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Inps

L'altra sera siamo a cena dalla nonna. Solo maschi.
«È arrivata un'altra cartella delle tasse» dice mio fratello.
Ventiquattro (24) anni fa, mia mamma non ha versato contributi per un valore di trecento e passa euro. Magari erano in lire. Forse fu il commercialista, forse non bastavano i soldi dell'incasso del ristorante.
La notifica di quattro fogli sventola fra le mani con un certo rispetto, come si fa con una "cosa" pericolosa.
«Sono duemila e quattrocento euro. Ci sono le More» dice.
«Avevo pagato tutto e saldato, eravamo andati all'Inps nell'ufficio legale e avevamo sanato tutto!» Dico anche parolacce.
Vado all'Inps. Il sole e il garbino fanno la loro parte, ma tutti gli esseri umani che incontro non hanno di che intenerirmi il cuore, sono come foglie secche sul mio cammino. Salgo lo scivolo abbatti barriera e "uno", in tuta da jogging in triacetato, parla al telefonino che urla. Si soffia il naso con il dito come gli sportivi e il moccio in parte esce e il rimanente penzola dal naso fregandosene del mio passaggio. Poi striscia la mano al moccio e ritorna al pantalone già lercio.
Proseguo, il cambio di luce dell'ingresso mi aggrotta la fronte e lo sguardo. Mi atteggio da incazzato irriverente e me la godo.
«Voglio parlare con qualcuno del mio caso!»
Il custode portiere è già sotto l’assedio di altri due giovanotti alle prese con le loro letterine di notifica.
«Legga sul cartellone la posizione e poi pigi nel totem il numero corrispondente» dice professionale l'omino tarchiato e bassotto.
«Non mi sembra molto chiaro! Voglio parlare con un responsabile del mio caso!» E incido di volume sulla parola "caso" come fosse il Caso più importante della giornata.
«Attenda... sto cercando la persona adatta e dovrebbe essere qui a momenti per rispondere a tutti» e guarda gli altri due signori, come per farsi sentire e intendere del suo operato e cerca al telefono e al citofono e cerca di fare movimenti di interesse ai presenti.
L'atrio del palazzo è gremito di persone che si muovono e discutono in gruppetti o a coppie, ma ci sono posti a sedere vuoti, in una composizione di sedie messe giù con un verso, girate nella stessa direzione. Sembrano girate verso il nulla, poi mi accorgo che dietro un paio di colonne ci sono dei monitor, due televisori piatti di ultima generazione.
«Prendo il suo caso...» dice la signora responsabile che mi ha raggiunto e infine mi indica lo sportello giusto e mi schiaccia il "totem" colonnina che sputa bigliettini numerati come dal macellaio dei grandi mercati. E se ne va.
Mi siedo vicino ad altri, rivolto verso i monitor. Siamo come i pupazzi di un film di animazione in cattura del cattivone che prima o poi parlerà a noi, siamo una specie di popolo in cattura dell'anonimato numerico schiavi di una ideologia che ragiona e pensa al nostro posto. Pacatezza cerebrale sarebbe il titolo del best seller politico fantascientifico post moderno decadente. In un monitor appaiono lettere e cifre che indicano l'ufficio dove andare e quante persone ci sono prima di te.
«Acca undici...» Il monitor parla con la voce come quella del navigatore dell'auto. Possiedo l'acca diciassette. Devo aspettare. Il totem non sbaglia ad assegnare il ruolo e il turno, mi sento protetto.
L'omino con la tuta in triacetato entra e parla con qualcuno seduto dietro e si dicono cose sulla fila e sulla vita e la burocrazia e non faccio pensieri buoni e non vorrei essere invaso da quella voce. Resto con la fronte aggrottata e sto preparando mentalmente il discorso da sparare allo sportello cinque. Devo essere incisivo. Mia madre è vicina agli ottanta e ha lavorato tutta la vita come un mulo e ha pagato le tasse, ma evidentemente non tutte e la "legge" non ammette ignoranza e dopo ventiquattro anni deve pagare la sua colpa. Il debito verso la società deve essere sanato per poter morire in pace, ma non voglio pagare un soldo di un debito a mio avviso non dovuto.
«Vai tu a sentire...» Mi dice mamma.
Nella sala ingresso, sala d'attesa, sala cinematografo e teatro dei burattini, porta dell'inferno e porto paradiso fiscale, sulle sedie il vociare si attenua col passare delle ore. In piedi restano poche persone.
Un signore elegantissimo e sui quaranta passeggia aventi e indietro con la "borsa" in pelle nella mano.
Parla a bassa voce all'auricolare microfono che si estende dall'orecchio. Camminando guarda in basso e non vede nessuno. Un bimbo vispo si stacca dal papà mezzo addormentato sulla sedia e si precipita al cestino della spazzatura e lo ribalta di lato e il papà si alza e zoppicando, lo raggiunge paziente, e insieme raccolgono i moduli di carta da compilare, appallottolati e cestinati. Il pantalone in jeans del papà tradisce una gamba claudicante. La scarpa da jogging sinistra ha la pianta deformata come certe scarpe arabe, con la punta all'insù. Ha la faccia di uno che ha lavorato. Magari non ci è nato deformato, magari ha subito un incidente sul lavoro o cose del genere.
Dall'altro monitor giungono notizie solo visive, senza audio. Lo schermo ha un bordo scuro con scritto INPS, spazio, TV. Nello spazio c'è un logo, un ovale formato da due frecce che si rincorrono come a indicare una non interruzione, un continuo di informazioni e notizie scritte e titolate, da vedere in silenzio e da leggere in italiano. Mi giro in giro e potrei sbagliarmi, ma di italiani non ne vedo molti.
Poi il B 36, un anziano signore in impermeabile blu e coppola grigia, si alza ingobbito e si dirige verso l'ingresso di un ufficio e dice qualcosa in dialetto romagnolo.
«T'é Fatt! Lè tre ori che a sò iquè ...» Si è rivolto soprattutto a B 35, giovane bell'imbusto dal ciuffo modaiolo e dagli occhi vuoti, e poco di meno si rivolge all'impiegata che vedo stupita e affaccendata al di là della parete in vetro.
Sul monitor passano notizie. La prima mi attira lo sguardo. Le mani di uno chef sfilettano una tracina sul tagliere. Uno spreco di pesce rimane attaccato alla lisca che la mia "povera" nonna, la nonna albergatrice famosa per avarizia e risparmio, si fa un sussulto nella cassa del cimitero di Rimini.
Poi passa la pubblicità dell'ultimo modello di Rolex. Guardo il pubblico e mi chiedo chi possa aver avuto l'idea di passare certe pubblicità di fronte a questa platea. Un pubblico di scassati e malcapitati, tassati e schiavi di agenzie delle entrate e pensionati insoddisfatti e altri indiavolati dai debiti e dai problemi di ogni sorta che basta entrare una volta in una sala come questa per capire che certe pubblicità fanno male, provocano dolore.
Passa l'immagine dell'oasi naturalistica "Il mulino" che gli ospiti possono raggiungere comodamente da Treviso. Mi chiedo chi andrà a Treviso dei presenti.
L'altro monitor scorre di una cifra e chiama l'acca dodici, ma non si alza nessuno e trascorre un tempo, che qualcuno deve avere calcolato, e si passa all'acca tredici. Vedo la signora entrare in corridoio e capisco che l'ufficio cinque sarà il mio ufficio. Ci sono altri tre sportelli ufficio, ma il mio pare sia frequentato da gente più distinta, non da poveracci provenienti da chissà dove. Perché certe differenze si notano e darsi un certo tono, sentirsi parte di un ufficio anziché un altro, dà un certo interesse, non ti fa sentire solo nel marasma burocratico. Potrei pregare il grande monitor come fosse la religione del grande dio Inps e assieme agli altri "fratelli" ritualizzare la fede nell'ufficio cinque. E il totem all'ingresso potrebbe essere una grande fonte battesimale e il percorso nastrato di azzurro che parte dalla doppia porta d'ingresso, potrebbe essere una specie di "via crucis" e tutto, a pensarci potrebbe portare dalla solitudine della triste e buia incomprensione sino alla luce del mio sacerdote d'ufficio al numero cinque. Che bello sentirsi inglobati in certe meravigliose e sublimi realtà. Come a toccare traguardi spirituali inimmaginabili.
Entra il B 25. Poi il triacetato si agita in portineria.
«Lei mi dia del lei. Non sono mica suo fratello io!» L'omino al bureau si incendia di brutto che le urla mi destabilizzano dal guardare le notizie del monitor.
«... i soldatini di piombo rappresentano ruoli di guerra impeccabili. Presso il museo della storia dei giochi di ruolo di Torino» così dice il passaggio, se ho capito bene in tutta questa confusione che succede dietro il colonnato che divide l'atrio d'ingresso da quello di attesa. Nel mio ufficio certe scenate non accadono. Nessuno si permette di alzare la voce. Mi accorgo che la mia fronte non è più aggrottata e che il mio sguardo da monitor si è addolcito e mi sono fatto fregare dal grande dio Inps e ritorno sui miei passi e ricordo che sono qui perché indignato delle porcherie economiche di questo paese democratico e che mi farò valere dall'alto del mio sprezzante volere sociale.
«... Vangi Giuliano, grande scultore conoscitivo, espone le sue opere al Macro Testaccio di Roma». Poi appare il numero verde di Inps, logo, TV. 803 164. Mi piace pensare che si possa raggiungere al telefono una voce amica di un monitor muto. Qualcuno che in caso di bisogno non ti abbandona, che non ti lascia solo. Il numero verde è come una specie di "spirito santo" l'espressione del dio Inps. Sono stato illuminato. Con il citare tante città italiane deduco che il monitor, il potentissimo monitor, trasmette a livello nazionale lo stesso palinsesto e amen.
Sento di aver capito profondamente il senso di appartenenza al " Tutto" e alla vita del mondo. Il potere della comunicazione ha in sé il trasporto totale dell'interesse.
Alla rubrica "Salute e benessere", passa lo slogan: anche lo sporco ha le sue virtù. Sottotitolo: ma questa ipotesi non è mai stata dimostrata.
Siamo all''acca sedici e non mi sono accorto di una qualche "acca" prima di me che quasi mi dispiace che a breve mi dovrò alzare e lasciare le notizie Inps.
Dalla tele passa il meteo velocemente e con poca spesa grafica, poi l'oroscopo.
“Ancora fanno l'oroscopo?” Mi chiedo. Dopo l'undici settembre delle torri gemelle, ancora esiste l'oroscopo?
Chissà cosa diceva quel giorno ai duecentoventi "Ariete" vittime della disgrazia.
«Amore. Fate attenzione ai rapporti con i vostri affetti, qualcosa o qualcuno tenterà di distaccarvi». Agli ottocento settanta "Leone".
«Salute, nulla potrà rallentare la vostra salute, ma attenzione ai colpi d'aria». Ai più di mille , nati sotto il segno della "Vergine".
«Lavoro. Tutto vi trasporterà a superarvi sino a risalire ai piani più alti». C'è anche il proverbio del giorno.
«Chi va con lo zoppo impara a zoppicare». Non è credibile che l'Inps sia così dappertutto.
Mi alzo per prendere foglio e penna per fermare due appunti sul monitor e tutta la mattinata e "rubo" la Bic ciucciata dietro al bureau vuoto. Il portiere ha accompagnato il triacetato ai piani alti lasciando altra gente in attesa come imbecilli alla porta del Limbo, in piedi ad aspettare il turno informativo.
«... ancora scontri anti immigrati a Tor Vergata... blitz anticamorra nel napoletano... Usa e Cina fanno nuovi accordi bilaterali per diminuire il gas Serra causa del buco nell'ozono... il regista Tarantino si ritira dalle scene, ma prima girerà altri due film... il crowdfunding per l'iniziativa della barca che trasporterà in gita i disabili sul Tevere... bellezza sostenibile a Parigi...»
Il bimbo si riattacca al cestino dei rifiuti. Torna il portiere
La voce chiama il mio numero. Acca diciassette. Devo entrare.
Mi ri aggrotto la fronte come fosse un colletto di camicia o come a spazzolarmi le scarpe impolverate, come se l'anima fosso oggetto estetico e non stato emotivo o cose così e mi presento.
«Salve sono qui per mia madre e...»
«Lei ha la delega?» Cadenza meridionale.
«Mia madre è anziana e...»
«Si, ma ha la delega?»
Mi incazzo!
Sollevo la schiena ingobbita e sollevo la voce.
«Non ho la delega, ma al di la di questo, mi è arrivata l'ennesima cartella esattoriale e voglio discutere di questa ingiustizia con qualcuno! Lei è la persona giusta? Non ha un capo? Qualcuno che ci capisca perché mia mamma dopo ventiquattro anni ha l'auto pignorata per un importo stupido lievitato a oltre duemila euro!»
«Voglio aiutarla...» Dice.
Senza delega non può violare una certa schermata del programma al computer con la posizione di mia mamma. Non è possibile risolvere tutto ora e chiama l'ufficio legale e chiede numi e appuntamento e cosi si affianca un'altra signora che non è dell'ufficio numero cinque ma proviene dal quattro e mi chiedo cosa voglia da un ufficio come il "mio" e dice con voce pacata che è tutto a posto e mi ricorda il monitor e un poco mi abbassa di tono e di schiena e mi accompagnano in due a prelevare all'ingresso il modulo delega e si raccomanda la fotocopia della carta di identità e chiedo a cosa serve e dice che si deve confrontare la firma e allora dico delle mani di mia mamma deformate dall'artrite e che firmerò io e lei dice che non è importante e che il protocollo, la legge, dice così.
La legge dell'Inps mi si para d'avanti come una legge religiosa e si sa, quando si vanno a toccare certi punti dell'anima, ci si arrende a tanta grandezza e anche la dignità di mia mamma, violata come una fuorilegge, va a farsi benedire. Cioè, ripasserò davanti al "totem" spara numeri fonte battesimale con la delega e tutto andrà a posto quando, dopo l'appuntamento con l'avvocato del dio Inps, avrò pagato tutto l'importo.
Viva!

Autore: Ettore Tombesi
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