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Scacchiera

Qualcuno le aveva messo in testa una corona e l’aveva spinta con una manata nello spazio delimitato da quadrati bianchi e neri.
La stavano osservando. Era una situazione molto imbarazzante. La luce era soffusa ma un fascio di luce le puntava la testa e la costringeva a tenere gli occhi socchiusi. Dal punto in cui si trovava poteva vedere la torre, l’alfiere e il re dell’avversario. Aleggiava un silenzio penoso.
Toccava a lei?
Poteva muovere i suoi passi di lato, era la regina, no? Non ricordava bene le regole.
Le tornò in mente quel gioco che faceva da bambina, come si chiamava?
“Uno, due, tre... stella!”
Chi conta volta la schiena a tutti, gli altri avanzano fino a quando la conta finisce: uno, due, tre, stella. Allora chi conta si gira di scatto e tutti gli altri devono rimanere fermi, come statue, in una posa qualsiasi, pena il retrocedere fino alla partenza. Chi arriva a toccare la schiena di chi conta urla: “Stella!”
Oh sì, quello era il gioco che avrebbe voluto fare in quell’istante.
Uno, due, tre... Viiiaaaaa. Non si sarebbe girata, né fermata. Avrebbe preso il largo e percorso strade inusuali, vestito abiti imprevedibili, parlato lingue sconosciute.
Qui la situazione era diversa, nessuno aveva l’aria di volersi divertire. L’ambiente era maledettamente serio, nessuno avrebbe chiuso gli occhi per contare. Però qualcuno sbadigliava.
Il signore in fondo, l’alfiere con il pastorale in mano, si grattava annoiato la punta dell’elmo.
Quello sul cavallo strisciava l’indice sull’armatura all’altezza del gomito come a voler togliere una macchia. Accanto, la torre si controllava le unghie spingendo le pellicine di una mano con le unghie dell’altra, poi osservava il risultato tenendo il braccio teso e la mano aperta.
L’attenzione si era abbassata, forse poteva provare a uscire di scena.
Doveva trovare il coraggio, non poteva passare il resto della sua vita a fare un gioco che non le piaceva. Non voleva essere lì. Non voleva quella corona in testa. Perché nessuno aveva chiesto il suo parere?
«Ti va di provare a fare la regina?»
«No, grazie» avrebbe risposto lei.
«Ma come, a chi non piacerebbe fare la regina? Vuoi fare il cavallo? Il pedone?» stupore, incredulità. «Vabbè, fai qualcosa, non puoi stare seduta tutto il tempo ai margini del perimetro a guardare e basta!»
Non si può? Chi l’ha detto?
Era il momento giusto per allungare in modo impercettibile il piede fino alla casella vicina.
Doveva pensare e ricordare, difendersi dall’alfiere, dalla torre, dal re…
Ora ricordava le regole: non fare vedere le proprie intenzioni, muoversi come per fare una cosa ma pensarne completamente un’altra. Sorridere a tutti ma solo per educazione - niente trasporto emotivo che quello distrae e alla fine ti fanno secca -. Fare riverenze educate ai superiori, distruggere senza scrupoli i pezzi minori. Studiare le mosse altrui, fare strategie, consultare gli esperti. Non avere pietà.
Forse poteva farcela, un bel respiro e poi avrebbe potuto meritatamente dedicarsi alle sue passioni: viaggi, letture, coltivare un orticello, fare decoupage, studiare le lingue antiche…
Dopo però, ora non poteva sbagliare, perché fino a quando non avesse vinto almeno una partita si sarebbe ritrovata lì, su quella scacchiera, in un ruolo o in un altro.
Tanto valeva provarci.
Uno, due, tre…
Stella!

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Angela-Faraoni

Angela Faraoni

Redattrice
Sono del segno dei gemelli. Amo i colori, ma anche il bianco e nero. Amo osservare i particolari, ma anche rinchiudermi nel mio mondo e non esserci per nessuno.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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