Un giorno come tanti

Racconto

L’inizio di questa storia non è lontano nel tempo: in un giorno di sole, un ragazzo che all’apparenza era felice, calmo e in salute sostenne di non sentirsi bene.

I genitori e gli amici si trovarono spaesati quando il ragazzo pronunciò proprio quelle parole: “Mi sento male”. Come fanno i bambini, capendo dagli occhi che non scherzava, tutti gli chiedevano: “Perché?”. La scena sembrò ripetersi infinite volte. Il ragazzo in questione, incerto sul da farsi, appurato che nessuno aveva soluzioni per il suo malessere, ma solo domande cui non sapeva rispondere, in un altro giorno di sole si piantò a gambe incrociate in un parco e resto così, pressoché immobile, fino al tramonto.
Passarono alcune persone, pensando che fosse diventato un albero.
Alcuni si avvicinarono e chiesero se aveva bisogno di qualcosa, così lui si limitava a sbattere qualche volta le ciglia, per allontanarli senza perdere la concentrazione.
Il ragazzo pensava alla risposta alla domanda di tutti.

Durante quel pomeriggio gli sembrò di capire alcune cose, che aveva sempre custodito nel suo animo, ma che in un certo senso gli si presentavano come nuove. Non seppe se fu un refolo di vento freddo o l’arrossarsi della luce che abbracciava quel luogo a ridestarlo dai suoi pensieri, quando il parco si era ormai svuotato. Tornando a casa, gli sembrò di essere diverso dal solito.

Giuseppe – il suo nome – era stato un bravo studente, diligente al punto giusto, dotato di una prodigiosa memoria, sempre pronto ad aiutare i compagni. Le lodi che aveva ricevuto per i suoi risultati durante la fanciullezza si erano fatte via via più tiepide, fino a che primeggiare negli studi diventò un fatto tanto ordinario che a causare sorpresa e disapprovazione furono le rare volte in cui i suoi risultati deviarono dall’eccellenza. Anche nel tempo libero, gli erano riconosciute spiccate doti di aggregazione; già alle scuole medie ogni giorno aveva impegni con gli amici, che gli chiedevano un po’ di tempo per stare insieme, studiare, chiacchierare. Ora che aveva sedici anni, ancora più persone lo cercavano, gli telefonavano, gli mandavano messaggi e contavano su di lui. I genitori si meravigliavano che riuscisse a concentrarsi sulla scuola e sul resto.
Aveva anche una ragazza, da circa un anno, che vedeva quasi ogni sera e che non faceva che ripetergli quanto lo amasse; forse perché lui non la corrispondeva. O meglio, Giuseppe voleva bene ad Anita, ma non provava per lei – né l’aveva mai fatto – ciò che la ragazza meritava o sentiva per lui. Da un lato pensava che lei non lo conoscesse davvero, così come non lo conoscevano i genitori e gli amici. Lui non era così gentile, non era così bravo, né così affidabile, preparato, educato, preciso come lo voleva la gente.

Per fortuna o per sfortuna, il ragazzo si accorse, nei suoi sedici anni bagnati dal sole, in un pomeriggio senza telefono né compagnia, che la persona che gli altri amavano e cercavano non era lui e che loro, a turno, stavano decidendo della sua vita. Si disse allora che avrebbe potuto essere tante cose, assumere maschere e recitare se fosse stato il caso, essere felice, triste, arrabbiato o docile, ma a suo modo, secondo ciò che lui avrebbe deciso, perché l’approvazione degli altri non sarebbe più bastata a colorare la sua vita.

Tornò a casa, nei giorni e nelle settimane seguenti fu molto triste. Ci mise un po’ a digerire il cambiamento che in tanti anni era maturato e poi, come d’improvviso, si manifestò. Molti furono delusi dal suo comportamento, ma egli conservò gli affetti più profondi. Finché, qualche tempo dopo, settimane, mesi o forse anni, il ragazzo si trovò perfettamente felice e inoltre, per la prima volta, credette che in fondo era fiero di sé.

Luca Severi

Redattore

Sagittario, nato nel 1984. Laureato in Filosofia, nutro una grande passione per la scrittura, il running e l’arte del cazzeggio. Adoratore della senape.
Per il Grafema Magazine scrivo articoli di cultura, racconti e recensioni.
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