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Reddito universale e di cittadinanza. La parola alla fantascienza.

Premessa doverosa: questo non è un articolo politico e nemmeno di economia, non è il nostro mestiere. È tuttavia innegabile che oggi, in una crisi che sembra interminabile e irreversibile e con la preoccupazione sempre più marcata della scomparsa del lavoro come lo intendiamo tradizionalmente, a causa dei progressi nell’automazione e nella robotica, i ragionamenti sull’UBI (Universal Basic Income, o reddito universale di base) prendano sempre maggior spazio. Non solo, negli Stati Uniti è già in corso una fase di test, con il CEO di Y Coordinator, Sam Altman, che sta finanziando già oggi 50 persone con 1500$ al mese per fare nulla. In generale però tutti i grandi attori delle società tecnologiche statunitensi supportano l’idea, da Zuckerberg Elon Musk, da Chris Hughes fino a Bill Gates, uno dei primi a parlare apertamente di “tassazione per i robot”. Come detto in apertura non è nostro compito analizzare la proposta e non ne abbiamo nemmeno le competenze. La cosa curiosa, di cui ci vogliamo occupare oggi, è che non si parli affatto di una novità. La fantascienza (che molto spesso, clamorosamente, indovina con decenni di anticipo le tendenze della società) ne tratta sin dagli anni cinquanta, affrontando l’argomento dai più diversi punti di vista, dando la parola ad autori liberal e conservatori. Qui di seguito ci siamo divertiti a elencare alcuni degli scenari più noti.


STAR TREK
Non potevamo non partire dall’universo fantascientifico più famoso, all’avanguardia sin dall’inizio, tanto da destare scandalo (uno dei primi baci interraziali della tv, un russo tra i protagonisti principali in piena guerra fredda, solo per fare due esempi banali). L’economia, in Star Trek, è estremamente sfumata ma con riferimenti precisi, che verranno poi esplicitati dal capitano Picard nel lungometraggio “Primo contatto”. Sostanzialmente in questo futuro non esiste denaro, non esistono obblighi e ognuno sceglie e porta avanti il lavoro che sente più suo. Una sorta di realizzazione del socialismo utopico, con tutti i suoi pregi e nessuno dei suoi difetti, se non la necessità della velocità di curvatura e della presenza di una federazione interstellare per sostenere l’impianto.


ROBERT HEINLEIN E JOE HALDEMAN
Due autori famosissimi, con due tematiche simili e spesso visti come portatori di due visioni opposte dello stesso mondo, una da “destra” e una da “sinistra”. Heinlein, volontario alla fine degli anni ’20 in marina e anche durante la Seconda Guerra Mondiale, ha sempre in realtà messo al primo posto la responsabilità del singolo nei confronti della società e i suoi lavori sono sempre stati attaccati alternativamente da liberali e conservatori. Se “Straniero in terra straniera” divenne un testo amato dalla controcultura Hippie, “Fanteria dello spazio” fu considerato un testo militarista e quasi fascista. La sua posizione economica però è rimasta sempre abbastanza coerente. Fin dal suo primo “A noi vivi”, pubblicato postumo, parla esplicitamente di credito sociale (nel 1938!), ma è proprio in Fanteria dello spazio che, al netto della tematica guerresca, viene esplicitata la sua visione in modo più compiuto. In questa ambientazione, infatti, tutti gli uomini possono vivere serenamente, senza bisogno di lavorare e neppure di impegnarsi più di tanto. Lo Stato è considerato un tutore generoso. Il prezzo, e qui emerge l’idea di responsabilità personale di Heinlein, è che alcuni diritti civili, in particolare quello di essere eletti ed elettori, sono concessi solo a chi accetta di affrontare i costi di un periodo di ferma a servizio dello Stato stesso. Costi di tempo per i ruoli di retroguardia e naturalmente costi anche in termini di pericolo, per chi invece sceglie la via militare che è poi il tema centrale dell’opera. Anche qui è comunque presente la scissione netta tra lavoro, doveri e sostentamento e anche per Heinlein, con tutte le sfumature del caso, possiamo parlare di utopia, per quanto a tratti graffiata, costosa e disperata.
Visione completamente diversa invece per Haldeman, innanzitutto scrittore molto più giovane che ha subito profondamente l’influsso degli anni ’60 e la partecipazione alla guerra del Vietnam, durante la quale venne ferito. Proprio questa esperienza lo portò a scrivere il suo romanzo più famoso, “Guerra Eterna”, testo profondamente antimilitarista, sarcastico e pessimista. Troviamo qui una delle prime voci non tanto critiche, ma almeno scettiche sul reddito universale. In vari passaggi del libro i veterani tornano a casa dopo decenni o addirittura secoli (in questo futuro non esiste la velocità superiore a quella della luce e la relatività si mangia letteralmente gli anni, da qui il titolo) e scoprono un mondo dove non risulta più necessario lavorare e tutti sono mantenuti dallo stato. Sono però gli aspetti negativi che l’autore fa emergere attraverso lo sguardo disilluso di Mandella, il protagonista. Al primo ritorno la pressione demografica è così forte che le persone vengono divise in categorie, i deboli e gli anziani lasciati morire senza cure. Al secondo sembra di assistere a un’utopia, il denaro non serve più e il mondo viene presentato loro come luogo di fioritura delle arti. Ma la quantità, pare, non ha prodotto anche qualità, non sono ancora apparsi nuovi Michelangelo o Leonardo. La critica implicita al sistema diventa poi esplicita nel finale, con i reduci che scelgono un mondo periferico e lontano dal nuovo super-uomo, ma che permette loro l’individualità anche a costo di lavoro durissimo.


SONDA CATHERINE SKYES
Autrice poco nota e molto poco prolifica, scomparsa nel 2005. Abbiamo scelto di inserirla per il romanzo “Genesi Marziana”, pubblicato all’inizio degli anni ’90, perché è l’opera che più entusiasticamente supporta l’idea di un reddito universale di base. Non solo, parla anche apertamente di redistribuzione e di doveri sociali dei più ricchi, qui rappresentati con la metafora del miliardario esiliato sulla colonia marziana apparentemente per punizione, ma in realtà per obbligarlo a dare il suo contributo allo sviluppo. Sviluppo che si realizzerà solo con la collaborazione, con la filosofia del “nessuno va lasciato indietro”, con la vittoria della condivisione sulle logiche di puro profitto e con il successo finale ottenuto soprattutto attraverso lo sviluppo delle competenze personali e creative, sviluppate concedendo tempo e sostentamento una volta attenuato “l’obbligo” del lavoro. Una lettura forse a tratti un po’ ingenua, ma sicuramente interessante.


JOHN BARNES
Autore relativamente giovane (è del 1957), la sua narrativa si caratterizza per essere una delle più orientate ai contesti sociali e soprattutto economici. Se nel ciclo delle Mille Culture si occupa soprattutto di globalizzazione ed effetti su culture isolate, per il tema di questo articolo ci interessa soprattutto L’età della guerra, romanzo del 1987 che in realtà, poco sotto la patina della trama, è un vero e proprio trattato che compara diverse dottrine economiche. In un Sistema Solare che vede contrapposte la Terra, le stazioni orbitanti e le repubbliche esterne, vediamo declinati un po’ tutti i principali sistemi economici: dal liberismo più sfrenato al socialismo, dall’economia programmata, all’assistenzialismo, fino al collettivismo. Un passo importante del libro tratta nel dettaglio, dando la parola a un ipotetico economista e sociologo del XXI secolo, proprio del reddito di base, inserito (come da incipit di questo articolo) per far fronte alla riduzione dei posti di lavoro a causa della produzione robotizzata e più in generale della scissione tra produzione e reddito. L’autore, al netto di un’opera molto dura e disincantata, sembra predire e sposare la posizione degli imprenditori della Silicon Valley citati, identificando il reddito di base come un passaggio naturale e fondamentale dell’evoluzione del lavoro.


ISAAC ASIMOV
Concludiamo questa piccola carrellata sui generis di “fantascienza economica” legata al reddito universale di base parlando di quello che forse è l’autore di genere per eccellenza. Asimov, paradossalmente, è anche il più contrario a questa visione. Forse è inevitabile per il suo vissuto, per il suo adeguamento al modo di concepire il mondo americano, in quel periodo in piena esplosione. Tutta l’opera di Asimov ruota attorno ai robot, al modo in cui cambiano l’esistenza stessa dell’umanità e ai pericoli potenziali che questo porta. Tuttavia la sua opera più famosa, la serie sulla Fondazione, bolla come fallimentari tutte le opzioni di economia assistenziale e vede la salvezza solo nella collaborazione (anche nascosta, vedi l’esistenza delle due Fondazioni) tra potere intellettuale e potere mercantile, ovvero il libero mercato.

Concludendo, si parla naturalmente di opere di fantasia, ma sarebbe sciocco liquidare il tutto senza prendere in considerazione le analisi sociologiche che le hanno create. Gli autori citati, in compagnia di molti altri non certo minori ma meno focalizzati sul tema, hanno esposto gli aspetti positivi dell’ipotesi di un reddito universale sganciato dal lavoro e anche quelli potenzialmente pericolosi. Vedremo nei prossimi anni in che direzione porteranno economia e politica e quali di queste visioni del futuro, ottimiste o pessimiste, si realizzeranno. Noi ci limitiamo a dare un umile consiglio a chi si occuperà di queste decisioni: non limitatevi alle sole cifre e al solo consenso elettorale.

Leggere le ipotesi di chi ha provato a viaggiare nel tempo guardando con infinita attenzione il mondo attuale che li ha circondati male non farà. Ricordate che, come ben disse William Gibson, “se c’è una cosa che ho imparato dalla fantascienza, è che ogni momento presente è al contempo il passato di qualcun altro e il futuro di qualcun altro”.

 
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Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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