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Mentana, Burioni e gli altri: sul “blast” e la libertà di espressione

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Che su queste pagine non si amino gli anglicismi oramai è cosa nota. Tuttavia certi neologismi entrano così prepotentemente nel linguaggio comune, soprattutto sui social, che non si può prescindere dall’usarli.
Oggi parliamo infatti della pratica del “blast”, italianizzato in “blastare”, far esplodere, in sostanza. Termine in origine appannaggio dei videogiocatori amanti degli sparatutto, sta oggi a significare la risposta bruciante, senza peli sulla lingua, data sui social network (da parte principalmente di personalità note, ma non solo) a commenti sciocchi o disinformati. La parola in sé non ci interessa molto anche se, personalmente, trovo molto più bello l’ormai vetusto termine “cazziatone”.
Ci preme invece analizzare ciò che è sottinteso a questa pratica e il rapporto tra diritto d’opinione e valore dell’opinione.
Poco prima della sua scomparsa, Umberto Eco raccolse in pari misura applausi e proteste scandalizzate con la sua ormai celebre uscita:
“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità“.
Nello stesso periodo saliva alla ribalta la discussione sull’analfabetismo funzionale. Un problema drammatico (non solo in Italia), rapidamente declassato, in verità, a semplice offesa spesso usata a sproposito.
Ora, è innegabile che i social abbiano dato, non maggiore diritto di parola a tutti (quella, fortunatamente, già l’avevamo), ma maggiore visibilità di parola, se mi passate il concetto. Chiunque ora può scrivere ovunque e discutere “alla pari” con personalità dello spettacolo, della politica, dell’ambito accademico e scientifico e così via. In teoria una cosa meravigliosa ma, come sempre accade, c’è chi ne abusa.
E sono tanti.
I social hanno dato visibilità, tra le tante cose belle, anche alle teorie più astruse e complottiste, agli arrabbiati incurabili, agli odiatori seriali (o hater, come si suole dire ora, quei personaggi ben tratteggiati da Maurizio Crozza con il personaggio di Napalm51) e più in generale a chi non è interessato a confrontarsi o a imparare, ma solamente a proclamare le proprie ragioni incurante di quelle degli altri o persino della realtà evidente, oggettiva o scientifica dei fatti.
La pratica del “blastare” nasce da qui, come risposta a queste persone. Invece di cercare il dialogo a ogni costo, la spiegazione nonostante tutto, alcune personalità hanno cominciato a rispondere ai commenti più violenti, arroganti o semplicemente profondamente disinformati in modo altrettanto duro, solitamente usando l’ironia quando non proprio il sarcasmo. Pionieri di questa pratica sono Enrico Mentana e Roberto Burioni.
C’è chi li adora per questo (la pagina Enrico Mentana blasta lagggente raccoglie quasi duecentomila fan) e chi invece li critica, ritenendo che non sia il modo di far passare dei messaggi pur corretti. La replica, solitamente, è che chi si pone così non ha interesse, come detto, a mettersi in discussione, a dialogare.
Ragione? Torto? Nemmeno questo è veramente il punto alla base di questo discorso, che va a toccare invece qualcosa di più profondo e fondamentale in una democrazia matura.
Quello che sembra si sia perso è il concetto di differenza tra libertà di opinione e della sua espressione e validità dell’opinione stessa.
Mi spiego.
Fortunatamente nel nostro Paese siamo liberi non solo di pensarla un po’ come vogliamo su qualsiasi cosa, ma siamo anche liberi di dire la nostra liberamente. Questo però non rende le nostre opinioni automaticamente valide e degne di rispetto. Possono essere tranquillamente delle sciocchezze e come tali vanno considerate. Non è offensivo, se qualcuno ci fa notare che ciò che abbiamo appena detto o scritto non ha alcun riscontro con la realtà. Solo perché tante persone “credono” (il termine non è a caso, dato che si tratta di una vera e propria fede) che la terra sia piatta, che non siamo mai stati nello spazio, che i leader mondiali in realtà siano alieni rettiliani sotto mentite spoglie, tanto per fermarci alle teorie più in voga, questo non significa che queste non siano baggianate. Libertà di espressione è anche libertà di farlo notare, di accettare il confronto (e spesso pure le offese) per riportare certe fantasie a confronto con la realtà “scientifica” delle cose.
Viviamo nell’era della post-verità, delle bufale usate come arma per fare politica, della disinformazione come strumento per guadagnare consenso e denaro. Non abbiamo certo intenzione di fare una chiamata alla guerra santa ma, per quanto ci riguarda, nemmeno di dare l’invito a tacere, a lasciar correre, a ignorare. Oltre che deleterio, questo sì che sarebbe un atteggiamento eccessivamente snob.
Sommessamente, invece, raccomandiamo di rompere le palle. Nel modo che preferite, blastando o con la pazienza infinita necessaria a dialogare in certe condizione, ma di rompere le palle. Non importa se siamo artisti, scrittori che passano parte del loro tempo nel mondo della fantasia per vocazione. Il mondo che invece condividiamo è bellissimo, pieno di sorprese e incredibile così com’è, come abbiamo imparato a conoscerlo e a studiarlo. Vale la pena battersi per questo, anche solo con qualche commento su internet, anche solo evitando di rispondere all’amico “complottaro” che c’è un po’ in tutte le compagnie.
Se poi facendo così si perde qualche “like”, qualche “amicizia” online, si ricava qualche insulto da chi magari ha appena difeso con passione cieca la teoria della Terra cava o quella del pianeta Nibiru che sta arrivando, puntuale come le tasse, a ucciderci tutti… be’, ragazzi.
Sopravvivremo lo stesso, magari con un bel sorriso – quello reale, questa volta – in più.

Ricordiamo che a Ottobre iniziano nuovamente i corsi di scrittura creativa del Grafema. Per informazioni scrivici, oppure visita la pagina dedicata.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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