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Lo schifo, la cultura e la magia

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Sarebbe troppo semplice soffermarsi sulle notizie di questi ultimi giorni. Brutte, brutte notizie. Uomini come mostri e come esseri viscidi, magari camuffati dietro una divisa. La natura che, semplicemente facendo quello che le compete, fa scempio della sciatteria che abbiamo usato per antropizzare questo nostro meraviglioso e sciagurato paese, colpendo colpevoli e innocenti in modo indiscriminato. Odio e paura del vicino, del lontano, del diverso, del troppo simile. Odio e paura per chi fugge, per chi spera, per chi cerca, per chi pensa diversamente. Più spesso, semplicemente per chi pensa. Ne avrete sicuramente letto in questi giorni fino a non poterne più e non è nostra intenzione ricordarveli, ribadire o contestare posizioni, il Grafema Magazine non si occupa di politica.

Questo non significa che non facciamo Politica. Il maiuscolo non è casuale: la Politica, intesa come la somma delle iniziative volte a far funzionare e migliorare la comunità (la Polis) è cosa nobile e solo a volte, solo incidentalmente coincide con “l’essere dei politici”. Preoccuparsi per il territorio è fare politica, avere il coraggio di dire che le case negli alvei dei fiumi vanno abbattute (magari prima che ci si trovi a contare i morti) è fare politica. Fare arte, fare poesia, scrivere, fare cultura È fare politica. È scegliere un messaggio e portarlo avanti, proporlo alla discussione della comunità.

Non è per snobismo, non crediate. Quale credete possa essere la soddisfazione di ritrovarsi in posizione minoritaria? Il punto è che, nel momento in cui rinunci a contestare, a obiettare, a proporre un miglioramento o uno spunto in base a quel che sai fare meglio, già ti sei schierato a favore del declino.

Lo diceva anche Pavese, ne “La casa in collina”, molto meglio di noi:

“- Non sei mica fascista? - mi disse.

Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. - Lo siamo tutti, cara Cate, - dissi piano - Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s'accontenta, è già un fascista.”

Ecco. E non si venga a dire che parliamo di qualcosa di superato, dell’ossessione per un regime svanito più di settant’anni fa (che magari ha fatto pure cose buone). Cambia nome, cambia forma, ma sempre del solito schifo si parla, dell’abuso del più forte sul più debole, della difesa delle piccole egoistiche rendite personali e s’impicchino gli altri, del “prima noi” nelle sue mille declinazioni, siano esse a casa nostra o a casa loro o sulla variabilità di quanto sia effettivamente consenziente una donna, solitamente a prescindere da quel che lei pensa davvero. Di solito questo non interessa a nessuno.

Opporsi a questa deriva è dovere di tutti. È dovere soprattutto di chi ha la pretesa e forse anche il privilegio di occuparsi, nella vita, di cultura.

In prima fila.

Siamo noi scrittori, poeti, pittori, illustratori, teatranti e ballerini e praticanti delle più svariate discipline i primi a rigettare lo schifo, la bruttezza e la decadenza che questa porta. Siamo noi i primi a dover dire la nostra, a cercare di essere esempi virtuosi o quantomeno appassionati, a proporre la bellezza come alternativa all’odio e alla paura, alla sciatteria e alla ferocia.

Perché ragazzi, è solo la dea Bellezza che ci potrà salvare da questa decadenza, dagli aiutiamoli a casa loro, dalle marce su Roma, dai desideri di morte in miseria ma autarchici, dai condoni che “mica puoi buttare la gente fuori di casa”, anche se la casa è una villa di tre piani in un parco archeologico e naturale. È la bellezza, con il suo sguardo appassionato e amorevole e inflessibile anche, l’incendio da cui ripartire.

E sono la cultura, l’arte, la creatività, le pietre focaie che questo incendio possono innescare e vogliamo ribadirlo con alcune tra le parole più appassionate e incendiarie che ci siano, quelle di Vittorini:

«È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia».

Bene, il nostro compito è avere fede in questa magia e fare di tutto per portarla avanti. Soprattutto adesso, soprattutto quando c’è buio e c’è schifo e urlare queste cose sembra vano.

Soprattutto adesso.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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