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La natura, l’arte, le radici e la sperimentazione: intervista a Marina Girardi e Rocco Lombardi

La settimana scorsa vi abbiamo parlato del rifugio Villaneta e delle belle iniziative che vi vengono realizzate, ricordate?

In quella splendida cornice abbiamo avuto la possibilità di fare due chiacchiere con una coppia, in tutti i sensi, di bravissimi illustratori e fumettisti (anche se, per la loro poliedricità, questa definizione è riduttiva) che vi invitiamo a scoprire non solo attraverso le loro parole qui sotto, ma soprattutto attraverso le loro opere. Si tratta di Marina Girardi e Rocco Lombardi.

Visto il luogo, era inevitabile parlare del rapporto tra arte e natura. Rapporto che, non a caso, è il tema centrale del loro lavoro.

Come mai nei vostri lavori l’argomento principe è sempre quello della natura? Cosa della vostra storia vi ha portato a prediligere questi soggetti?

Marina: partiamo dall’origine. Sono nata sotto il monte Civetta, nelle Dolomiti, montagne talmente belle che ti rimangono dentro, cosa che ho capito con il tempo. Il fatto è che c’è stato un momento in cui la mia famiglia si è trasferita da questi luoghi, con una natura così potente, in una cittadina di provincia del Veneto dove, invece di avere il Civetta, davanti avevo un palazzo di dieci piani e quindi è stato questo trauma che mi ha innanzitutto lavorato dentro. Dunque, quasi senza accorgermene, tornavo in quei posti, sulla montagna, di continuo. Quando cammino lì ho una fonte di ispirazione che non ho in nessun altro luogo, le idee per le canzoni mi vengono camminando, le idee per i libri mi vengono camminando, per cui è stato naturale continuare a cercare questo tipo di rapporto con la natura anche come interesse per quello che succede non solo a me in rapporto con la montagna e la natura selvaggia, ma anche cosa succede agli altri, cosa succede all’uomo quando si mette in relazione con questo tipo di ambienti. Che ne sia l’abitante, il visitatore o lì per caso. Perché, se per me è stato un ambiente di origine, per altri non lo è ma in realtà quello che arriva è forte anche per loro. Quindi ho iniziato a indagare, sia con il mio lavoro, sia proponendo laboratori in cui unisco creazione di storie e disegni e il cammino, l’esplorazione, il fatto di vivere determinati luoghi.

Rocco: il mio percorso per molti versi è simile a quello di Marina, anche se a differenza di lei sono nato in un posto di mare, attorniato dalle montagne. Potenzialmente un posto bellissimo quindi, solo ed esclusivamente per quello ho resistito per molto tempo lì. Però per tanto tempo ci ho vissuto male, nel senso che vivevo un forte disagio che comunque non riuscivo mai a mettere a fuoco. Cioè, mi piaceva tantissimo il posto in cui vivevo, però in realtà avevo sempre una sorta di ansia, uno stato d’animo abbastanza tormentato. Da quel posto appunto non andavo mai via proprio perché conteneva, contiene tuttora una bellezza incredibile. Si passa dal mare alla campagna, alla collina, fino alla montagna. Però allo stesso tempo tra la montagna e il mare c’è questa costa, che come tante coste italiane ha subito una speculazione edilizia molto drammatica. Una consapevolezza cui sono arrivato veramente dopo molto tempo, anche se era sotto agli occhi, banale. Il mio malessere derivava da questo, dal vivere in un posto dove avevo sotto gli occhi questo sfacelo che comunque continua anche oggi, se non tanto nella costruzione, in qualcosa che vive all’interno delle persone, come atteggiamento verso gli altri, verso le cose, verso il paesaggio stesso in cui si vive. Quindi a un certo punto ho deciso di andare via e anche in quel frangente i miei lavori vertevano su questi temi, ma non solo. Per lungo tempo mi sono impegnato a migliorare nel disegno, ho imparato a disegnare storie di altri, però poi quando sono andato via, che ho messo a fuoco questa cosa grazie al fatto di essermi staccato, l’interesse e la volontà di approfondire questi temi è esplosa ulteriormente.
Quindi, da quel disagio iniziale si è passati a un amore ancora più forte, proprio per cercare una forma di riscatto. E lì il tema della natura, particolarmente all’inizio degli animali, è venuto fuori fortissimo, contemporaneamente alla scoperta di una tecnica che ormai uso da anni, molto materica, che si rifà in qualche maniera alle vecchie tecniche di incisione. Quindi un po’ la tecnica, i contenuti, hanno trovato uno sposalizio fertile e da lì tutto è continuato su questi binari.

Cosa vi ha portato qui in un luogo come questo, a incontrarvi, visto che arrivate da realtà anche geograficamente molto lontane tra loro?

Marina: è proprio questo. Sicuramente il comune senso di sradicamento che dalla natura, dalla terra, che tutti e due abbiamo patito in modo molto potente, che quindi ha lavorato dentro a tutti e due creando appunto una ricerca di un certo tipo, una poetica di un certo tipo che ci accomuna molto profondamente e che ci ha fatti incontrare. Poi, entrambi abbiamo scelto gli stessi mezzi espressivi. Così è nato l’incontro.

Davide: anche simbolicamente, per entrambi c’è stato un allontanamento dai luoghi natii, un allontanamento dalla propria madre “terra”. Il nostro lavoro mira costantemente a questo ricongiungimento.

Marina: è un discorso molto ampio, non è un distacco dall’origine geografica ma il constatare che in realtà la maggior parte delle persone vive sradicata dalla propria origine, dalla propria madre, matrice.

Poco fa, paragonavamo i ragazzi che si sono lanciati in questa impresa un po’ folle (nda: i promotori del rifugio Villaneta) come se fossero una sorta di resistenti culturali. Ecco, vi sentite anche voi così?

Davide: in buona parte sì, poi questa resistenza può essere declinata in modi molto diversi, ma la radice è quella. Non a caso siamo finiti qui, come in questi anni, con le nostre attività, i nostri giri quasi a caso abbiamo spesso incontrato realtà come quelle. Poi non a caso molte esperienze, luoghi, persone che abbiamo incontrato sono legati a questo appennino, i luoghi più spopolati e più lasciati a loro stessi. Alla fine siamo andati anche a viverci, dopo un periodo vissuto in città a Bologna. Coltivavamo questo desiderio, anche per sperimentare un po’ se nella realtà fosse possibile farlo e come.

Marina: la cosa più forte che ci succede quando capitiamo in questo tipo di realtà è proprio la linfa vitale che sgorga. È come se a un certo punto si passasse da una modalità medio bassa a una fortissima spinta vitale e io credo sia dovuta al fatto che ritrovare un certo tipo di contatto tra le persone con la natura, con il paesaggio, e liberarsi proprio dalle strutture cui siamo normalmente assoggettati, liberi la parte più vitale che ci è propria, che normalmente è addormentata, langue. Invece in queste occasioni ha modo di ri-nascere, ri-vivere, trovare strade che sono quelle della creatività, che sono quelle del fare le cose insieme e trovare strade che appunto in una struttura sociale che mira sempre all’utilitaristico sono normalmente frustrate, trascurate. Cose che però ci danno motivazioni per vivere e continuare a fare quello che facciamo.

La natura per voi è un argomento centrale, con una connotazione molto forte legata al passato, al ricordo. Qualcosa che porta molto alla riflessione. Eppure la vostra forma di comunicazione preferita è l’immagine che, al contrario della parola scritta, è diretta, secca, precisa, legata all’istante. Cosa vi ha portato a scegliere questa forma principe di comunicazione?

Marina: per quanto mi riguarda l’immagine è un linguaggio che ci parla attraverso un canale che non è quello della ragione, ci parla attraverso un canale intuitivo che va diretto al significato e al senso del concetto che vogliamo. Quindi la ricerca che ho avviato, quasi da subito, è stata il tradurre il rapporto molto potente e diretto che ha su di me la natura in una forma d’arte altrettanto diretta che è l’immagine. In realtà, sono anche fortemente portata alla scrittura, dunque unisco sia la scrittura e l’immagine, perché trovo che la combinazione delle due cose sia molto stimolante e interessante, dato che unisce il nostro lato più bisognoso di narrazione al lato più bisognoso di evocazione, che è quello che riguarda l’immagine.

E ci si può perdere in un’immagine tanto quanto in un testo?

Marina: senz’altro. Sì, certo.

Rocco: riprendendo anche quello che ha detto Marina, il fumetto è la sintesi perfetta di immagine e parola. Non a caso è mezzo espressivo, al pari dell’immagine nuda e cruda, sicuramente tra i più immediati.

Perché?

Rocco: il fumetto combina immagine e testo, quindi possiamo considerarlo una forma di scrittura. Il concetto base è quello della sequenza, le serie di vignette creano un ritmo narrativo ben preciso. Quello che succede tra un’immagine e l’altra noi non lo vediamo, però lo capiamo. Il nostro occhio, la nostra testa capisce quello che c’è tra un’immagine e l’altra. Poi, naturalmente il testo fa da rinforzo a seconda della funzionalità della storia in quel momento. Quindi io penso che questa sia la forza del fumetto. Tornando invece alla forza dell’immagine, a me piace pensare che il suo uso sia venuto prima ancora del linguaggio parlato. Anche se non ne abbiamo una prova schiacciante, abbiamo comunque i disegni fatti in epoche preistoriche. Gli uomini, molto prima ancora di maturare un linguaggio vero e proprio, disegnavano già. Il disegno poi si è fatto segno, si è fatto parola, si è fatto scrittura. Quindi il processo è stato inverso, è stata l’immagine la prima forma di comunicazione e questa probabilmente è una cosa che ci portiamo dentro, anche se sepolta il più delle volte. Quando vediamo un’immagine ben fatta ci arriva un messaggio in maniera diretta, abbiamo stupore, emozione, a volte anche un messaggio ben decifrato, che ci siano o meno le parole.

Marina: e capiamo delle cose. In realtà quello che ci siamo scordati è che l’immagine è un mezzo, uno strumento di conoscenza. Quello che appunto è stato il passaggio dall’immagine alla parola ci ha fatto dimenticare che l’immagine ci fa conoscere il significato profondo della parola, arriva più direttamente e non ha la sovrastruttura dello scritto, non ha bisogno di essere descritta. Per questo ci viene istintivo tradurre in immagine il rapporto con la natura. Attenzione, non è tanto la natura bucolica, non è tanto l’animale bello, ma il fatto che la natura ci parli di noi stessi, ci racconti di noi, che sia uno spazio dove possiamo conoscerci e conoscere il mondo che ci circonda. Il nostro interesse è indagare il rapporto tra uomo e natura, quello che succede quando si incontrano. Tutto quello che ci circonda in effetti è il frutto del rapporto tra uomo e natura. Quindi in sostanza vuol dire la vita, tutto.

Rocco: portando un po’ all’estremo questo ragionamento, la natura non esiste. C’è l’uomo, l’uomo interviene. Ma anche l’uomo fa parte della natura, quindi non siamo solo degli osservatori, anzi. Quello ci interessa, indagare e arrivare all’uomo nudo e crudo e al suo rapporto con ciò che lo circonda. Quindi osservare, vivere nella natura, serve a darmi un’ottica diversa per ripartire e guardare la realtà. Poi questo si può fare con il disegno, l’esplorazione, la difesa di questi posti, in relazione a quella che è la nostra spinta.

A proposito di relazione, come vi siete trovati a lavorare insieme, come è partito il progetto per “L’Argine” (nda: Edizioni Becco Giallo, 2016), come è nata l’idea e come l’avete sviluppata?

Rocco: è partita come una commissione...

Marina: be’, una commissione non dal nulla, però. È stata una richiesta di lavorare su del materiale, da parte di una persona che conoscevamo già da tempo, con cui avevamo già collaborato, con cui abbiamo molte affinità. Insomma, abbiamo accettato per questi motivi innanzitutto, ma anche anche perché ci proponeva un lavoro che noi in realtà stavamo già facendo, ovvero raccogliere storie riguardanti determinante realtà. Ci è stato proposto addirittura di essere pagati per farlo!

Eravate pronti a lavorare insieme?

Marina: no! (risate). In realtà abbiamo lavorato tanto insieme ma ad altre cose. Lavorare a un libro insieme è stato davvero tosto, davvero dura.

Rocco: il fumetto, per quanto poi diretto immediato, richiede poi un lavoro molto duro nella fase di costruzione.

Anche il tratto? Far quadrare due tratti molto diversi come i vostri?

Rocco: è stata quasi una sfida, una provocazione di chi ce l’ha proposto. C’era da lavorare molto a riguardo, ma in fondo sapevamo che saremmo riusciti a farli quadrare, perché nonostante i nostri stili siano proprio agli antipodi, si nutrono dello stesso humus, quindi i contenuti sono molto vicini. Alla fine si è trattato “solo” di combinarli. Il problema grosso è stato invece la costruzione, la sceneggiatura, che si basa su fatti veri che abbiamo un po’ romanzato, inventando un personaggio che li raccontasse in una chiave diversa. Quindi la difficoltà maggiore è stata proprio la scrittura, che è il primo passo che porta alla creazione del fumetto.

Marina: forse non pensavamo che lavorare insieme in questa modalità fosse così complicato, che ci mettesse così alla prova, però è stato anche fattore di crescita per entrambi, perché poi ognuno ha imparato molto dal modo di lavorare dell’altro. Mentre io magari sono più abituata a cose più visionarie, mi sono dovuta invece “ingabbiare” in un a struttura di fumetto più rigida, più canonica. Rocco al contrario si è dovuto lasciar andare un po’ di più.

Avete coperto tutti i ruoli, entrambi? Disegnatori, sceneggiatori, revisori… Avete fatto tutto insieme?

Rocco: sì. Spesso nel fumetto ci sono il ruolo di sceneggiatore e disegnatore che lavorano quasi in simbiosi, però in effetti è molto molto raro che due disegnatori lavorino insieme.

Progetti futuri?

Marina: sono in cantiere dei libri, però sono ancora in fase embrionale. Sto cercando di unire l’aspetto musicale del mio lavoro a quello dell’immagine.

Rocco: sto lavorando a quello che sarò un libro lungo, però questa volta senza usare le parole. Quindi proprio, come dicevamo prima, per affermare la potenza dell’immagine. Qualcosa di immediato, anche se tratta temi un po’ complessi che girano introno al tema del disegno, dell’immaginazione e del loro ruolo. Poi sto collaborando con uno scrittore per illustrare un suo romanzo, qualcosa cui tenevo da tempo, collaborare con qualcuno che scrive e basta. Abbiamo una sintonia ottima, mi piace quello che scrive, ma io faccio il mio mestiere e lui il suo!  Però entrambi abbiamo questa volontà di riproporre un tipo di libro come una volta, il “romanzo con illustrazioni” destinato agli adulti. Qualcosa che volevamo entrambi sperimentare.

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www.magira.altervista.org

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Giorgio-Arcari

Giorgio Arcari

Direttore editoriale
Classe 1980. Milanese di nascita e di fretta e romagnolo di tappa o forse di arrivo. Da bambino ho deciso che avrei fatto lo scrittore, da grande.
Curo l'editoriale Grafemi e Nuvole e la rubrica Pillole di scrittura.
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