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Sotto attacco

Era una soleggiata mattina di settembre e Donald si apprestava a tagliare l’erba in giardino. Da settimane la moglie lo tormentava perché si decidesse a farlo, ma lui era sempre riuscito a propinarle un’ottima scusa. Ormai, però, l’erba gli arrivava a metà gamba e non era più possibile rimandare. Stava per spegnere la radio e avviare il tagliaerba, quando urtò accidentalmente un tasto e cambiò stazione. Le note di “Fly me to the moon” di Sinatra furono sostituite dallo speaker della CNN che riportava gli sconvolgenti avvenimenti delle ultime ore. Due Boeing 767 si erano schiantati contro le Twin Towers di New York e i due edifici, invasi dalle fiamme, minacciavano di crollare. Sul posto erano accorsi forze dell’ordine e vigili del fuoco, ma la città era nel panico e le telecamere registravano scene apocalittiche. Sotto lo sguardo inorridito dei passanti, le persone che non erano riuscite a lasciare le Torri, si stavano gettando nel vuoto dai piani più alti, consapevoli di non avere alcuna via di scampo. Ben presto, poi, polvere e detriti avevano invaso le strade costringendo tutti a scappare per non respirare quel mix tossico e rendendo più difficili i soccorsi. Per un attimo Donald pensò di aver capito male, ma la radio continuava a fornire dettagli sempre più raccapriccianti e il suo cuore, non più tanto giovane, gli giocò un brutto scherzo. Improvvisamente si sentì mancare e, nel tentativo di trovare un sostegno, si aggrappò alla leva del tagliaerba mettendolo in funzione. Un movimento brusco, l’impossibilità di fermare la caduta, l’urlo straziante. Il macchinario gli staccò quasi completamente due dita del piede, prima di incastrarsi sotto le assi del portico. Donald non vide nemmeno arrivare il fiotto di sangue che gli inzuppò pantaloni e camicia, tanto era sopraffatto dal dolore. Per alcuni interminabili minuti credette di non riuscire a trattenere il vomito, ma poi, lentamente, si impose di calmarsi e di riprendere il controllo del suo corpo. Non si accorse che il suo vicino di casa aveva assistito alla scena e stava correndo verso di lui.

«Cristo Santo! Si è quasi amputato un piede signor Sterling! Aspetti che l’aiuto. Cerchi di resistere e non si muova mentre glielo bendo». Senza aspettare alcuna conferma, Hanry Deluca si strappò la manica della camicia e la avvolse attorno alla ferita cercando di fare la massima attenzione, ma Donald urlò di nuovo.

«Mi spiace. Immagino quanto le faccia male ma la fasciatura deve essere abbastanza stretta. Sta perdendo troppo sangue».

«Invece non se lo può immaginare quanto il dolore mi stia penetrando il cervello, glielo garantisco io!»

«D’accordo. Magari più tardi mi fa un grafico. Ora dobbiamo andare di corsa all’ospedale, se non vuole morire dissanguato. Coraggio, si appoggi a me e provi ad alzarsi».

«Aaaah! No, non ce la faccio. Ascolti, lei è molto gentile ma non è necessario che si dia tanto disturbo. Devo solo chiamare il 911. Ci penseranno loro a me».

«Ma scherza? Non ha sentito la radio? Alle Torri. Sembra sia stato un attentato terroristico. Nessuno sa quanti siano i superstiti e in che condizioni si trovino. È un vero disastro e c’è bisogno di trasfusioni, mezzi di trasporto, medici e paramedici. Insomma, tutto l’aiuto possibile. Non troverà un’ambulanza in tutta New York. Ogni unità a disposizione si sta recando sul posto per dare una mano. No, la porto io con la mia macchina. È l’unica soluzione, mi creda.»

A malincuore, Donald dovette dargli ragione. Improvvisamente si ricordò di non aver visto una pattuglia da ore e comprese il perché di quella calma innaturale in tutto il quartiere, quasi come se tutti trattenessero il fiato e il tempo si fosse congelato. Mentre il suo zelante vicino lo aiutava a salire su una Ford Mustang blu elettrico, Donald si augurò che quel curioso italo-americano dall’aria preoccupata sapesse guidare meglio di come teneva la sua casa. Gliel’aveva ripetuto fino allo noia che i rami delle querce sconfinavano nel suo giardino e andavano potati, che le pattumiere non potevano occupare tutto il marciapiede e che doveva aggiustare la staccionata prima che qualcuno si ferisse con un asse scheggiata. Ma niente. Deluca non l’aveva mai ascoltato. Per anni si erano rinfacciati reciproche manchevolezze e ogni occasione era buona per stuzzicarsi e farsi saltare i nervi a vicenda. Donald non si sarebbe mai aspettato tanto altruismo da un tizio che sei giorni alla settimana gli bloccava il vialetto d’ingresso con quella scassatissima Mustang, solamente per fargli un dispetto. Ironia della sorte, proprio la Mustang lo stava portando verso la salvezza.

Filò come una scheggia per le vie deserte della periferia, finché non cominciarono ad avvicinarsi al centro. «Accidenti! Anche questa strada è bloccata. Dobbiamo rifare il giro». Deluca faticava a destreggiarsi nel caos generale, impegnato com’era a eludere gli ingorghi. La polizia aveva transennato Wall Street e deviato il traffico, facendo confluire le auto in zone meno a rischio. Intanto, alla radio continuavano gli aggiornamenti in tempo reale «… voci non confermate sostengono che gli aerei dirottati siano più di due e che potrebbero venire colpiti altri punti strategici del Paese…» A quelle parole, Deluca impallidì e prese una buca in pieno, sbandando pericolosamente. «E stia attento! Così ci ammazziamo! Se aveva queste intenzioni, poteva lasciarmi dov’ero!» Donald era stremato. Il piede gli faceva un male cane e forse aveva perso i sensi per qualche secondo visto che, girandosi di nuovo verso il suo vicino, restò di stucco nello scoprire che stava piangendo.

«Ma cos’ha? Guardi che sono io quello con le dita tranciate, eh». Donald cominciava a pensare che quell’uomo non avesse tutte le rotelle a posto. Certo, la situazione era tragica e anomala ma, dopo aver dimostrato tanta prontezza di spirito nel prestargli soccorso, ora quel pianto immotivato lo spiazzava. Ripensando ai fatti di quella mattina, però, doveva ammettere che il vicino aveva un’espressione indecifrabile fin dall’inizio, come se la sua mente fosse sempre stata da tutt’altra parte. Decise di rivolgersi a lui con un tono più rassicurante. «Senta, mi sembra evidente che in queste condizioni non posso guidare io. Quindi, forse è il caso che accosti e si calmi».

«Mio figlio» riuscì a dire l’anziano vicino, dopo parecchi minuti e dopo aver abbondantemente rallentato. «Mi ha telefonato poco prima che lei avesse il suo incidente col tagliaerba. Joseph è su uno degli aerei dirottati. Doveva andare a San Francisco a trovare suo fratello e invece…» L’uomo si asciugò le lacrime con la manica che gli era rimasta e proseguì il racconto. «Mi ha detto che alcuni terroristi li minacciano con dei coltelli. Hanno sgozzato un’assistente di volo e fatto irruzione nella cabina di pilotaggio. Li hanno sentiti dire che vogliono far precipitare l’aereo su Washington DC». Donald ascoltava in silenzio, sconvolto al pensiero di quanto stava accadendo. Si ricordava di Joseph, uno dei due figli che Deluca aveva cresciuto da solo, dopo che la moglie era scappata in Florida con un agente di cambio. Un ragazzone alto, con gli occhi chiari. Gentile, sempre sorridente e pronto alla battuta, in quel momento si trovava in pericolo e suo padre non poteva fare assolutamente nulla per lui. Donald si pentì di aver pensato che il vicino fosse pazzo e si domandò dove trovasse tutta quella forza. Non riusciva nemmeno a immaginare cosa stesse passando e, alla luce di quella scoperta, il suo incidente gli sembrò una macabra burla del destino.  Si guardò intorno. Le sirene, le grida, la polvere che copriva ogni cosa. Tutto gli ricordava che erano nel bel mezzo di un’emergenza, ma non ne era stato completamente consapevole fino a quel momento. “Forse mi trovo in un incubo” pensò e chiuse gli occhi sperando di svegliarsi ma quando li riaprì, l’orrore era ancora là. Morte, disperazione, distruzione. Il mondo era impazzito e lui, sempre più debole, avvertì con una sconcertante apatia quanto la vita sembrasse abbandonare tutto, fuori e dentro di lui. Stava per svenire di nuovo quando finalmente raggiunsero il pronto soccorso e mani esperte lo sollevarono per metterlo su una barella. Vide Deluca stringergli un braccio. Quell’uomo stava per perdere un figlio e rincuorava lui. Donald avrebbe voluto ringraziarlo, dirgli che d’ora in poi poteva contare su un nuovo amico, ma un cellulare squillò e Deluca si allontanò per rispondere.

“Papà, volevo avvisarti che io e gli altri passeggeri abbiamo deciso di fare qualcosa… Siamo tutti d’accordo  e cercheremo di fermarli, in qualche modo. Ora devo andare, stiamo per entrare nella cabina di pilotaggio. Ti voglio bene, papà».

 

Romina Marzi

 
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  • amara

    mi è piaciuto, realistico, senza eccessi, scorre piacevolmente e rende facile immedesimarsi
    la piccola morale è solo un accenno che non pesa