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Ottoequarantacinque

«Claudio, stamattina devi fare un salto in banca, ti ricordi?»

È in bagno, mia moglie. Si sta facendo la doccia, o truccando, che ne so. Sono le sette del mattino e la sua giornata è già perfettamente programmata. In mancanza d’altro, ora, dà una ripassata anche alla mia.

«A fare che?» Rispondo. Mi sono appena spinto eroicamente fino alla caffettiera, ma lo sforzo mi ha stremato. Caffè che fredda nella tazza, sul comodino. Cinque minuti buoni per un commosso addio al letto, sfatto e tiepido.

Fuori si gela.

«Devi fare il bonifico all’albergo per agosto, che poi perdiamo la promozione».

«Ale, siamo a febbraio, fa freddo. Non so neanche come è fatto un agosto. Lasciami dormire ancora un po’».

Esce dal bagno. È bellissima. Trucco, messa in piega, calze velate e mutandine. L’asciugamano a coprire il seno come se ci fossimo appena svegliati dopo un accoppiamento da sbronza. Si avvicina con un sorrisetto che promette tempesta. Mi accarezza, mano impertinente, il petto che trabocca dal telo. È così fresca e perfetta che anche la mia orrida tuta da sonno si vergogna in tutta la sua immoralità.

«Toglimi questo pensiero dalla testa, amore» strizzatina «e poi, pensa. Tu ed io, sole, mare. Tutto il tempo del mondo, niente addosso. Passa anche il freddo».

Mi arrendo immediatamente all’effetto pupazzo a molla. Il tempo di bofonchiare un «va bene, piccola» e cerco di prendermi subito un assaggio di estate bollente. Alessia mi sfugge con una risatina, la stronza.

«Dai, muoviti allora, che facciamo tardi». Sparisce di nuovo in bagno e ci lascia lì, il pupazzo a molla e io, a guardarci con fare recriminatorio.

Ok, ok. Mi alzo.

Trafila lampo. Caffè intiepidito dal comodino, poi una rapida puntata a scolare quello che è rimasto nella caffettiera, tiepido pure lui. Bagno di servizio, doccia, supplizio dei vestiti. Strati, su strati, su strati. Mi specchio, sembro un pinguino. Perfettamente adatto al momento, quindi.

L’estate, mi ripeto mentre osservo la Milano antartica dalla finestra, non esiste.

Le otto, si esce. Altro che pinguino. Alessia sembra un regalo di natale luccicante, con la sciarpa attorcigliata intorno come il ricciolo del fiocco. Un rapido bacio, mi mette in mano una bottiglia d’acqua tiepida per sghiacciare l’auto (ma quando l’ha preparata, un attimo fa era nuda), apre l’ombrello e vola via leggera come Mary Poppins.

Rimasto solo, mi dedico alla liberazione del demone a quattro ruote dal suo sarcofago di ghiaccio.

Traffico. E traffico. Mi addormento. Mi sveglio giusto in tempo per parcheggiare vicino, assurdamente vicino alla banca. Sta’ a vedere che la giornata comincia a sorridere.

Le otto e quarantacinque. Banca aperta da cinque minuti. Porte di sicurezza guaste, entrata d’emergenza spalancata. Entro lanciato con le coordinate per il bonifico già in mano, sarò il primo?

La mezza dozzina di persone in coda, età media centoventi anni, sbriciola il sogno. Sarò in ritardo.

Sospiro, mi siedo. Attendo. Magari ho il tempo per un’altra pennichella. Almeno c’è caldo.

Lentamente l’area di attesa si svuota. Altre due persone entrano in banca e mi si avvicinano rapidamente. Una mi fissa, con cortesia. Gli sorrido e sto per confermargli che sì, sono l’ultimo. Un po’ come dal medico.

Nel frattempo, il suo compare tira fuori dal giaccone una pistola enorme.

Al che anche il mio nuovo amico mi sorride di rimando. Estrae un altro pistolone. Me lo punta.

«Questa è una rapina». Giuro. Lo dice come al cinema. «Statevene calmi che non vi succede niente».

L’amico silenzioso nel frattempo passa dietro le casse e comincia a svuotarle, mettendo il denaro sul banco. Anche lui piuttosto affabile, direi. Gli impiegati se ne stanno buoni, ci sono già passati.

I vecchietti osservano tutto come se fossero davanti a un cantiere. Mi aspetto quasi che si mettano a dare consigli.

È tutto così strano che ancora non mi sono ricordato di aver paura.

I rapinatori sono svegli. Non sono minacciosi, non urlano. Non pensano neanche al caveau. Vogliono solo svuotare le casse e sparire. Il direttore, uscito di corsa dal suo ufficio, è diventato il nuovo bersaglio del mio amico, bontà sua.

Il tutto si svolge in un clima di psicopatica cortesia. Anche il direttore, sotto tiro, sembra quasi apprezzare.

Dalla porta ancora aperta arriva il suono delle campane. Sono le nove.

Ed è in questo momento che tutto va a puttane.

Non vi sembra manchi qualcosa in questa descrizione? Esatto, la guardia giurata. Una guardia giurata in ritardo.

Nessuno sta guardando l’ingresso, solo io, attratto dalle campane e dallo shock. Entra, capisce al volo, preme l’allarme mentre estrae la pistola d’ordinanza e sbatte la porta.

Pessima mossa. Non fa in tempo a pronunciare qualche altra frase da film che tutto quanto perde l’alone di irreale. Ora la paura arriva, urliamo tutti. Uno dei due rapinatori è addossato alle casse. Si tiene il fianco mentre il sangue gli scappa dalla mano. La guardia giurata è a terra, con un buco al posto della faccia, proprio di fianco alla porta. Puzza di polvere da sparo e di terrore nell’aria. Chi si butta in terra, chi rimane in piedi pietrificato.

Tutto precipita.

«Non urlate! Vi ammazzo cazzo!» Il rapinatore illeso, il mio amico del primo sorriso, non è più tanto affabile. Va dal suo compare, lo strattona. «Ce la fai?»

L’altro finisce per terra, prova a rialzarsi, cade di nuovo.

Con le lacrime agli occhi si tira in piedi, mentre il primo raccoglie i soldi che sono caduti dal bancone e comincia a infilarli in una borsa.

Non dovevano scappare? Non lo fanno. Non senza i soldi. Passano due o tre minuti di delirio e di paura, ed è tardi.

Fuori c’è la polizia. Un istante, e dalle vetrate capiscono quello che sta succedendo all’interno. Altre pistole che spuntano.

Sono le nove e dieci. E quelli che all’inizio mi sembravano svegli ora vanno fuori di testa. Non c’è sequestro e non c’è assedio. Il direttore muove un passo verso i due rapinatori, quasi a dire di lasciare stare, che è finita. Si becca due proiettili in corpo e finisce in terra a contorcersi. Non ci saranno trattative, non si farà di tutto per salvare gli ostaggi. Il rapinatore ferito si tira la sacca in spalla, quello sano si ricorda di me. Mi trascina in piedi e mi infila la pistola sotto l’ascella.

«Non facciamo cazzate» dico, instupidito.

«Non fare cazzate tu» mi risponde. «Adesso ce ne andiamo».

Usciamo. E ancora mi vengono in mente tutti i film dove l’ostaggio viene salvato all’ultimo minuto e torna tra le braccia della moglie piangente. Alessia …

«Fermi». Poliziotti da copione. «Buttate le pistole, lasciatelo andare».

Risposta come da copione. «Vaffanculo. Sparite o lo ammazziamo». Ammazzano me, quindi. Porcatroia, ammazzano me. Mi ammazzano.

I rapinatori si muovono verso l’incrocio. C’è un’auto accesa, il cofano che fuma nel gelo. Dentro, alla guida, uno sguardo ansioso, incazzato, terrorizzato. Come il mio.

Un poliziotto si sposta dal riparo dell’auto di servizio. Ci tiene sotto tiro. «Fermihodettocazzobruttistronzi».

Il rapinatore ferito solleva la pistola e gliela punta contro.

Il poliziotto spara. Non sbaglia. La gola del rapinatore sparisce in una nuvola di sangue. Cade a terra.

La sacca si apre. Soldi sul marciapiede, sul sangue, iniziano ad arrossarsi.

Il tempo si ferma. Sono le nove e venti. Rumore di gomme, mentre l’auto, con il terzo, il palo incazzato e terrorizzato, si dilegua.

Mi viene in mente che stamattina non ho sorriso nemmeno a mia moglie. Il mio primo sorriso è stato per il tizio che ora mi tiene una pistola sotto l’ascella e che ora è qui, in trappola, ad osservare il suo amico che si scioglie sul marciapiede. Le gambe mi si fanno molli. Cado. Lui mi sorregge. Toglie l’arma da sotto il braccio e me la punta alla testa.

Anche quelle dei poliziotti sono puntate alla mia testa, sembra.

Giustamente, la mia testa cede.

«Vaffanculo» mi metto a urlare. «Vaffanculo, vaffanculo lasciami, vaffanculo».

Non mi lascia. Si mette a urlare vaffanculo anche lui. A me, ai poliziotti, ai suoi compari morti o spariti.

La pistola mi struscia la testa come se sapesse che è giunto il suo momento di gloria.

Niente bonifico per la vacanza, come facciamo con la promozione? E poi farò tardi in ufficio.

Adesso urliamo tutti quanti. Il rapinatore, i poliziotti, io.

«Vaffanculo» singhiozzo «vaffanculo». Sto piangendo.

Non ci sarei dovuto venire in banca, stamattina.

Le nove e mezza. Le campane ricominciano a suonare.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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