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L’opera del Maestro

Una vita. Una vita intera tenuta nascosta. Una vita passata a decorare case di contadini con brutte madonne, a imbellettare le chiese di curati orgogliosi con mediocri vite di santi, a costruire piccole opere d’irrigazione. Povere opere per povera gente e, per quasi tutto il tempo, una vita debosciata e in ozio.
Almeno l’allievo – così gli piaceva considerarsi, anche se era poco più di un discreto carpentiere e pittore – l’aveva sempre visto così, mentre attendeva che morisse per prendersi le sue commesse. Non che ci fosse concorrenza nella valle, ma per quello non è che ci fossero nemmeno molti clienti.
Ora, dopo aver camminato di malavoglia per quasi tre ore dietro alla mula, fino a quella grotta in collina, si era reso conto di quanto il suo maestro fosse stato bravo a nascondersi e di quanto poco in realtà lo conoscesse.
Era vecchio, più di cinquant’anni, e una vita passata all’aperto, a respirare le polveri dei colori e altre schifezze lo aveva reso decrepito.
Curvo, pelato, la pelle macchiata dagli anni, se ne stava in mezzo al suo segreto sorridendo, soddisfatto e sdentato.
«Ti ho portato qui, ragazzo, per mostrarti tutto ciò che ho realizzato nella mia vita. Quadri, trattati, progetti di ingegneria. Di tutte queste opere non c’è eguale al mondo. Per trent’anni ho vissuto con umiltà, un voto alla Madonna per salvarmi dalla guerra, e ora che è stato rispettato voglio che tutti conoscano il mio genio. Passerò i miei ultimi anni nel lusso con i soldi dei principi».
L’allievo non si era ancora ripreso. Quello che vedeva era troppo per i suoi occhi. Mai aveva veduto simili colori, immagini così pure. Sfogliando un libro, il poco che riuscì a capire lo portò in un mondo impossibile, con macchine in grado di donare all’uomo poteri divini.
I minuti passavano, un vecchio compiaciuto e un giovane scioccato e imbarazzato.
«Ti ho portato qui» riprese il vecchio «perché è tempo di portare in paese tutte queste cose, così da cominciare a presentarle ai nobili. Io sono vecchio e ti dovrai occupare tu del lavoro di fatica. Sei un bravo ragazzo, onesto, anche se non sarai mai molto più di un imbianca muri».
«Comunque» concluse «non ti preoccupare. Ti sono affezionato. Ce ne sarà d’avanzo pure per te».
L’allievo taceva. Non ascoltava nemmeno. La sua attenzione era completamente assorbita dal mezzo sorriso di quella donna dipinta. Era bellissima. Lì dentro era tutto bellissimo. C’era una fortuna. Fama e fortuna.
«Hai finito di rifarti gli occhi? Bene, sarà il caso di cominciare a caricare la mula» rideva «se fai quello che ti dico, domenica potrai mangiare tutta la cacciagione che vorrai, ti andrebbe? Certo che ti andrebbe. Via comincia con questi».
Il vecchio si era girato per indicare una pila di rotoli disegnati. Il primo colpo sferrato con la pietra lo prese all’orecchio destro, sbattendolo in terra, di schiena. Il sasso calava di nuovo. Il vecchio pensò stupidamente che il suo allievo non era poi così onesto come pensava. Un altro colpo della pietra e non pensò più a niente. L’allievo osservò vacuo il corpo del vecchio. Lo prese e lo gettò nel dirupo appena fuori dalla grotta. Nessuno li aveva visti lasciare la valle insieme. Caricò qualche dipinto piccolo sulla mula per viaggiare leggero. Se si sbrigava poteva essere di nuovo a Vinci in due ore. Domani, sarebbe stato ricco e famoso.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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