Le voci del mondo e quella interiore, la nostra

Rubrica: Prospettive Letterarie

Ho pensato a lungo a come ripartire con questa rubrica che dovrebbe parlare di una letteratura legata al giorno d’oggi, magari a nostri luoghi comuni sociali e cercare di sviscerare qualcosa di più introspettivo, qualcosa che aiuti a porre delle domande, a confrontarsi, a ricordarci che c’è chi ci è passato prima di noi e ne ha scritto.

A volte è difficile riprendere dopo una lunga pausa, qualcosa dentro di noi cambia sempre (anche se fatichiamo ad accorgercene) e può succedere che ci chiudiamo in noi e non scriviamo più, anche se lo vorremmo davvero (parlo di me, in questo caso).

Per questo ho deciso di raccontarvi una storia, o meglio di porre all’attenzione una storia che è stata narrata e ben scritta da un autore austriaco, che dopo una serie di vicende è caduto nell’ombra: Robert Schneider. (Se siete curiosi a riguardo, vi rimando a questo articolo gustoso che ho trovato su internet, sul sito di Cronache Letterarie).

Il suo primo romanzo s’intitola Le voci del mondo ed è il racconto della nascita di un bambino prodigio, un piccolo genio musicale alla Mozart, di nome Johannes Elias Alder.

Ovviamente non vi racconterò le vicende del libro, né come va a finire (non amo gli spoiler!), ma una cosa ve la dico: siamo a inizio Ottocento ed Elias è un bambino di cinque anni quando scopre che il mondo è fatto di suoni e di voci.

Un giorno andò con suo padre a raccogliere la legna e sentì forte il contatto con la natura, il richiamo della Emmer, il fiume, e più ancora quello di una grossa pietra che sembrava l’impronta del piede di Dio.
Nevicava, c’era un grande temporale, il fiume si ingrossava, ma Elias non poteva fermarsi. Arrivò sulla pietra liscia, levigata dall’acqua e:

[…] si mise improvvisamente a cantare. Quindi accadde il prodigio: quel pomeriggio del suo quinto anno di vita Elias udì il suono dell’universo.
Sentendo freddo alla testa si portò le mani al berretto per calarselo ancora più giù sulla fronte. Ma lo schianto che avvertì nelle orecchie fu tale da perdere l’equilibrio e da cadere supino nella neve. […] Quello che udì subito dopo fu il tuono cupo che gli saliva al cuore. […] All’orecchio di Elias si schiudeva un mondo di suoni, di voci e rumori che non aveva mai udito prima con tanta chiarezza. Non basta dire che li udiva: li vedeva.”

Questo momento, questa scoperta non solo lo aiutano a maturare, ma lo cambiano proprio, nello spirito e nel corpo. I suoi occhi da verdi, diventano gialli, la sua voce da vitrea (un bel problema per la famiglia che lo induce a tacere sempre) si fa sonora, di basso (ancora peggio di prima e la famiglia decide di chiuderlo in casa).

Elias, quindi, ha ricevuto il dono dell’udito, ma dentro di lui governa il silenzio. Si isola e non vuole parlare con nessuno.

Di lì a poche pagine più avanti, il protagonista cresce, si fa ragazzo e quando va in chiesa c’è solo una cosa che attira la sua attenzione. Non sa bene perché lo attiri tanto, non capisce subito di aver trovato la propria voce, il proprio metro di espressione per estirparsi dal petto il silenzio.

E nemmeno dopo il loro primo, vero incontro, forse, lo capisce appieno.

“L’oggetto misterioso era lì davanti a lui. Elias aprì la tastiera, accese una candela, la fissò bene al candelabro e accennò un segno di croce. Poi improvvisamente gli vennero le lacrime agli occhi, e lui stesso non sapeva come e perché. […] Passò così all’organo l’intera notte. Alle prime luci dell’alba si accorse di non essere pienamente soddisfatto. Malgrado quel lungo improvvisare le sue orecchie cercavano un suono più rotondo, più pieno, e sapeva che la cosa dipendeva dallo strumento. L’organo era stanco, malato. Elias scese dallo sgabello, prese la candela e cominciò a ispezionarlo. […] L’organo andava curato, ed Elias decise che l’avrebbe guarito lui. Non si sarebbe dato pace finché lo strumento non avesse ritrovato la sua anima.”

Posso svelarvi che Elias riesce a curare l’organo. Lo smonta pezzo per pezzo e lo riunisce come se quelle canne di ottone, le cornici, le traverse, le valvole, i tasti fossero pezzi della sua anima, che è piena di amore per Elsbeth (si innamora di lei quando sente il suo cuore di feto battere, quel giorno, quando ha cinque anni e sotto le pioggia, scopre l’universo dei suoni) e per la musica, ma che non riesce a germogliare. Il destino del ragazzo è cupo, scappa via e lui non ha forse la forza, forse le possibilità di inseguirlo. Dopotutto, vive in un paesino austriaco in mezzo ai monti, fatto di case di legno, dove la gente non lo comprende e lo fissa, lo giudica per le sue diversità.

Sembra un’avventura lontana, una favola che, una volta letta, è facile da dimenticare. Invece, io ci vedo una storia di oggi, delle più comuni. Basta distruggere la metafora, sciogliere i nodi e paragonare il paesino al mondo dei social network o dell’opinione pubblica, mettersi nei panni di Elias e provare a sprigionare i propri talenti o inclinazioni. Lo faremmo, lo facciamo con facilità?

In questo mondo fatto di apparenze, pare di non essere nessuno se non si mostra su facebook o su instagram di star facendo qualcosa della propria vita, magari che si è fatto un viaggio o si è ottenuto un premio. Beh, non so voi, ma io, anche se lo faccio, poi non mi sento felice. Che gioia danno 20 like piuttosto che uno o nessuno?

Elias ha un talento smisurato, la musica esce da lui come un fiume. Eppure non è un personaggio che ha studiato, lo zio non vuole nemmeno insegnargli a suonare l’organo. Lo impara da solo.

Consiglio questa lettura come input ad una riflessione interna.

Non siamo ciò che mostriamo, siamo ciò che Dimostriamo.

Chissà quanti talenti nascosti ci sono nel mondo e ci sono stati nella storia, che non hanno avuto la possibilità di farsi conoscere o notare. Chissà quanti leggono, studiano, lavorano, si danno da fare ma vengono fraintesi, giudicati per l’aspetto, i gusti, l’orientamento politico o religioso. Poi quei talenti che ognuno ha corrono il serio rischio di appassire, afflosciarsi… e io mi chiedo sempre: per quale motivo?

Spesso si smette di fare qualcosa che amiamo o che ci appassiona, perché non supportati, non seguiti, perché non notiamo l’interesse negli altri. E allora chi ce lo fa fare, ci capita di pensare.
Questo, però, non significa che non ci possiamo provare lo stesso o che non dobbiamo fare di tutto per essere felici di noi stessi.

Dobbiamo continuare, nonostante tutto, soprattutto se lo riteniamo giusto.

Si potrebbe pensare, a chi importa uno che scrive in una piccola rivista letteraria online, perlopiù sconosciuta? A me importa e mi fa star bene. Il resto conta?

Francesca Delvecchio

Vicedirettore Editoriale

Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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