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Malinconia

Fermati. Fermatevi, lancette. Fermate quell’insistente vociare, quella scarica di mitraglia contro il vetro che vi separa dal mondo. Rinunciate, non serve. Il tempo si è fermato. Non per sua volontà o colpa. Diligente, continua ad alternare albe a tramonti. Sotto la sua sferza, i calendari si assottigliano, le stagioni continuano a rincorrersi. Solo in questa stanza, nel nostro reciproco girare in tondo, non ha più senso parlarne.

Tic. Tac. Tempo lento, tempo passato. Forse è vero, trascorro qui troppo del vostro ticchettare. Troppo tempo nel rimpianto di ciò che è perduto, nel sezionare ogni singolo errore. Come sarebbe cresciuta quella pianta con un rinforzo lì? E quell’altra, se l’avessi potata con più cura? Domande oziose del boscaiolo che osserva il lavoro della giornata, legna da ardere e ceppi che a malapena spuntano dal terreno. Eppure non riesco a farne a meno. Qui, in cerca di un riposo inquieto, vengo a passeggiare, ingannandomi su quanto poco ricordi questi sentieri, fingendo di sorprendermi, fingendo di poterne cambiare il tracciato. Sentire forte la mancanza di qualcosa che in fondo non è mai esistito, ma che con ostinazione continui a credere che debba essere lì, da qualche parte, caduto per sbaglio o per leggerezza ai margini del cammino. Basterebbe ritrovarlo, per spegnere quel senso di perdita, eppure sai che non c’è.

Tic-tac. Tic-tac. Spartiacque sempre uguali di pensieri liberi dal tempo. Tic-tac, volando nel futuro, in cerca dell’eccitazione di tanti possibili sarà. Farò questo, farò quest’altro. Domani, da oggi in poi. In fondo il futuro esiste proprio per essere ottimisti. Ci sono solo traguardi, certo non fatica, lacrime, ricordi.

Tictac, tictac. Di nuovo qui, a cavallo di tempi come fughe. Presente, un non tempo, campo di battaglia di caso, caos e pensiero. Non bisogna essere dei saggi per sapere che questo è tutto ciò che conta nella realtà, l’unico tempo in cui ciò che afferri non evapora tra le tue dita. Non bisogna essere saggi per sapere che è questo il tempo dei sentimenti vissuti, che sgorghino in lacrime o risate poco importa. Non bisogna essere dei saggi neppure per ridere dell’idea che il tempo si possa fermare.

Voi lo sapete bene, care instancabili lancette, e infatti non mi date ascolto, continuate a ruotare indifferenti. Io però continuo a smarrirmi altrove, troppi di questi rapidi oggi mi sfuggono, troppa la voglia di ritrovare ciò che non ho perduto. Malinconia, la chiamate, quella che si aggiunge al nostro reciproco girare in tondo.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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