Peter Pan, la fanciullezza che gli adulti dimenticano

Rubrica: Prospettive Letterarie

L’eterno bambino, il mito dell’infanzia, di coloro che non vogliono crescere e capiscono prima del tempo che giungere nel mondo degli adulti è qualcosa di irreversibile. Sono sempre stata una fan di Peter Pan, ho amato la sua ideologia, la forza ribelle che scaturisce dall’opposizione a un mondo sempre più cupo e grigio rispetto a quello libero e colorato della fantasia e dell’immaginazione. Mi sono però sempre e solo fidata delle trasposizioni cinematografiche: il cartone della Disney, il celeberrimo film Hook e tutti gli altri tentativi di dare occhi e immagine fino a Pan, un film che racconta una storia diversa, nata dalla fantasia di qualcun altro, ma certamente non di Barrie, il solo e unico autore di questa storia magica.

Il punto è proprio questo: non ho mai voluto leggere il libro di Peter Pan, perché pensavo non potesse aggiungere niente a tutto quello che già sapevo sul ragazzino delle fate. Poi ho scoperto che sbagliavo. Ho letto il libro e mi si è aperto un mondo, in parte conosciuto, in parte no.

Le tematiche dell’opera di Barrie sono tantissime e tutte brillanti, puntuali, entusiasmanti proprio come solo la mente di un bambino sa essere, anche se ovviamente non manca la consapevolezza dell’adulto, intrisa dei suoi immancabili sensi di responsabilità e contegno.

Cosa potrei sviscerare al meglio per dimostrarvi quanto Peter Pan sia un’opera completa e che può sopravvivere al corso del tempo, mantenendo la sua fama di classico? Potrei entrare dentro l’animo oscuro di Capitano Uncino e accorgermi di quanto sia un personaggio pirandelliano; potrei parlare del coccodrillo che col suo tic tac è molto più insidioso di Peter Pan stesso e di come potrebbe essere personificato col Destino. Oppure potrei raccontarvi dell’Isolachenoncè, che non è solo il mondo dell’immaginazione, ma è molto di più. Forse questo lo farò nel prossimo articolo.

Ad ogni modo, credo che la caratteristica più illuminante derivi dal fatto che il romanzo di Barrie non esisterebbe senza il suo personaggio principale, senza il suo protagonista, così come è buona norma quando quest’ultimo combacia con il titolo del libro. Anche se sembra una cosa scontata da dire (in fondo quale storia può dirsi tale senza protagonisti ben riusciti?) non lo è se si scava un po’ più a fondo.

Peter Pan è il libro e grazie a lui tutto sta in piedi, dall’inizio alla fine, ma non è una personalità piatta come potrebbe sembrare di primo acchito. Il bello di Peter è che è doppio, polidimensionale. Se non qualcosa in più.

In fondo, siamo onesti, Peter non è altro che un bambino viziato, testardo, perseverante e dai modi dittatoriali. Eppure lui è inconsapevole di essere tutto ciò. Con la scusa dell’abbandono da parte della madre, odia tutte le madri e di conseguenza costringe i Bimbi Smarriti a fare come lui.

Visto con gli occhi dell’adulto Peter Pan risulta essere solamente un figlio unico e i bambini che non hanno fratelli o sorelle tendono ad essere gelosi, a voler comandare, ma anche a sentirsi terribilmente soli quando non hanno l’appoggio da parte degli altri. Tuttavia, sono anche orgogliosi all’ennesima potenza e non ammetteranno mai di aver torto. Non lo fanno apposta, è davvero più forte di loro. Ad esempio, i Bimbi Smarriti devono attenersi strettamente alle regole di gioco di Peter, pena severe punizioni, e anche se il labile confine di Peter tra fantasia e realtà li induce spesso non solo ad aver paura di lui e delle sue reazioni, ma anche ad un comportamento ancora più finto della finzione stessa, essi non arrivano mai a dire qualcosa che guasti l’incantesimo del gioco e nemmeno a supporlo.

Però, se si guarda Peter Pan con gli occhi di un bambino tutto cambia. Peter personifica la forza dell’esuberanza e del voler a tutti i costi vivere un’avventura, che sia la vita o la morte. Ricordate la famosa citazione: “la morte sarà una grande avventura”? Questo è Peter e Pan, dopotutto, era il dio greco della natura che amava ridere e giocare. Ma Pan era anche un diavoletto, non solo per l’aspetto caprino, bensì per la sua indole scherzosa che lo portava a combinare guai. Solo dopo, nel corso dei secoli, è stato dotato di altri significati ed è stato accomunato a Dioniso, il dio del vino e dell’ebrezza.

Al di là dei miti greci e del dionisiaco ripreso come accezione riguardante la predominanza dei sensi sull’intelletto (giusto per citare D’Annunzio, gli esteti e Nietzsche), Peter Pan è l’eterno compagno di giochi con cui non serve aver davvero qualcosa da fare per giocare. Se non si ha niente basta inventarselo. Che si tratti di dover creare un nuovo gioco, cenare o chiamare un dottore e non si hanno gli oggetti adatti per farlo, magari non c’è niente da cucinare o un vero dottore sull’isola non esiste, non c’è problema. Si fa per finta, finché la finzione diventa realtà.

È proprio questo che fa grande e geniale un personaggio come quello di Peter Pan: dal niente crea tutto, un mondo che per di più può essere condiviso e accresciuto dalla fantasia e dai sogni degli altri.

È il personaggio fulcro di tutto il libro, a metà tra reale e immaginario. Ad esempio, la mamma di Wendy, la signora Darling, non crede che lui esista, eppure lo vede quando le riporta, pur malvolentieri, i figli dall’avventura sull’Isolachenoncè.

Peter è un miscuglio di ricordi di quell’infanzia che non vuole essere perduta, nonostante sia confinata in un regno a parte, e dell’età adulta che paradossalmente vive in lui nonostante tutto. Sì perché ciò che mi ha più sconcertata di Peter è il fatto che lui dimentichi, proprio come gli adulti.

Avete presente quando vostro figlio o nipote vi ricorda qualcosa di bello che avete vissuto insieme, oppure un dettaglio di una faccenda che per voi è stata insignificante, mentre per lui era importante e voi non lo ricordate? Peter è uguale. Fa le cose e le dimentica. I Bimbi Smarriti e Wendy sono disorientati di fronte a questa sua peculiarità, perché anche loro sono ancora nella dimensione dell’infanzia e se c’è qualcosa che non riescono a fare è dimenticare una grande avventura, una battaglia con i pirati o un incontro con le sirene. Sono gli adulti quelli che dimenticano, che passano oltre, che non hanno tempo. Peter è anche questo, è paradossale, ma è la sua forza.

Forse Peter dimentica ogni volta che uno dei bambini che credono in lui smette di farlo, esattamente come da qualche parte una fata muore quando qualcuno afferma che esse non esistono.

Tuttavia, anche se Peter sbiadisce e piano piano vola via, dimenticando Wendy, Gianni, Michele, Trilly, qualcosa dentro di lui non può scomparire ed è l’Isolachenoncè.

Penserete che essa esista solo grazie a lui o in sua funzione, ma questo in fondo non è del tutto vero.

L’isola è dentro ognuno di noi.

Al prossimo appuntamento con le Prospettive letterarie vi racconterò il perché.

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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