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L’anno della lepre di Arto Paasilinna

Come accade con le persone, ci sono libri che entrano nella nostra vita con un tempismo perfetto, altri che riappaiono quando siamo finalmente pronti ad apprezzarli davvero. L’anno della lepre si è riproposto alla mia lettura dopo venti lunghi anni, pazientemente trascorsi a prendere polvere nella libreria, sopravvivendo alle possibili archiviazioni per ben quattro traslochi.
Le avventure del giornalista Vatanen iniziano con un piccolo incidente stradale in cui, durante il rientro in città da un viaggio di lavoro insieme a un suo collaboratore, fotografo, investono una lepre, che fugge ferita nel bosco.
Vatanen esce dall’auto e metaforicamente dalla sua vita borghese, cinica e banale per inseguire questa piccola creatura, preoccupato per la sua incolumità. Si addentra nel bosco incurante delle grida del collega che gli chiede di tornare indietro ma che, senza troppo pensiero, poi lo abbandona al suo destino in mezzo alla natura ripartendo per la città.
Il protagonista si prenderà cura della lepre con amorevole premura, tenendola con sé in ogni momento, dividendo con lei cibo, tempo e incontri con i personaggi più disparati. Il tempo e i luoghi della storia sono condizionati da scelte spesso estemporanee di Vatanen che non accetta più, come nella vita di prima, di adattarsi a situazioni che non gli piacciono, che lo avevano portato a un’esistenza frustrante e priva di gioia autentica. Attraverso alcuni personaggi, l’autore conduce una critica verso la politica e la religione, con un umorismo apparentemente leggero ma tagliente. Emblematica la scena del prete che, scandalizzato dal fatto che la lepre abbia lasciato i suoi escrementi sull’altare, in una reazione inconsulta comincia a sparare senza colpirla, ma rovinando alcuni simboli sacri.
Dal punto di vista stilistico ho apprezzato che l’attenzione dell’autore sia concentrata più sul “viaggio” di cambiamento del protagonista invece che sulla caratterizzazione dei singoli personaggi. Anche l’unica situazione amorosa, infatti, è descritta senza approfondimento, per sottolineare che rappresenta solo una delle esperienze lungo il percorso formativo (un moderno bildungsroman) di Vatanen.
L’essere umano civilizzato, al confronto con il duo naif Vatanen/lepre, esce abbastanza ammaccato, spesso descritto in maniera caricaturale come falso e superficiale, a tratti capace di gesti deliberatamente cattivi (“Ma com'era possibile che esistesse gente di quella risma? Che gusto ci si prova ad essere così feroci, perché l'uomo si degrada in modo così crudele?”).
Qualcuno ha voluto leggere questo romanzo come un inno all’ambientalismo ma io ritengo che la natura, nel suo essere insieme pacifica e indomabile (si pensi all’inverno nordico), sia solo uno strumento per creare forte contrapposizione tra l’autenticità della nuova vita scelta dal protagonista e il bieco piattume della precedente esistenza, di cui compaiono brevemente i personaggi (la moglie noiosa, il direttore del giornale per cui lavorava) lasciati sapientemente a piccoli cammei in dissolvenza sullo sfondo della narrazione.
Interessante lo spunto autobiografico del romanzo: l’autore a un certo punto della sua vita ha effettivamente abbandonato il giornalismo perché non lo riteneva più uno strumento di comunicazione obiettivo, per dedicarsi a scrivere romanzi.

La nostra opinione...

Voto-Grafema-5-5

Frase distintiva: Puoi sempre scegliere di rinascere

A chi lo consiglio: A chi vuole sorridere della natura umana

Abbinamento suggerito: Vodka ghiacciata (o tisana alla cannella per gli astemi)

Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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