Il decalogo di fine estate sulla comunicazione

Rubrica: La Grammarnazi

O tempora, o mores (Che tempi! Che costumi!), esclamava il caro Cicerone, ma un po’ come tutto quanto riguarda l’umano, prima o poi ritorna e può essere applicato a nuove situazioni.

Un po’ come i pantaloni a vita alta. No, quelli no, vi prego!

Sarà che sto invecchiando e, di conseguenza, esaurendo la già esigua quantità di pazienza di cui mi hanno fornito alla nascita, mal sopporto la recente decadenza della comunicazione. Saranno le atmosfere estive che non sento molto mie – gente che strilla in spiaggia e in tv – ma percepisco una violenza nelle dinamiche comunicative che ritengo debba essere limitata con ogni mezzo.

Cosa significa davvero comunicare?

L’etimologia di questo verbo ha una profondità stupenda. Deriva dal latino “communicare”, mettere in comune, derivato di “commune”, propriamente, che compie il suo dovere con gli altri, composto di “cum” (insieme) e “munis” (ufficio, incarico, dovere, funzione).

Quando si parla a qualcuno, si condivide con quella persona un argomento, un’opinione, un ragionamento “commune”, cioè mettendo un valore al servizio di qualcuno. In questo modo la comunicazione assume un ruolo di forte responsabilità, quale espressione sociale del nostro essere ed è realmente efficace quando arriva – davvero – all’altra persona ciò che intendiamo trasmettere. Solo quando il nostro messaggio sarà compreso potrà diventare patrimonio comune, base di uno scambio di sapere o della costruzione di una cultura.

La capacità comunicativa è propria di ogni essere vivente. Chi ha un cane, un gatto o ha mai nuotato con un delfino (fortunato!), sa esattamente di cosa sto parlando. Come esseri umani, tuttavia, abbiamo la possibilità di usare uno strumento comunicativo particolare: il linguaggio, fragile, complesso ma raffinatissimo che dobbiamo impiegare al meglio per aver cura del nostro ambiente di vita, per rendere anche gli altri consapevoli di quale tipo di persona siamo.

Se ci è stato dato il dono della parola, nel nostro ruolo di ultimogeniti figli della Natura, abbiamo la responsabilità di trattare questo dono con il massimo riguardo, affinché non solo per la capacità di favellare ci possano distinguere dalle bestie.

Smettiamo, quindi, di usare le parole come armi, come frecce scoccate dal nostro arco solo per ferire e non per condividere il nostro pensiero con il nostro interlocutore.

Finiamo di strillare le nostre opinioni pretendendo che gli altri le subiscano, accettandole passivamente, perché noi non ci cureremmo delle loro risposte.

Ritengo che vi sia una necessità impellente di apprendere nuovamente non solo l’antica e apprezzata ars retorica (sono un’ottimista, lo so!) ma anche le basi di una civile capacità di dialogo. Mi permetto, pertanto, di indicare un semplice decalogo fondato su basi teoriche validissime (cfr. le fonti dei primi due punti):

  1. I miei genitori (suppongo anche molti altri) da piccola mi hanno insegnato che non si parla mentre un’altra persona parla, che sia un amico, un genitore o un insegnante. Uno parla, gli altri ascoltano, facile, no?
  2. La mia nonna mi diceva “È il tono che fa la musica!”. Tante volte comunichiamo non solo con le parole, ma anche con l’intonazione e il volume della nostra voce. Non urlate, vi prego. Chi vi ascolta, lo farà in maniera più positivamente predisposta se utilizzerete un tono amabile o, al più, discreto. Chi grida, solitamente, ha poche ragioni da difendere.
  3. Se volete davvero capire, ma soprattutto farvi capire; mettetevi in ascolto. Non c’è bisogno di avere un master in comunicazione paraverbale per comprendere il linguaggio del corpo. Osservate, ascoltate con le orecchie, con gli occhi e con il cuore.
  4. Fate domande. Mostratevi sinceramente interessati all’altro. Questa è la base per comunicare davvero in maniera che il vostro messaggio possa essere condiviso e compreso. Notate quanti “con”? Siamo a questo mondo per stare insieme, non soli.
  5. In caso di disaccordo, rimanete aperti al dibattito. Non prendetela sul personale, ma la vostra opinione potrebbe non essere gradita a tutti, quindi non potete arrogarvi nessun diritto di imporla agli altri. Mantenete sempre toni pacati di discussione. In caso di inefficacia, salutate e abbandonate la stanza. Se l’altro continua a parlare, salutate di nuovo.
  6. Accettate di imparare. La persona con cui parlate potrebbe insegnarvi qualcosa, chiunque sia. Non sottovalutate questo aspetto. C’è tanto che non sapete, ma tanto di più che non sapete di non sapere.
  7. Non toccate l’altra persona mentre parlate, salvo che vi sia fra voi molta confidenza. Toccare l’altro non vale come rafforzativo della vostra opinione. A me, per esempio, dà molto fastidio. Ma io sono io.
  8. Gesticolate quanto basta. Siamo italiani (io no, a dire il vero, ma parlo italiano e mi ritengo culturalmente italiana) e il nostro DNA ci porta a effettuare enormi manovre con le mani, le spalle, per sottolineare questo o quel passaggio del nostro discorso. Imparate dagli inglesi. Usate il ritmo invece delle mani. Sottolineate le parole più importanti del discorso conferendo un ritmo alle singole frasi.
  9. Siate autentici. Dite solo quello che pensate. Nei limiti dell’educazione. Se siete falsi, dovete avere ottima memoria e una buona capacità recitativa. Sinceramente, ve lo sconsiglio.
  10. Nel dubbio, tacete.

Compite gesti di gentilezza a caso. Soprattutto quando parlate. Fate complimenti. Sorridete e chiedete alle persone come stanno. La violenza non è mai la scelta giusta, ma nella comunicazione è l’esatta negazione della sua ontologica funzione poiché non crea alcun valore da condividere.

Cosa vogliamo fare, costruire o distruggere?

Elisa Zafferani

Redattrice

Mamma, commercialista, runner, scrittrice, in disordine sparso. Guidata dalla passione della lettura e dalla voglia di comunicare, non ho mai abbandonato il sogno di scrivere.
La mia rubrica è La Grammar-nazi
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