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L’abbraccio del giglio

Ludovica entra in casa e appoggia a terra la borsa della palestra. È stremata, ma non dallo sforzo fisico – in fondo il pilates non è mai stata un’attività da eroi – ma dal peso dei giorni inutilmente trascorsi a cercare un senso e una pace che non riesce a trovare.
Il suo sguardo cade sulle foto sul tavolino dell’ingresso. Guarda i volti sorridenti dei suoi figli. Giada, ritratta nella bellissima baia di Camogli, risplende della sua bellezza altera, con quei capelli biondi e fini - proprio come i suoi – e il suo fisico asciutto e forte da triatleta. Chissà cosa sta facendo in quel momento, nella lontana Londra? La mente va al giorno in cui si è presentata a casa con i moduli di iscrizione alla London School of Economics… Quanta grinta, quanta determinazione! Ora, vicinissima alla laurea, già pensa al dottorato a Stanford.
Gli Stati Uniti si sono già presi anche il suo figlio più piccolo – un giovane uomo di 22 anni che rimane sempre e comunque il suo bambino – che per seguire il richiamo della sua amata musica è a Los Angeles da qualche anno a studiare al GIT, una delle scuole di chitarra più famose al mondo. Eccolo lì, in una foto di un concerto chissà dove, con i suoi capelli spettinati e quello sguardo intenso.
Ludovica guarda attorno a sé, la sua casa bellissima, così perfetta, ogni singolo elemento al suo posto, tutto studiato nei minimi dettagli per essere in perfetta armonia. I colori chiari, i tessuti ricercati, i soprammobili posizionati per essere ammirati, tutto le ricorda il tempo speso a girar per negozi per rendere impeccabile quella magnifica gabbia dorata. Vuota. Esattamente come lei. Sola e vuota.
La lontananza dei suoi figli è una ferita che non riesce a rimarginarsi. Ha trascorso la vita a soddisfare i loro bisogni, a educarli, a intrattenerli. Ora che non ci sono più, la sua esistenza manca di significato. A fare la mamma a tempo pieno così a lungo aveva dimenticato di essere prima di tutto una moglie e il rapporto con Paolo era piano piano sbiadito, come un lenzuolo abbandonato per troppo tempo al sole.
Ludovica si accascia a terra e comincia a singhiozzare sommessamente, il corpo percorso da brividi freddi nonostante il tepore primaverile di un tardo pomeriggio di maggio.
Sente di non avere più la forza di affrontare le giornate che si susseguono scialbe ma tormentate, piene solo della rabbia di chi sa di non poter riuscire a dare nuova linfa alla propria vita.
Quello che non era riuscita a fare trenta anni prima, forse riuscirà a farlo ora. Oggi. Proprio adesso. Si alza e cammina lentamente verso la loro camera da letto. Dal lato di Paolo alza leggermente il materasso, infila la mano e sente il freddo metallico del calcio della Glock. La stringe forte e la guarda sorridendo.

Si rivede diciannovenne, poco più che ragazzina, dopo la prima grande delusione amorosa, da lei causata, ma non per questo meno tragica, anzi. Aveva visto per la prima volta nella sua vita quanto dolore potesse causare a un’altra persona, non riuscendo a perdonarsi e giurando a sé stessa di non voler mai più amare nessuno. Aveva già scritto mentalmente la sua vita e si era raffigurata a cinquant’anni sola, con tre gatti e la distrazione di qualche gigolò per la soddisfazione delle esigenze sessuali.
Quella volta teneva in mano una Beretta.
Ricorda esattamente il momento. Il gelido sapore della canna in bocca, il sudore che le imperla la fronte, la mano che trema. La ricerca del coraggio di compiere un gesto violento contro sé stessa per cancellare il dolore apparentemente insostenibile da una ragazza così fragile.
Poi le note di una canzone. Una chitarra acustica, una voce suadente. “At last I’ll return to serenity” prometteva il cantante dei Testament. Poi il pianto, la consapevolezza, ancora lacrime, il pensiero dei suoi genitori, la voglia di ritornare a vivere.

Ora fissa la pistola del marito e si sente già liberata, sollevata.
Una decisione vigliacca a volte sembra la migliore. Rapida. Non indolore. Nemmeno risolutiva, ma questo solo una mente più riflessiva e meno impulsiva può pensarlo.
Si siede sulla poltrona bianca di fronte al camino. Si accomoda, rilassata.
Infila la canna in bocca, chiude gli occhi, il dito stringe lento il grilletto.

Paolo parcheggia l’auto in garage, sale le scale e chiama la moglie. Nessuna risposta. Un silenzio inaspettato lo accoglie a casa.
Entra in salotto e vede rosso. Tutto rosso.
Sua moglie giace esanime sulla poltrona. Il sangue cola caldo, lento e denso intorno al suo capo.
Paolo cade in ginocchio e grida. Urla in maniera scomposta, animale.
Perché? Cos’era successo a sua moglie? Alla sua Ludovica! Cosa stava facendo lui mentre lei soffriva in silenzio? In quali delle sue mille attività quotidiane era talmente impegnato da non riconoscere un dolore del genere crescere dentro la donna che amava da tanti anni, con la quale aveva cresciuto una famiglia serena? Quali parole di avvertimento non aveva colto, quale sguardo deluso non aveva visto in tutti i loro giorni insieme? Perché non era riuscito a consolare questa anima sofferente, a lenire le sue insoddisfazioni, a sostenere la sua fragilità? Abituato ai suoi numerosi successi professionali, si trova ora impotente di fronte ad un fallimento senza via di uscita. Si stringe la testa fra le mani, poggiandosi sul grembo di Ludovica. Il suo carattere monolitico si scioglie in un secondo. Comincia a piangere lacrime amare, che bruciano sulle guance e corrodono il cuore. Quello stesso cuore che ogni giorno nasconde dietro la sua giacca e cravatta, i suoi gemelli ricercati, gli orologi costosi, ora gli fa male. Da morire.
Improvvisamente si rivede e si risente nella sua quotidiana freddezza, nei suoi “un attimo sono al telefono”, “sto facendo una cosa importante”, “ora non posso, ne parliamo poi”, “proprio ora? Non puoi aspettare?” e vorrebbe poter riavvolgere i giorni, avere un’altra possibilità, poter giocare meglio le sue carte.
Tutti i suoi studi di strategia, tutti i libri letti sulle capacità negoziali, sulla leadership, non erano stati utili per la gestione del suo rapporto di coppia e non possono essere di alcun aiuto di fronte a quella disfatta.
La sua crescita personale aveva nutrito il suo egotismo, lasciando in ombra tanta parte del resto della sua vita. Perché lo aveva lasciato succedere? Il suo efficiente sistema di controllo si era inceppato. Perché? Perché? Perché?
Nel silenzio non trova risposta.
Pensa ai figli e, tra le lacrime, prende il telefono.

Due giorni dopo, in chiesa, il sacerdote legge con tono grave la liturgia. Le sue parole arrivano a Paolo come da un’altra stanza. L’effetto dei tranquillanti gli danno un’aria irrealmente calma, mentre dentro di lui brucia un inferno di rabbia e rimorso.
La madre di lui, seduta al suo fianco, intuendo la devastazione interiore del suo unico figlio maschio, gli prende la mano e gliela stringe, offrendo conforto. Il padre tenta di mantenere un contegno di cordoglio nonostante lo sbigottimento e l’incomprensibilità del gesto compiuto dalla nuora.
Giada è sconvolta, gli occhi gonfi di chi ha pianto tutte le sue lacrime e il volto tirato e ancora incredulo allo spettacolo cui sta assistendo. Paolo la guarda e, esattamente come lei, spera di potersi svegliare da questo orribile incubo per poter parlare ancora con la sua Ludovica.
Filippo piange ininterrottamente. I suoi tre cugini, compagni di giochi dell’infanzia, lo stringono e lo abbracciano ma il suo dolore è talmente grande che deve solo esplodere fuori, non può essere trattenuto.
La sorella di Ludovica e i suoi genitori, profondamente credenti, pregano Dio affinché la accolga perdonandole di essersi tolta il più grande dono che abbia mai ricevuto. Si domandano, invano, cosa avrebbero potuto fare per lei prima di tutto questo, perché l’avevano lasciata sola nella sua disperazione?
Una coppia di vicini di casa assiste al dolore di questa famiglia spezzata, senza riuscire a comprendere cosa possa aver condotto quella bellissima donna a una tale decisione.

Paolo alza gli occhi verso le vetrate alle spalle del sacerdote, oltre la nube e l’odore di incenso. I raggi del sole che filtrano attraverso i decori colorati illuminano con un arcobaleno la chiesa e i presenti, generando un’inopportuna aura di allegria e di vita. Per un attimo Paolo la vede fluttuare, in alto, un angelo biondo che li guarda soavemente e pare salutarli, lieve, con la mano, le braccia aperte quasi a volerli abbracciare tutti, di lontano.
Le ricorda un giglio, così puro, bianco e delicato. E vorrebbe tanto poterla stringere ancora a sé, teneramente, piano piano, nel solo modo in cui un giglio può essere abbracciato.

Photo credit: Vadim Stein.

Elisa-Zafferani

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
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