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Io sono un cantastorie

Il giorno in cui ho rinunciato a essere un unico io, un'unica direzione, un unico intento, un unico pensiero, sono esploso in mille e mille frammenti di specchio. Ora, sono la nuvola di farfalle colorate che da quella miriade di riflessi è emersa. Ora, sono. Nuovo. Di nuovo.
Sono una cassa di risonanza, una scatola già quasi piena eppure spalancata al mondo. Sono il suo contenuto. Ciò che entra non ha spazio per restare, subito viene proiettato fuori. Sottilmente, irrimediabilmente modificato dall'intimo bacio trovato nella scatola.
La vita è una sorpresa. Meravigliosa, terrificante. Persino tutte e due le cose insieme. Sfidata con incoscienza, lasciata passare con apatia e distrazione. Sfuggita in un eterno oggi per lo spavento del giorno passato e la paura di quello futuro. In tanti modi l'ho affrontata. Sempre, sempre, è corsa a riprendermi, a gettarmi di nuovo nell'arena, a mettermi di fronte a nuove sfide, incurante di quel che ne potessi pensare. Idea, passione, vicende, persone, amore. Ogni volta un'arma diversa. Le cose succedono, non c'è nulla che tu possa fare, dice ogni volta. Vivimi.
La vita. Non posso vincerla. Un giorno, finalmente, l'ho capito. La meraviglia che nutre le mie idee, altro non è che un lungo dolce abbandono, una resa a lei che non riesco a trattenermi dal narrare, nelle sue luci e nelle sue ombre.
Non sono uno scrittore. Non mi sono abbeverato con i grandi classici, per sognare poi di vergare qualcosa che li facesse dimenticare.
Non sono uno scrittore. Le trame non si infittiscono diligenti nella mia mente e nella mia penna. Non ho personaggi che sorgano precisi con pochi tratti abbozzati, già pronti a sorridere alla loro platea. Le mie storie non riescono a trovare regole abbastanza amate da lasciarsene imprigionare. Lo stesso vale per i generi, che saggi critici hanno mirabilmente delineato. I miei eroi non sono fatti per essere emulati, invidiati. Sorgono inermi di fronte alla vita come chiunque altro. La vita li chiama, a volte solo per distruggerli, sempre per cambiarli. Profondamente.
Non sono uno scrittore, non ancora. Forse non lo sarò mai.
Narratore, puoi chiamarmi, come due occhi di diverso colore che s'imbrogliano sulla profondità di quel reale di cui parlano. Sono la voce che si è data il compito di raccontare la distorsione, vecchia e nuova insieme, che leggo da quegli occhi. Fantasie della nebbia, movimento continuo a dare l'inganno d'immobilità. Onde evanescenti con l'ardire di essere strumento per ingenerare illusioni, piuttosto che fermarle sulla carta.
Giullare, potresti definirmi. Capriole e sonagli. Parole come lame taglienti, imbevute nel miele. Ridere di armature lucide fuori e lerce dentro, scaldare i cuori pronti con loro sorpresa ad aprirsi.
La vita intorno è un continuo divenire. Non la posso fermare, non la potrò mai possedere. Posso soltanto fluire con lei. Guardarla, raccontando quel che vedo.
Non sono uno scrittore. Non ho certezze inscalfibili, non ho sentenze da emettere. Non ho nulla di sacro da predicare, nulla del senso comune da insegnare.
Sono colpevole. Il mio peccato è gioire dei dubbi e delle sorprese, delle emozioni e delle sfide, delle malinconie e degli amori che una vita infinitamente generosa continua a donarmi.
Raccontare tutto questo è il mio atto di redenzione.
Io sono un cantastorie.

Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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