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La cultura è cosa di strada parte seconda: la solitudine della fiera del libro (indipendente).

Editoriale: Grafemi e Nuvole

Si è appena conclusa la terza edizione del Cantiere Poetico di Santarcangelo di Romagna (RN), culminato con inVerso, festival-nel-festival con mostra mercato del libro dedicata alla piccola editoria di qualità. Il Grafema ha partecipato sia con uno stand dedicato alla promozione dei corsi, sia all’organizzazione del festival stesso. Non staremo a descrivervi l’esperienza, sarebbe un po’ sterile. Sì, è andata abbastanza bene. Si, ci siamo divertiti. Sì, è stato piuttosto stancante, grazie. Vogliamo piuttosto proporvi una riflessione, uno spunto che questo festival, come molti altri cui abbiamo partecipato da attori o da spettatori, ha sollecitato.

Qualche tempo fa (Leggi l’editoriale “La cultura è cosa di strada”) vi abbiamo parlato di cosa significhi, per noi, fare cultura e soprattutto condividerla: principalmente mescolarsi con le persone, portare le iniziative al di fuori degli spazi tradizionalmente preposti. Insomma, stupire. Stupire e coinvolgere. Durante questa ultima fiera abbiamo trovato chi la pensa come noi e anche chi è più legato a strutture e a un’impostazione un po’ più tradizionale, ma in fondo la varietà è una gran bella cosa e nemmeno questo è il punto.

Il punto è che non si sta muovendo una vera e propria critica, ma si prende atto di una fragilità. L’iniziativa di Santarcangelo è andata bene, molto bene se consideriamo due giorni di maltempo su tre, ma proprio da questo aspetto emerge quanto sia delicato un progetto del genere. Troppa pioggia? La gente resterà a casa. Troppo sole? La gente andrà al mare. Gli editori ospiti portano presentazioni noiose e poco interessanti? La gente non verrà in piazza e farà giustamente altro, poiché è mancato l’atteggiamento che porta a conquistare, a sedurre i potenziali lettori uno per uno per tornare a quello un po’ arrogante della presentazione parlata addosso. Il che di solito è in buona fede, si fa per cercare di stupire, di fare qualcosa di “molto” in più, ma tant’è.

Insomma, basta una sfiga qualsiasi e un festival, una fiera, una mostra mercato del libro (chiamatela come preferite) va male ed editori e organizzatori perdono o comunque non guadagnano una quota molto importante: sempre più spesso infatti gli introiti passano da qui oltre che dalle librerie e la voce mostre mercato si fa sempre più rilevante nei bilanci.

C’è qualcosa che non va.

È una tendenza condannata a essere troncata. Fare una fiera è impegnativo dal punto di vista del tempo (tutte le attività si fermano per alcuni giorni), dal punto di vista fisico (si fa fatica!), dal punto di vista economico e così via. Un editore non può pensare, per quanto questo possa essere redditizio, di fare una gran quantità di mostre mercato. Non farebbe più l’editore.

Eppure questo è quanto accade a una enorme fetta di piccoli editori, che siano di qualità o magari un po’ meno. Magari diventano un po’ meno di qualità, quando non decisamente discutibili, proprio perché “costretti” a dedicarsi troppo all’aspetto commerciale e con troppo poco tempo da lasciare al lavoro di editore vero e proprio. Lungi da noi fare un discorso snob, è necessario sporcarsi, è necessario ricordarsi che l’editore è e resta anche un imprenditore e tutti i concetti che, se spulciate tra i precedenti editoriali, abbiamo già cominciato a discutere con voi. Resta però il fatto, per non dilungarci troppo, che un piccolo editore, che magari lavora da solo, con la famiglia o con 1-2 collaboratori al massimo, o fa bene il suo lavoro o fa una gran quantità di mostre mercato. Che comunque gli servono. Che comunque hanno una certa probabilità di andare male. Ma si può fare altrimenti?

Sì. Occorre che i piccoli editori la smettano di coltivare quella loro particolare solitudine e comincino a parlarsi. Non ha alcun senso farsi decine di fiere all’anno, trascurando il proprio lavoro principale, spesso compiendo dei veri e propri “viaggi della speranza” con gli scatoloni ricolmi di libri magari fuori target nel bagagliaio, alla volta di realtà locali conosciute pochissimo, portandosi dietro un autore da presentare che non si sa assolutamente se sarà compatibile con quel pubblico. I festival, le mostre mercato sono una meravigliosa occasione, ma anche quando hanno successo corrono il rischio di essere degli eventi un po’ sterili, che significano qualcosa solo in quel momento e in quel luogo e che se va bene si ripeteranno l’anno dopo. È difficile farli crescere, difficile attirare nuovo pubblico e nuovi editori.

Occorre fare rete, fare consorzio, fare “intelligence”, ditelo un po’ come vi pare. Invece dei suddetti viaggi della speranza, i piccoli editori dovrebbero pensare a organizzare, a fare un festival o una mostra mercato nella realtà che conoscono meglio, cioè la loro. Da soli o meglio ancora unendosi agli altri piccoli editori della zona e invitare tutti gli altri senza che questi debbano fisicamente muoversi e nemmeno cercare, valutare, organizzare.

Proprio perché ognuno conosce la propria casa al meglio, può dare a chi è più lontano consigli e indicazioni sulle tipologie di libro e sulle modalità di presentazione o di evento più efficaci, trovare collaboratori, ospiti attira pubblico, dialogare con le istituzioni locali e via dicendo le mille cose che servono. Gli altri editori, quelli lontani ma che fanno parte di questo “gruppo” devono limitarsi a spedire i propri libri, magari se ne hanno la possibilità anche a mandare un autore per presentare un titolo, giovando dei suggerimenti degli organizzatori. Sappiamo che questa sembra una cosa fredda, meccanica, ma pensate un attimo alle conseguenze: anche immaginando un’organizzazione con un solo festival all’anno su base regionale (e già oggi sono parecchi di più) un piccolo editore si troverà coinvolto nell’organizzazione di un solo festival, mentre i suoi libri “viaggeranno” per altri 19 con un costo, d’accordo, tra spedizioni e contributi, ma sicuramente più basso, molto più basso di quello di una partecipazione di persona. Alcuni di questi andranno magari male, come detto sopra ci sono anche fattori imponderabili, ma il circuito in sé nel complesso non potrà che spingere verso guadagni sia in termini economici che di diffusione al pubblico. In questo modo i festival non resteranno più lettera morta tra un’edizione e l’altra, ma diventeranno un vero e proprio circuito, costantemente promossi l’uno con l’altro, e diventerà anche naturale che tendano ad aumentare di dimensione (sia di partecipanti che di pubblico). Nel frattempo, al centro di tutto questo, l’editore potrà tornare a dedicare la grande maggioranza del tempo a quello che, ricordiamolo, resta la sua attività principale: scegliere, correggere, impaginare e produrre libri sempre più belli, interessanti e di qualità.

Insomma, siamo partiti con quello che sembrava un paradosso, la solitudine di una fiera, che poi paradosso proprio non è. È un problema, che si può risolvere collaborando, in modo che ci riesca sempre meglio fare quello che in sostanza più amiamo, in modo che ci riesca sempre più vero ricordare alla gente che la cultura è cosa di strada, di piazza, di comunità.

Noi del Grafema questo sassolino l’abbiamo lanciato e ci guardiamo bene dal tirare indietro la mano. Collaboreremo, con entusiasmo, con chiunque ci chiederà una mano per sviluppare progetti che portino in questa direzione.

Anzi, per dire, è già così. Sabato 30 settembre e domenica 1 ottobre ci troverete dietro ai banchi al “Mei” di Faenza. Lettori, venite a trovarci. Editori, pensateci su.

 
A Ottobre i nuovi corsi.

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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