La sostanza del discorso: i nomi

Rubrica: La Grammarnazi

Per introdurre l’argomento di oggi, la Grammarnazi vi propone un esercizio. Prendete l’incipit di un libro, o di un racconto, se preferite. Ho scelto per voi l’inizio di uno splendido libro, Una questione privata di Fenoglio, che mi è stato proposto in quarta o quinta liceo, non ricordo precisamente, dall’altrettanto splendida professoressa di lettere che ho avuto la fortuna di avere.

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba.

Ora togliete tutti i nomi da questa frase e riscrivetela.

La socchiusa, le abbandonate lungo i, guardava la di, solitaria sulla che degradava sulla di.

La frase, così mutilata, risulta traballante e completamente priva di significato.
Il nome (dal latino nomen = denominazione) anche detto sostantivo (dal latino substantivum da substantia = sostanza, ciò che esiste) è, infatti, quella parte variabile del discorso che serve ad indicare persone, animali, oggetti, idee, concetti, stati d’animo, azioni, fatti. In pratica, tutto ciò che esiste nella realtà e che possiamo immaginare, a cui, appunto possiamo dare un “nome”.
I nomi possono essere comuni (cane) o propri (Fido): attenzione all’ortografia, i nomi comuni sono scritti con l’iniziale minuscola mentre i nomi propri con la maiuscola. Eccezioni a questa regola riguardano:

  1. la personificazione di animali o cose, come avviene nelle fiabe o in generale nelle narrazioni di fantasia (Il Gatto incontrò la Volpe, la Rosa rispose al Giglio);
  2. l’indicazione di entità astratte o superiori (la Fede, la Speranza, la Carità);
  3. persone o cose che si distinguono in maniera univoca nella loro categoria: il Poeta (Dante), le Tavole (dei Dieci Comandamenti).

Talvolta succede anche il contrario, vale a dire che un nome proprio venga utilizzato come nome comune, ad indicare una traslazione da una “figura” famosa rispetto ad una caratteristica peculiare o ad un’invenzione. Per elencare alcuni esempi, è possibile una suddivisione in due categorie:

  • un essere umano particolare: un giuda è un traditore (come Giuda, colui che tradì Gesù); un adone è un giovane bellissimo (da Adone, bellissimo giovane amato da Venere);
  • un prodotto specifico: pullmann (il mezzo di trasporto che può essere chiamato anche corriera, nevvero? E non mi date dell’esterofoba ) prende il nome dall’inventore statunitense G.M. Pullmann; il gorgonzola (formaggio erborinato, ottenuto con una tecnica precisa, non lasciandolo ammuffire a caso) è collegato all’omonima cittadina lombarda in cui originariamente era prodotto; il cognac (superalcolico di grande pregio, perfetto per le serate invernali di fronte al camino, provate il Delamain e troverete poesia in un bicchiere) si chiama così poiché è prodotto nella città francese di Cognac (mi raccomando, l’accento è sulla “a”, così, tanto per pignoleggiare); la biro (la penna a sfera) è stata inventata dall’ungherese L. Birò (con tanti saluti al calamaio e alla stilografica a me tanto cara).

I nomi possono essere di genere maschile o femminile. In via generale sono maschili:

  • i nomi che terminano in -o: il medico, il quaderno, il suono, fatte salve le eccezioni quali mano, moto, foto;
  • i nomi stranieri che finiscono con una consonante: radar, camping, computer, slogan (ma sono femminili holding, miss, star, hostess);
  • i nomi delle lingue e dei dialetti, i punti cardinali, gli elementi chimici, i giorni della settimana (tranne la domenica), i monti, i mari e i fiumi (tranne rari casi quali la Loira, la Senna, la Sila, la Maiella).

Sono di genere femminile:

  • i nomi che finiscono in -a: la cartella, la noia, la giacca, ma sono maschili i sostantivi che terminano in -ema come problema, poema, Grafema (l’autocitazione mi è sorta spontanea);
  • i nomi che terminano in -i: crisi, oasi, tesi (ma non il brindisi, il bisturi, il safari);
  • i nomi di città, isole, continenti, stati e regioni.

Un argomento che ha suscitato qualche recente polemica è la formazione del femminile di alcuni sostantivi maschili che riguardano incarichi professionali o politici. Poiché tradizionalmente alcuni ruoli erano riservati agli uomini, tutt’oggi ci si riferisce al ministro Maria Rossi piuttosto che al giudice Laura Bianchi o al sindaco Federica Verdi. La Grammarnazi non condivide la recente diffusione di forme come ministra, avvocata, notaia, espressione di un femminismo in una delle sue forme più ottuse (posto che ne esistano di acute…).

Parentesi maschilista chiusa, procediamo con l’analisi dei generi.

Alcuni sostantivi, detti nomi mobili, nel passaggio da un genere all’altro modificano la desinenza o aggiungono un suffisso. Alcuni esempi sono duca/duchessa, poeta/poetessa, professore/professoressa, attore/attrice.

Tuttavia, siccome l’italiano è davvero difficile (un po’ come tutto ciò che è molto affascinante), altri nomi nel cambio di genere non seguono alcuna regola, come re/regina, stregone/strega, eroe/eroina, dio/dea.

I nomi indipendenti, invece, hanno forme completamente differenti tra maschile e femminile: padre/madre (qui la differenza va ben oltre l’ortografia…) fratello/sorella, nubile/celibe, montone/pecora, fuco/ape.

Più semplici i nomi di genere comune, che hanno la stessa forma per il maschile e il femminile, quali custode, cantante, pianista, giornalista, artista, e possono quindi essere distinti nel genere dagli aggettivi che li accompagnano o dal contesto del discorso.

Da ultimo, in quanto al genere, vorrei ricordare i nomi di genere promiscuo che indicano, con un’unica forma, sia il femminile sia il maschile, come serpente, giaguaro, tigre e pantera.

Attenzione ai falsi cambi di genere: collo non è il maschile di colla, così come panno non lo è di panna (assai più gradevole e desiderabile, soprattutto quando si è a dieta!), il baleno è molto più veloce della balena, il boa meno galleggiante della boa, il colpo più violento della colpa, il foglio a volte è ciò che resta di una foglia, il torto è più amaro della torta, il velo più trasparente della vela, il pizzo più seducente della pizza (beh, dipende!), il fine giustifica i mezzi ma non sempre conduce a una fine desiderata.

Per quanto riguarda il numero del nome, è bene prestare attenzione nella formazione del plurale ad alcune categorie particolari di nomi  quali:

  • i difettivi: hanno solo la forma singolare (varicella) o solo quella plurale (ferie);
  • i nomi invariabili: non mutano forma passando dal singolare al plurale (il re/i re, la crisi/le crisi, la serie/le serie);
  • i nomi collettivi: indicano una pluralità di elementi ma sono solo in forma singolare (sciame, gregge, bestiame, folla);
  • i nomi sovrabbondanti: hanno due plurali con significati differenti (il ciglio diventa cigli o ciglia, fondamento diviene fondamenti o fondamenta, l’urlo diviene urli se di animali e urla se di umani, gesto diviene gesti se vogliamo indicare movimenti ordinari o gesta se parliamo di imprese eroiche).

Per la formazione ordinaria dei plurali dei nomi, si seguano invece alcune indicazioni:

  • i sostantivi terminanti in -aprendono -e al femminile (la festa/le feste) e -i al maschile (l’automobilista/gli automobilisti);
  • i sostantivi che finiscono in -o-e prendono -i al femminile (la mano/le manila legge/le leggi) e al maschile (il faro/i fari);
  • alcuni terminanti in -co -gocambiano in -chi e -ghi (alterco/alterchi) se sono piani (accentati sulla penultima sillaba) e in -ci -gi (asparago/asparagi)se sono sdruccioli (accentati sulla terzultima sillaba) salvo alcune eccezioni come stomaco che si trova al plurale sia come stomachi che come stomaci o amico che, nonostante sia piano, diventa amici;
  • i nomi che finiscono in -ca -ga prendono-chi -ghi al maschile (collega/colleghi), e -che -ghe al femminile (banca/banche);
  • quelli che terminano in -logoformano il plurale in -loghi, se indicano cose (dialogo/dialoghi), in -logi(dietologo/dietologi) se indicano persone;
  • le parole che finiscono in -cia -gia prendono -cie-gie (farmacia/farmacie) o -ce e -ge se sulla i del morfema non cade l’accento ed è preceduta da consonante (pioggia/piogge);
  • i nomi che terminano in -ioprendono -ii se sulla i cade l’accento (pendio/pendii) e -i se invece non vi cade (aglio/agli), tranne per la parola tempio (templi).

Alcuni nomi in –io (con la i non accentata) possono avere il plurale in –ii oppure possono essere accentati per evitare confusioni tra principii (princìpi) e prìncipi, o tra martirii e màrtiri, tra benefìci e benèfici.

Un’annotazione finale di stile: il nome proprio di persona, composto da due elementi, nome e cognome, va sempre scritto in quest’ordine, salvo negli elenchi telefonici (e negli archivi in genere) per motivi di classificazione alfabetica. Ricordatevene la prossima volta che firmerete, voi siete in primis il vostro nome, poi il vostro cognome.

Se poi doveste passare per la Romagna (come Keanu), non meravigliatevi se, a sentire il vostro cognome, dovessero chiedervi: «te ad chi ci e fiul?»

Noi romagnoli siamo così, un po’ curiosi e sempre pronti ad attribuire la responsabilità dei nostri difetti all’eredità genetica familiare.

 
A Ottobre i nuovi corsi e laboratori.

Cosa aspetti?
Iscriviti ed entra
nel mondo del Grafema!

Elisa Zafferani

Redattrice
40 anni. Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
Leggi la mia biografia oppure