Miss Betty del Sud

Rubrica: Vite d’altroquando
da “Bianco” di Marco Missiroli

Miss Betty, un grasso donnone negro di una settantina d’anni, impertinente, testarda e cocciuta. Quel grasso che un tempo aveva dato piacere a tanti uomini bianchi, era poi diventato pelle sciupata dal male. Pelle in avanzo.
Aveva zigomi una volta pieni, ora sporgenti, che spiccavano in una faccia più larga che lunga. Labbra insozzate di rossetto contornavano un sorriso strampalato ma dai bianchissimi denti. Denti di avorio. Due grandi occhi stanchi, esausti dal dolore, scavavano pieghe sulle guance. Uno bislacco sempre aperto.
Con una risata il seno arrivava al mento, un petto ammuffito. Le gambe erano zamponi di porco strizzati da gambaletti color panna, l’insieme era un ammasso di carne scura, solitamente avvolta in gonne increspate o vestiti da ragazzina. Naso verso l’alto come un cane che annusa l’aria e capelli crespi a mo’ di ananas. Da labbra grasse che sempre provavano a sorridere usciva una musica senza parole, come una litania.
Schiava negra del Sud, cresciuta a calci in culo e vicino al fiume. Da piccola era sulle rive fangose che dava il piacere.
Miss Betty aveva un male che si agitava in mezzo al petto al suono delle sue preghiere. Ma era una regina sul trono.
Il suo respiro era un fischio che raschiava la gola quando prendeva fiato. Gorgogliava nel gozzo come qualcosa andato di traverso. Ma era leggera come una farfalla senza peso quando con le mani appoggiate sul grasso dei fianchi, roteava su se stessa battendo le suole in un tip tap forsennato.
Aveva spine nel petto, coltelli nella carne a ogni colpo di tosse. Ma, ondeggiando i fianchi al suono di una sua melodia, ricordava come facevano a gara per far due salti con lei, che aveva fatto ballare mezzo Stato.
Da piccola, con i suoi fratelli, fumava anche le foglie degli aceri. A nove anni sapeva lavorare con una mano e tirar di tabacco con l’altra.
Miss Betty si sciacquava la bocca con il fumo che aspirava. Miss Betty riconosceva il ritmo nel sangue degli altri e riconosceva la gente. I bianchi soprattutto.
Gli ammazzanegri a prima vista.
Miss Betty da bambina aveva un fiume che la lasciava ballare e nuotare. Le faceva sentire le mani di Dio.

Decise di morire in quel fiume. Lo decise con occhi e cuore senza paura. Con in testa la sua musica e nel petto delle spine. Miss Betty si affidò all’acqua e con lei, lentamente, se ne andò. Divenne una parte di notte e con il chiarore della luna si allontanò dal fango della riva e della vita.
Nell’acqua si scosse ancora una volta, tremò.
Con il volto finalmente in pace riprese l’ultimo ballo.

 
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Gloria Perosin

Redattrice
26 anni, nomade e stabile a fasi alterne. Veneziana di nascita e crescita, riminese adottata. Mi piacciono: i cambiamenti, i traslochi, i gatti, le ortensie blu, le arti visive, il caffè americano, le mie piante.
La mia rubrica è Vite d'Altroquando.
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