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Spider-man: homecoming

Di Jon Watts, con Tom Holland, Robert Downey Jr., Michael Keaton, Marisa Tomei

L’estate è ormai tradizionalmente uno dei momenti d’oro dei cinecomics e noi, come promesso, dopo la recensione dedicata alla DC e al più che discreto Wonder Woman passiamo alla concorrenza, alla Casa delle Idee. Alla Marvel, insomma.

Homecoming, ritorno a casa. Titolo furbo, che gioca con il nome del ballo di fine anno, uno degli elementi della trama, ma soprattutto con il ritorno a “casa” dell’amichevole Spidey di quartiere: dopo il “prestito” da parte di Sony (che detiene i diritti sul personaggio) in occasione di Capitan America: civil war, questo film sancisce il rientro a pieno titolo di Spider-man nell’universo cinematografico Marvel e nella corazzata Marvel Studios.
E i risultati si vedono, eccome.

Spider-Man: Homecoming è probabilmente uno dei migliori film di supereroi a oggi, progettato perfettamente per celebrare il ritorno del Ragno. Non ha paura di discostarsi dal canone del fumetto, per regalarci finalmente un protagonista credibile. Prima ancora di Spider-Man, il suo alter-ego Peter Parker.
Peter torna alle origini, è un ragazzo nemmeno quindicenne che ha appena incontrato i suoi poteri (tra l’altro, ci viene risparmiata l’ennesima narrazione del suo incontro con il ragno radioattivo. Benissimo così) e il suo mentore, Tony Stark alias Iron Man, che dopo averlo usato per lo scontro con Capitan America lo rimette “all’asilo”, a confrontarsi con scippatori e ladri di biciclette. Quello che vediamo è un ragazzo durante la sua iniziazione a eroe, goffo, che commette errori, ansioso di entrare in azione ma sostanzialmente ancora inadeguato. Tom Holland, nell’interpretarlo, è semplicemente perfetto.

Non è più, però, il nerd reietto dei fumetti. I tempi sono cambiati, i secchioni hanno guadagnato un fascino che un tempo non avevano. Peter ha amici, una vita, una zia che non è più la May perennemente ottuagenaria ma la meravigliosa Marisa Tomei. Questa attualizzazione è il successo più grande del film. Non toglie nulla al concetto del fumetto, ma lo rende godibile da tutte le generazioni, comprese le ultime. Forse, questo Spider-man quindicenne, è il primo vero personaggio Marvel con cui gli adolescenti di oggi possono identificarsi.

“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” diceva al giovane Parker lo zio Ben e non crediamo sia un caso che, in questo episodio, non compaiano né la frase né lo zio, con il suo bagaglio di senso di colpa sulla formazione del Ragno. Il film scorre quindi con una leggerezza esaltante, con le scene brillanti che superano, come è giusto che sia, quelle di azione, tanto che anche i fan più vecchiotti dimenticano in fretta i cambiamenti rispetto al “canone”, il fatto che il costume non sia più un banale costume ma una vera e propria armatura computerizzata progettata da Stark (con la sua intelligenza artificiale, Karen, che fa da perfetto contraltare a Jarvis, quella di Iron Man), che Mary Jane non sia più la rossa con il suo anacronistico invito – “vai a prenderli, tigre” – ma una brillante darkettona, che il migliore amico di Peter sia un nerd decisamente fuori forma e non più il miliardario che poi diventerà uno dei venticinque (o giù di lì) Goblin.

Ho detto Goblin? Questo porta al cattivo del film e, anche qui, abbiamo finalmente una piacevole novità. L’avvoltoio è il primo villain davvero credibile dell’universo cinematografico Marvel. Ha una genesi efficace, le giuste motivazioni, tanto che a tratti si arriva persino a solidarizzare con lui. Un disperato portato alla malvagità dalle contingenze, potremmo dire. Aiuta moltissimo anche il suo interprete, Michael Keaton.

Piccola digressione a proposito: Keaton ha fatto un percorso unico nel mondo del cinema supereroistico. È il Batman di Tim Burton negli anni ’90, è poi il protagonista del meraviglioso Birdman di Iñárritu, per chiudere poi il cerchio con l’avvoltoio. Ed è eccezionale in tutti questi ruoli.
Chiude il successo del film il numero impressionante di chicche e citazioni che nasconde, dall’avvio in versione go-pro (che riprende la scena dello scontro di Civil War) agli affettuosi sberleffi allo Spider-Man più canonico, dalle chiacchierate tra Peter e l’intelligenza artificiale della tuta fino alle apparizioni di Capitan America nei video educativi. Se tenete conto che, a questo punto della cronologia, Capitan America è un fuorilegge, il riferimento all’uso dei media è davvero interessante e mi ha ricordato la (per me) geniale interpretazione dei media che Paul Verhoeven inserì nel poco apprezzato e forse poco compreso Starship Troopers.

Insomma, è possibile dare cinque stelline a un film di supereroi? Sì, è possibile, senza togliere nulla a film più profondi è impegnati. Regalatevi un paio d’ore di intrattenimento brillante con, finalmente, il primo supereroe veramente del nuovo millennio.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Spidey volteggia sulle note di Blitzkrieg bop dei Ramones. E ho detto tutto.

A chi lo consiglio: ai fan più accaniti e conservatori dello Spider-man, anzi no scusate, dell’Uomo Ragno dei fumetti. Anche io ero così e mi sono ricreduto.

Abbinamento suggerito: una coca e popcorn, che un poco adolescenti, questo film, fa tornare.
Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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