King Arthur – Il potere della spada

Regia di Guy Ritchie. Con Jude Law, Charlie Hunnam, Eric Bana.

Inaugurare la rubrica di recensioni cinematografiche non è facile. Cosa scegliere, il documentario, il film impegnato, quello meno noto, il blockbuster? Curioso peraltro che il termine blockbuster sia sopravvissuto come sinonimo di “opera, tipicamente frutto di produzione dai vasti mezzi, che riscontra un grande successo di pubblico” anche dopo lo spettacolare fallimento della catena di videonoleggi che si era fregiata di quel nome. Quando si dice ottimismo mal riposto. Ma sto divagando…

Ho scelto l’ultima incarnazione della leggenda di Re Artù perché, se non tutti, almeno un po’ di questi generi li tocca. Diciamoci la verità: ormai la storia, almeno per sommi capi, la conoscono tutti. Ma proprio proprio tutti quanti. Potrà cambiare l’occhio di chi la racconta, ma l’approccio documentaristico è inevitabile.

Concentriamoci quindi sull’occhio, che è quello di Guy Ritchie. Il quarantottenne regista britannico ormai ci ha fatto capire che gli interessano due cose. Due. Raccontare la vita dei piccoli criminali dei sobborghi popolari (c’è una frase del grande Terry Pratchett che sembra aver fatto sua: le persone non sono fondamentalmente buone o fondamentalmente cattive. Le persone sono fondamentalmente persone) e fare un uso folle, smodato e divertentissimo di flashback e flashforward. Questo ha portato alla nascita dei suoi due primi, strepitosi, lungometraggi, Lock&Stock e The Snatch, che l’hanno sparato subito nell’olimpo dei nuovi grandi registi. Velocemente, troppo velocemente, tanto che il successivo “Travolti dal destino”, remake di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” della Wertmüller, sarà un flop di pubblico e soprattutto di critica, proprio per la mancanza dei suoi due piatti forti. Poco male, Ritchie si rifarà negli anni successivi cucendo addosso a Robert Downey Jr due Sherlock Holmes perfetti, due storie di gangster metropolitani in perfetta linea con la sua cinematografia, e ripetendo il successo con il più recente Operazione U.N.C.L.E., gioiellino che forse non ha ricevuto il meritato riscontro e che ci ha peraltro fatto scoprire che Henry Cavill (l’attore di Superman) è in effetti un attore e non la versione dopata di un manichino di H&M.

Arriviamo dunque a King Arthur: Il potere della spada. Il giochino funziona ancora?

Be’, sì e no. Vediamo perché.

Funziona alla grande quando Ritchie resta nel suo ambiente. La sequenza (quasi) iniziale di un Artù che cresce in un bordello di una Londra perfettamente ricostruita e comunque stranamente simile a quella di Lock&Stock è ben sviluppata. Il gioco che lo vede crescere in età e nel suo percorso di criminale da quattro soldi in pochi colpi di cinepresa è magistrale. Il livello raggiunto dal regista è semplicemente impressionante. Tutto ciò che riguarda questo schema funziona egregiamente per tutto il film. I delinquentelli di animo nobile, la “cerca” che mette insieme gli eroi pescandoli dai luoghi più disparati, l’uso di un linguaggio di certo fuori contesto storico ma altrettanto di certo efficace, il consueto montaggio alternato che mostra prima di spiegare e spiega a giochi fatti. Ci sono due o tre scene, compresa una delle più importanti, che ti incollano allo schermo e non puoi fare a meno di esclamare “cheFFFigata”. Con tre f. Maiuscole.

Anche il cattivo funziona. Jude Law, già abitualmente ben valorizzato da Ritchie (era il Dottor Watson dei due Sherlock Holmes), è evidentemente ancora in stato di grazia dal periodo The Young Pope. Cinico, duro, spietato e scanzonato a un tempo. Senza dubbio il migliore del mazzo.

Purtroppo, però, ci sono anche le dolenti note. In primo luogo il resto del cast. Quasi tutti gli attori offrono una prestazione piuttosto dozzinale, a partire dal protagonista, Charlie Hunnam. Se è credibile nel suo essere svagato di tutta la prima parte del film, diventa irritante nella seconda. Dov’è il carisma del leader suo malgrado? Dov’è il percorso di crescita e di presa di consapevolezza? D’accordo che in questa versione si punta molto sul fatto che la regalità gli venga appioppata a tradimento, ma dopo la seconda volta che lo sketch viene ripetuto la bocca comincia inevitabilmente a storcersi.

Il secondo, e fondamentale, punto debole del film è la magia. Vi scandalizzerò, direte che non si può fare a meno di Merlino, della Dama del Lago e soprattutto del potere della spada che ci sarà bene un motivo per cui dà il sottotitolo al film, no?

No, l’ho detto. Fatemi causa.

Ritchie con la magia proprio non ci sa fare. Le scene in cui entra in campo sono forzate e artefatte, sgradevoli per la narrazione al punto da sembrare delle soluzioni facili per coprire dei buchi di sceneggiatura. La scena iniziale incespica (a proposito, Guy, pure con le scene di battaglia prudenza, mi raccomando) e di fatto mortifica il cameo di Eric Bana nel ruolo di Uther, appiattisce come già detto il percorso di presa di consapevolezza di Artù e, al netto di effetti speciali comunque molto belli, manda in vacca il finale. Troppo comodo, troppo scontato. Non dico che si sarebbe dovuta togliere del tutto (invece sì, lo dico, ma tra parentesi. Butto il sasso e ritiro la mano: chissà se centrerò la dama del lago?), ma si poteva usare in modo molto più sottile e meno fracassone. Capisco le esigenze di produzione, ma Ritchie ha tutte le qualità per mostrarci che, alla fine, i suoi piccoli e meravigliosi delinquenti di periferia sanno sempre cavarsela grazie alla loro testa. E a un po’ di fortuna.

Resta comunque un film da vedere. Non il migliore del regista, non il peggiore. Brillante e divertente, con ottimi dialoghi (anche se, per gli amanti dei suoi primi lavori, non esenti da qualche autocitazione) e una freschezza sufficiente a rilanciare il franchise, come si dice oggi, di Re Artù. Non riuscito come quello di Sherlock Holmes, ma non può andare sempre così bene, no?

La nostra opinione...

Voto-Grafema-2-5

-Che succede adesso?

 -Lo sai che succede… diventi rapidamente leggenda.  

A chi lo consiglio: a quelli convinti che Nico il Greco sia vivo e lotti insieme a noi e a quelli a cui piacciono i cOni.

Abbinamento suggerito: non mi spingo a proporvi della onesta birra inglese, a temperatura ambiente. Ma non andate oltre la Guinness. Un paio di pinte.

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
Leggi la mia biografia, trovami sui social oppure