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La parata dei salici

Primo gennaio. Tanti, infiniti primi giorni dell’anno. Da sempre, nel mio piccolo paese si tiene la parata.
«È per non dimenticare» dicono, «non dimenticare mai». Non dimenticare il dolore. Non dimenticare cosa ci è stato tolto, cosa abbiamo perso.
Non dimenticare chi siamo.
Un ramo, un ramo di salice. Tagliato tanto lungo quanto forte è stato il dolore. Un ramo per ogni sofferenza, per ogni mancanza, per ogni perdita. Preziosi broccati scuri a far luttuose fascine. Ogni uomo se li carica in spalla, ogni donna sul proprio carretto a mano. Poi via, lentamente, in silenzio. Ogni vicolo è attraversato da questa onda di nero orgoglio. Nessuno, qui, dimentica. Non il primo giorno dell’anno, non durante la parata.
Non c’è perdono. Non esiste, nel mio paese. Neppure per se stessi. Neppure per chi ha ceduto, schiacciato dal tempo e dai rimorsi delle fascine. Eredi, figli dei figli, le aggiungono alle loro, ai loro dolori, perpetuando all’infinito un presente che non vuole dimenticare.
Così, in fondo, si è formata la nobiltà di questo paese. Così, con il prestigio del male fatto, subito, che si accumula sulle spalle delle famiglie nel primo giorno di ogni anno sempre uguale. Il giorno in cui le finestre sono spalancate, incuranti del freddo e gli occhi non luccicano di sospetto attraverso gli scuri. Ma solo perché sono tutti in strada, apparentemente incuranti. In realtà ben fissi sui vicini. Su quanto mettono in piazza.
Così, da noi, si sceglie anche chi seguire. In testa al corteo c’è il sindaco, sempre lo stesso sindaco di tutti i miei ricordi. È vecchio, ormai. Si è portato i due figli per farsi aiutare a spingere il carretto, per non dover scegliere cosa mettere in piazza, quali perdite, forse quali scandali. Per non lasciare a casa nulla. I figli si detestano tra loro. Sarà un avvocato che deciderà come spartire il doloroso prestigio degli antenati, morto il padre.
Tra loro, in testa, e i bambini, in fondo, tutta l’umanità del paese. Ai bimbi viene spento il sorriso in fretta, da queste parti. Già molti di loro hanno una rispettabile fascina da portarsi. Una marachella, un capriccio. E una umiliazione, un rametto per ognuna di esse.
La chiesa in piazza è il teatro per il finale. La parata si dirige lì, per unire in matrimonio i nuovi dolori ai vecchi. Per la comunione delle sofferenze più giovani con quelle della cristianità intera.
Mi trovano lì, esattamente come dieci anni fa, quando me ne andai. Allora fui lo scandalo più grande, nello spezzare i mucchi di rami di salice. Miei. Dei miei antenati. La mia famiglia qui era nobile e rispettata e in pochi istanti io, ultimo e scapestrato rampollo, la distrussi.
Portai con me, nel mondo di fuori, soltanto un rametto. Un rametto di cui nessuno al mondo, neppure del paese, conoscesse il significato. Eppure il paese venne con me e con quel ramo, senza mollare la presa.
Quando me li trovo lì davanti, il sindaco e il prete, i vecchi e i giovani, gli scuri bambini, so di averli perdonati anni fa. Mi resta un solo ramo, tra le dita. Quello che ho portato via e che ora ho riportato a casa.
Perdono me stesso. Lo spezzo. In due, poi in quattro. Poi in pezzi più piccoli.
Di quel che è successo dopo, non ho prova. Davanti a me gli abitanti del paese si sono fatti vecchi, poi decrepiti. Poi soltanto ombre, fino a sparire. Lo stesso, ho visto nei loro occhi, stava succedendo a me, dal loro punto di vista. Anche il mio paese è scomparso, con le ultime luci del tramonto.
La notte mi ha trovato lì, lungo un fiume tranquillo, tra il frusciare dei salici. Se ombre mi hanno osservato andar via, non le ho viste, né avvertite.
Ho lasciato quei luoghi che non erano più un paese e sono tornato al mondo, finalmente vivo.

 
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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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