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Il tempo della vita

Silvia ha perso tempo tutta la vita.
Questo pensa dopo aver compiuto quarantanove anni, aver divorziato dal marito ed essersi rammaricata, sconsolata, di non essere riuscita a tenere nessuno dei propri famigliari dalla sua parte.
Appoggia la borsa della spesa sul mobile della cucina pulito e scarno, come un animale deperito. Il piano cottura luccica nel suo acciaio infernale e gli sportelli della credenza non fanno di certo fatica a chiudersi, dato che non nascondono quasi nulla dietro la loro lignea immobilità. Solo un vasetto di miele, un pacco di pasta e qualche conserva, tenuta lì per essere aperta in tempi migliori.
L’appartamento è silenzio e buio. Non c’è vita mossa a parte il sacchetto del pane che, sbilanciato dalla sua scomoda posizione tra l’insalata e la bottiglia del latte, è caduto per terra seminando le proprie briciole attorno alle gambe del tavolo. Una volta, su quel tavolo, le cene romantiche erano all’ordine del giorno e segnavano sempre l’antipasto di serate vogliose e piccanti. Una volta.
E pensare che lei ci aveva provato. Davvero, l’aveva fatto fino all’ultimo, ma lui no, non era più innamorato di lei, nonostante tutte le promesse, gli scongiuri e i sacrifici fatti per portare avanti una relazione sbrindellata e debole, quale era stata la loro fin dall’inizio.
Vabbè, basta. Ormai è storia vecchia.
“Mi preparo un minestrone per cena” pensa Silvia “poi potrei andare al cinema con Marisa. Anzi, è meglio chiederglielo subito. Speriamo sia libera stasera”.
Prende il cellulare in mano e legge la notifica automatica, rilasciata dall’applicazione delle “News minuto per minuto”: un cavalcavia è crollato sull’A14, schiacciando un’auto che per pura sfiga passava di lì in quello stesso istante. Sì, una maledetta sfortuna indeterminata. Che poi la gente dice: “nella vita c’è anche un destino, quando deve finire finisce”. Indubbiamente è così, ma la sfiga dove la mettiamo?
Silvia chiama Marisa, ma la risposta alla sua proposta è inconcludente.
Oh be’, pazienza. Vorrà dire che me ne starò qui, chiusa in casa a leggere un libro. Non è ciò che desideravo tutte le volte che non potevo?
Sì, perché c’era il lavoro: dieci ore al giorno in quel maledetto ufficio, i cui frequentatori le toglievano l’anima ogni volta per una sciocchezza diversa. Poi veloce a sbrigare le commissioni per casa, spesa, lavanderia, cena, concludendo la giornata a litigare ogni volta con lui per stupidaggini di ogni varietà. Senza dimenticare che c’erano le riunioni del condominio, i suoceri che non le davano tregua con le loro sciocche richieste e quella perenne punta di peperoncino avvelenato riguardo l’assenza di figli. E sua madre come dimenticarla? Calcava sempre la mano su quel punto dolente, informandola un giorno sì e l’altro pure che, per quanto lavorasse molto, non era niente in confronto al mettere su famiglia e avere più persone da accudire. Come se avesse scelto lei di non avere figli. In fondo al cuore aveva sempre desiderato sentire lo scalpiccio di piedini riempire la casa coi loro movimenti, senza il timore di cadere da qualche parte.
Pazienza, anche questa è andata.
Una donna, quando arriva alla soglia dei cinquant’anni, non si fa più certe fantasie e sa che non tornerà sugli errori commessi. Silvia vorrebbe essere diversa, avere una vita piena di persone, una cena da preparare per una famiglia e non un semplice minestrone da ingoiare squallido davanti alla tv. Ma ci sono situazioni che capitano e basta, non possono essere scelte. Spesso non c’è una decisione da prendere, c’è semplicemente un dono da accogliere ed è ciò che ti dà la vita. Oppure no, non è così. Se si arriva a certi stadi è perché si sono fatte delle scelte e si sono prese delle strade che hanno condotto laddove ora ci si ritrova.
La donna di nome Silvia, che si è affacciata alla finestra del soggiorno per ammirare le stelle dello scuro cielo estivo, è consapevole di quanto la sua esistenza, così come quella degli altri, sia intrisa di momenti bui e di altri fatti di luce.
Lei ha sempre avuto paura del buio, così come del vuoto. Ha le vertigini. In tutti quegli anni non era mai stata così vicino a quelle finestre lanciate dall’alto sulla cittadina illuminata. Ma ci sono cose peggiori delle vertigini, più dolorose, più amare.
In fondo è tutta questione di fortuna: si può rimanere vivi o morire, perché mentre vivevi la morte ti schiaccia “per sbaglio” col suo peso di calcestruzzo e metallo.
Silvia sa bene che rimarrà sveglia tutta la notte a guardare il cielo. Farà così, perché non l’ha mai fatto prima. Non si è mai soffermata davvero su cosa stesse facendo, mentre andava a lavoro, litigava coi suoceri, col marito, disprezzava la madre.
Ma arriva per tutti la notte in cui non si può dormire e si aspetta l’alba. Si aspetta di capire, mentre si guida sull’autostrada, senza sonno, senza fretta, solo guardando la strada, sperando di non passare sotto il cavalcavia della morte.

Photo credit: "After the rain" by Cyril Rolando

Francesca-Delvecchio

Francesca Delvecchio

Caporedattrice
Grande appassionata di scrittura e letteratura, mi sono laureata in Lingue straniere e in Lettere. Da sempre incuriosita dal mondo del web e dell’informatica, mi dedico ora al Web design e alla Comunicazione.
La mia rubrica è Prospettive letterarie.
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