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Linkin Park: il valore di una vita

Rubrica: Prospettive Letterarie

Non tutte le notizie derivanti dal mondo dello spettacolo ci provocano la stessa reazione. Alcune scorrono indifferenti, altre stimolano curiosità e stupore. Poi ce ne sono certe che sono tanto strampalate da non sembrare vere. È chiaro che tutto è soggettivo, ma per quanto mi riguarda venire a conoscenza del suicidio di Chester Bennington dei Linkin Park è stato un colpo terribile, così come può esserlo stato per altri la morte di Robin Williams, Chris Cornell o altre figure altrettanto note.

Gli stadi che si percorrono quando scopri che uno dei tuoi idoli è un debole e ha buttato via il dono più grande, sono diversi: si parte dall’incredulità, si passa per lo sgomento e l’incomprensione, per poi arrivare alla rabbia, frammista a disprezzo per il gesto compiuto.
Io sono dell’idea che non si vive solo per se stessi, ma che vita significa anche rapportarsi con altre persone e avere rispetto per tutto ciò che gli altri fanno per noi, perché non siamo solo noi che facciamo qualcosa per gli altri. Ad esempio, un padre ha immense responsabilità nei confronti dei propri figli e della moglie, o almeno così dovrebbe essere.

Eppure siamo in una società talmente incentrata sull’ego, che tutto ciò che è al di fuori di noi non ha più importanza. Mi sono chiesta tante volte che senso abbia uccidersi, ma il togliersi la vita non è una novità per nessuno. Tanti altri artisti in passato l’hanno fatto. Uscendo dal ramo della musica: Vincent Van Gogh, Ernest Hemingway, Virginia Woolf, l’elenco sarebbe lungo.

C’è un passaggio ne I dolori del giovane Werther, l’opera che per prima ha consegnato celebrità a Goethe, in cui si affronta questo discorso. Werther è innamorato di Lotte, la quale però è già stata promessa in sposa ad Alberto. Nonostante la ragazza gli conceda un bacio, il loro amore è impossibile, in quanto Lotte dovrà sposarsi col suo promesso. Alberto, dal canto suo, non è un rivale visto in maniera negativa, bensì viene rispettato da Werther e considerato quasi un amico. Sul finale del libro avviene tra i due uomini un dialogo incentrato sul tema del suicidio.

Riferendosi a un paio di pistole che Werther chiede in prestito, Alberto esordisce:

«Non riesco a capire come un uomo possa essere così scemo da spararsi, solo a pensarci vado in bestia».

Al che Werther risponde: «Ma è mai possibile, che voi uomini, per poter parlare di una cosa, dobbiate sempre dire: questo è stupido, questo è ragionevole, questo va bene, questo va male? Che significa tutto ciò? Avete forse individuato una volta per tutte i rapporti interdipendenti di un’azione? Sapete dunque dipanare con chiarezza le cause che l’hanno provocata, per le quali doveva accadere? Se fosse così, non sareste così sbrigativi con i vostri verdetti».

«Mi concederai,» disse Alberto, «che certe azioni rimangono riprovevoli qualunque sia il motivo che le ha messe in moto. […] Non si può considerare nient’altro che una debolezza, ecco. È certo più facile morire che sopportare con fermezza una vita tormentosa».

Stavo per troncare la discussione, perché non c’è niente che riesca a mandarmi fuori dai gangheri come quando uno arriva lì e ti spiattella un insignificante luogo comune quando io invece sto parlando con il cuore in mano, afferma Werther.

Le posizioni dei due personaggi, è evidente, sono opposte. Uno condanna a priori il gesto, l’altro invece lo accarezza, affermando ancora che: «La natura umana ha i propri limiti: può sopportare gioia, dolore e affanno fino a un certo grado e crolla appena esso viene superato».

Il libro si conclude con il suicidio del giovane Werther, che non può avere per sé l’innamorata e a quanto pare non riesce a sopportare tale condizione di dolore, la quale invece se fosse stata affrontata e superata in maniera positiva non avrebbe fatto altro che fortificare il carattere del personaggio e renderlo impermeabile ad altre future condizioni sfavorevoli.

I motivi che portano una persona a privarsi della vita possono essere infiniti e sconosciuti. Ad esempio, Virginia Woolf soffriva da sempre di depressione e per quanto l’abbia combattuta e si sia appoggiata alle persone care per aggrapparsi a quella vita che sentiva sfuggirle, alla fine non ce l’ha fatta.

Non entrerò nel merito. Non so se Virginia abbia fatto male, forse non ha potuto fare di meglio.
Per quanto mi dispiaccia, lo stesso discorso vale anche per il cantante dei Linkin Park.

Il punto è un altro. Il punto è che quando fai concludere la tua vita, senza attendere che si concluda da sola, non importa quanto sei stato famoso, cosa hai fatto per gli altri o cosa hai ottenuto. Vieni ricordato per come sei morto. Se non riesci a sopportare sei un debole e anche se non lo sei, vieni comunque visto come tale. A volte i famosi divengono dei miti, ad esempio Kurt Cobain, altre volte, soprattutto quando passa molto tempo, ci si dimentica per cosa sei stato famoso e ci si ricorda solo che ti sei tolto la vita.

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Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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