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Solitarie riflessioni

Spesso l’unica visione che ho di lei è la sua immagine fugace, il mattino.

Il suo mugolio nello spegnere la sveglia, lampi di corpo più o meno coperti, una corsa sotto la doccia, un frizzare davanti all’armadio, nello scegliere abiti adatti alla giornata. Le sue imprecazioni, un maschiaccio a volte, tanto da dover trattenere una risata, quando fa tardi, di fronte a un gancetto riottoso, verso il mondo che la attende dì lì a poco, fuori dalle finestre, quando è così grigio che sembra faccia piovere cenere, invece che acqua. Pochi istanti seduta qui accanto, il viso accarezzato ora da una crema, pennelli, matite, a sottolineare gioia e luce, anche quando gioia non è. Pochi istanti, l’ultima occhiata, un mezzo sorriso come di saluto, prima di essere inghiottita dalla vita, fuori.

Pochi istanti, sì, eppure io esisto solo per quelli.

Non parla quasi mai quando siamo nella stessa stanza, non serve. Tranne forse nell’anticamera di una giornata che la eccita, la spaventa. Quei giorni che pensiamo tanto importanti da poter cambiare tutti gli altri giorni, che ricopriamo di colori sui calendari. Gliel’ho visto fare tante volte in questi anni che ne ho perso il conto, ho perso il conto degli intrecci tra queste eccitazioni programmate e lo stupore dei mille giorni imprevedibili.

Provo a ricordarli, quando lei è via. Quasi sempre da solo, anche se di tanto in tanto il gatto viene a riposarsi qui vicino, stremato dalle sue segrete avventure domestiche.

Ero con lei quando siamo venuti in questa casa. La prima casa, l’indipendenza, la libertà. Un pugno di metri quadrati poco ingombrati da mobili disegnati appositamente per urlare la loro produzione in serie. Eppure casa, essere grande, essere donna. Da lì, torrione e castello, alla conquista del futuro, o almeno del suo stupore. Sono stato con lei nelle sue prime esplorazioni del mondo, nei suoi trionfi e nelle sue disfatte. L’ho sentita urlare di gioia dopo una telefonata, promessa di un lavoro tanto cercato e sognato e ho visto i suoi occhi fissarmi vuoti e smarriti, dopo un’altra telefonata giunta a strapparglielo via. Ho sospirato dei suoi sospiri di passione, ombre fuse e confuse in poche o molte notti, e ho pianto con lei per giorni interi, amori rifiutati, amori perduti, traditi. Ho riso con lei, nel calore di una casa dolcemente invasa dagli amici, e sono stato l’unica immagine di una prigione altrimenti vuota e immobile.

L’ho vista fiorire, ripiegarsi su sé stessa e poi fiorire di nuovo. Stonare vecchie canzoni a squarciagola, quando non c’erano altri modi di proclamare la propria felicità. L’amarezza a offendere gli angoli della bocca, nascosta a tutto il mondo. Tranne che a me, depositario di ogni suo segreto. Ho imparato del suo farsi strada là fuori, dell’importanza della sua schiena dritta e della furia cieca per quelle poche, pochissime volte che è stata costretta a piegarla. L’ho imparato da qui dentro, osservandola nel curarsi le ferite. Ho visto, nelle sue parole, cicatrici altrimenti invisibili. Di tanto in tanto l’ho anche perduta, nell’apatia di giorni colpevolmente identici, privi di senso, senza che avessi il minimo potere per risvegliarla. Lo ha fatto lei, come sempre, con le sue sole forze. Un respiro profondo, quel mezzo sorriso segreto ed enigmatico al mondo, eccezion fatta per noi due, e di nuovo avanti. Ancora. E ancora.

Lì fuori potrete avere mille idee su chi sia possibile definire eroe. La mia è molto semplice. Lei. Fatta di colori, colori infiniti. Colori che ogni giorno si immergono nel bianconero del mondo. A volte lo rendono un po’ più vivido, a volte ne sono diluiti. Folli, ostinati, prima ancora che infiniti. Ogni mattina sono di nuovo lì. Pronti a ricominciare.

Buio che filtra dalle imposte chiuse, il gatto miagola alla porta di ingresso. Lui la sente, prima ancora che lei si renda conto di essere arrivata a casa. Pochi minuti e la porta si apre. Sono abituato a essere ignorato, nelle ore che trasformano la sera in notte. Mi distraggo nella luce che filtra dall’altra stanza, nei rumori di una quotidianità che volge verso il suo sereno terminare. È sola, questa sera. Da qualche mese un nuovo compagno cammina con lei. A volte me la ruba, lasciandomi solo la notte. Capisco che succederà, sentendo la vecchia vicina di casa entrare per occuparsi del gatto. Più spesso è lui a unirsi alla nostra compagnia. Forse col tempo finirò per volergli bene, se rimarrà. Certo non come a lei, questo è impossibile, ma quasi, anche se non mi dice nulla, nessun segreto. Si limita a osservarmi vacuo, il mattino, nel farsi il nodo alla cravatta. Forse è timido.

I rumori si attenuano, arriva quel momento magico, solo nostro. A volte è fatto di pochi istanti, il suo sguardo distratto nel levarsi il trucco ed i pensieri della giornata. Altre volte racconta tutto, a me o al suo diario, posato proprio qui di fronte. Stasera ne apre le pagine, scrive poche righe, poi alza gli occhi su di me. Le legge. No, le recita. Sorride, ci sorridiamo. «Voglio abbracciare il sole e baciare la luna. Voglio che ogni pianeta mi sveli il suo più nascosto segreto e che ogni stella mi mostri il suo vero colore. Voglio il vuoto siderale. Voglio che questa piccola biglia azzurra brulicante di caos sia sconfinata». Poetessa, non lo so. Non so neppure se siate delusi dalle mie parole. Forse eravate ad attendervi strane magiche avventure, non un quotidiano esistere. Ma io sono soltanto uno specchio, non certo quello magico delle fiabe, una umile lastra di vetro abbracciata a un foglio argentato, con piccole luci intorno. E lei, che da sempre si riflette in me, io amo e accompagno. Unica, sì, unica anche dentro un milione di giorni uguali, il mio eroe di colori. Non ho bisogno di essere magico per sapere di migliaia di altri specchi intenti a pensare la stessa cosa, nel loro apparente indifferente riflettere. Conosciamo, custodiamo con cura quei preziosi, segreti sorrisi.

Ricordi di specchio, mentre un poco di luna mi aiuta a riflettere il suo addormentarsi.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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