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Il calore nel sangue, Irène Némirovsky

Grazie al mio recente inserimento come stagista in una biblioteca specializzata in studi di genere, e quindi immersa in un universo sconfinato al femminile, ho potuto riesumare dalle mie precedenti passioni letterarie un’autrice che considero molto intrigante, dalla storia travagliata e dalla scrittura elegante: Irène Némirovsky.

Ho già avuto modo di conoscerla grazie ad altri suoi romanzi (no, Suite francese non l’ho letto), e ricordo che alcuni di questi mi avevano lasciato un segno, come I cani e i lupi.

Questo romanzo, però, differisce dagli altri per svariati aspetti: intanto, lo scenario non è più quello della borghesia o nobiltà ebraica, tanto meno quello dei ghetti dell’Europa orientale, bensì la più dismessa e sterminata campagna francese. Così pure i personaggi non sono esattamente dei distinti e affettati nobili, ma dei semplici proprietari terrieri arricchiti.

L’inizio prelude a una vicenda che si svolge in un ambiente calmo ma scialbo: la figlia di due latifondisti sta per sposare il figlio di un’altra famiglia, all’apparenza il tipico bravo ragazzo che qualsiasi genitore sognerebbe per la figlia, innamorato e virtuoso. Tutto sembra essere perfetto, quindi. Tranne che per il cugino Silvio, vero pivot di tutta la storia, l’occhio vigile ma schivo e voce narrante del romanzo. Grazie alle poche e centellinate insinuazioni che Sylvestre (tale è il suo vero nome) introduce nel dipanarsi della storia, sempre con mestizia e riservatezza, intuiamo che dietro l’apparenza di pacata esistenza campagnola, scandita dal ritmo delle stagioni e dai pochi eventi degni di menzione che si possono annoverare, ci sia qualcosa di irrimediabilmente rotto. Ed è da quella spaccatura che fuoriesce la vera essenza dei personaggi, che si muovono come pupazzi di un burattinaio crudele: nessuno è salvo, se la passione brucia e la violenza viene troppo a lungo sopita, nessuno può opporsi al “calore del sangue”. Nemmeno la quiete di una famigliola di campagna può considerarsi al sicuro.

La Némirovsky non ci risparmia nemmeno una goccia di quella sua crudeltà, così melliflua e tagliente, e ci presenta un dramma familiare, in un angusto territorio fatto di anguste personalità, che condurrà alla caduta di tutte le maschere e delle menzogne troppo a lungo rimaste in piedi.

Il finale mi ha letteralmente devastata, come se fossi stata capovolta anche io dalla forza di quel calore del sangue, che non è stato lasciato fluire come dovrebbe e che inevitabilmente ha condotto a lacerazioni improvvise e inevitabili.

La nostra opinione...

voto-Grafema-4-5
Non è colpa del destino.
A chi lo consiglio: a chi ha dei rimorsi.

Abbinamento suggerito: Merlot

Memorie di un Salbaneo

Redattrice
Mi chiamo Ester, ma scrivo come Memorie di un Salbaneo, cioè come viene chiamato un folletto dispettoso vestito di rosso che infastidiva i contadini, secondo le leggende venete. Per il Grafema Magazine scrivo recensioni di libri.
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