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Scrivere i colori dell’estate

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Azzurro. Bianco. Sabbia.
Poi il verde di una pineta o quello picchiettato di rosa e rosso degli oleandri. I toni, ammettiamolo, plastificati e un po’ psichedelici dei giochi per bambini e dei costumi da bagno. E poi neri di strade e cormorani, pelli bianche e scure separate da quelle dei turisti nordici, generalmente color plutonio in fase di fusione, la luce viola della sera a riportare le sfumature in una stagione che, altrimenti, sarebbe definita dalle sue tonalità nette.
La tavolozza di colori dell’estate è ricca, quasi prepotente. Oggi, ultimo giorno di luglio, cuore dell’estate, fa capolino da ogni pertugio.
Possono però i colori diventare parola, storia, narrativa? Insomma, lo sappiamo che sono fratelli di pittori e fotografi, ma per chi scrive?
La risposta è sì, possono. Devono.
Magari non lo faranno direttamente, con la loro semplice esistenza, ma saranno lì a urlarci suggerimenti e suggestioni. Saranno in grado di rendersi protagonisti spingendoci a scavare nella nostra memoria e nel nostro spirito inseguendo un’idea, oppure di farsi sfondo, per presentarci nella miglior luce possibile – letteralmente, è proprio il caso di dirlo – una scena che dovremo essere bravi a registrare, a mettere da parte perché diventi una delle pennellate che andranno a comporre la nostra prossima narrazione.
L’ocra dorata del lume di candela illuminerà due volti che si guardano adoranti oppure sarà schermata da due cellulari, occhi distanti e altra luce bianca e fredda?
I colori assoluti del bagnasciuga ospiteranno, nel loro giocare a fare trompe-l'œil, una coppia di anziani che si tiene per mano, una banda di ragazzi chiassosi o una qualche bellezza che viene giustamente ammirata?
Oppure, per dire, che fa di tutto per essere ammirata?
Qual è la sfumatura della sera che separa le cicale dai grilli?
E la quantità di nero nel blu della notte, perché accolga stelle cadenti, sospiri e risate di amanti, sguaiatezze che ci si permette solo da turisti, quale deve essere?
I colori sono fondamentali, soprattutto per chi non può usarli, soprattutto per chi ha a disposizione solo un tratto scuro su una pagina bianca.
Avete notato come i toni dell’estate cambino la nostra percezione? Le donne sono più belle, ricevono in prestito quella luce che si accomoda appena sotto la pelle, che fa capolino tra i vestiti leggeri (e non dubito che, chi invece apprezza il genere maschile, saprà vedere e magari suggerirmi qualcosa di assolutamente analogo). I sorrisi sono più grandi, così come gli occhi che guardano. Le urla, soprattutto quelle dei bambini, possono salire incuranti a qualsiasi livello e saranno comunque più soffuse e meglio accolte. Persino la pioggia è diversa. Possiamo passare interi inverni a maledire l’umidore che sbrodola dal cielo, ma ci fermeremo incantati a osservare i colori violenti di un temporale. Anche se ci tengono lontani da spiagge e sentieri di montagna, anche se ci inzuppano perché l’ombrello, d’estate, per carità!
Tutto questo potrà sembrarvi un volo pindarico privo di senso e forse un po’ lo è, ma voglio riportarlo a qualcosa che riguarda, che serve a chi, come noi, non può vivere senza la parola scritta.
Presto sarà freddo e grigio e buio p(r)esto. Questa bellezza servirà, per lo spirito e per la penna e un modo, ve lo assicuro, c’è.
Lo scrittore, che sia di lungo corso o a un inizio spinto dalla passione, non va mai davvero in vacanza. Tra i teli da spiaggia e i racchettoni, pieno di sabbia, umido magari per un costume incurante gettato nella borsa, eccolo lì.
Il taccuino.
Portatelo con voi, sempre. Non importa se si rovinerà, se lo ridurrete strappando pagine e pagine per segnare appuntamenti, indirizzi, numeri di telefono, non importa. Il taccuino è un amico fedele, che non si formalizza. Non ci dovete nemmeno scrivere su storie, non ci dovete nemmeno scrivere su idee e bozze di storie.
Niente stress, niente pressione.
Usatelo semplicemente per fermare, uno a uno, tutti questi colori, tutte le impressioni che incontrerete e che vi faranno danzare qualcosa dentro.
Anche la cosa apparentemente più piccola e senza importanza. Se l’avete notata, evidentemente per voi non sarà così.
Quel volto così particolare, due sedili più in là sul treno o sull’aereo, forse un giorno diventerà il protagonista di un vostro racconto.
Quella persona così affascinante che avete incontrato e che è svanita dopo pochi istanti tra la folla, lasciandovi imbambolati tra le vetrine e i tavolini dei bar, forse una sera d’inverno vi farà da musa (e usiamo musa come generico che, perdonatemi, ma “muso” non rende benissimo l’idea).
Quella notte in cui non avete magari fatto nulla di speciale ma sentite come se la gioia fosse così grande da strapparvi la pancia e il petto che non riescono a contenerla, riempirà pagine su pagine tra qualche mese. Così come la tristezza, l’inquietudine che magari vi sorprenderanno quando meno ve lo aspettate, magari davanti a un tramonto sul mare, quando si ferma il vento e in acqua restano solo i bambini più insensibili alle urla di rimprovero dei genitori.
Scrivete, scrivete tutto! Fermate su carta tutte queste e le altre centinaia di impressioni che l’estate lascerà in voi. La mente non si ferma mai, per fortuna, ma questo significa anche che, lasciate alla sola memoria, queste immagini svaniranno insieme ai loro colori, per lasciare il posto ad altre e nuove. Riponete la vostra fiducia nel vostro amico taccuino, per conservarle, come fosse una bottiglietta piena di sabbia e conchiglie o un rullino fotografico (pardon, una sotto-cartella della directory “immagini”) che svilupperete mentre fuori gela.
Datemi retta, scrittori di lungo corso, scrittori alle prime armi, scrittori che ancora non hanno scritto nulla ma sentono il bisogno di farlo, che lo faranno.
Scrivete i colori dell’estate.
Vi serviranno.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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