Star Trek: Discovery

Segni di grande portento sono apparsi a profetizzare mirabili eventi in questi ultimi tempi.

Le serie tv assurte a produzioni tra le più ricche di Hollywood.

I nerd mutati da “sfigati” a canoni di stile e tendenza.

Leonard Nimoy, Mr. Spock, banalmente dato per scomparso e invece passato nello spazio esterno alla Federazione.

J.J. Abrams fortunatamente a far danni all’altro franchise, Star Wars. In altre parole, quella roba che dicono sia fantascienza e invece è fantasy.

E sarà notte e sarà mattina e anche i Klingon potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età.

Insomma, tutto lo spazio, di qui all’ultima frontiera, si andava preparando all’arrivo della nuova serie tv dell’universo di Star Trek, rimasto congelato sin dalla fine della precedente (nel 2005), cioè Enterprise.

Star Trek: Discovery è arrivato.

Capirete, questa non è la tradizionale serie tv che ci si accinge a recensire. Star Trek è un evento, un punto di riferimento per milioni di fan appassionati, esigenti e attenti a tutte le sfumature, alla coerenza di una storia che l’anno scorso ha compiuto cinquant’anni, a un arco narrativo quantificabile in secoli, in personaggi memorabili, in svariati capitani, avventure, decine di razze aliene e una sola infinita missione, quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima.

Un minuto di raccoglimento, giusto il tempo di asciugarsi la lacrimuccia (io) e di realizzare (voi) che questa recensione la sta scrivendo un fan. Insomma, uno di quelli che, dopo il reboot dello Star Trek cinematografico era davanti alla casa di Abrams col forcone e la torcia.

Virtualmente intendo.

Forse.

Ma bando alle ciance e, a metà tra eccitazione e preoccupazione, ecco che arrivano le prime due puntate.

La storia si colloca qualche anno prima della serie originale (quella del capitano Kirk, per intenderci) e si concentra sul personaggio del primo ufficiale Michael Burnham (interpretato dalla bellissima Sonequa Martin-Green. Sì, il nome maschile del personaggio è voluto), inizialmente in forze alla USS Shenzou e che passerà poi, ça va sans dire, sulla Discovery.

Iniziamo col dire che ci troviamo davanti a una “reincarnazione” di Star Trek decisamente più incentrata sull’azione rispetto alle serie precedenti. La trama principale ci parla di guerra, una guerra inaspettata contro l’impero Klingon, che si riunisce e si rinforza dopo un secolo di sbandamento, e ci viene mostrata in tutta la sua durezza fin dai primi episodi. A farci da guida durante l’avvio della serie troviamo una vecchia conoscenza (Sarek, il padre di Spock) e Michelle Yeoh che, oltre a una produzione cinematografica e televisiva impressionante, da “la tigre e il dragone” a oggi si è anche ricordata di invecchiare con una grazia e una eleganza incantevoli.

Tecnicamente, Discovery è ineccepibile. Innanzitutto le risorse a disposizione sono platealmente di un altro ordine di grandezza rispetto alle serie precedenti (anche se la crescita di investimento già si percepiva in Enterprise). Quindi effetti speciali perfetti, ricostruzioni di navi e ambienti di altissimo livello e make-up degli alieni di grande efficacia. Proprio a questo proposito, troviamo forse l’unico dettaglio che ha fatto storcere il naso ai fan più puristi. I Klingon hanno subito un “restyling” abbastanza radicale rispetto a quanto visto negli anni. Appaiono ora molto, decisamente molto più alieni di prima: dimenticate la goffa cresta e il pizzetto dell’amatissimo Worf di Next Generation. I klingon di Discovery sono brutti e cattivi e soprattutto profondamente alieni, nell’aspetto e nel comportamento.

Gli episodi sono diretti con mano sicura, la storia è affascinante e complessa, ricca di sotto trame che si aprono e che naturalmente restano sospese in vista dei prossimi episodi, i personaggi sono delineati benissimo con pochi tratti e con un minimo ricorso a flash back e spiegoni, fatta salva la necessità di spiegare l’eccezionalità della protagonista (l’unica umana mai educata su Vulcano, costantemente in bilico tra emotività e razionalità). L’uso della violenza, non aliena all’universo di Star Trek ma sempre trattata come una sorta di aberrazione, come una instabilità da risolvere, è fatto in modo intelligente, che lascia sconcertati gli stessi personaggi che si riconoscono come esploratori, non come soldati. La capacità della produzione di Discovery di creare empatia con il nuovo equipaggio è fortissima e già dalle prime battute ci si comincia ad affezionare alle figure di spicco e ai mitici guardiamarina, quelli che, da che Star Trek è Star Trek, sai già che ci lasceranno le penne prima o poi.

Lascia un po’ sconcertati la nuova costruzione della serie, che abbandona la classica impostazione fatta di puntate autoconclusive per avviare una storia destinata a dipanarsi lungo l’intera “season”, per dirla all’americana. Qualcuno se ne è lamentato, personalmente la giudico una modifica inevitabile per conformarsi ai nuovi canoni delle serie tv. Sarebbe stato molto peggio un prodotto anacronistico e stantio.

Capolavoro quindi? No, non possiamo dimenticare la carenza di originalità e il vantaggio di pescare da un universo sconfinato, però sembra che sarà una bellissima serie.

Lunga vita e prosperità, Discovery.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5

“Questo è spazio della Federazione. La ritirata non è contemplata.”

A chi lo consiglio: ma davvero qualcuno di voi vuole perderselo?

Abbinamento suggerito: un ottimo cocktail klingon. Sbizzarritevi a questo indirizzo.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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