta paragoni, è una strada personale.

È come innamorarsi.

Quando conosciamo una persona, siamo colpiti dalle differenze, da ciò che ci sorprende e che fa risaltare questa persona nella massa. CI piace e vediamo questo abisso vuoto, che da un lato attrae, dall’altro fa paura.

Di tanto in tanto capita che con qualcuno in quell’abisso ci buttiamo. Poi mica è detto che vada bene, anzi, è a quel punto che, tra la novità e la sorpresa, ci mettiamo a cercare punti in comune e se questi sono tanti che arrivano a formare un disegno che condividiamo, capita che ci innamoriamo. Altrimenti no. Fine.

Con la scrittura è lo stesso. Ci si butta in qualcosa che non si conosce per nulla, almeno all’inizio. Ci si butta nella quantità di stimoli che vediamo intorno a noi e che abbiamo dentro e che vogliamo raccontare. A volte questi restano degli abbagli, si inciampa e si deve ricominciare, altre volte troviamo pezzetti di noi a far da collante a queste suggestioni.

Che diventano storie.

E storia dopo storia, diventeranno sempre più belle, sempre più precise, mirate, essenziali, degne di essere raccontate. Storia dopo storia la cera sarà più dura, le penne più vibranti, l’aria sotto alle ali sarà più densa, le correnti ascensionali più forti e decise.

Più su e ancora, accettando le planate scomposte e i ruzzoloni che fanno parte del gioco.

Poi si cadrà, che tanto prima o poi tocca a tutti, ma nel frattempo quante cose che si scoprono andando incontro al sole, volando più alto.

Secondo me, questo Icaro l’aveva capito subito.

Voi non fatevi fregare dai vostri personali Dedalo.

 

Dipinto: Charles Paul Landon, Icarus and Daedalus

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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