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Ora e sempre resistenza, anche culturale

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Che cos’è la resistenza culturale?

Ieri ho partecipato a un evento, che vi racconteremo in settimana con due servizi/interviste, e questo concetto è emerso di continuo. A pensarci bene in questi anni, nelle svariate incarnazioni del mio lavoro, spesso lo stesso concetto è tornato e tornato.

Forse sono io.

Comunque sia resistenza è l’opporsi, passivamente ma soprattutto attivamente, a un sistema opprimente e intollerabile, solitamente dotato di forza e risorse preponderanti.

Fin qui ci siamo, non serve quasi fare riferimento alla nostra Resistenza e ai Partigiani per chiarire il concetto. Il tutto si complica quando lo colleghiamo all’idea di cultura. Dato che questa è tante, tantissime cose, verrebbe quasi da pensare che, in pratica, ogni pensiero, ogni punto di vista diverso (e in ultima analisi ogni singola persona, intesa come microcosmo) possano e debbano diventare il perno di una resistenza a una cultura più di massa, in una sorta di esasperata atomizzazione.

Non è proprio così.

Resistenza culturale non è dare voce a chiunque a qualunque costo. Non è, per esempio, quello che è appena successo a Pesaro con il raduno degli antivaccinisti: quando la cultura si mescola con la scienza non è censura identificare serenamente le sciocchezze e i deliri paranoici dati dall’ignoranza e non è nemmeno lesione del diritto d’opinione.

Diritto d’opinione che, ricordiamo en passant, fa sì che in un paese libero uno possa esprimere liberamente quello che pensa, ma non ha nulla a che vedere con l’effettivo senso di ciò che afferma. L’idea che ogni opinione sia anche da considerare valida solo per il fatto che sia possibile esprimerla è una delle varie storture dell’era dei social.

Ma non divaghiamo e non perdiamoci nelle definizioni per negazione. Lasciamo stare il “non è”.

Resistenza culturale “è”, in ultima analisi, atto d’amore. Per un luogo considerato importante, per una nozione, per uno stimolo creativo, per qualcosa che sta svanendo e che si vuole salvare.

È l’equivalente, in ambito naturalistico, della difesa della biodiversità.

È resistenza culturale contribuire a far sì che il lavoro di cento, duecento piccoli e piccolissimi editori arrivi nelle mani di potenziali lettori, filtrando tra le maglie sempre più strette della distribuzione che tende a ignorarli e delle grandi case editrici. Non che tutti quegli editori producano solo capolavori, ma avranno sicuramente cose da dire, potenzialmente molto valide. Anche per un mero calcolo statistico (e non è mai solo questo).

È resistenza culturale ricordare. Ricordare e ricostruire luoghi importanti per il territorio e per la memoria delle popolazioni locali, ricordare artisti che hanno dedicato la vita alla loro idea di cultura e dare la possibilità di esistere ai nuovi artisti che ne prendono concettualmente il posto.

È resistenza culturale fare narrativa e poesia in festival autoprodotti con le risorse che si trovano, per strada, fermando le persone e coinvolgendole, mettendole nella possibilità di interessarsi e parlare. È dare la possibilità a chi ne sente il bisogno di esprimersi e di avere un pubblico senza dover passare dalle forche caudine di chi, come gli editori a pagamento, vuole solo lucrarci sopra.

Sempre en passant, non è che guadagnare con la cultura sia sbagliato, anzi. Ma tutte le volte che il flusso “economico” non parte dal lettore ma dall’autore ci troviamo di fronte a una perversione del sistema.

Insomma, gli esempi possono essere migliaia ed è difficile radunarli tutti sotto a una definizione di bandiera. Ma ci proviamo lo stesso.

Resistenza culturale è amore per la bellezza in tutte le sue forme, milioni di forme. È qualcosa per cui vale la pena battersi, dedicare tempo, energie, risorse. È far vedere questa bellezza alle altre persone, magari troppo prese dai ritmi frenetici e un po’ alienanti della quotidianità. È accettare che magari pochissime di queste persone la vedranno.

È incontrare tra i tanti quelle che invece se ne innamoreranno a loro volta.

È, quando succede questo, credetemi, qualcosa di meraviglioso, come tutte le forme d’amore.

È, infine, il rispondere a una delle pulsioni fondamentali che ci ha resi Homo Sapiens.

Creare.

Prendetevi il tempo per il vostro atto di resistenza, piccolo o grande non importa. Create. Create e condividete.

Basta questo. D’altra parte, se lo scopo è nobile la storia ci insegna che certe resistenze possono persino vincere.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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