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Slegami

Il matrimonio, che gran parola. Come si decida di regalare la propria esistenza a qualcun altro è ancora un mistero per me. Ho sentito parlare di tizi che ai giorni nostri organizzano vere e proprie cerimonie per dichiarare amore eterno a loro stessi, “perché nessuno mi amerà mai come mi amo io”. Non hanno tutti i torti. Sempre mi sono domandata come alcuni legami riescano a resistere così a lungo e come – nell’intrigata intimità di una persona – si possa infilare qualcuno dentro al cuore, non letteralmente parlando. Come puoi prenderti un pezzo di me e portartelo via per il mondo? E se lo rivolessi indietro poi un giorno?

«Lil mi hai sentita?»
I pensieri si riaggomitolarono risucchiati da una voragine.
«Terra chiama Lil, terra chiama Lil».
Mi resi conto che c’era bisogno di me, la sposa stava aspettando il suo velo. Non saprei quantificare il tempo in cui restai a ciondolare dentro la mia testa.
«Sì, eccomi» scesi dalle nuvole «arrivo Effe».

Francesca – per me e solo per me Effe – da che ho ricordi, è sempre stata amica mia. La conobbi ad un corso in palestra quando eravamo due pazze venticinquenni e finimmo per parlare della vita su uno scoglio vicino al faro là al porto. Anche lei è per me un porto sicuro, una certezza. Qui non si parla di anni o di numeri, ma di una quotidianità che va avanti da un pezzo. Un bel legame direi, tanto per restare in tema.
Raggiunsi la sua stanza e la vidi fissare lo specchio, seduta sulla poltrona verde. Giocherellava con un boccolo di capelli bruni che morbido cadeva sul pizzo avorio del vestito. Mi avvicinai e fu come se non se ne fosse accorta.
«Effe?»
«Camilla siediti, devo dirti una cosa».
Non provai a dirle che era tardi e che mancava poco all’inizio della cerimonia. Mi aveva chiamata con il mio nome, aveva detto “Camilla” e questo non era mai un buon segno.
«Devo raccontarti una storia. Voglio che la tenga tu. Non può più essere mia, ma se non la racconto a qualcuno ho paura che vada persa. Ho deciso di raccontarla a te, posso fidarmi?»
Non risposi.
«Non sono mai stata solo di Lucas».
“Deve essersi scolata qualche litro di birra” pensai. La lasciai proseguire.
«Lil è tutta una questione di legami. I legami, mannaggia, sono la rovina delle persone».
Guardò fuori dalla finestra.

«Lo incontrai alla facoltà di farmacia, frequentava la mia stessa classe. Piaceva a tutte le ragazze del corso, per me era uno qualunque. In un primo momento non lo notai, anzi a dire il vero, per tutto il primo anno. Poi un giorno a laboratorio me lo trovai a fianco, non mi ero mai accorta che quegli occhi fossero così tanto blu. “Comunque piacere” mi disse “io sono Dan”. Non so spiegarti come quelle parole mi entrarono e non uscirono più. All’epoca ero fidanzata con un ragazzo più grande di me, un ballerino di free style che mi aveva fatto perdere la testa. Dan era semplicemente il mio migliore amico, non che compagno fidato di laboratorio. Tuttora non so dirti chi tra noi due fosse la mente e chi il braccio, forse eravamo semplicemente tutto, tutti e due».
Si voltò verso di me, sorrise di tristezza.

«E poi?» dissi.
«Durante l’ultimo anno di liceo, le cose tra me e il mio ragazzo iniziarono a non funzionare più tanto bene, ci lasciammo un sabato sera in cui lui aveva bevuto. Era arrabbiatissimo per essere arrivato secondo in una competizione di hip hop che era sicuro di vincere. Lo vidi sbraitare, barcollare con il bicchiere in mano, buttandosi addosso a qualsiasi ragazza carina gli si presentasse davanti. Lo lasciai con un messaggio il mattino seguente. Non lo vidi più».

Le domandai con gli occhi.

«Vuoi sapere di Dan? Ci sto arrivando Lil. Dan il giorno seguente mi disse che ci aveva iscritti a una lezione di ballo»
Iniziò a ridere fino alle lacrime.
«Si. Sempre gli avevo detto che avrei voluto tanto ballare e lui mi ci portò. Sai come andò a finire?»
Non ci fu bisogno che rispondessi.
«Si innamorò del ballo più di quanto lo amavo io, il ballo intendo» danzò per la stanza «il ballo è un modo per amarsi in silenzio, capisci? Andavamo a lezione tre volte a settimana. Mi disse che sarei stata l’unica donna della sua vita, durante un giro di valzer. Non risposi».

«Tu lo amavi?» mi permisi di interrompere.

«Ma sì che lo amavo, per quanto può amare una ragazzina di diciannove anni. Ma lui era il mio migliore amico, non potevo. Certe cose si capiscono solo quando ormai è tardi. Eravamo una coppia perfetta sul palco, due amici altrove. Mi bastava».

«Ma quando noi due ci conoscemmo, tu eri fidanzata con Lucas» pensai a voce alta «e poi che vuoi dire con “troppo tardi”? Troppo tardi per cosa?»

«Dan si fidanzò con una ragazza, molto carina. Lei ovviamente mi odiava, classiche scene tra fidanzata e migliore amica. Ma a me non importava. Andava bene così. Il nostro rapporto rimase lo stesso, lui me l’aveva detto: l’unica donna della sua vita… » si spense.

“Roba da film”, pensai.

«Nel frattempo conobbi altri ragazzi, che lasciai e ripresi più volte. Confessai a mia sorella che non mi importava realmente di nessuno, sapevo che Dan sarebbe stato il mio destino. Glielo dissi seduta fuori dalla gelateria lì all’angolo, la stessa dove piansi a dirotto circa un mese dopo».

Eravamo sedute per terra come due bambine all’ora del tè. Io con in mano il cuscino e lei il cuore.

«Te lo prometto» le dissi «terrò questa storia per sempre».

«Un giorno arrivai a lezione di ballo puntuale. Ero in ritardo: ci davamo tutti appuntamento sempre almeno dieci minuti prima per prenderci un caffè e fare due moine davanti allo specchio. Quel giorno ero arrivata tardi e mi catapultai dentro la sala, con ancora una scarpa a metà piede. “Eccomi”. Ma lui non c’era. Dove mai poteva essersi cacciato? L’insegnante mi ordinò di mettermi in fila con le altre ragazze e lo cercai di nuovo con lo sguardo mentre i piedi seguivano la musica».

«Arrivò?»

«Arrivò. In ritardo, come mai era successo. Arrivò e faticò a guardarmi in faccia, mi salutò con gli occhi lucidi. Rideva. Non era lui, doveva essere successo qualcosa» storse il naso.
«Ballammo senza mai fermarci per due ore. Lo guardavo dal basso – nonostante le scarpe col tacco – mentre mi guidava per la pista, lo strinsi un po’ di più. A fine lezione, dopo aver salutato tutti lo rincorsi all’uscita per chiedere spiegazioni. “Che hai fatto?” continuavo a chiedere. Poi me lo disse, come gli uomini dicono le cose. Mi disse che la sua fidanzata aspettava un figlio da lui; me lo disse come si comunica il risultato di una partita».

Venne da piangere anche a me.

«Piansi per giorni, Lil. Il resto lo porto dentro di me, se non ti dispiace. Ti basti sapere che i legami ti logorano dentro, se non sono quelli giusti. Mi telefona spesso, anche dopo anni, sempre quando ne ho bisogno; non so come faccia a saperlo. L’altro ieri è venuto in negozio solo per dirmi che aveva il colesterolo alle stelle. Ti sembra normale?»

«E Lucas?»

«Lucas lo conobbi in un giorno di sole. Mi promise che non mi avrebbe mai lasciata e io non avevo bisogno di altro. Lo amo da impazzire, è l’uomo della mia vita».

La accompagnai tra le braccia di suo padre e piansi un po’ vedendola percorrere la navata.

 

“I legami, Lil, i legami vanno oltre ogni cosa”.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

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Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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