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Tra la mente e le labbra, abita il segreto

Fu in un Natale di un ‘’C’era una volta’’ che imparai la dura legge dei segreti.
Dunque tu mi dici una cosa che non va detta. Ma se tu me la dici, non l’hai forse detta?

Ad ogni modo mi esercitai a lungo davanti allo specchio, quando mentivo la mamma lo scopriva sempre. A detta sua, la linea rossa delle bugie sfrecciava potente sulla mia fronte, spessa tanto quanto la pinzellacchera che avevo detto – pinzellacchera: strano modo del maestro Attilio di chiamare le sciocchezze – anche se francamente non la vidi mai. Negli anni studiai diverse tecniche per riuscire a vederla prima della sua scomparsa, ma decisi di rinunciare quella volta in cui, tentando di tenerla stretta con le mani sul volto, corsi allo specchio in soggiorno e vidi tatuato sulla fronte solo lo spigolo del tavolo.
Io sapevo.
Un segreto va protetto, custodito.
«A volte si è costretti a mentire per una buona causa» mi aveva spiegato Papà quando avevo domandato se saremmo andati dritti all’inferno non dicendo alla Mamma cosa le avevamo comprato per Natale.
Sapevo, ma dovevo fingere di non sapere.
Uscimmo dal negozio il sabato della Vigilia – in fila indiana – io, il pacco e dietro Papà, color rosso carta. Effettivamente la pelata paonazza luccicava più del regalo, ma questa storia dei segreti cominciava a piacermi e dunque non glielo dissi. Caricammo in macchina il bottino, pronti per tornare a casa. Ripassammo un’ultima volta la lezione.
«Dove siamo stati?»
«Al parco» dissi ammiccando.
«Perfetto».
Mi allacciò le cinture e salendo in macchina mi sorrise dallo specchietto un’ultima volta. Ricambiai e mi infilai la berretta. “Stavolta ti frego, linea rossa”.
Morivo dalla voglia di spifferare tutto, ma ero diventata grande e i grandi si sa, sanno mentire bene. Lo fanno sempre. Per esempio lo Zio che tutti conoscono per Piero in realtà si chiama Agostino, Papà detesta la crostata di Mamma, anche se davanti a lei dice che è buonissima, la Zia per sette giorni al mese porta il pannolino, ma mi ha detto di non dirlo a nessuno.

Le strade luccicavano a ritmo del Natale e io mi domandavo quale segreto si nascondesse dietro i cappotti, i baffi, gli occhiali dei passanti che rimanevano indietro. Li guardavo scomparire dal finestrino man mano che la macchina avanzava e pensai che dopotutto non aveva importanza, io avevo il mio e bastava. Così rigirai il collo come un gufo e mi accorsi con stupore che stavamo per svoltare nella via di casa, di già.
Papà spense il motore e restò fermo per qualche secondo. Mi guardò. «AL PAAAARCO» dissi.
Entrammo dalla porta dell’ingresso in silenzio – il pacco, Papà e io – e facemmo capolino in cucina per scoprire con entusiasmo che la Mamma non era ancora rientrata dal lavoro.
Quando aprì la porta, ci trovò seduti a tavola con tre grissini per uno in mano. Il pacco era sotto l’albero, fiero di noi.
«Dove siete stati questa mattina?» fu la seconda domanda dopo «Perché la tavola non è ancora apparecchiata?»
Toccava a me. Il cuore voleva mandarmi fuori di senno, in comunella con la gocciolina di sudore che mi solleticava la guancia – uscendo dalla berretta che avevo deciso di non togliere –. Potevo farcela, dovevo. Dopotutto mi ero esercitata per tutta la mattina. Papà, sfidando la legge della natura, mi guardava con la coda dell’occhio sinistro in attesa della mia battuta e con l’altro intratteneva la Mamma.
Guardai la Mamma, guardai Papà col pensiero, e poi di nuovo la Mamma.
«AL PARCO» disse la mia mente «Al…Al…Al parco» biascicai.
«Ah, bene» disse lei, e fece per andare a togliersi il cappotto in camera.
Papà e io soffocammo un urlo di vittoria. Lancia grissini e berretta. Bicchieri, pentole e stoviglie intonarono una Ola dagli scaffali mentre mi rigiravo la maglia sulla testa, in ginocchio come fa Papà quando segna il Milan – ai tempi potevo permettermi di non portare il reggiseno –.
«Eccola che arriva!»
Ricomponemmo la scena iniziale in mezzo secondo – solo i miei capelli erano rimasti in piedi – e la Mamma ci trovò come ci aveva lasciati, sorridenti e con la tavola sparecchiata. Pranzammo con un sottofondo di Natale, mi riempii con due scucchiaiate di pasta e un bicchiere di emozione. Tra un’occhiata di intesa e qualche risatina da sotto i baffi, sparecchiammo la tavola e confabulando – sempre Papà e io – andammo in salotto.
«SORPRESAAAAA!!» urlammo, quando anche Lei – la Mamma – ci raggiunse «Questo è per te».
«Per me?» chiese stupita «davvero?»
In cerchio seduti di fronte al camino scrutavamo il grande pacco rosso.
Sapevo, ma dovevo non sapere.
Mi tenevo stretta la bocca per essere sicura che niente, nemmeno una vocale, potesse scapparmi.
La tensione piano piano si allentò, eravamo fuori pericolo. La sorpresa era riuscita e mancavano poche ore a Natale.
«Dai dimmi cos’è».
«No».
«Dai. Un indizio».
Guardai Papà che mi fece gli occhiacci e dunque tornai sui miei passi.
«HO DETTO NO».
«E va bene» disse lei alzandosi e imbucando la porta «se proprio non me lo dici me ne vado in cucina».
Quando ormai era sparita nel corridoio:
«Sarà sicuramente qualcosa di buono».
Risi.
«Ma dai Mamma, che dici? I vasi non si mangiano mica».

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Serena-Menghi

Serena Menghi

Redattrice
Mi chiamo Serena e di me so questo e poco altro. Quando sento il bisogno di uscire di scena, scrivo. Ho 22 anni, quasi 23. Capelli biondi e un neo sulla mano destra.
Per il Grafema Magazine scrivo racconti.
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