Magazine » Prendo il prossimo

Prendo il prossimo

Sette del mattino. Passate. Paese deserto, sole già alto a promettere i quaranta gradi pure oggi. Mal di testa. Dio, che bevuta. ‘Sti napoletani sono dei pazzi. La meravigliosa Ischia di notte, un po’ di vino e qualche canzone. Peccato che non mi ricordi nemmeno Procida, né all’andata né al ritorno. Figuriamoci Ischia.

Però è stato divertente. Almeno, mi pare che quando mi hanno mollato qua alla stazione stessimo ancora ridendo.

«Non ti preoccupare, alle sette parte il primo treno per Napoli, poi ce n’è uno ogni quarto d’ora, se ti addormenti». Fantastico. Non volevo mica fargli fare una deviazione fino al porto di Napoli. Con quello che avevamo in corpo poi come minimo facevamo un frontale con qualche pescatore.

Davvero fantastico. Adesso sono le sette e mezza e i binari sono deserti come il resto del paese. Il bar è chiuso. La biglietteria è chiusa. L’edicola è chiusa. In bagno ci sono andato già tre volte. Pulito, via. Acqua rigorosamente non potabile, quindi niente per ricacciare giù il cubalibrelimoncellotequilaettuttoquellochegirava.

Niente da fare, quindi agonizzo tranquillamente su una panchina. Aspetto.

Aspetto. E aspetto. Il treno non arriva. Il bar e l’edicola non aprono. Le sette diventano le otto. Poi le nove. Pigramente la Pozzuoli domenicale si risveglia attorno alla stazione.

E il treno ancora non arriva. Si alza l’afa. Le banchine di asfalto cominciano a tremolare, lo sbocco del sottopassaggio diventa un qualche tipo di confuso miraggio all’orizzonte.

Non tira un filo d’aria.

Dai fantasmi della banchina si stacca una figura, altrettanto spettrale. Il tempo di infilarsi sotto l’ombra della pensilina e riprende le sembianze di uomo. Avrà forse settant’anni, forse di più. Vestito bene, assurdamente bene e assurdamente troppo per la giornata. Completo marrone anni cinquanta, camicia. Unica concessione alla giornata, una cravatta intonata leggermente allentata al collo, il primo bottone della camicia slacciato. Pare che non sudi, mentre ignora tranquillamente la fila di panchine deserte e si dirige spedito verso la mia. Magari mi supera. Magari si sta facendo una tranquilla passeggiata della domenica mattina. Magari. Invece si ferma proprio accanto a me, sorride educatamente. Si siede.

«Buongiorno».

«’Giorno».

«Mi scusi, ma lei è del nord, vero? Milanese, magari».

«Sì». Tra il mal di testa, il caldo e tutto, mi aspettavo di metterci dieci minuti a interpretare le parole di questo tizio. Invece mi parla in un italiano perfetto, riscaldato appena da una traccia di accento. Mi incuriosisco, mio malgrado. «Sì, sono proprio milanese. Ma mi scusi, lei come ha fatto ad indovinare?»

«Vede» si concede un sorriso soddisfatto «ho intuito che fosse settentrionale quando mi ha guardato come se stessi per rapinarla» ride «alla mia età!»

«E che sono milanese?»

«Si è mangiato mezzo buongiorno. Solo voi potete avere questo genere di fame alla domenica».

Non mi lascia nemmeno il tempo di una risata, metà stupita e metà di cortesia.

«Allora, cosa ne pensa della nostra meravigliosa cittadina?»

«Mah, guardi, sono arrivato solo ieri sera e mi sono subito imbarcato per una breve crociera, per ripartire stasera. Non ho fatto in tempo a visitarla».

«Male. Molto male. Se voleva farsi una bevuta con gli amici sull’acqua poteva restare sul vostro idroscalo, senza venire fin quaggiù. Non sente l’odore della storia?»

«Ha ragione» ammetto conciliante. In realtà più che altro sento l’odore del porto che bolle sotto il sole e quello dei rimasugli del sabato sera dal retro dei ristoranti di pesce. Non mi sembra carino farglielo notare, ma pare che non serva. Il vecchio ha degli occhi incredibilmente lucidi mentre mi guarda, sempre con quel sorriso cordiale. È come se avessi parlato ad alta voce.

«La puzza? Ma questa puzza è perfetta per la domenica mattina. Ieri questo pesce era vivo e nuotava, proprio qui davanti. E si è fatto prendere dalle reti. E sempre ieri, di sera, è servito a far felici tante persone. Pure io ieri sono andato sul lungomare per una frittura di pesce. ‘Na delizzia».

L’unica concessione del vecchio al suo dialetto mi fa sorridere. Mio malgrado ha catturato la mia attenzione, tanto che comincio a scordarmi il mal di testa e il piccolo mostro alcolico ancora annidato nelle viscere.

«Sa» continua, senza nessuna pretesa di una qualsiasi consecutività logica «io tengo ottantasei anni».

«Complimenti, non si direbbe proprio».

«Sì, sì, la ringrazio, ma non era questo che volevo dirle. Ho ottantasei anni e non mi sono mai mosso da qua. Ho fatto il balilla, ci radunavano nel parco laggiù in fondo. Durante la guerra stavo qua alla capitaneria. Mai sparato un colpo, mai fatto male ad anima viva. Sono stato a Napoli una volta sola, mi ci ha portato mia figlia per le cure. Ma stavo drogato all’andata e rimbambito al ritorno, non mi ricordo proprio niente. Quindi non vale, ha!» Mi dà una pacca sulla gamba, tutto contento. «Non mi sono mai mosso da Pozzuoli, le dico! Mai mosso con il corpo. Epperò sono un viaggiatore. Ho girato un po’ tutto il mondo. E lo sa come ho fatto?»

«Con la fantasia?» provo ad abbozzare «magari ha letto molti libri, molte avventure».

«Ma che bella risposta, poetica. Lei ha qualcosa dell’artista, ci avevo scommesso. Scrittore?» mi batte amichevolmente sul braccio, ma non mi dà proprio il tempo per qualche risposta timida sui miei esperimenti con la penna. «Io no, non ho tanta fantasia per immaginarmi i posti e le storie che non ho vissuto. No. Conosco il paese. E conosco il mare. So quando si arrabbierà, anche se è piatto come una tavola e non tira un alito d’aria. Conosco le cose veraci, come diciamo qui, non le fantasie. E conosco le persone. Proprio qui, da queste panchine, sa chi è passato in ottant’anni? Glielo dico io. È passato tutto il mondo. Tutto il mondo è venuto qui a passeggiare, a visitare questo mare e queste isole meravigliose. Tutto il mondo si è fermato su queste panchine, e ha parlato con me per qualche minuto. Come vede, un po’ qui, un po’ là, in una vita sono stato dappertutto senza bisogno di lasciare il paese. Oggi pure a Milano, anche se ci sono già... stato altre volte».

Sono affascinato da questo strano vecchio. Mi sento sorprendentemente bene mentre lo ascolto. In fondo, mi sto godendo più questo momento della crociera alcolica di questa notte. Intanto lui parla e parla, portandomi in giro per ogni caletta e vicolo del paese.

«Mi spiace però che con me non abbia fatto un gran viaggio». Gli rispondo ad un certo punto, interrompendolo. Ma che importa, la rigida logica non abita qui, stamattina. «Ha parlato solo lei».

«Ma che vuole, oramai non mi servono più tante parole per capire. Sono vecchio, sa?» Si gratta la testa, tra parole e silenzi, senza accorgermene si è fatto mezzogiorno, come proclamano tutte quante le campane di Pozzuoli. «L’unica cosa che non riesco a spiegarmi è cosa ci fa qui, se ha detto che deve tornare a casa».

«A dir la verità sto aspettando il treno per Napoli, per andare a prendere l’Eurostar. I miei amici mi hanno detto che dalle sette c’era un treno ogni quindici minuti, ma ancora non se ne è visto uno».

Ride. Ride divertito, con le lacrime agli occhi. Se non fosse così palesemente felice e partecipe, la prenderei come una presa in giro. Ma sta ridendo con me, non di me e io, pur non sapendo il motivo, mi unisco alla risata.

«Ma la domenica mattina qui non passano i treni» balbetta, asciugandosi gli occhi dopo la gran risata «lei intende la fermata della metropolitana, proprio qua dietro. È da lì che partono ogni quindici minuti. Il primo treno delle ferrovie che va a Napoli da qui parte oggi alle quattro».

Ora, be’, sì ora resto proprio senza parole, ma con tanti pensieri. Il primo e il secondo sono ringraziamenti a santi cadenti come stelle agli amici di questa notte. Ma che bello scherzo! Il terzo pensiero mi fa alzare in piedi di scatto, pronto a salutare e correre alla metropolitana per tornare a casa. Il quarto pensiero arriva da sé. Guardo il vecchio, ancora comodamente seduto e sorridente, ma con un impalpabile alone di tristezza per la separazione brusca. Il quarto, quattro, alle quattro.

«Alle quattro ha detto che parte, il treno?»

Annuisce, saggio e sorridente.

«Bene. Senta, intanto che arriva, che ne dice se per ringraziarla del giro che mi ha fatto fare la porto a fare un giretto a Milano? Non ci crederà ma anche noi abbiamo delle cose belle e il gusto per goderle, con calma».

Il vecchio non dice nulla, ma negli occhi raggianti si accende la luce dell’esploratore. Mi siedo di nuovo sulla panchina e incominciamo il viaggio, mentre la stazione deserta evapora nella calura del mezzogiorno.

Sei pronto per l'inizio dei corsi di scrittura creativa del Grafema ad Ottobre?

Che aspetti? Scrivici per saperne di più, oppure clicca qui. 🙂

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure